Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 19

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Il Visconti non attaccava ancora i Fiorentini, ma non lasciava fuggire occasione alcuna di nuocer loro, ed in particolare cercava di opprimere il nuovo loro alleato, il signore di Mantova. Egli intraprese, svolgendo dal suo naturale alveo il Mincio, di distruggere la capitale del Gonzaga, senza violare apertamente la pace, e senza dare alle repubbliche alleate occasione di dichiararsi contro di lui.

Il Mincio, sortendo dal lago di Garda, attraversa una parte del Veronese che in allora apparteneva a Giovanni Galeazzo, in appresso entra nel piano, riempie due bacini chiamati laghi, superiore ed inferiore, e tra questi è posta la città di Mantova. Questi laghi, ognuno de' quali ha circa un miglio di larghezza, tengono luogo delle fosse delle ordinarie fortificazioni; essi sono troppo profondi per essere attraversati a guazzo, e le loro rive sono troppo fangose e troppo ingombre di canne perchè le barche possano liberamente avanzarsi. Un ingegnere aveva proposto a Giovanni Galeazzo di sviare il corso del Mincio, e di condurlo nelle pianure di Verona, privando in tal guisa Mantova di tutti i suoi vantaggi, e delle fortificazioni datele dalla natura. Giovanni Galeazzo fece lavorare sci mesi al di sopra di Valleso per innalzare una diga di straordinaria solidità onde tagliare il corso del fiume, e nello stesso tempo fece aprire una montagna a mano manca per aprirgli uno sfogo nel Veronese. A Francesco di Gonzaga sembrava di già vedere i due laghi di Mantova cambiati in pantani pestilenziali, e le fortificazioni della sua capitale distrutte colla salubrità dell'aria e colla speranza della popolazione. Ne fece lagnanza ai Bolognesi ed ai Fiorentini, e li supplicò di volerlo ajutare[539].

[539] _Platina Histor. Mantuæ, l. III, p. 759._

Queste due repubbliche non volevano abbandonare il loro alleato, ma d'altra parte non credevano di avere sufficiente motivo per rinnovare la guerra; perciocchè ogni parte contraente erasi riservata, pel trattato di Genova, il diritto di fare nel suo territorio le opere e le fortificazioni che credesse convenienti. Non pertanto i Fiorentini mandarono commissarj a Mantova per riconoscere la natura dei luoghi; quando furono tornati, i priori fecero chiamare gli ambasciatori del Gonzaga, e loro dissero: «Fate sapere al vostro padrone, che senza l'ajuto de' suoi alleati, e senza sguainare la spada, egli sarà liberato dalla calamità che crede sovrastargli; un despota che vede gli uomini piegare a tutte le sue volontà, s'immagina frequentemente di potere altresì comandare alla natura; ma questa si ride de' vani suoi sforzi, e mostra bentosto la sua indipendenza.» Gli ambasciatori mantovani tornavano malcontenti alla loro patria con così vaghi conforti; ma intesero, strada facendo, che il Mincio, ingrossato dalle piogge, aveva rotte le dighe di Giovanni Galeazzo, e distrutto in una notte l'opera fatta in più mesi da alcune migliaja d'operai[540].

[540] _Platina Hist. Mantuan., l. III, p. 760. — Chronicon Estense, t. XV, p. 529._

Altre cagioni di guerra sì andavano nello stesso tempo apparecchiando nello stato di Ferrara. Il 31 luglio del 1393 era morto il marchese Alberto d'Este, dopo avere dichiarato suo successore suo figliuolo naturale Nicolò III in età di soli dieci anni. Egli lo aveva legittimato sposando sua madre in punto di morte[541]; ma il più vicino parente d'Alberto, Azzo d'Este, non ammetteva i diritti di un figliuolo d'un'amante, e riclamava a suo favore un'eredità, che suo cugino non aveva pensato di rapirgli se non nell'istante, in cui la vicina morte aveva indebolito il vigore della sua mente[542]. Per altro il popolo di Ferrara riconobbe Nicolò III, non essendo in Italia cosa straordinaria il vedere i figliuoli naturali succedere ai loro padri[543]. Azzo implorò in allora l'assistenza di Giovanni Galeazzo; si unì strettamente con Giovanni di Barbiano, capitano romagnuolo che aveva acquistata grandissima riputazione militare, e col di lui ajuto attaccò lo stato di Ferrara. I Fiorentini dal canto loro si dichiararono per Nicolò, e gli mandarono trecento lance; per tal modo le truppe di Milano ricominciarono a combattere contro le truppe di Firenze senza che la guerra fosse dichiarata fra i due stati[544].

[541] _Chron. Estense, t. XV, p. 531._

[542] _Gio. Batt. Pigna Istor. de' Princ. d'Este, l. V, p. 411._

[543] L'autore aveva di già osservato che Nicolò III era stato legittimato col matrimonio de' suoi genitori, onde doveva risparmiare in questo luogo all'Italia l'imputazione della successione all'eredità paterna de' figli illegittimi, cosa non tanto comune come pare volerlo insinuare il dotto autore, nè propria della sola Italia. _N. d. T._

[544] _Leon. Aretino, l. XI. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 846._

In quest'epoca, in cui il cominciamento delle ostilità poteva rendere alla repubblica fiorentina più prezioso un gran capitano, ella perdette quello, cui doveva, i vantaggi ottenuti nella precedente guerra. Giovanni Acuto mori di malattia il 16 marzo del 1394 in una campagna ch'egli aveva comperata presso Firenze. La signoria gli diede onoratissima sepoltura nella cattedrale, ed il suo sepolcro vi si vede ancora con al di sopra una statua equestre[545].

[545] _Piero Minerbetti, 1393, c. 28, p. 331. — Priorato del Ridolfi, Deliz. degli Erud. Tosc., t. XVIII, p. 141. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 844. — Vita di Gio. Acuto di Domenico Maria Manni. Script. Etrur., t. II._

Mentre la guerra di Ferrara trattavasi assai lentamente, i signori di questa città diedero all'Italia uno spettacolo atroce ad un tempo e ridicolo. I consiglieri di Nicolò III avevano risoluto di liberarsi con un assassinio d'Azzo d'Este suo rivale. Proposero questo attentato al suo amico, e principale appoggio, il conte Giovanni di Barbiano, offrendogli in ricompensa i castelli di Lugo e di Conselice, posti in Romagna presso a quello di Barbiano. Il conte accettò le fattegli offerte, ma in pari tempo ne diede avviso all'amico Azzo. Fecero scelta, d'accordo fra di loro, di un servitore che rassomigliava ad Azzo e lo fecero trattenere in una sala rimota. L'ambasciatore di Nicolò III fu introdotto ad una conferenza con Azzo e col conte nel castello di Barbiano, imperciocchè egli aveva nascosta la sua perfida missione sotto il velo di un trattato con ambidue. Uscirono in appresso e passarono nella camera ove il loro servo gli stava aspettando. Azzo cambiò vesti con lui, e si ritirò, e subito dopo Giovanni di Barbiano fece uccidere lo sventurato servo, che ignorava la ragione del suo travestimento, e si ebbe l'accortezza di sfigurargli il volto con molte pugnalate. Ciò fatto il Barbiano chiamò l'ambasciatore del marchese d'Este, e gli mostrò il cadavere ancora palpitante. «Ecco, gli disse, l'amico che si era di me fidato, e che per servire il vostro padrone, io ho acconsentito di far perire. La vostra corte pensi a soddisfare agli obblighi suoi, avendo io fatto quanto doveva.» In fatti l'ambasciatore scrisse a Ferrara d'aver veduto co' suoi occhi l'ucciso signore, ed i castelli promessi all'uccisore furono immediatamente consegnati al conte di Barbiano. Ma tostocchè gli ebbe in suo potere fece ricomparire Azzo d'Este e ricominciò le ostilità contro Ferrara[546].

[546] _Gio. Battista Pigna Istor. de' Principi di Este, l. V, p. 418. — Cronaca di Bologna, t. XVIII, p. 562._

Mentre ciò accadeva, Vencislao mandò ambasciatori in Italia per cavarne danaro, come praticato aveva Carlo IV suo padre, con vane promesse di protezione. Vencislao portava in allora i titoli d'imperatore eletto e di re dei Romani; ma perduto nella dissolutezza, appena governava, e con mano mal sicura il suo regno di Boemia, mentre la Germania ritornava di nuovo ad un'assoluta indipendenza. I signori di Padova e di Mantova diedero retta alle proposizioni del suoi ambasciatori, e di già progettavano di chiamarlo in Lombardia per farlo combattere contro il Visconti; ma i Fiorentini, assai meglio informati del carattere di Vencislao, e riandando la condotta di suo padre in Toscana, rigettarono tutte le proposizioni, rispondendo ch'essi erano in pace col signore di Milano, e che speravano che questa pace non verrebbe turbata dalle insignificanti contese dei signori di Ferrara[547].

[547] _Leon. Aretino, l. XI._

Vedendo Vencislao che niuno pensava a pagarlo per annientare la potenza di Giovanni Galeazzo, egli entrò nel susseguente anno in trattato con lui medesimo, per sollevarlo a nuove dignità; e gli vendette per cento mila fiorini il titolo di duca di Milano, ed il giorno primo di maggio del 1395 eresse in ducato ed in feudo imperiale la città di Milano colla sua diocesi[548]. Giovanni Galeazzo celebrò con isplendide feste l'acquisto della nuova dignità, ed invitò gli ambasciatori di tutti gli stati d'Italia ad essere testimonj dell'investitura che ricevette il 5 di settembre. I Fiorentini e tutti i popoli della loro lega vi mandarono deputati[549]. I due figli della casa di Carrara, Francesco terzo e Giacomo, vi assistettero personalmente; ed il nuovo duca, volendo mostrarsi riconoscente, liberò il signore di Padova dal tributo cui andava soggetto in forza del trattato di Genova[550].

[548] _Ann. Mediol., t. XVI, c. 157, p. 824._

[549] _Poggio Bracciolini Hist. Florent., l. III, p. 272. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 849._

[550] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 820._

Vencislao con un secondo diploma riunì l'anno susseguente, sotto il titolo di ducato di Milano, tutti gli stati posseduti da Giovanni Galeazzo, tranne Pavia ed il suo territorio, che dichiarò contado. Le città accordate in feudo dall'imperatore alla casa Visconti, erano press'appoco le medesime[551] che avevano formata la lega lombarda, il di cui valore ed intraprese ebbero onorato luogo in principio di questa storia. Da circa cento trent'anni tutte queste città avevano perduta la loro libertà; ma l'autorità del loro signore non era perciò ancora riguardata come legittima, e perchè niuna concessione dell'impero aveva ancora sanzionate le loro usurpazioni, i popoli venivano sempre mantenuti nel diritto di annullarla.

[551] Brescia, Bergamo, Vercelli, Como, Novara, Alessandria, Tortona, Bobbio, Piacenza, Reggio, Parma, Cremona, Lodi, Crema, Soncino, Bormio, Borgo San Donnino, Pontremoli, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno, Bassano, Sarzana ed altri luoghi meno importanti. _Ann. Mediol., c. 158, p. 827._

I Visconti ricevettero una nuova esistenza dal diploma di Vencislao; in forza di questo vennero risguardati come _signori naturali_, siccome diceva il diploma, e non più quali tiranni della Lombardia. Così pure l'eredità venne regolata fra di loro in un modo stabile dietro il sistema feudale.

Ma l'investitura, accordata a Giovanni Galeazzo, doveva riuscire tanto funesta ai suoi successori ed al suo paese, quanto sembrava vantaggiosa a lui medesimo. Fu questa cagione, quando si spense la sua linea maschile, delle rivali pretensioni dei duchi d'Orleans, in appresso re di Francia, quali eredi di una figlia di Giovanni Galeazzo, e di quelle dell'imperatore come _alto signore_ di un feudo ricaduto all'impero; mentre gli altri rami della casa Visconti furono esclusi dall'eredità, e che la Lombardia fu guastata da sovrani stranieri che volevano avervi regno. Avanti la fine del XIV secolo non eravi nelle famiglie de' principi verun altro diritto ereditario che la forza sanzionata da un'apparente approvazione del popolo, e se la Lombardia non fosse stata eretta in ducato, nè la casa d'Orleans, ne l'impero avrebbero vantati diritti sopra la medesima. Tale fu il cambiamento che operò in un paese cui non prendeva veruno interessamento, e dove non aveva alcuna autorità, un imperatore, che i borghesi della sua capitale tennero lungo tempo prigioniero, e che all'ultimo fu deposto dai principi del suo impero.

_Nota_. Uno storico sienese, contemporaneo, riferisce all'anno 1395 un aneddoto che crediamo utile ad illustrare la storia de' costumi di questo secolo. La dignità della storia può bene scendere qualche volta al racconto de' casi dei privati cittadini, quando giovano ad istruire.

L'antica famiglia de' Montanini era stata in guerra con quella de' Salimbeni pel corso di molte generazioni. L'inimicizia di queste due famiglie aveva cominciato in occasione di una caccia del cinghiale, nella quale era stato ucciso un Salimbeni. La famiglia de' Montanini era stata quasi affatto distrutta nell'accanita guerra sostenuta contra i Salimbeni; i suoi poderi erano stati quasi tutti invasi o confiscati, e più non rimaneva di così illustre famiglia che un fratello ed una sorella. Carlo ed Angelica erano figliuoli di Tommaso Montanini, soggiornavano nella Val di Strove in un piccolo podere il di cui valore appena ammontava a mille fiorini, ed avevano ristrette le loro spese alle entrale di così piccola parte del vasto patrimonio de' loro animati. Un loro vicino desiderava questo piccolo podere per incorporarlo a' suoi possedimenti. Era un plebeo assai potente nel governo di Siena, e faceva parte di quella oligarchia artigiana, sospettosa e gelosa, che sotto la direzione dei Salimbeni erasi resa padrona del governo l'anno 1390, e cui non si poteva offendere senza il più grave pericolo. Carlo Montanini ricusò più volte di vendere le sue terre al vicino che voleva comperarle, determinato di conservarle a sua sorella Angelica, onde potere aggiungere alla sua freschissima età di quindici anni ed alla rara sua bellezza una conveniente dote.

Il vicino per vendicarsi del rifiuto di Carlo, e porlo nella impossibilità di conservare il suo patrimonio, l'accusò al governo di essere entrato in una cospirazione coi Guelfi e coi nobili contro i Salimbeni ed il governo popolare. L'odio ereditario delle due case rendeva probabile l'accusa, rinforzata dall'autorità dell'accusatore. Carlo Montanini non fu condannato a pena capitale, ma fu invece assoggettato ad un'ammenda di mille fiorini da pagarsi, sotto pena di morte, entro quindici giorni. Ma l'avidità del delatore fa delusa, perciocchè il Montanini per non ridurre la sorella in estrema miseria preferì di morire in prigione, piuttosto che uscirne mediante la perdita dell'eredità paterna. Aveva alcuni parenti materni, che però non osarono di soccorrerlo per non rendersi sospetti al governo e tirarsi addosso la medesima disgrazia; le donne soltanto recavansi ogni giorno a consolare Angelica ed a piangere insieme.

La mattina del quindicesimo giorno Anselmo Salimbeni passando a cavallo innanzi alla casa di Montanini, osservò queste donne piagnenti, ed udì da loro la sorte che sovrastava all'ultimo crede di una famiglia rivale della sua. Aveva di già adocchiata la rara bellezza di Angelica, ma non aveva giammai parlato nè a lei, nè al fratello, opponendovisi la memoria di tanto sangue versato nelle contese della sua famiglia con quella dei Montanini. Per altro Anselmo, vinto da compassione all'aspetto di tanta sventura, si recò all'istante presso il tesoriere del comune, e pagati i mille fiorini dell'ammenda, ordinò al carceriere di porre in libertà Carlo Montanini. Questi sorpreso di vedersi rilasciato nel momento medesimo, in cui aspettava la morte, volò presso la sorella, che stava immersa nelle più crudeli angosce. Nè Angelica, nè le sue amiche sapevano spiegare o comprendere per quali mezzi fosse stata renduta a Carlo la libertà. In breve la casa di Montanini si riempì di parenti e di vicini che venivano a felicitarli. Carlo, che credeva di trovare tra di loro il suo liberatore, gli andava ringraziando l'uno dopo l'altro, ma tutti se ne scusavano vergognandosi, ed allegando i motivi o i pretesti che loro avevano impedito di soccorrerlo. All'indomani andò a chiederne contezza al tesoriere del comune, e da lui seppe che andava debitore della vita al figlio de' suoi nemici.

Carlo Montanini, colpito da tanta generosità, volle superare in magnanimità il Salimbeni. Non bastando le preghiere, dovette far uso della sua autorità per ridurre Angelica ad eseguire i suoi voleri; e quando questa ebbe promesso di dare in riconoscenza al benefattore di suo fratello quanto aveva di più caro al mondo, lo prevenne altresì ch'ella penserebbe pure alla propria gloria, e che non vivrebbe nel vizio e nel disonore.

Due ore dopo il tramontare del sole il fratello e la sorella recaronsi alla casa d'Anselmo Salimbeni: Carlo domandò di parlare senza testimonj a questo cavaliere, ed essendo stato introdotto presso di lui colla sorella, gli disse: «A voi, o signore, io devo la sgraziata vita che mi resta; a voi mia sorella deve suo fratello e l'onor suo. Se la fortuna non avesse con tanto accanimento perseguitata la mia famiglia non ci sarebbero mancati modi di manifestarvi almeno in parte la nostra riconoscenza. Ma omai più non ci rimangono che i nostri corpi e le nostre anime; voi le avete salvate; a voi dunque appartengono; noi le affidiamo alla vostra generosità, alla vostra pietà, affinchè ne usiate come di cose vostre.»

Dopo avere così parlato, uscì bruscamente, e lasciò la sorella sola col Salimbeni. Questi si disponeva a parlarle, ma colpito dal suo mortale pallore e dalla disperazione che le scorgeva sul volto, uscì egli medesimo all'istante, fece chiamare le signore del vicinato, e le pregò di tenere compagnia alla nobile damigella che troverebbero in casa sua. Estrema fu la loro sorpresa vedendo Angelica nell'appartamento del Salimbeni; il modesto contegno della giovinetta smentiva ogni ingiurioso sospetto, ma l'aperta nimicizia delle due famiglie non permetteva loro d'indovinare i motivi della sua venuta. Tutte stavano in silenzio e si perdevano dietro vane congetture. Intanto Anselmo aveva fatto adunare i suoi parenti in casa sua, e chiamò con loro Angelica e le signore che le tenevano compagnia. Allora pregò colle lagrime agli occhi tutti i suoi amici a volerlo accompagnare, e senz'altro dire recossi alla casa di Montanini con tutto il corteggio preceduto da molte fiaccole.

«Voi avete voluto parlarmi senza testimonj, disse a Carlo, io invece vi chiedo di udire la mia risposta in presenza di quest'onorata compagnia. È omai lungo tempo ch'io fui colpito dalla bellezza, dalla modestia, da tutte le virtù di vostra sorella Angelica; io aveva sentito che niun'altra donzella meritava più di lei di essere nobilmente amata. Io avevo per altro tenuto sempre celata questa mia inclinazione, e veruno non la seppe prima di voi. La disgrazia che vi colpì, ed il servigio ch'io vi resi, vi diedero motivo di leggere nel mio cuore. Non sapendo voi sopportare una cortesia senza ricompensa, vi siete dato con vostra sorella nelle mie mani, ponendo in mio arbitrio la vostra vita, il vostro onore, la vostra esistenza. Io accetto questo prezioso dono; ma sarebbe di me cosa indegna il possederlo con un titolo illegittimo. Se voi dunque vi acconsentite, io prendo alla presenza di questa onorata assemblea Angelica Montanini per mia cara sposa; accetto suo fratello Carlo per mio cognato, ed intendo che d'ora innanzi tutti i miei beni sieno tra di noi comuni.» Le nozze si celebrarono immediatamente e con gran pompa. La riconciliazione dei Montanini coi Salimbeni richiamò l'attenzione del governo; furono riveduti i processi di Carlo, e riconosciutasi l'ingiustizia di cui poco mancò che non fosse vittima, gli venne resa la pagata ammenda, e fu riammesso a tutti i diritti della cittadinanza. — _Annali Sanesi di un anonimo vivente dal 1385 al 1422, t. XIX. Rer. Ital., p. 397-411._

CAPITOLO LV.

_I Genovesi si danno al re di Francia. — Tentativo di Giovanni Galeazzo sopra Samminiato; ricomincia la guerra. — Disfatta dei Milanesi a Governolo; tregua. — Gherardo di Appiano vende Pisa a Giovanni Galeazzo. Gli si danno ancora Siena e Perugia._

1396 = 1399.

Le perdite cagionate dalla guerra di Chiozza avevano privati i Genovesi di ogni influenza sul rimanente dell'Italia; onde nello spazio di quattordici anni non avemmo che due volte occasione di parlare di loro, quando liberarono Urbano VI assediato in Nocera, e quando colla loro mediazione ristabilirono la pace fra Giovanni Galeazzo e la repubblica fiorentina. Non pertanto questi quattordici anni erano stati un periodo di continue agitazioni e burrasche. Le fazioni erano diventate più violente, e le guerre civili da loro occasionate privavano i Genovesi di ogni influenza sui loro vicini. Per ultimo le rivoluzioni si resero così frequenti, che i cittadini, più non trovando garanzia nelle leggi da loro pubblicate, o protezione ne' magistrati, ch'essi medesimi avevano nominati, si assoggettarono volontariamente ad un monarca straniero, affinchè il suo giogo s'aggravasse egualmente sugli oppressori e sugli oppressi.

In verun'altra repubblica non eransi mai contate nello stesso tempo tante fazioni come in Genova. Perciò tra tutti i popoli d'Italia, i Genovesi passavano per i più volubili ed impazienti. Le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini non erano per anco spente, sebbene da lungo tempo non esistesse più l'oggetto per cui s'erano formate. Antichi odj dividevano ancora le famiglie che si erano altre volte battute, e tali odj passavano di padre in figlio come parte dell'avito retaggio. Di quando in quando queste nimicizie scoppiavano di nuovo, ed ogni zuffa era quasi sempre foriera di rivoluzione nello stato. Un'altra rivalità segregava i nobili dai cittadini. I primi erano esclusi dall'amministrazione: le quattro più potenti famiglie dei Doria, degli Spinola, dei Grimaldi e dei Fieschi eransi rifugiate ne' loro feudi, e facevano la guerra alla repubblica senza essere in pace fra di loro. Invano venivano esclusi da ogni partecipazione al governo, i proprj vassalli, le proprie fortezze loro assicuravano sempre un distinto rango nello stato; l'asprezza delle montagne, le naturali fortificazioni delle valli loro agevolavano la difesa dei proprj feudi: i nobili non temevano nei proprj castelli l'odio del popolo e la vendetta degl'irritati loro concittadini; ed a dispetto delle leggi trasmettevano di secolo in secolo ai loro discendenti i loro odj e le loro forze.

Tra le famiglie de' cittadini, loro succedute nell'amministrazione dello stato, eranvene quattro che s'innalzavano al di sopra de' borghesi, come le quattro famiglie nobili s'erano innalzate sopra la nobiltà; ed ognuna aveva un partito nel popolo cui aveva dato il proprio nome. I capi di queste quattro famiglie erano Antoniotto Adorno, Pietro Fregoso, Antonio di Montalto e Lodovico Guarco, ognuno de' quali aspirava alla dignità di doge della repubblica, ed ognuno ottenne la volta sua quest'onore da' suoi partigiani. Dall'anno 1390 al 1394, dieci rivoluzioni mutarono in Genova dieci volte il primo magistrato della repubblica, e si vide il trono ducale a vicenda occupato dai capi di nuove famiglie o da cittadini che appartenevano ad un altro partito de' borghesi, chiamato lo stato di mezzo. In questi stessi anni scoppiarono altre turbolenze, perciocchè i partiti vinti fecero molti inutili tentativi per riprendere la superiorità[552].

[552] Ecco l'ordine cronologico nel quale questi dogi efimeri succedettero ad Antoniotto Adorno, che, nel 1390, regnava per la seconda volta.

1390 Giacomo Fregoso;

1391 Antoniotto Adorno III;

1392 Antonio di Montalto;