Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 18
Quando Acuto ebbe ottenuto questo vantaggio si rimise in marcia e passò l'Oglio senza impedimento, non osando i suoi nemici, che più cautamente lo seguivano, attaccare le sue ordinanze. Guadagnò pure sopra di loro una marcia, e passò ancora il Mincio senza che un solo soldato di Giovan Galeazzo si mostrasse su quelle sponde. Ma doveva passare l'Adige, e la difficoltà era maggiore, sia a cagione della rapidità di questo fiume, sia perchè i nemici eransi di già appostati lungo le dighe che lo contengono. I piani della Lombardia sono quasi tutti inferiori al livello de' fiumi che gli attraversano, e le acque sono tenute nel loro letto artificiale da dighe che le sostengono alte abbastanza perchè possano versarsi nel mare. Ma quando queste dighe sono rotte, i fiumi inondano la campagna e vi formano laghi e paludi che non possono asciugarsi che con lungo lavoro. Il piano in cui erasi posto Acuto tra il Po a mezzogiorno, l'Adige a settentrione ed il Polesine di Rovigo a levante, venne tutt'ad un tratto inondato da Giacomo del Verme che aveva fatte rompere le dighe dell'Adige. Questo fiume, abbandonato il suo letto, precipitavasi nella valle veronese (così chiamansi i bassi piani cui circondano le più elevate dighe de' fiumi), ed andava formando intorno al campo fiorentino un lago, che sempre più alzavasi, e più omai non vedevansi che acque a perdita di vista, che minacciavano di coprire lo stesso terreno occupato dall'armata. Si cominciava ad avere mancanza di vittovaglie, e Giacomo del Verme, avendo finalmente riunite tutte le sue truppe, chiudeva la sola uscita che sembrava rimanere ai Fiorentini. Era così persuaso che Acuto non aveva altra speranza di salute che quella di deporre le armi, che fece interpellare Giovanni Galeazzo, in qual modo voleva che gli fossero dati i nemici[514]. Per mezzo d'un trombetta mandò ad Acuto una volpe in una gabbia. L'Inglese ricevendo questo simbolico regalo incaricò il messo di dire al generale milanese, che la sua volpe non pareva melanconica, senza dubbio perchè sapeva per quale porta uscire dalla sua gabbia[515].
[514] _Piero Minerbetti, c. 165 p. 257._
[515] _Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 264._
Verun altro generale che Acuto conosciuto non avrebbe, nè osato tentare quest'uscita; ma il vecchio soldato che univa somma prudenza a grande coraggio, aveva inspirata tanta confidenza alle sue truppe, che queste mai non bilanciavano a seguirlo, qualunque fosse il cammino pel quale le conduceva. Acuto lasciò le tende alzate e piantati gli stendardi nel luogo elevato in cui aveva tracciato il suo campo e prima che spuntasse il giorno entrò arditamente nella campagna inondata, avanzandosi alla testa della sua armata dalla banda delle dighe dell'Adige, sette in otto miglia al di sotto di Legnago. Camminò così tutto il giorno e parte della seguente notte avendo l'acqua fino al ginocchio de' cavalli. Veniva alquanto ritardata la marcia dalla melma entro la quale spesso affondavano i soldati, e dai canali, di cui per le sovrapposte acque più non distinguevansi le rive. Attraversò in tal modo tutta la valle veronese e giunse in faccia a Castel Baldo sulla riva dell'Adige, il di cui letto non aveva più acqua. In questo castello che apparteneva al signore di Padova ristorò le truppe dai sostenuti disagi. I più deboli cavalli erano periti in così difficile e pericolosa marcia; ma l'armata della lega era salvata, e Giacomo del Verme non s'arrischiò di attraversare le acque per inseguirla[516].
[516] _Piero Miner. 1391, c. 16, p. 257. — Leon. Aretino, l. X. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 264. — Chron. Est., t. XV, p. 523._
I Fiorentini non avevano osato sperare che il loro generale uscirebbe dal laccio cui erasi lasciato prendere, e credevano di aver perdute una dopo l'altra le più belle armate che la repubblica avesse mai allestite. Non perciò si scoraggiarono; richiamarono una terza armata, che sotto gli ordini di Luigi di Capoa, figliuolo del conte d'Altavilla, guastava allora il territorio di Siena, e che quasi tutti aveva distrutti i raccolti di questa provincia. Luigi di Capoa tornò a Firenze con quattro mila cavalli[517], e ben tosto dopo vi giunse lo stesso Acuto, dopo avere lasciati a Padova mille duecento cavalli per proteggere Francesco da Carrara.
[517] _Piero Minerbetti, c. 5, p. 245, e c. 12, p. 252. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 823._
Giacomo del Verme vedendo che l'Acuto gli era fuggito di mano cercò almeno di giugnere in Toscana prima di lui. Attraversò il Po ed il territorio di Piacenza, valicò gli Appennini, scese nella val di Magra ed entrò per Sarzana nello stato fiorentino. Scorse il Lucchese, il Pisano, il Volterrano e s'avanzò fino a Siena; ma l'Acuto, cui Giovanni di Barbiano, generale dei Bolognesi, erasi unito, tenne dietro strettamente al del Verme, per impedire che guastasse le campagne. Ne' mesi di settembre e di ottobre le due armate si osservarono e si minacciarono senza però venire mai ad una battaglia. Giacomo del Verme, dando a dietro, attraversò la val d'Elsa, passò l'Arno, e scorse parte del Pistojese; ma l'Acuto lo seguiva da vicino, onde i di lui soldati non potevano disperdersi per ruinare il paese. Il generale milanese, giunto a Montecarlo nella Val di Nievole, ebbe ancor esso paura d'essere circondato dalle superiori forze de' Toscani; abbandonò a mezza notte il campo, e fuggì a traverso gli Appennini dopo avere perduta parte dell'infanteria[518].
[518] _Piero Minerbetti, c. 24, 25, p. 268. — An. Sanesi anonimi, t. XIX, p. 396. — Scipione Ammirato, l. XV. p. 825._
Le potenze belligeranti cominciarono a sentire il peso della guerra, senza che l'una o l'altra avesse conseguiti gli sperati vantaggi; diverse potenze amiche eransi offerte mediatrici, ed Antoniotto Adorno, che questo stesso anno aveva ricuperato colle armi il trono ducale, persuase il signore di Milano ed i Fiorentini a mandare a Genova i loro ambasciatori. Vi giunsero pure con ampie facoltà quelli di Bologna e di Francesco da Carrara; e Riccardo Caraccioli, gran maestro di Rodi, fu incaricato dal papa di presedere al loro congresso.
Gli ambasciatori avevano convenuto intorno alle basi del trattato di pace: ma poi scelsero arbitri il doge di Genova ed il gran maestro di Rodi, perchè decidessero intorno ai particolari non ancora decisi. Adorno era Ghibellino e perciò parziale pel Visconti, ma il popolo di Genova favoriva i Fiorentini[519]. Gli arbitri, dopo lunghe disamine, dettarono finalmente le condizioni della pace il 28 gennajo 1392 sotto le forme d'una sentenza arbitramentale. A Francesco Novello di Carrara conservarono Padova ed il suo territorio, tranne Bassano e due altri castelli; ma gl'imposero un tributo di mille fiorini, ch'egli ed i suoi successori pagherebbero per cinquant'anni al signore di Milano. I Bolognesi ed il marchese d'Este vennero compresi nella pace del signore di Padova quale alleati de' Fiorentini; il signore di Mantova, i Sienesi ed i Perugini come alleati di Giovan Galeazzo. Finalmente gli arbitri proibirono ai Fiorentini d'immischiarsi negli affari di Lombardia, ed a Giovan Galeazzo di prendere parte in quelli di Toscana, tranne la vicendevole protezione degli alleati loro, riconosciuti dalle due parti[520].
[519] _Piero Minerbetti, c. 39, p. 282._
[520] _Leon. Aretino, l. X, verso il fine. — Poggio Bracciolini, l. III, p. 269. — Chron. Estense, t. XV, p. 525. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 829._
Ma perchè Antoniotto Adorno, uno degli arbitri, aveva in più maniere data a conoscere la sua parzialità, la signoria di Firenze, prima che si pronunciasse la sentenza, determinò di non accettarla. A tale notizia molti ambasciatori si ritirarono dal congresso, e gli arbitri non pronunciarono intorno ad alcuni articoli ancora in disputa, fra i quali la liberazione del vecchio Francesco da Carrara che Giovanni Galeazzo teneva sempre in prigione, il possesso del castello di Lucignano, ed altri meno importanti oggetti. Non pertanto quando la sentenza degli arbitri fu nota a Firenze, la signoria l'accettò qual era per mettere fine alle calamità della guerra, e la fece pubblicare il 18 febbrajo del 1392. Nel congresso di Genova uno degli arbitri aveva domandato che le parti guarentissero l'osservanza della pace; cui Guido Neri, uno degli ambasciatori fiorentini, rispose: «la nostra guarenzia sarà la spada, poichè Giovanni Galeazzo ha sperimentato le nostre forze, e noi abbiamo provate le sue[521].»
[521] _Leon. Aretino, l. X. — Annales Bonincontrii Miniat., p. 62. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 830._
Ma la guarenzia che i repubblicani fiorentini trovavano nel loro coraggio non poteva bastare a Francesco da Carrara. Questo principe, lontano da' suoi alleati e troppo debole per difendersi solo, aveva più a temere di Giovan Galeazzo in pace che in guerra. La sola amicizia dei Veneziani poteva essere la sua salvaguardia, onde tutto adoperò per conciliarsela. Dopo varie pratiche andò in ultimo egli stesso a Venezia il 5 marzo 1393, ed ottenuta dal doge Antonio Venieri pubblica udienza, domandò che la repubblica scordasse i torti di suo padre; promise d'ora in poi di essere verso la signoria come un figliuolo ubbidiente e rispettoso, e chiese per sè e per tutta la sua famiglia la protezione della repubblica. Dopo questa solenne riconciliazione, colmato di onori dai Veneziani, tornò nella sua capitale[522], ansioso di condurre a fine la liberazione di suo padre per la quale offriva una grossa taglia. Ma prima che fosse accettata, il vecchio Carrara morì in prigione il 6 ottobre del 1393. Il conte di Virtù mandò il corpo di questo sventurato principe a Padova, ov'ebbe dal figliuolo magnifici funerali[523].
[522] _Andrea Gataro, p. 811._
[523] _Ivi, p. 814._
Il trattato di Genova, rendendo la pace alla repubblica fiorentina ed alla Toscana, non assicurava per altro la loro tranquillità. Giovanni Galeazzo cercava colle sue pratiche di ridurre a compimento una conquista che non aveva potuto fare a forz'aperta. Egli aveva, siccome ancora i Fiorentini, licenziata la maggior parte delle truppe; ma i soldati congedati dalle due potenze unironsi in compagnie di ventura, sulle quali il Visconti non lasciava di conservare una segreta influenza. Egli le spinse a più riprese in Toscana, ma i Fiorentini col loro fermo contegno le allontanarono ogni volta dai proprj confini[524].
[524] _Piero Minerbetti 1391, c. 47, p. 290; 1392, c. 1., p. 293; c. 9, p. 299._
Verso lo stesso tempo Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, passò per Bologna e Firenze, rendendosi a Roma sotto pretesto d'un pellegrinaggio; ma infatti per formare una potente lega che si opponesse agli ambiziosi progetti d'ingrandimento di Giovanni Galeazzo. Fino a tale epoca aveva avute con questo principe strettissime relazioni d'amicizia; ma un odio implacabile, un ardente desiderio di vendetta prese il luogo dell'antica amicizia. Il Gonzaga aveva avuta per moglie una figlia di Barnabò Visconti, cugina ad un tempo e cognata di Giovanni Galeazzo. Ma quest'ultimo temeva che in cambio di rispettare questo doppio legame, ella non pensasse che a vendicare suo padre Barnabò, ch'egli avea fatto morire di veleno, e suo fratello Carlo Visconti da lui spogliato della paterna eredità. Risolse adunque di rapirle l'affetto del marito, credendo per tal via di meglio assicurarsi l'attaccamento del Gonzaga. L'ambasciatore del Visconti avvisò il signore di Mantova, che sua moglie lo tradiva, ed assicurò questo principe che potrebbe averne le prove in una criminosa corrispondenza ch'era in sua mano il sorprendere nel di lei appartamento. Egli stesso aveva effettivamente nascoste nel luogo che gl'indicava le supposte lettere: queste si trovarono, ed il segretario della principessa, posto alla tortura, confessò tutto quanto si voleva, onde il Gonzaga in un eccesso di furore fece tagliare la testa alla moglie, dalla quale aveva già avuti quattro figli, ed appiccare il segretario[525]. Ma questo infernale intrigo venne finalmente scoperto, ed il Gonzaga, tormentato dai rimorsi, più non respirò che vendetta contro colui che aveva spinta sua moglie sul patibolo. Giovanni Galeazzo, più non potendolo avere tra i suoi alleati, si affrettò di essere il primo ad accusarlo; e si dolse con tutte le corti del supplicio della principessa di Mantova sua cugina e cognata[526].
[525] _Piero Minerbetti, 1390, c. 49, p. 240. — Sozomeni Pistor. Histor., t. VI, p. 1145. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 813._
[526] _Platina Histor. Mantuana, t. XX, l. III, p. 756._
Intanto il Gonzaga, di ritorno da Roma, adunò a Mantova un congresso per formare un'unione tra i Guelfi, e l'otto di settembre del 1392 venne sottoscritto un trattato di alleanza tra le repubbliche di Firenze e di Bologna, ed i signori di Padova, Ferrara, Mantova, Ravenna, Faenza ed Imola. Si obbligavano i confederati a concorrere con tutte le loro forze al mantenimento dell'equilibrio e della pace d'Italia, ed a difendersi vicendevolmente quando alcuno di loro venisse attaccato[527].
[527] _Piero Minerbetti, 1392, c. 2, p. 293. — Poggio Bracciolini, l. III, p. 270. — Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1150. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 834._
Ma nello stesso tempo Giovan Galeazzo strascinava nel suo partito la repubblica di Pisa, alleanza quanto per lui vantaggiosa altrettanto nociva ai Fiorentini. Questa repubblica dopo il 1366, in cui Pietro Gambacorti col soccorso de' Fiorentini era tornato in patria, era stata sempre da lui governata. Ogni anno egli era stato confermato nella carica di capitano generale, e, sebbene si foss'egli condotto con molta moderazione e modestia, tutte le più importanti magistrature erano state accordate alla di lui famiglia; ed i suoi nipoti facevano spesso sentire al popolo col loro fasto e colla loro insolenza, ch'egli era vicino a perdere la libertà. Il disinteressamento di Pietro Gambacorti, la sua affabilità ed i suoi costumi repubblicani ritardavano ancora i progressi del malcontento. Era egli affezionato ai Fiorentini per riconoscenza e per inclinazione ereditaria; era inoltre alleato di Giovanni Galeazzo, e mentre aveva cercato d'essere il mediatore tra le due potenze, aveva conservata alla sua patria una costante pace. I Pisani, malgrado l'antico loro odio verso i Fiorentini, sentivano il prezzo della presente prosperità, e Pietro avrebbe indubitatamente conservata fino alla morte la sua autorità sui proprj concittadini, se non avesse avuto la sventura d'accordare la sua confidenza ad un traditore.
Il Gambacorti aveva nominato cancelliere perpetuo della repubblica Jacopo d'Appiano, ch'era inoltre diventato il suo più intimo consigliere. Il padre dell'Appiano era nato di poveri parenti nel territorio fiorentino; si era attaccato ai Gambacorti, e quando Carlo IV aveva incrudelito così barbaramente contro questa famiglia, aveva perduta ancor'esso la testa sul patibolo coi suoi protettori. Pietro Gambacorti aveva per riconoscenza chiamato presso di sè Jacopo d'Appiano che era press'a poco della sua età, e nel quale unicamente fidava[528].
[528] _Scip. Amm., l. XV, p. 794, e l. XVI, p. 853._
Appiano, uomo di grande ingegno e di somma accortezza, aveva a sè richiamati i principali affari, si era formate molte creature, ed un'opinione oramai indipendente da quella del suo protettore[529]. Erasi dichiarato zelante partigiano di Giovanni Galeazzo, aveva mandato suo figlio al servigio del signore di Milano; e questi essendo stato fatto prigioniere dai Fiorentini quando Giacomo del Verme fuggì da Montecarlo, il Visconti, per ottenere la sua libertà, l'aveva cambiato con un ambasciatore fiorentino preso col conte d'Armagnacco. Questo singolare favore di Giovanni Galeazzo aveva fatto sospettare che l'attaccamento dell'Appiano aveva per base un piano più esteso. I Fiorentini che vedevano quest'uomo adunare satelliti, ed approfittare dell'odio de' Pisani contro Firenze per fortificare il suo partito, prevennero più volte il Gambacorti di tenere gli occhi aperti sopra di lui[530]. Ma Pietro, incapace di un tradimento egli medesimo, non poteva sospettare reo un altro, e soprattutto non poteva credere che un vecchio di settant'anni, allevato in casa sua fino dalla prima fanciullezza, che gli andava debitore di tutta la sua grandezza, che aveva tenuto uno de' suoi figli al sacro fonte[531], volesse in sul finire della vita tradire il suo vecchio benefattore.
[529] _Bernardo Marangoni Chron. di Pisa, p. 810._
[530] _Poggio Bracciolini, l. III, p. 270._
[531] _Memorie Storiche di ser Naddo di Montecatini. Delizie degli Eruditi, t. XVIII, p. 133._
Jacopo d'Appiano era aperto nemico di Giovanni de' Lanfranchi, ed assicurava di avere adunati alcuni soldati soltanto per difendersi contro questo gentiluomo[532]. Pietro Gambacorti volle riconciliare questi due cittadini; chiamò a sè il Lanfranchi, e mentre questi usciva dalla di lui casa il 21 ottobre fu attaccato dai satelliti di Jacopo d'Appiano, ed ucciso nella strada con suo figlio che aveva voluto difenderlo[533]. Gli assassini si rifugiarono in casa dell'Appiano; Pietro li fece domandare, ed Appiano li ricusò. Frattanto la città era in tumulto, i cittadini prendevano le armi, ed i Bergolini, antichi partigiani dei Gambacorti, accorrevano ad offrire il loro ajuto a Pietro. Rispose questi che l'affare doveva terminarsi colle vie ordinarie della giustizia, senza cagionare movimenti in città, e si limitò a far armare la guardia, di cui ne mandò parte ad occupare il ponte vecchio sotto il comando di suo figliuolo. Jacopo d'Appiano non aveva la stessa moderazione; aveva chiamati da Lucca de' fantaccini o _masnadieri_, ed inoltre riuniva intorno a sè tutti i più caldi Raspanti e Ghibellini. Quando si trovò abbastanza forte mandò suo figlio ad attaccare ponte vecchio. Lorenzo, ferito nel difenderlo, si ritirò allora colla sua truppa avanti alla casa de' Gambacorti. Jacopo d'Appiano giunse bentosto sulla stessa piazza per attaccarlo, e la zuffa sarebbe stata assai lunga e dubbioso l'esito, se Pietro, vedendo dalla finestra il suo vecchio amico che s'avanzava, non avesse vietato di tirare contro di lui. Richiestovi da Jacopo egli discese per trattare, ed acconsentì ad allontanarsi dalla calca solo con lui. Appiano, chiamandolo suo compare gli stese la mano: era questo il segno convenuto cogli assassini, che subito lo circondarono, e l'uccisero mentre stava per montare a cavallo. I suoi amici si dispersero in sul momento, la sua casa fu saccheggiata, e Jacopo d'Appiano s'avviò verso la piazza degli anziani, ov'era rimasto un altro figlio del Gambacorti alla testa del rimanente della guardia: dopo breve resistenza pose in fuga quei soldati, e fece il figlio dell'estinto amico prigioniere; i figliuoli di Pietro, tutti e due feriti, perirono avvelenati in prigione avanti il settimo giorno[534].
[532] _Marangoni Croniche di Pisa, p. 811._
[533] _Piero Minerbetti, 1392, c. 18, p. 305._
[534] _Piero Minerbetti, 1392, c. 20, p. 308. — Chron. Esten., t. XV, p. 528. — Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1152. — Memor. Storiche di ser Naddo, p. 132. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 836. — Paolo Tronci Ann. Pisani, p. 472._
Intanto andavano giugnendo in città moltissimi fanti assoldati da Jacopo di Appiano, come pure contadini e banditi, ai quali si abbandonarono le case de' principali Bergolini e de' più ricchi mercanti fiorentini. Appiano, approfittando del terrore che ispirava così al popolo, si fece nominare capitano e difensore di Pisa il 25 ottobre. Due giorni dopo si fece armare cavaliere, ed allora cominciò a governare la sua patria non più come principale cittadino, ma come padrone. Giovanni Galeazzo che colle istigazioni e promesse era stato il primo autore della trama di Jacopo d'Appiano, ne raccolse pure i principali frutti. Egli si affrettò di spedire truppe a Pisa sotto colore di soccorrere una sua creatura, ed il nuovo tiranno più non ardì di operare che a seconda delle volontà del signore di Milano[535].
[535] _Leon. Aretino, l. XI._
In sul cominciare del seguente anno i Fiorentini cercarono di calmare altre non meno pericolose rivoluzioni scoppiate a Perugia. In questa repubblica, che andava debitrice di tutta la sua grandezza alla fazione guelfa, la guerra fatta contro il papa nel 1377 aveva tornato in qualche favore i Ghibellini e l'antica nobiltà. La famiglia Baglioni, la più illustre di questo partito, ne aveva approfittato per impadronirsi del governo. Gli antichi Guelfi dopo varj tentativi per ricuperare la perduta influenza erano stati esiliati. Pandolfo Baglioni erasi nel 1390 posta colla città di Perugia sotto la protezione di Giovanni Galeazzo; e gli emigrati di questa città si erano attaccati ai Fiorentini. Le due fazioni avevano continuato a battersi anche dopo la pace di Genova, ed il territorio di Perugia era guasto dalla guerra civile. I Fiorentini, che temevano di vedere riaccendersi in quella provincia un nuovo incendio, persuasero i Perugini a sottomettersi all'autorità del papa, e determinarono Bonifacio IX a stabilire la sua residenza in Perugia; colla di lui mediazione venne firmato tra le due fazioni un trattato di pace il 7 maggio del 1393[536]. Ma accaniti nemici, che credevansi obbligati a vendicare le proprie offese e quelle che avevano ricevute i loro antenati, non potevano vivere lungamente in pace entro le stesse mura. Nel mese di luglio uno degli emigrati rientrato in patria fu assassinato nelle strade, e Pandolfo Baglioni, il capo della nobiltà, prese a difendere gli assassini contro al podestà che voleva punirli. Allora gli altri emigrati si accordarono a vendicarlo. Il 30 luglio assalirono Pandolfo, mentre tornava dal palazzo di giustizia con circa venti compagni, lo uccisero con quasi tutti i suoi, e perseguitando poi tutti quelli della stessa famiglia e della stessa fazione, uccisero altri cinque Baglioni, più di ottanta gentiluomini, o cittadini ghibellini, e più di cento plebei, che sotto il nome di Beccarini si erano addetti alla nobiltà. Dopo questa carnificina furono esiliati più di trecento Ghibellini. Il papa, testimonio di questi orrori che non poteva impedire, fuggì la stessa notte in Assisi[537]. In tal modo Perugia tornò al partito guelfo ed all'alleanza de' Fiorentini, ma esausta affatto, minacciata da nuove congiure, ed incapace di dare soccorso ai suoi alleati.
[536] _Piero Minerbetti, c. 3, 1393, p. 314. — Pompeo Pellini Istoria di Perugia, p. II, l. X, p. 35. — Raynald. Ann. Eccles., 1392, § 6, t. XVII, p. 72. — Scip. Amm. l. XVI, p. 834._
[537] _Piero Minerbetti, c. 17, p. 322. — Vita Bracchii Perusini a J. Antonio Campano, t. XIX. Rer. Ital. l. I, p. 444. — Pompeo Pellini Stor. di Perugia, l. X, p. II, p. 47._
Firenze medesima non andò esente da interne sedizioni. In sul cominciare di ottobre venne denunciata ai priori una congiura popolare contro la regnante aristocrazia. I plebei, vedendo che si voleva incrudelire contro di loro, recaronsi in folla avanti alla casa di Vieri e di Michele dei Medici, capo di questa famiglia dopo la morte di Salvestro, pregandoli a prendere il gonfalone del popolo ed a proteggerli contro i loro oppressori. I Medici fecero al contrario uso di tutto il loro credito per calmare il basso popolo, e gli Albizzi, allora dominanti, si valsero di questo movimento per escludere dal governo tutte le famiglie degli Alberti ch'essi odiavano, e per esiliar i due principali loro capi[538]. E per tal modo l'aristocrazia degli Albizzi si rassodò viemeglio, ma è pur d'uopo confessare che verun'altra fazione non aveva mai dato prove di più vasti talenti, nè di un più grande carattere. Nè alla repubblica, in mezzo ai pericoli cui l'esponeva l'ambizione di Giovanni Galeazzo, abbisognavano meno esperti capi.
[538] _Piero Minerbetti, c. 21-24, p. 325. — Poggio Bracciolini, l. III, p. 271. — Sozomeni Histor. p. 1156. — Scipione Ammirato, l. XVI, p. 840._