Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 17
I Veneziani, che cominciavano ad adombrarsi della crescente grandezza di Giovan Galeazzo, avevano promesso alle repubbliche di Firenze e di Bologna che manterrebbero un'esatta neutralità, e darebbero libero passaggio alle armate delle due parti pel territorio trivigiano[484]. Francesco da Carrara aveva approfittato di questa concessione per mettersi in marcia, senza aspettare il duca di Baviera, i di cui apparecchi non erano per anco terminati. Aveva trovato a Cividale del Friuli circa trecento lance che Michele di Rabatta, suo strettissimo amico ed altri gentiluomini di questa provincia avevano ragunate al suo soldo; ed egli si era avanzato fino ai confini degli stati de' suoi antenati, facendosi portare avanti tre stendardi, quello del comune di Padova, gli stemmi di sua famiglia, e di quella della Scala. I Fiorentini lo avevano impegnato a prendere sotto la sua protezione Can Francesco della Scala, figlio d'Antonio, cui aveva egli medesimo fatta la guerra, ma che Giovanni Galeazzo aveva fatto avvelenare, dopo averlo spogliato de' suoi stati.
[484] _Ivi, p. 772._
Alla vista degli stendardi di Carrara tutti gli abitanti del territorio di Padova presero le armi, perciocchè sotto il governo de' Visconti trovavansi più aggravati di gabelle di quel che lo fossero sotto gli antichi loro principi; mentre verun sentimento d'affetto per questa novella razza, veruna abitudine del passato, veruna speranza dell'avvenire gli ajutava a sopportare il peso ond'erano oppressi. La capitale trovavasi ridotta al rango di provincia, ed era spento affatto l'orgoglio nazionale. In ogni villaggio ove presentavasi, Francesco trovava gli abitanti armati, che lo accoglievano con grida di gioja, e la sua armata andava ingrossando ogni ora. Il 18 giugno mandò a sfidare coloro che avevano il comando di Padova a nome del conte di Virtù; questi incaricarono il suo trombetta di dirgli, che ben folle era colui, il quale, dopo essere uscito per la porta, sperava di poter rientrare superando le mura[485].
[485] _Andrea Gataro, p. 777._
Ma Francesco da Carrara sapeva di già per dove entrerebbe nella sua capitale; sapeva che al di sotto del ponte della Brenta non trovavasi acqua nel fiume che fino al ginocchio, e che in questo luogo l'ingresso della città era chiuso da una semplice palafitta di legno. In su la mezza notte del seguente giorno scese avanti nel letto della Brenta con dodici uomini, tutti armati di scuri, e quaranta lanceri. Cominciò subito ad atterrare la palafitta, e quando il fracasso ch'egli si faceva cominciò a richiamare sul luogo la guardia, fece che in ogni lato i contadini uniti alla sua armata mettessero altissime grida, onde distrarre l'attenzione della guarnigione. Erasi questa divisa per custodire tutto il giro delle mura, onde non gli furono opposti che circa cinquant'uomini, a traverso ai quali non tardò ad aprirsi un passaggio, giugnendo fino al cimitero di san Giacomo, ove fu raggiunto da due cento de' suoi soldati[486]. Allora il grido di _carro! carro!_ (che era lo stemma di sua famiglia), ripetuto ad alta voce dal popolo, lo stendardo carrarese dispiegato nelle contrade, ed il suono delle trombe che udivasi in diversi lati, riempirono di terrore la guarnigione milanese, e mossero i Padovani a dichiararsi pel loro antico signore. In breve tempo egli fu padrone di tutte le porte, ed i soldati di Giovan Galeazzo sì ritirarono nelle due fortezze con alcuni cittadini che si erano dati a conoscere nemici della casa di Carrara[487].
[486] _Andrea Gataro, p. 782._
[487] _Ivi, p. 784._
Nella vegnente notte una delle fortezze fu data in mano a Francesco da alcuni Padovani che avevano le loro case nel suo ricinto[488]. Le uscite dell'altra vennero chiuse in maniera che i soldati che l'occupavano più non potessero entrare in città, e la mattina fu data notizia al Carrara, che Castelbaldo, Montagnana, Este e Monselice eransi dichiarate a suo favore, e che subito dopo Pieve di Sacco, Bovolenta, Castel Carro, san Martino, Cittadella, Limena e Campo san Piero avevano inalberate le sue bandiere. Nel ricevere queste felici notizie sulla piazza di Padova Francesco da Carrara s'inginocchiò in mezzo al suo popolo, e ringraziò Dio ad alta voce di tanti favori, di cui riconoscevasi indegno[489].
[488] _Ivi, p. 791._
[489] _Andrea Gataro, p. 793._
I Veronesi informati della rivoluzione di Padova, e dell'arrivo a Venezia di Can Francesco della Scala, fanciullo di sei anni, figliuolo del loro ultimo signore, presero le armi il 25 giugno, proclamando il nome della Scala, ed occuparono le mura e le porte della loro città; ma non riuscirono ad impadronirsi del castello, nè ebbero l'antiveggenza di troncare ogni comunicazione tra la città ed il castello. Frattanto si manifestò tra i cittadini qualche disparere; i borghesi desideravano di approfittare di questa rivoluzione per ristabilire la repubblica; e per lo contrario il basso popolo voleva darsi senza condizioni al fanciullo, erede della casa della Scala[490]. Mentre disputavano, Ugolotto Biancardo, che Giovanni Galeazzo mandava con ogni diligenza con cinquecento lance per difendere Padova, entrò nel castello di Verona, di dove piombò all'improvviso sulla città, abbandonandola al saccheggio, dopo aver fatta un'orribile uccisione de' suoi abitanti[491]. Prese in seguito la strada di Padova sperando di avervi un eguale successo; ma Francesco da Carrara non si lasciò sorprendere, ed il generale milanese si chiuse nel castello che non aveva più comunicazione colla città.
[490] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 26, p. 221._
[491] _Andrea Cataro, p. 795._
Il 27 giugno giunsero a Padova sei cento cavalli del duca di Baviera, ed il primo luglio furono raggiunti dal duca Stefano che conduceva soltanto sei mila cavalli invece dei dodici mila che si era obbligato di dare[492]. Il 5 agosto due mila corazzieri mandati dai Fiorentini entrarono pure in Padova: la città ch'era stata sorpresa con un pugno di gente si trovò in allora difesa da una numerosa armata; onde il castello assediato da tante forze riunite s'arrese finalmente il 27 agosto, e Francesco da Carrara si trovò nuovamente ristabilito sul trono de' suoi padri, cui la sua attività, la sua perseveranza, il suo coraggio gli avevano appianata la strada[493].
[492] _Ivi, p. 798._
[493] _Andrea Gataro, p. 802. — Piero Minerbetti an. 1390, c. 25, p. 219, c. 30, p. 224. — Poggio Bracciolini Hist. Fiorent. l. III, p. 258. — Cronica Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 545._
CAPITOLO LIV.
_Disfatta del conte d'Armagnacco alleato dei Fiorentini. — Bella ritirata di Giovanni Acuto; pace di Genova. — Uccisione dei Gambacorti in Pisa. — Protezione accordata dai Fiorentini a Francesco di Gonzaga, ed a Niccolò III d'Este. L'imperatore Wenceslao accorda a Giovan Galeazzo il titolo di duca di Milano._
1390 = 1395.
La lotta dei Fiorentini con Giovanni Galeazzo Visconti aveva cominciato con uno strepitoso avvenimento. Il fuoruscito cui avevano dato asilo nella loro città veniva di nuovo riconosciuto capo di un popolo fedele; erano tolti al nemico i tributi di una ricca provincia, ricuperati i castelli d'una importante frontiera, ed aperta la comunicazione colla Germania e con Venezia. I Veneziani avevano celatamente somministrate armi e danaro al Carrara, ed il timore di Giovanni Galeazzo li persuadeva a favorire il figlio di un uomo che avevano perseguitato con tanto accanimento. Tutti questi vantaggi eransi conseguiti prima che giugnesse il duca Stefano di Baviera in Italia; e doveva credersi che un'armata potente e valorosa, doviziosamente provveduta di danaro e di vittovaglie, e condotta da un principe animato da personale risentimento avrebbe approfittato con calore degli ottenuti vantaggi. Ma in breve si potè osservare quanto la forza del carattere, più assai che la potenza ed il valore ed i talenti, contribuisca al felice esito delle intraprese. Tra gli alleati di Francesco da Carrara niuno erasi posto in campagna con minori mezzi di lui, eppure egli solo superò di lunga mano tutti gli altri, perchè portava nelle sue intraprese una ferma risoluzione di vincere, un coraggio ed una perseveranza maggiori d'ogni ostacolo.
Il duca Stefano di Baviera aveva di già mancato ai suoi obblighi verso le repubbliche di Firenze e di Bologna, seco non conducendo che sei mila uomini, invece di dodici mila. Non pertanto la sua armata era tuttavia formidabile, e veniva consigliato caldamente ad entrare nel territorio milanese, per battere alla spicciolata i generali di Giovanni Galeazzo, prima che tutti fossero tornati dai confini della Toscana, e per incoraggiare alla ribellione i suoi segreti nemici. Ma il Visconti aveva saputo agghiacciare l'attività del bavaro con ricchi doni. Il duca si era accampato dietro al canale delle Brentelle, e ricusava di avanzarsi al di là di queste naturali fortificazioni, offrendosi in pari tempo mediatore tra gli alleati e suo cugino il signore di Milano, che più non risguardava come l'uccisore di Barnabò suo suocero; chiedeva nuovi sussidj e ritardava tutte le operazioni militari[494]. Il suo raffreddamento risvegliò finalmente tanti sospetti, che i medesimi alleati gli permisero di ritirarsi in Germania; egli partì, seco portando molto danaro guadagnato con dispendio della sua gloria[495].
[494] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 30, p. 224. — Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. III, p. 258. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 56. — Ghirardacci Stor. di Bolog. l. XXVI, t. II, p. 443. — Scipione Ammirato Stor. Fior. l. XV, p. 809._
[495] Gli aveva avvisati pochi anni avanti il Petrarca:
_Nè v'accorgete ancora_ _Del bavarico inganno, ec._
La diversione della Marca Trivigiana aveva intanto liberati i Fiorentini di una parte delle truppe spedite contro di loro. Giovanni Galeazzo aveva richiamati i suoi corazzieri di Siena[496], ove Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, loro capitano, era morto il 24 di giugno[497]. Giacomo del Verme erasi ritirato dal Bolognese, dove aveva prima condotta un'altra armata; e Giovanni Acuto, generale dei Fiorentini, aveva approfittato del loro allontanamento, per avanzarsi fino a Parma con mille ottocento lance[498]. Dal canto suo Francesco da Carrara guastò il Polesine di Rovigo ed obbligò in tal modo il marchese d'Este a rinunciare all'alleanza di Giovan Galeazzo. Il trattato di pace di questo signore cogli alleati venne segnato il 30 ottobre: prometteva il marchese di accordare libero passaggio alle loro truppe a traverso a' suoi stati per attaccare il conte di Virtù, ed a tale condizione riebbe tutto quanto gli aveva tolto il Carrara[499].
[496] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX, p. 170._
[497] _Piero Minerbetti, c. 27, p. 222._
[498] _Ivi, c. 31, p. 225._
[499] _Ivi, c. 34, p. 228. — Cherubino Ghirardacci Stor. di Bologna, l. XXVI, p. 447._
Press'a poco nel medesimo tempo in cui il conte di Virtù richiamava le sue truppe da Siena, la peste erasi manifestata in questa città, e vi faceva grandissima strage. Gli antichi capi del partito guelfo, i Tolomei ed i Malavolli, vedevano con dolore, che la patria loro, oppressa da questo flagello, prendesse parte ad una guerra, nella quale stavano per lei tutti i pericoli della perdita e perfino la vittoria poteva essere funesta. I Fiorentini, colla mediazione di questi gentiluomini, facevano vantaggiose proposizioni di pace, ma l'alleanza del conte di Virtù aveva dato in quella repubblica una grandissima influenza al partito ghibellino ed a' suoi capi, i Salimbeni; e questi erano così fattamente acciecati dall'odio che portavano ai Guelfi, che per nuocere loro erano perfino apparecchiati a sagrificare la libertà e l'indipendenza della patria[500].
[500] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, l. IX, p. 170. — Piero Minerbetti 1390, c. 38, p. 232. — Scip. Ammirato Stor. Fiorent., l. IV, p. 810._
In sul declinare dell'anno Andrea Cavalcabò, intimo consigliere di Giovanni Galeazzo, fu chiamato a Siena in qualità di senatore[501]. Questo nuovo magistrato domandò alla signoria, a nome del conte di Virtù, che Siena lo riconoscesse suo sovrano pel comune vantaggio della fazione ghibellina, ed affinchè Giovanni Galeazzo, capo della medesima, potesse dirigere i suoi attacchi contro i comuni nemici, con maggiore attività ed unione. I Salimbeni presentarono in allora al consiglio generale un progetto di decreto portante che il popolo di Siena supplicava Giovanni Galeazzo ad accettare la città ed il suo territorio per governarlo a suo beneplacito, e con un potere non meno assoluto di quello che aveva sopra Milano, Pavia e qualunque altra delle città sottomesse al suo dominio. La lettura di questa vergognosa proposizione eccitò le più vive opposizioni per parte di tutti gli amici della libertà; ma i Ghibellini erano sostenuti dalle truppe che Giovanni Galeazzo aveva lasciate in Siena sotto il comando di Giovanni Tedesco dei Tarlati. Essi attaccarono i Malavolti e gli amici della libertà; ne uccisero venti prima che avessero potuto porsi in sulle difese; ne fecero molti altri prigionieri, tra i quali Niccolò Malavolti, al quale tagliarono il capo insieme a non pochi, che si erano a lui uniti[502]. Posero il fuoco alle case di molti repubblicani che perirono tra le fiamme[503]; disarmarono tutti i cittadini e fecero una nota dei quattrocento più riputati, cui ordinarono di uscire di città, avanti che la campana cessasse di suonare. Questi cittadini, inseguiti dai loro nemici e dalle truppe mercenarie di Francesco Tarlati, uscirono dalla città piangendo, seguiti dalle loro spose e figli che ferivano il cielo colle loro grida: ma lungi che i loro oppressori si muovessero a compassione, fecero dietro di loro chiudere le porte, e li condannarono a perpetuo esilio[504].
[501] Il senatore di Siena, come quello di Roma, era un giudice supremo o podestà.
[502] _Orl. Malav. Stor. di Siena, p. II, l. IX._
[503] _Piero Minerbetti Stor. Fior. c. 88, p. 232._
[504] _Ivi, c. 41, p. 235._
Ma quando i Salimbeni ebbero ottenuta questa vittoria sui loro rivali, e che per soggiogare Siena l'ebbero spogliata de' più riputati cittadini, un avanzo di vergogna o di tardo rimorso li fermò, avanti che dessero compimento ai loro criminosi progetti. Il decreto per assoggettare Siena a Giovanni Galeazzo passò bensì nel consiglio generale il 15 marzo 1391; ma seppero far nascere ostacoli per ritardarne l'esecuzione, moltiplicandoli accortamente fino alla conclusione della pace; e non fu che nella susseguente guerra, otto anni dopo, che finalmente Siena fu data in piena sovranità a Giovanni Galeazzo[505]. Da lungo tempo egli era padrone delle fortezze del territorio, teneva truppe in città, disponeva de' soldati e delle entrate dello stato; onde gli emigrati guelfi di Siena più non riconoscendo la loro patria caduta in servitù, cercarono un rifugio in Firenze, ed aprirono ai Fiorentini i castelli di cui erano tuttavia padroni[506].
[505] _Il 6 settembre 1399. Malavolti, p. II, l. IX, p. 185._
[506] _Ivi, p. 171._
I due terzi delle spese della guerra contro Giovanni Galeazzo dovevano essere a carico dei Fiorentini, ed un terzo soltanto a carico dei Bolognesi; pure gli ultimi meno ricchi e meno perseveranti erano di già scoraggiati dall'enormità delle spese che avevano fitte nella prima campagna[507], e la signoria di Firenze dovette fare molte rimostranze per ridurli a raddoppiare i loro sforzi onde ottenere una onorevole pace. Firenze aveva fatti i più grandi apparecchi, e senza lasciarsi scoraggiare dal poco successo della spedizione del duca di Baviera, determinò di far attaccare il Visconti ne' confini più lontani della Toscana.
[507] _Leon. Aret. Stor. Fior., l. X. — Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. III, p. 261._
Il conte Giovanni III d'Armagnacco godeva allora in Francia grandissima riputazione: sua sorella Beatrice aveva sposato Carlo Visconti figlio di Barnabò, e quest'ultimo, che cercava ogni mezzo di vendicare la morte del padre e di ricuperarne l'eredità, aveva persuaso Armagnacco a levare un'armata per attaccare Giovanni Galeazzo. Due ambasciatori fiorentini, Rinaldo Gianfigliazzi e Giovanni de' Ricci, portarono in dono cinquanta mila fiorini al conte Giovanni, promettendo inoltre di pagare il soldo di un esercito di quindici mila cavalli, ch'egli prometteva di condurre in Lombardia. Invano Giovanni Galeazzo per allontanare questo turbine mandò ragguardevoli doni al conte d'Armagnacco, che tutti vennero ricusati; e questo signore proseguì gli apparecchi del suo armamento, che furono terminati soltanto nel mese di luglio[508].
[508] _Piero Minerbetti 1390, c. 46, p. 238. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 816._
Giovanni Acuto aveva intanto attraverso al territorio ferrarese condotta l'armata fiorentina a Padova, ove a mille quattrocento lance ch'egli comandava, ne aveva aggiunte seicento di Bologna e duecento di Padova, in tutto sei mila seicento corazzieri, con mille duecento arcieri ed un grosso corpo di fanteria; e con questo esercito marciò il 15 maggio alla volta di Milano[509]; ed attraversando il territorio di Vicenza e di Verona, entrò in quello di Brescia. Aveva dietro di sè lasciati il Mincio e l'Oglio, e la sola Adda lo separava da Milano, da cui non era lontano più di quindici miglia. Tre ambasciatori fiorentini che seguivano l'armata fecero il 24 giugno celebrare in riva all'Adda ed in presenza de' nemici giuochi e corse per la festa di san Giovanni decollato protettore di Firenze[510].
[509] _Piero Minerbetti 1391, c. 8, p. 247. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 260._
[510] _Leonardo Aretino Hist., l. X._
Mentre ciò accadeva, da un altro lato il conte d'Armagnacco scese in Lombardia ne' primi giorni di luglio, dopo aver chiuse le orecchie alle istanze dei duchi di Berry, di Borgogna e di Clemente VII, che favorivano Giovan Galeazzo. Gli ambasciatori fiorentini, che seguivano Armagnacco, avevano ordine di condurlo sulla destra del Po fino sotto a Pavia, di fargli attraversare il fiume solamente dopo il confluente del Ticino, e di raggiugnere così, evitando ogni battaglia, l'armata d'Acuto che lo stava aspettando nel territorio di Brescia.
Giovanni Galeazzo aveva opposto al conte d'Armagnacco Giacomo del Verme con due mila lance, e quattro mila pedoni. Questa truppa per altro tenevasi chiusa in Alessandria e senza la presunzione del conte d'Armagnacco il piano della campagna fatto dai dieci della guerra di Firenze avrebbe probabilmente avuto buon fine[511]. Ma questo signore che nell'età di ventott'anni aveva di già conseguite grandi vittorie, sprezzava sovranamente le truppe italiane, che gli erano opposte. Quando vide che Giacomo del Verme chiudevasi in Alessandria, invitò alcuni de' suoi a venire con lui a rompere le loro lance contro le porte di questa città, e perchè il loro numero non iscusasse la villa delle truppe del Visconti, non prese seco che il fiore de' suoi cavalli, e si avanzò il 25 luglio fino ai piedi delle mura. Cammin facendo ributtò due corpi di cavalleria, che vennero ad attaccarlo l'un dopo l'altro; ma quando il del Verme ebbe sicura notizia che dietro la truppa che vedeva non eranvi altri corpi nascosti, e che il grosso dell'armata trovavasi più di quattro miglia lontano, fece per un'altra porta sortire trecento lance, cui ordinò di circondare il nemico, prendendolo alle spalle, mentre con tutto il rimanente della sua cavalleria veniva egli ad attaccarlo di fronte.
[511] _Piero Minerbetti Ist. Fior., c. 18, p. 260._
Era quasi mezzo giorno, e perchè il caldo era grandissimo, i Francesi, che avevano di già sostenute due scaramuccie trovavansi affaticati, ed i loro cavalli più abbattuti de' cavalieri. Il conte d'Armagnacco quando vide uscire di città Giacomo del Verme fece metter piede a terra ai suoi cavalieri, formandone una falange serrata, che fece avanzare colle lance basse contro la cavalleria italiana. Del Verme evitò il primo urto e volteggiando intorno alla medesima se la trasse dietro, allontanandola dal luogo in cui i Francesi avevano lasciati i loro cavalli. Il peso di un'armatura che non era fatta per combattere a piedi, l'ardore del sole, la polvere oppressero i cavalieri d'Armagnacco, che inseguivano il loro nemico senza poterlo raggiugnere nè combatterlo. Tutt'ad un tratto si videro circondati dalle trecento lance ch'erano uscite d'Alessandria per un'altra porta, e tolti tutti i loro cavalli da cui si erano incautamente allontanati. La cavalleria li caricò poi alle spalle mentre Giacomo del Verme gli attaccava di fronte. Questi cavalieri francesi di sperimentato valore sostennero due ore un'ostinata pugna contro nemici che li circondavano da ogni lato: ma la maggior parte de' guerrieri omai vinti dalla propria imprudenza, dalla sete, dalla fatica e dall'ardore del sole, furono parte tagliati a pezzi, parte fatti prigionieri. Il conte d'Armagnacco fu condotto ferito in Alessandria, ove morì poco dopo, non senza sospetto di veleno fattogli dare da Giovan Galeazzo.
Il campo francese ch'era rimasto a qualche distanza, venne immediatamente attaccato da Giacomo del Verme. I soldati privi del loro generale e de' migliori ufficiali si abbandonarono ad un panico terrore; i contadini eransi tutti armati contro di loro, e, postisi in guardia delle strade, uccidevano senza pietà i fuggitivi che si abbattevano in loro. Tutto il resto dell'armata abbassò le armi. I soldati spogliati di armi, di cavallo e di quanto avevano, vennero rilasciati, e ritornarono in Francia elemosinando; gli ufficiali furono tenuti prigionieri, come pure i due ambasciatori fiorentini, i quali non furono da Giovanni Galeazzo rilasciati che molto tempo dopo contro grossa taglia[512].
[512] _Piero Minerbetti 1391, c. 18, p. 260. — Leon. Aretino Istor. Fior., l. X. — Poggio Bracciolini Hist. Flor., l. III, p. 262. — Ann. Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 57. — Sozomeni Pistor. Histor., t. XVI, p. 1146. — Memor. Stor. di Ser Naddo. Deliz. degli Erud. t. XVIII, p. 125. — Bernardino Corio Storie Milanesi, p. III, p. 271. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 819._
Giovanni Acuto, ch'erasi avanzato fino nella Ghiara d'Adda, trovavasi dopo la rotta d'Armagnacco in grandissimo pericolo: due grandi fiumi dietro di lui tagliavangli la ritirata, e Giacomo del Verme avanzavasi per attaccarlo colle sue truppe vittoriose. Acuto, appena avuto avviso della disfatta de' Francesi, portò il suo campo alquanto a dietro fino al borgo di Paterno nel Cremonese, ma colà venne raggiunto dai nemici, che stabilirono il loro quartiere generale soltanto un miglio e mezzo lontano dal suo, sull'opposta riva d'un piccolo fiume.
L'armata fiorentina doveva nella sua ritirata attraversare varj grandi fiumi in presenza del nemico, ed Acuto conobbe che non potrebbe effettuarne con sicurezza il passaggio senza aver prima ottenuta qualche vittoria sull'armata che lo inseguiva. Si chiuse nel suo campo con tutte le apparenze del timore, e lasciò avvicinare ai suoi trinceramenti i corazzieri di Giacomo del Verme che venivano ad insultarlo; quattro giorni si tenne così chiuso, ed accrebbe l'audacia de' nemici. Il quinto, mentre le truppe del Visconti si erano avanzate in maggior numero, mostrandosi disposte a voler sforzare le linee, piombò subitamente sopra di loro con tanto impeto, che presto le sgominò, e prese loro più di mille duecento cavalli[513].
[513] _Leon. Aretino, l. X. — Ann. Bonincontrii Miniat., p. 58. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 818._