Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 16
Passò ancora tutto il 1388 senza che scoppiasse la guerra; ma ogni giorno vedevansi nascere nuove difficoltà, che davano motivo a nuove negoziazioni per calmare il risentimento che eccitavano. Il conte di Virtù aveva alternativamente diretti i suoi progetti su tutte le città della lega guelfa; ma Bologna trovavasi più d'ogni altra esposta alle sue pratiche, perchè i Visconti, che n'erano stati in addietro padroni, vi conservavano alcuni partigiani. La peste e la somma carezza delle vittovaglie travagliavano nello stesso tempo questa città, onde un segreto malcontento, eccitato dalle creature di Giovanni Galeazzo che trassero molti Bolognesi in una congiura contro la libertà, si andava diffondendo tra i suoi abitanti. Un fortunato accidente fece scoprire questa trama, ed i capi perdettero la testa sul patibolo[453]. Da prima parve che il conte di Virtù pensasse a vendicarli, ed ordinò ai Fiorentini ed ai Bolognesi dimoranti ne' suoi stati di partire entro otto giorni[454]; fece passare duecento lance a Siena, e la guerra parve inevitabile. Frattanto Pietro Gambacorti, che temeva d'esservi strascinato suo malgrado, si adoperò in modo, che ottenne di rinnovare le negoziazioni. I Fiorentini avevano omai terminati i loro apparecchi, ed eransi procurati alleati in Germania, quando il Gambacorti li persuase in ottobre del 1389 a segnare un trattato di pace e di alleanza col conte di Virtù, col quale si obbligavano reciprocamente, i Fiorentini a non immischiarsi negli affari di Lombardia, il conte a non prendere veruna parte in quelli della Toscana[455].
[453] _Cronica Miscella di Bologna, p. 534._
[454] _Pietro Minerbetti, c. 8, p. 185. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 797._
[455] _Pietro Minerbetti, c. 14, p. 188. — Poggio Bracciolini Hist. Fior., l. III, p. 251. — Scip. Ammirato, l. XVI, p. 798._
Ma Giovanni Galeazzo non si faceva riguardo di segnare qualunque trattato, poichè disposto era a non osservarne alcuno. Spedì a Siena quello de' suoi generali che più odiava i Fiorentini, Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, l'erede di una delle grandi famiglie ghibelline degli Appennini; e coll'opera sua Giovanni Galeazzo sedusse alcuni cittadini di Samminiato che vivevano in istretta domestichezza col governatore di questo importante castello. I congiurati promisero di uccidere il governatore e di aprire Samminiato alle truppe del Visconti, che per tal modo avrebbe potuto chiudere ai Fiorentini la navigazione dell'Arno: ma i cospiratori, cercando complici, si rivolsero ad alcune persone che manifestarono la trama[456].
[456] _Piero Minerbetti, c. 21, p. 193._
Giovanni d'Azzo non si lasciò sgomentare dalla mala riuscita di Samminiato, e tenne dietro ad altre pratiche. Era costui parente d'un signore cortonese che inutilmente cercò di guadagnare al partito del Visconti. Tentò pure di sedurre i Perugini, ma questi, agitati da una rivoluzione, vollero conservare la neutralità. In settembre di quest'anno i nobili si erano uniti al basso popolo, ed avevano ottenuta sui borghesi una compiuta vittoria, escludendoli affatto dal governo. Erano fuggiti più di cinquecento cittadini; la città era stata in parte saccheggiata, e Pandolfo Baglioni, capo della nobiltà, aveva con questa rivoluzione fatto il primo passo verso il supremo potere della sua patria cui celatamente aspirava[457].
[457] _Piero Minerbetti, c. 14, p. 188. — Pompeo Pellini Istoria di Perugia, p. I, l. IX, p. 1375. — Ivi, p. II, l. X, p. 11._
Le pratiche di Giovanni d'Azzo furono più fortunate a Pisa; non già che ottenesse di staccare dai Fiorentini Pietro Gambacorti, il fedele amico della repubblica; ma questo virtuoso cittadino, che aveva così lungo tempo governato la sua patria senza offenderne la libertà e senza mai abusar del potere che riconosceva dalla confidenza de' suoi compatriotti, cominciava a perdere il suo credito. Di già i suoi nipoti, figliuoli di Gherardo suo fratello, avevano l'arrogante procedere de' nuovi signori; uno di loro era stato nominato arcivescovo di Pisa, un altro cavaliere del santo Sepolcro, ed un terzo canonico; costoro si scordavano, che i cittadini di Pisa erano loro eguali, e si permettevano talvolta certi atti violenti, di cui i tribunali non ardivano punirli[458]. Un agente di Giovanni Galeazzo inasprì il malcontento del popolo, e sedusse coll'oro Giacomo Appiano, cancelliere del comune, reso potente dallo stesso Gambacorti, che in lui ciecamente fidava.
[458] _Bernardino Marangoni Cronica di Pisa, p. 804._
Nello stesso tempo i Fiorentini avevano cercato di afforzarsi colle alleanze; ma il solo amico di cui facessero maggior capitale era un uomo che senza truppe e senza stati era venuto a rifugiarsi in Firenze. Invece di fortezze e di soldati offrì alla repubblica i suoi talenti, il suo coraggio, l'energia del suo carattere, e soprattutto l'irreconciliabile suo odio verso il Visconti. Questi era Francesco Novello di Carrara, poc'anzi signore di Padova.
Giovanni Galeazzo dopo averlo tenuto lungo tempo a Milano, volle almeno apparentemente eseguire la convenzione, dietro la quale eragli stata ceduta Padova. Aveva prima fatto sapere a Francesco, che gli accorderebbe in ricompensa di Padova la signoria di Lodi; ma non gli aveva mai acconsentito di venire a Pavia, ed i suoi agenti andavano ogni giorno diminuendo le loro offerte, e facevano nascere ad ogni istante nuove difficoltà. Finalmente gli accordarono a nome del conte di Virtù la signoria di Cortazzone, presso Asti. Era Cortazzone un vecchio castello mezzo ruinato, con alcuni vassalli, per la maggior parte assassini di strada, ma Ghibellini appassionati e pieni di prevenzione e di odio contro la casa guelfa di Carrara[459].
[459] _Andrea Gataro Stor. Padovana, p. 718._
Francesco da Carrara condusse sua moglie, Taddea d'Este e tutta la sua famiglia, prima ad Asti, poi a Cortazzone. Colà si occupò come un semplice gentiluomo a far rifabbricare il suo castello[460]. La città di Asti era in allora posseduta dal duca d'Orleans, cui Giovanni Galeazzo V aveva data per dote di sua figliuola Valentina[461]. Il luogotenente del duca si affezionò a Francesco da Carrara, ed un giorno lo prevenne che Giovanni Galeazzo aveva appostati degli uomini per farlo uccidere mentre passerebbe da Cortazzone ad Asti. Lo consigliò pertanto a porsi in sicuro con una pronta fuga[462].
[460] _Ivi, p. 720._
[461] Giovanni Galeazzo aveva maritata Valentina, figliuola della sua prima moglie, a Luigi duca d'Orleans fratello di Carlo VI di Francia: gli aveva dato in dote il contado di Virtù, e la città di Asti. Da questo matrimonio nacquero Carlo, duca d'Orleans, padre di Luigi XII, e Giovanni, conte d'Angouleme, avo di Francesco I. Di qui le pretese di questi due re sugli stati de' Visconti.
[462] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 247._
Il Carrara in marzo del 1389 partì repentinamente da Asti con sua moglie, ed alcuni servitori, dando voce di voler fare un pellegrinaggio a sant'Antonio di Vienna, nel Delfinato. Il governatore di Asti gli diede guardia fino ai confini del Monferrato, e s'incaricò egli medesimo di far giugnere a Firenze i figliuoli del Carrara, i suoi fratelli naturali e gli effetti preziosi che aveva seco portati da Padova[463].
[463] _Andrea Gataro, p. 726._
Francesco soddisfece in fatti al suo pellegrinaggio, dopo il quale recossi in Avignone per chiedere consiglj e soccorsi al papa francese. Imbarcossi poi a Marsiglia colla moglie, intenzionato di costeggiare colla sua felucca le due riviere della Liguria, e di sbarcare a Pisa; ma cammin facendo fu sorpreso dalle burrasche dell'equinozio; e perchè Taddea, gravida da più mesi, soffriva crudelmente i disagi del mare agitato, pregò lo sposo di risparmiarle il tormento della navigazione, preferendo, diss'ella, di fare tutta la strada a piedi piuttosto che soffrire così aspro martirio. Carrara non ignorava che i dolori del mare erano senza pericolo, mentre la strada di terra presentava infiniti ostacoli; si arrese non pertanto ai desiderj della sposa, e si fece sbarcare sulla costa, ordinando per altro ai suoi marinai di tener sempre la felucca a portata di valersene quando volesse.
Alcuni castelli della riviera di Ponente appartenevano ai Ghibellini, ereditarj nemici della famiglia del Carrara; altri erano posseduti da creature del conte di Virtù; ne' deserti e tra gli scogli stavano in vedetta alcuni emissarj di questo signore per sorprendere i viaggiatori; ovunque erano circondati da' pericoli; e Francesco, dopo avere camminato tutto il giorno per aspri e tortuosi sentieri che s'aggirano sul pendìo di scoscese montagne, sostenendo sull'orlo dei precipizi colle sue braccia la sposa, non ardiva poi la sera di entrare in qualche casa per riposarsi. Presso a Monaco passarono la notte in una chiesa mezza ruinata; a Ventimiglia il podestà fece tener loro dietro i suoi arcieri, contro i quali sostennero una zuffa prima di essere riconosciuti. Ivi s'imbarcarono di nuovo; ma la tempesta ed i patimenti di Taddea li costrinsero bentosto ad approdare in mezzo ai feudi dei marchesi del Carreto, Ghibellini affezionati al conte di Virtù, Attraversarono parte del paese a piedi in una continua diffidenza; ed essendosi all'ultimo adagiati sotto alcuni alberi per mangiare un capretto, che avevano comperato da un pastore, una metà della compagnia faceva la guardia, mentre l'altra metà mangiava[464].
[464] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 732._
Inaspettatamente furono raggiunti in questo stesso luogo da un messo di Pacino Donati, agente fiorentino del Carrara e di Antonio Adorno doge di Genova: l'ultimo prometteva la sua protezione al fuggitivo signore di Padova e gli spediva un brigantino per condurlo a Genova sotto finto nome, dandogli una salvaguardia per attraversare gli stati della repubblica. Carrara andò con tutta la sua famiglia a bordo del brigantino genovese, ma la burrasca, che non cessava di perseguitarlo, lo costrinse bentosto a sbarcare in Savona. Era colà aspettato da Pacino Donati e da altri amici; la mensa era imbandita, e già si disponevano a mangiare, quando un secondo messo del doge entrò precipitosamente nella camera, e loro ordinò di rimbarcarsi all'istante. Giovanni Galeazzo aveva intimato alla repubblica di Genova di arrestarli ovunque si trovassero, dichiarando di farle sentire gli effetti del suo sdegno, se loro dava asilo, ed Adorno non ardiva di esporsi per cagione loro alla collera di così potente signore. I Carrara ripartirono senza avere mangiato; navigarono tutta la notte, e la susseguente mattina il bisogno di cibarsi li forzò a dar fondo nel porto di Genova. Erano vestiti da eremiti tedeschi, ed entrarono così sconosciuti in un albergo[465].
[465] _Andrea Gataro Storia Padovana, p. 734._
Dopo poche ore di riposo si rimbarcarono, e scorrendo la riviera di Levante press'a poco con altrettanta difficoltà, sbarcarono finalmente a Motrone, piccolo porto del territorio di Pisa, ove speravano di trovare finalmente sicurezza e riposo. Dopo avere congedati i marinaj si avviarono subito a piedi alla volta di Pisa, facendosi precedere da un messo per avvisare Gambacorti del loro arrivo.
Francesco da Carrara sostenendo la consorte che più non reggeva alla fatica, cercava di ridonarle speranza e coraggio. «A Pisa, le diceva egli, ristoreremo bentosto le nostre membra affaticate; sono sicuro di essere ben accolto da Pietro Gambacorti, il quale, cacciato ancor esso come me dalla sua patria, vagò di terra in terra chiedendo soccorso. In allora mio padre lo accolse nella sua corte colla moglie e i figli, lo colmò di onori, e maritò una sua figliuola al marchese Spineda, dandogli poi danaro e soldati per ristabilirsi in Pisa; e se il Gambacorti trovasi al presente felice e tranquillo, non si scorderà che lo deve alla nostra famiglia.» Mentre andavano con queste memorie riconfortandosi, il messo tornò a dir loro, che Pietro Gambacorti non osava riceverli in patria, perchè Galeazzo Porro, uno de' generali di Giovanni Galeazzo, era giunto con un corpo di cavalleria, ed aveva domandato alla signoria di farli arrestare[466].
[466] _Andrea Gataro, p. 736._
Quando Taddea udì questo annunzio cadde svenuta; lo sposo dopo averle richiamati gli smarriti spiriti, entrò travestito in Pisa, si procurò un cavallo per la moglie e cibi di cui tutti abbisognavano. Raggiunse di nuovo la sua piccola truppa, e tenendo una strada appartata la condusse a Cascina posta sulla strada di Firenze, e colà si alloggiarono in così misero albergo, che dovettero tutti passare la notte nella stalla. Eransi appena coricati sopra la paglia che un messo di Gambacorti li risvegliò; questi mandava loro in dono dieci cavalli, confetti e torchi, ordinava a tutti i castellani dello stato di Pisa di trattare il meglio che potevano questi illustri ospiti. L'albergatore cedette allora il proprio letto a Francesco da Carrara ed alla sua sposa; e questa fu la prima notte, da che erano partiti da Asti, che non si coricavano sulla nuda terra, o sopra la paglia[467].
[467] _Andrea Gataro, p. 740._
I fuggitivi principi non trovarono pure in Firenze quell'accoglimento che speravano di ricevervi; perciocchè era il tempo in cui Giovanni Galeazzo dava alla repubblica le più lusinghiere speranze di mantenere la pace, ed in cui la repubblica, soffrendo per l'estrema carezza delle vittovaglie, cercava dal canto suo di non risvegliare la collera del potente signore di Lombardia. Perciò i magistrati si astennero alcun tempo da ogni ministeriale relazione col Carrara e non lo risguardarono che come un particolare che voleva approfittare della protezione che le loro leggi accordavano a tutti gli sventurati. Frattanto erano pure giunti in Firenze i figliuoli del Carrara e gli equipaggi che il governatore di Asti erasi incaricato di spedire. Ed allora il fuoruscito signore di Padova trovavasi padrone di ottanta mila fiorini in danaro, e di sessanta mila in gioielli e gemme[468]. Per dare uno stato indipendente a suo fratello naturale, il conte di Carrara, lo fece ricevere comandante di cento lance nella compagnia di Giovanni Acuto, indi, lasciati la moglie ed i figliuoli a Firenze, si rimise solo in viaggio per procurare nemici a Galeazzo.
[468] _Andrea Gataro, p. 744._
Passò prima a Bologna, e trovò la signoria di questa città ben disposta a suo favore; ma prima di risolvere ella desiderava di vedere quale partito prenderebbe a suo riguardo la repubblica di Firenze. Imbarcossi poi in Ancona, intenzionato di attraversare il golfo e passare in Croazia presso al conte di Segna che aveva sposata sua sorella; ma una burrasca lo spinse verso le lagune, ove fu riconosciuto, contro ogni sua aspettazione non preso dai Veneziani[469].
[469] _Andrea Gataro, p. 756._
Sbarcato a Ravenna, Francesco da Carrara, più non poteva avventurarsi ad attraversare un mare dominato dai Veneziani, e sparso di navi che cercavano di raggiugnerlo. Tornò dunque a Firenze e vi fu assai meglio accolto che la prima volta, perchè recenti ingiurie di Giovan Galeazzo avevano meglio svelate le sue ostili intenzioni; onde la signoria propose al Carrara di recarsi in Germania, di offrire sussidj al duca di Baviera, e di persuaderlo ad attaccare il Visconti nel Friuli. Verso lo stesso tempo il Carrara aveva ricevuto un ultimo messo da suo padre che trovavasi strettamente guardato nel castello di san Colombano. Questo vecchio signore ordinava a suo figliuolo di pensare piuttosto a vendicarlo, che a calmare il suo nemico con vili compiacenze. «Ormai, gli diceva, io conosco Giovan Galeazzo: nè l'onore, nè la compassione, nè la giurata fede mai non lo determinarono ad una generosa azione; s'egli fa qualche bene non vi è spinto che dal proprio interesse, essendogli sconosciuto ogni altro sentimento; e la virtù siccome l'odio e la collera vengono da lui assoggettate al calcolo.»
Francesco da Carrara, sicuro dell'approvazione di suo padre, accettò la commissione della repubblica fiorentina, e partì alla volta della Germania. Non potendo passare per gli stati del Visconti o de' Veneziani prese una lunga ma sicura via. Attraversò il golfo di Genova, la Provenza, il Delfinato e la Savoja[470]. Da Ginevra s'incamminò per la Svizzera, e giunse a Monaco presso il duca Stefano di Baviera. Era questi genero di Barnabò Visconti, che Giovanni Galeazzo aveva fatto morire in prigione. Il Carrara tutto soffiò nel cuore del Bavaro l'odio che lo infiammava egli stesso, facendogli sentire ciò che doveva all'ombra sdegnata del suocero, ed ai fratelli della consorte, cui il conte di Virtù aveva rapita l'eredità, e che non lasciava di perseguitare nel loro esilio col ferro e col veleno. Gli offrì ottanta mila fiorini per cominciare il suo armamento, obbligandosi a far sì che Bologna e Firenze pagassero in appresso le spese della sua armata; ed ottenne la promessa che nell'entrante primavera scenderebbe in Italia con dodici mila cavalli[471].
[470] _Andrea Gataro, p. 758._
[471] _Andrea Gataro, p. 760._
Lasciando la Baviera Francesco di Carrara prese la strada della Dalmazia. Una sorella da lui sommamente amata era maritata al conte di Segna e di Modro, potente signore della Croazia, i di cui feudi si stendevano lungo il canale dei Morlacchi. Carrara si trattenne alcun tempo col cognato e colla sorella, che gli diedero i più affettuosi contrassegni dell'amor loro, e promesse di larghi soccorsi; e colà stava egli aspettando una risposta dai Fiorentini intorno ai trattati fatti col Bavaro. Finalmente giunse il suo messo, recandogli i ringraziamenti della signoria per quanto aveva operato, facendogli però sapere che il suo trattato non avrebbe effetto, perchè, dopo la sua partenza, Firenze, e i comuni toscani avevano conchiuso, colla mediazione del Gambacorti, in ottobre del 1389, una lega offensiva e difensiva con Giovanni Galeazzo Visconti[472].
[472] _Ivi, p. 762._
Francesco da Carrara vedendo tutt'ad un tratto svanite le sue più care speranze, poco mancò che non morisse di dolore, e non vi voleva meno di tutta la tenerezza della sorella e del cognato, per toglierlo all'estremo suo avvilimento. Il cognato gli promise d'impiegare tutte le sue forze per fargli ricuperare la perduta sovranità, assicurandolo che, mercè le sue alleanze con diversi signori ungari, potrebbe disporre di tre mila cavalli e mantenerli tutto un anno al suo servigio: ma lo confortava di andare a chiedere soccorsi al capo di Bosnia che assumeva il titolo di re di Rascia, il quale nella guerra ch'egli faceva ai Turchi aveva sperimentata la perfidia di Giovanni Galeazzo[473].
[473] _Andrea Gataro, p. 763._
Mentre Francesco di Carrara stava per porsi in viaggio alla volta di questo paese mezzo barbaro, fu raggiunto da Pietro Guazzalotti, ambasciatore dei Fiorentini, che veniva a chiedergli di rinnovare le sue pratiche col duca di Baviera. L'attentato di Giovan Galeazzo sopra Samminiato, ed i suoi intrighi a Perugia ed a Pisa, avevano persuasa la repubblica alla guerra. Il Carrara condusse l'ambasciatore fiorentino presso il duca di Baviera, e passò in appresso nella Carinzia a domandare consigli e soccorsi al conte d'Ottemburgo che aveva sposata una sua zia[474]. Intavolò poi qualche trattato con alcuni signori del Friuli, che gli promisero il passaggio per i loro feudi, e degli ajuti nella sua marcia.
[474] _Andrea Andrea Gataro, p. 766._
L'inverno erasi consumato in questi trattati, ed all'apertura della primavera del 1390 il Carrara seppe finalmente che la guerra era stata dichiarata. I Malatesti ed i signori d'Urbino, alleati di Giovanni Galeazzo, avevano attaccata e disfatta una truppa al soldo de' Bolognesi; dopo di che il conte di Virtù, il marchese d'Este ed il signore di Mantova mandarono i loro araldi d'armi a portare per parte loro una sfida alle repubbliche di Firenze e di Bologna[475]. Ma nello stesso tempo seppe Francesco da Carrara che suo fratello naturale, il conte di Carrara, era stato fatto prigioniere da Carlo Malatesti di Rimini, alleato del conte di Virtù, e che suo cognato Stefano, conte di Segna, era morto, lasciando la sua vedova assediata nel castello di Modro[476]. Carrara sarebbe rimasto vittima del dolore senza i soccorsi datigli dal conte d'Ottemburgo. Non tardò per altro a riprendere coraggio, e ritornò in Baviera per affrettare gli apparecchi di quel duca.
[475] _Cronica Miscella di Bologna, t. XVIII, p. 539._
[476] _Andrea Gataro, p. 767._
I Fiorentini avevano dal canto loro invocata la protezione di Carlo VI, re di Francia, ed ebbero la risposta nell'istante in cui scoppiò la guerra. Quel re loro offriva potenti soccorsi, ma sotto due condizioni; la prima, che la repubblica riconoscesse per legittimo papa Clemente VII, che sedeva in Avignone, e la seconda, che in segno di riconoscenza la repubblica pagasse al re un annuo, sebbene piccolo tributo, in segno di ubbidienza. Tali condizioni vennero altamente rifiutate, la prima come contraria alla coscienza, l'altra alla libertà; e la repubblica piuttosto che comperare alleati a tale prezzo, amò meglio di vedersi ridotta alle proprie forze per combattere il suo potente nemico[477].
[477] _Leon. Aretino Storia Fiorent. l. IX. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 801._
I dieci della guerra adunarono il così detto consiglio de' _richiesti_, ossia un'assemblea de' più riputati cittadini; loro esposero lo stato degli affari, e chiesero che facessero conoscere loro la volontà del popolo. Lo zelo di tutti i Fiorentini per la difesa della libertà e per l'onore della patria si appalesò altamente in questo consiglio. Le borse de' privati furono aperte al governo[478], ed i decemviri trovandosi a portata di spingere vivamente la guerra, diedero il comando delle loro truppe a Giovanni Acuto, che in allora trovavasi ai servigi della regina Margarita di Durazzo, e che nudriva un personale odio contro il duca di Virtù. Acuto venne posto alla testa di due mila lance, o sei mila uomini di cavalleria, ed i Bolognesi dal canto loro diedero mille lance al conte Giovanni di Barbiano[479].
[478] _Piero Minerbetti an. 1389, c. 24, p. 196. — Poggio Bracciolini, l. III, p. 252._
[479] _Piero Minerbetti an. 1389, c. 26, p. 199._
Giovanni Galeazzo aveva condotti al suo servigio i più abili generali di quel tempo, e nulla aveva risparmiato per assicurare alle sue armate la superiorità del numero sopra quelle de' Fiorentini. Nel medesimo tempo aveva estese le sue alleanze tutt'all'intorno della Toscana. Siena e Perugia avevano abbracciato il suo partito, mentre gli emigrati di quest'ultima città ricevevano soccorso dai Fiorentini[480]. Antonio di Montefeltro, signore d'Urbino, Astorre Manfredi, signore di Faenza, i Malatesti, signori di Rimini, ed i signori d'Imola e di Forlì, erano tutti guadagnati dal conte di Virtù. Questi invece di riunire il suo esercito in un solo corpo, lo distribuì nel territorio de' molti suoi alleati; mentre Giacomo del Verme si avanzava dalla parte di Modena verso Bologna, con mille duecento lance e cinque mila pedoni[481]. Giovanni d'Azzo degli Ubaldini comandava mille lance a Siena[482], Paolo Savelli trovavasi a Perugia alla testa di un altro corpo di truppe, ed Ugolotto Biancardo, Galeazzo Porro e Facino Cane eransi riuniti in Romagna ai soldati dei signori di questa provincia. In tutto Giovan Galeazzo aveva mandato contro Firenze e Bologna quindici mila cavalli e sei mila fanti[483].
[480] _Piero Minerbetti an. 1390, c. 5, p. 203, e c. 24, p. 218._
[481] _Ivi, c. 14, p. 210._
[482] _Ivi, c. 4, p. 203. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 803._
[483] _Andrea Gataro Stor. Padovana, p. 769._
Ma qualunque si fosse la superiorità delle forze di Giovanni Galeazzo, le sue truppe, disperse sopra una troppo estesa linea, non diedero veruna grande battaglia, e la guerra si riduceva a sorprese di castelli, a scorrerie di cavalleggeri, e a piccole zuffe; quando tutt'ad un tratto la somma della guerra si ridusse nella Marca Trivigiana per l'invasione di questa provincia operata da Francesco da Carrara.