Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 15
Dopo lunghe deliberazioni, che raddoppiavano ogni giorno le inquietudini de' signori Carraresi, facendo loro più vivamente sentire l'impossibilità di difendersi, in ultimo il padre risolse di seguire il consiglio che aveva prima rifiutato, cedendo la signoria di Padova al figliuolo e ritirandosi egli a Treviso. Adunò nel pubblico palazzo il consiglio del popolo come praticavasi ne' tempi della repubblica padovana; fece che si nominassero quattro anziani, un gonfaloniere ed un sindaco della comunità, e rinunciò senza condizione nelle loro mani la signoria ereditata dai suoi maggiori. Ma il popolo di Padova, avvilito da settant'anni di servitù, più non conservava alcun generoso sentimento; e sentendosi incapace di vivere libero, non ebbe nè il coraggio, nè il desiderio di ritenersi il potere che gli si rendeva. Assistette all'abdicazione del vecchio Francesco da Carrara come ad una vana cerimonia; un dottore di legge, sindaco della comunità, rispose con un'ampollosa diceria alla lettura fatta dal procuratore del Carrara dell'atto di rinuncia; ed il gonfaloniere e gli anziani senza disamina e senza condizioni investirono all'istante Francesco Novello da Carrara della signoria abdicata dal padre. Così Padova mutò padrone il 29 giugno del 1388, ed all'indomani il vecchio Carrara partì alla volta di Treviso, di cui erasi riservata la sovranità[420].
[420] _Galeazzo Cataro Stor. Padov., p. 643._ Questo storico medesimo era uno degli anziani del popolo. Suo figlio Andrea, che citiamo più spesso, diede una nuova forma alla sua cronaca. _Redusii de Quero Chron. Tarvis., p. 789._
Questo stesso giorno Giovan Galeazzo Visconti fece portare a Francesco Novello una sfida ed una dichiarazione di guerra; e non si vergognò in questo manifesto di appoggiarsi alla giustizia della sua causa ed alla protezione del cielo, accusando il suo avversario d'essere stato l'aggressore, e di averlo provocato coi tradimenti[421]. Giovanni Galeazzo pubblicava con ostentazione documenti ufficiali, e pare essersi lusingato di palliare agli occhi della posterità le sue scelleraggini col linguaggio della virtù; mentre per lo contrario l'opposizione tra i suoi discorsi e la sua condotta non servì che a disvelare tutta la sua doppiezza. Frattanto le truppe ch'egli aveva adunate a Verona ed a Vicenza entrarono nello stato di Padova, mentre vi penetravano pure per la Brenta e per l'Adige i Veneziani; e perchè tanto gli uni che gli altri si astenevano dal guastare le campagne, persuasero i contadini a dichiararsi contro il Carrara ed a darsi al loro partito[422].
[421] _Gataro Stor. Padov., p. 648. — Chron. Placent. Joh. de Mussis, p. 550. — Ann. Mediol., c. 150, p. 804._
[422] _And. Gataro, p. 650._
Un fratello naturale del signore di Padova, il conte di Carrara, comandava le sue truppe, ed approfittando accortamente dei canali che tagliano la Marca Trivigiana, impediva al conte del Verme, generale del Visconti, di avanzare. Ma lo scoraggiamento ed i tradimenti erano comuni alla città, alle campagne ed alle fortezze del signore di Padova; i soldati erano frequentemente presi da panico timore; i comandanti spesso abbandonavano i posti e le fortezze loro affidate senza combattere, ed il popolo minacciava d'aprire le porte di Padova, se non gli si dava la pace[423]. I consiglieri chiamati da Francesco Novello gli dichiaravano, ch'essi non volevano vedere i loro poderi guastati più a lungo da contese che non li risguardavano; che non volevano esporre più oltre la città ad essere presa e trattata coll'estremo rigore da una sfrenata soldatesca; e nello stesso tempo facendogli sentire ciò che doveva temere per sè medesimo dalla vendetta dei Veneziani, lo consigliavano a vincere la generosità di Giovanni Galeazzo sottomettendosi a lui[424].
[423] _Ivi, p. 658._
[424] _And. Gataro, p. 662._
Francesco Novello, privo di mezzi di difesa, e non trovando tra i suoi parenti ed amici persona cui potersi interamente fidare, accondiscese finalmente alle istanze di tutto il suo popolo, consigliandosi colla necessità. Fece chiedere un salva condotto a Giacomo del Verme, per recarsi a Pavia presso al conte di Virtù, ed il 23 novembre del 1388 aprì a questo generale la capitale e tutte le fortezze. Preventivamente aveva caricati sopra varie barche i suoi più preziosi effetti e mandatili a Ferrara colla moglie e coi figli; egli prese la strada di Verona, e nell'atto di abbandonare la città, ove i suoi antenati avevano dominato settant'anni, e mentre attraversava il suo territorio, ebbe il dolore di essere testimonio delle feste e dell'allegrezze con cui i suoi sudditi celebravano l'inaugurazione del nuovo sovrano[425].
[425] _Ivi, p. 676. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 481. — Chron. Placent. Joh. de Mussis, p. 551._
Alcuni negoziatori, spacciandosi mandati da Francesco Novello, recaronsi subito presso suo padre a Treviso, per invitarlo a confidarsi alla generosità di Giovanni Galeazzo. Gli offrirono un salvacondotto di Giacomo del Verme per andare a Pavia, persuadendolo ad aprire questa piazza al suo generale. Il vecchio Carrara trovavasi in più difficile situazione di suo figliuolo. Era stretto ad un tempo dalle armi de' Veneziani, dei Visconti e de' Trevisani ribellatisi contro di lui. Egli si era ritirato nella fortezza, sicura di una morte crudele se veniva in potere de' suoi nemici. Chiamò dunque Giacomo del Verme, introdusse i di lui soldati nella cittadella di Treviso, e s'incamminò alla volta di Pavia per implorare la generosità del vincitore.
Ma i salvacondotti accordati ai signori di Carrara non furono mantenuti. Giovanni Galeazzo temeva di vederli e di dir loro che non intendeva di mantenere le sue promesse. Fece dunque fermare il figlio a Milano ed il padre a Verona, senza loro permettere di proseguire il viaggio. Frattanto la biscia de' Visconti fu inalberata sulla riva dell'Adriatico, e gli stendardi di così temuto principe volteggiavano in faccia ai campanili di Venezia. Di già Giovanni Galeazzo meditava di far sentire la sua potenza a questa superba repubblica, e quando i deputati di Padova vennero ammessi alla sua presenza per rendergli omaggio, disse loro, elle se Dio gli accordava solamente cinque anni di vita renderebbe i Veneziani loro eguali, e porrebbe fine alla gelosia che una città mezzo sommersa cagionava da tanto tempo a Padova[426].
[426] _And. Gataro, Stor. Padov., p. 701._
CAPITOLO LIII.
_Rivoluzioni nelle repubbliche toscane; intrighi di Giovanni Galeazzo. — Francesco da Carrara, suo prigioniero, fugge, e si ripara a Firenze; persuade questa repubblica a fare la guerra al Visconti. Conduce in Italia un'armata tedesca, e ricupera la signoria di Padova._
1388 = 1390.
La condotta di Venezia nel favorire le conquiste di Giovanni Galeazzo Visconti non aveva corrisposto all'alta prudenza che tanto onorava i consigli di questa repubblica. Le due case degli Scala e dei Carrara, abbastanza forti per difendersi, ma non tali da inspirar timore, potevano servire ai Veneziani di antimurale contro le intraprese dei Visconti. La repubblica, superiore di forze e di ricchezze, aveva mille mezzi per tenere in una specie di schiavitù i signori di Verona e di Padova. I Veneziani mancarono all'ordinaria loro prudenza eccitando lo Scala alla guerra, poi lasciandolo perire per non avergli somministrati sufficienti soccorsi; ma un più grande errore fu quello di sagrificare il Carrara al loro risentimento, acconsentendo che si arricchisse colle sue spoglie il più potente, il più ambizioso, il più perfido tiranno d'Italia. La vista degli stendardi milanesi, che volteggiavano in riva all'Adriatico, richiamò il senato veneto a dolorose considerazioni sulla propria condotta; e bentosto i minacciosi discorsi di Giovanni Galeazzo, di cui gli fu dato avviso, accrebbero le sue inquitudini.
Veruna potenza in Italia pareva abbastanza forte per misurarsi col signore di Milano e per limitarne le conquiste. La Chiesa aveva lungo tempo guerreggiato contro suo padre e suo zio; ma le sue forze erano snervate dallo scisma, e più ancora dall'imprudente condotta d'Urbano VI. Questo pontefice, che andava debitore della sua libertà e forse della vita al doge Antoniotto Adorno, si disgustò col suo liberatore e partì precipitosamente da Genova il 16 dicembre del 1386 per passare a Lucca[427]. In questa città egli predicò la crociata contro il regno di Napoli ch'egli voleva conquistare. Ma nè le sue esortazioni, nè le sue bolle acquistarono alla sua causa un solo soldato[428]. In appresso dichiarò complessivamente la guerra ai Turchi ed ai Greci, guerra poco sanguinosa, di cui ne affidò la cura all'arcivescovo di Patrasso[429]. In appresso, recandosi a Perugia, vi fece leva di soldati mercenari, coi quali pensava di fare personalmente l'impresa del regno, quando una sedizione scoppiata nelle sue truppe, lo fece fuggire atterrito a Roma[430]. Colà mori il 13 ottobre del 1389 dopo avere coll'impetuoso suo carattere, colla sua imprudenza, colla sua crudeltà, scandalizzata la Cristianità forse più che non fecero gli scostumati pontefici del decimo secolo. Pietro Tommacelli, cardinale di Napoli, che prese il nome di Bonifacio IX, venne innalzato sulla cattedra di san Pietro il 9 novembre 1389 dai cardinali dell'ubbidienza d'Urbano VI[431].
[427] _Georgii Stellæ Ann. Genuens., t. XVII, p. 1128. — Uberti Folietæ Genuens. Hist., l. IX, p. 491._
[428] _Rayn. Ann. Eccl. 1387, § 2, t. XVII, p. 128._
[429] _Ivi, § 8, p. 130._
[430] _Ivi, 1338, § 8 p. 137._
[431] _Ivi, 1389, § 12, p. 142._
Di tutte le case sovrane che avevano esistito tra le Alpi e gli Appennini dopo la caduta delle repubbliche, più non eranvene che quattro le quali non fossero state spogliate de' loro stati dai Visconti; queste erano le case di Savoja, di Monferrato, dei Gonzaghi e d'Este. Amedeo VII, detto il Rosso, conte di Savoja, unicamente occupato degli intrighi e delle guerre della Francia, evitò ogni cagione di rottura col conte di Virtù[432]. Teodoro II, marchese di Monferrato, cui Giovan Galeazzo aveva tolto Asti ed altre importante piazze, fu egli medesimo in certo qual modo fatto prigioniere nella corte del signore di Milano dalla sua più tenera infanzia fino al 1400[433]. Francesco di Gonzaga governava Mantova dopo il 1382; ma non si conservava in questo principato che mercè la più ossequiosa deferenza a tutte le volontà di Giovanni Galeazzo. Aveva preso parte a tutte le sue alleanze, ed a tutte le sue guerre, senza sperarne altro vantaggio che quello di protrarre più in là l'epoca in cui sarebbe ancor esso spogliato de' suoi dominj[434]. Nella famiglia d'Este il marchese Alberto era succeduto, il 26 marzo 1388, a suo fratello Niccolò in pregiudizio d'Obizzo, figlio d'un suo fratello maggiore che gli era premorto[435]. Alberto, dietro le suggestioni di Giovan Galeazzo, presso di cui erasi recato a Milano, fece tagliare la testa ad Obizzo ed a sua madre accusati d'avere contro di lui tramata una congiura; fece bruciare la sposa di questo sventurato, appiccare uno de' suoi zii, tenagliare e porre alla tortura molti de' loro confidenti[436]. Dopo tali atrocità il marchese di Ferrara, resosi esoso ai popoli ed ai principi, non poteva ad altri fidarsi che a Giovan Galeazzo, che gliele aveva fatte commettere, e non agiva che a seconda de' suoi consiglj o de' suoi ordini.
[432] _Guichenon Hist. généalogique de Savoie, c. 24, t. II, p. 5, an. 1383-1391._
[433] _Benven. de san Geor. Montisfer., t. XXIII, p. 611._
[434] _Platina Hist. Mantuana, l. III, p. 752, Rer. It., t. XX._
[435] _Chron. Estense, t. XV, p. 516._
[436] _Cronica di Pietro Minerbetti, an. 1388, c. 1, p. 156. — Scriptores Etruriæ t. II. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 530._
Le altre famiglie, un tempo sovrane, erano tutte state spogliate de' loro stati dai Visconti: i Coreggio, i Rossi, gli Scotti, i Pelavicini, i Ponzoni, i Cavalcabò, i Benzeni, i Beccaria, i Languschi, i Rusca, i Brusati, o più non esistevano, o non avevano autorità negli stati altra volta sottomessi ai loro antenati. La casa Visconti era succeduta sola a tutta la loro potenza, come a quella degli Scala e dei Carrara.
Se i comuni di Toscana fossero stati uniti dalla considerazione de' loro pericoli, avrebbero potuto sostenere con pari forze la lotta col conte di Virtù; ma la sola Firenze sapeva calcolare nelle sue viste la politica dell'Italia e dell'Europa intera. Le altre città, invece di stare in guardia contro il nemico d'ogni libertà, erano gelose della sola Firenze, e le imprudenti loro passioni favoreggiavano i progetti del tiranno che voleva ridurle in servitù.
Gli stati d'Italia, esposti alle invasioni di Galeazzo, non potevano sperare soccorso dal rimanente dell'Europa. L'impero era venuto in mano del più debole, del più spregevole de' principi, Wenceslao, indegno figlio di Carlo IV, il quale pure aveva anche tanto degenerato dai suoi gloriosi antenati. La Francia, durante la minorità e la pazzia di Carlo VI, trovavasi in preda ad un'anarchia, nella quale si videro ben presto nascere le funeste fazioni dei duchi di Borgogna e d'Orleans. L'Inghilterra era governata dal debole Riccardo II, sotto il di cui regno nacquero le fazioni delle due rose. Per le sue guerre civili l'Ungheria perdeva tutta l'influenza che aveva acquistata sull'Italia e sul rimanente dell'Europa sotto il gran re Luigi. L'Arragona in tempo della lunga amministrazione di Pietro IV, detto il ceremonioso, aveva tenuto un distinto rango tra le potenze marittime; ma questo re era morto il 4 gennajo del 1387[437], ed il debole Giovanni, che gli succedeva, riposava in un ozio vile, abbandonando alla consorte tutte le cure de' pubblici affari[438]. Così dall'una all'altra estremità dell'Europa tutti i regni erano affetti da un vizio interno, tutti i regni sembravano nello stesso tempo colpiti d'accecamento, da viltà, o da demenza, mentre il signore della Lombardia manteneva costantemente al suo soldo maggiore numero di truppe che verun altro monarca d'Europa, disponeva d'un'immensa entrata, governava i suoi stati dispoticamente, e formava progetti di conquista ancora più grandi della sua potenza. Giovanni Galeazzo aveva un coraggio intraprendente, che stranamente contrastava colla sua viltà personale. Quell'uomo medesimo, che mai non mostrossi alla testa dell'esercito, che nel palazzo fortificato di Pavia non lasciavasi vedere da chicchefosse, che circondavasi di triplici guardie, e che nel suo appartamento stava sempre apparecchiato a difendersi contro di queste, come se fosse sicuro d'essere tradito; quest'uomo non esitava un solo istante nelle sue risoluzioni, non lasciavasi smuovere dal pericolo, nè scoraggiare dal cattivo esito. Superiore a tutti nella profondità della sua politica, incapace di rimorsi per il delitto, o di vergogna per la mala fede, mirava coi vasti suoi mezzi a sottomettere tutta l'Italia; e se ne avesse terminata la conquista, pochi ostacoli avrebbe più incontrati a dilatare il suo dominio sulle vicine contrade. Ma la libertà italiana fu per alcun tempo salvata ancora, perchè nella carriera della sua ambizione Giovan Galeazzo si trovò a fronte la virtù, il coraggio, la magnanimità della repubblica fiorentina, e l'odio implacabile di Francesco da Carrara che aveva di già spogliato.
[437] _Mariana Historia de las Españas, l. XVIII, c. 11._
[438] _Indices Rer. ab. Arag. Regibus Gestarum, Zurita, l. III, p. 259._
Molte cagioni avevano contribuito ad eccitare l'animosità di diversi comuni liberi della Toscana contro Firenze, di modo che, malgrado l'alleanza che le univa, noi vedremo successivamente Pisa, Siena, Lucca, Perugia e Bologna associarsi al nemico de' Fiorentini e della libertà.
Molte compagnie di ventura erano successivamente entrate in Toscana per vivere rubando; tutte avevano estorte contribuzioni dalle più deboli città, mentre la potenza de' Fiorentini le teneva ad una rispettosa distanza. I popoli oppressi, invece d'accusare se medesimi della propria debolezza, sospettavano che i Fiorentini fossero segretamente d'accordo con queste bande d'assassini[439]. I Tarlati della famiglia di Pietro Saccone, signore di Pietra Mala, si erano nel 1384 dati o raccomandati alla repubblica di Siena con sessantanove castelli, ed un gran numero di villaggi[440]. In ogni tempo eransi conservati nemici de' Fiorentini, ed avevano associati i Sienesi alla loro animosità. Lo stesso anno Engerrando di Coucy aveva condotta in Italia un'armata francese di oltre dodici mila cavalli, che guidava nel regno di Napoli in soccorso di Luigi duca d'Angiò[441]. Un luogotenente di Carlo III occupava in allora Arezzo, mentre una folla d'emigrati aretini si erano uniti ai Tarlati.
[439] _Annali Sanesi anonimi, t. XIX, p. 388, 390._
[440] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VIII, fogl. 150._
[441] _Scipione Ammirato Stor. Fiorent., l. XV, p. 767._
Questi offrirono ad Engerrando di Coucy d'introdurlo in Arezzo col mezzo delle intelligenze che vi avevano conservate, ed infatti essi gli aprirono le porte di questa città la notte del 29 settembre 1384. Ma la morte del duca d'Angiò, di cui nella notte medesima si ebbe avviso a Firenze[442], determinò Engerrando a rinunciare alla sua spedizione. Egli cercò prima di occupare il castello d'Arezzo, ov'erasi ritirato il luogotenente di Carlo III coi Guelfi; ma vedendo che dopo cinquanta giorni d'assedio non aveva nulla avanzato, e che gli assediati avevano venduta la loro fortezza ai Fiorentini, trattò ancor esso con questa repubblica, ed avendo ricevuta una somma di danaro, il 17 novembre 1384 aprì le porte d'Arezzo ai commissarj di Firenze[443]. Nello stesso tempo i Sienesi stavano con lui contrattando, e lo avevano soccorso, onde concepirono un estremo dispetto, vedendosi dai loro rivali tolto un acquisto ch'essi speravano di fare[444].
[442] _Leon. Aretino Stor. Fior., l. IX. — Marchione de Stefani Stor. Fior., l. XII, R. 962, p. 49. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 768._
[443] _Mem. Stor. di ser Naddo da Montecatini. Deliz. degli Erud., t. XVIII, p. 73. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 770._
[444] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. VIII, p. 152._
Frattanto la repubblica di Siena veniva travagliata da rivoluzioni, che sempreppiù la rendevano debole; ella era governata da artigiani della più bassa lega, che avevano assunto il nome di riformatori. I nobili trovavansi con costoro in aperta guerra, e tutto il rimanente della nazione gemeva oppressa. Ma il 24 marzo 1385 gli ordini dei nove e dei dodici, che tenevano tra i borghesi un rango superiore, unironsi ai nobili per attaccare l'oligarchia artigiana de' riformatori. Dopo un'accanita zuffa cacciarono questi artigiani fuori di palazzo, poi fuori della città. Quattro mila di costoro fuggirono o furono mandati in esilio[445]; e nell'ultima classe della nazione si creò un nuovo ordine sotto il nome di monte del popolo, per separarlo affatto dai riformatori che si volevano proscrivere. Il governo venne diviso tra i nove, i dodici ed il popolo; la nobiltà rimase esclusa dagl'impieghi[446].
[445] _Malavolti Stor. di Siena, l. VIII, p. 153._
[446] _Marchione de Stefani, l. XII, R. 977, t. XVII, p. 63. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 771. — Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX, p. 154._
Questa rivoluzione riconciliò per breve tempo i Sienesi coi Fiorentini, perchè gli ultimi avevano soccorsi i borghesi di Siena. Essi accomunavano ai riformatori il risentimento che i loro Ciompi avevano loro inspirato, ed appena usciti essi medesimi dal giogo del popolaccio, volevano pur rompere quello de' loro vicini. Ma bentosto una contesa di giurisdizione ravvivò tra le repubbliche una mal assopita animosità.
La comunità di Montepulciano trovavasi da lungo tempo sotto la protezione di Siena con certe condizioni e riserve che i Sienesi avevano mal osservate[447]. Ma questa borgata, che più anticamente era stata sotto la protezione de' Fiorentini, li chiamò come garanti de' suoi privilegi. La famiglia dei Pecora governava in allora Montepulciano con una quasi assoluta autorità. Questi piccoli signori erano divisi, Giovanni di Pecora aveva scacciato suo cugino Gherardo, e questi con un piccolo numero d'aderenti era rimasto attaccato ai Sienesi, ma il popolo ed il capo erano spontaneamente ricorsi ai Fiorentini[448].
[447] _Cronica di Piero Minerbetti Scrit. Etr., t. II, an. 1388, c. 9, p. 164. — Scip. Ammirato, l. XV, p. 790._
[448] _Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. IX, p. 159._
Questi ultimi, ai quali Giovanni di Pecora offriva la sovranità di Montepulciano, non vollero accettarla; invece cercarono di riconciliare questo signore coi Sienesi. Perciò incaricarono il loro ambasciatore di rinnovare per cinquant'anni il trattato esistente tra i due popoli; ma nello stesso tempo mandarono alcune compagnie di soldati a Montepulciano, affinchè questo comune non venisse attaccato finchè durava la negoziazione[449].
[449] _Poggio Bracciolini Istor. Fiorent. l. III, p. 249. — Piero Minerbetti Ist. Fior. an. 1388, c. 9, p. 164._ Noi faremo oramai frequente uso di questo storico fiorentino, che per lo spazio di ventidue anni seguì press'a poco il piano dei Villani, ai quali trovasi peraltro inferiore. Sembra che abbia avuto disegno di continuare la cronica di Marchione de Stefani, che finì nel 1386. Ogni anno della sua storia, che seguendo l'usanza fiorentina comincia il 25 marzo, forma un separato libro diviso in molti capitoli. È stampato nel tomo II degli Scrittori Etruschi, in foglio.
I Sienesi, che avevano nome di essere i più vendicativi popoli della Toscana, irritati perchè i fiorentini avessero presa parte alla contesa loro coi proprj sudditi, si resero schiavi essi medesimi per trarvi anche i loro rivali. Mandarono segretamente ambasciatori al conte di Virtù, offrendogli di darsi a lui. Ma in tale epoca Giovanni Galeazzo, trovandosi tutt'inteso alla sua guerra con Francesco da Carrara, ebbe timore di dare motivo alla repubblica fiorentina di soccorrere questo principe, e spedì immediatamente deputati alla signoria per protestare, che lungi dal volere turbare la pace della Toscana, aveva rifiutate le offerte dei Sienesi; e che quando questo popolo stesso a lui si volesse dare liberamente e senza riserve, egli ancora non lo vorrebbe accettare[450].
[450] _Piero Minerbetti, an. 1887, c. 4, p. 150. — Scipione Ammirato, l. XV, p. 791._
Per altro Giovanni Galeazzo non aveva fatto, come diceva, così aperto rifiuto dell'offerta de' Sienesi, perciocchè maravigliosamente si accordava co' suoi progetti di conquista in Toscana e colle più care sue speranze. Persuase solamente questa repubblica a negoziare coi Fiorentini, finchè gli fosse riuscito di soggiogare Francesco da Carrara, ed allora fece bruscamente rompere le conferenze, mentre i suoi ambasciatori protestavano a Firenze che il loro signore non desiderava che la pace[451].
[451] _Piero Minerbetti, an. 1388, c. 11, p. 167._
Nello stesso anno Giovanni Galeazzo tentò d'occupare Pisa. Pietro Gambacorti, alleato dei Fiorentini, governava questa repubblica. Tutt'ad un tratto fu attaccato da una compagnia di ventura, ed avanti che avesse potuto domandare soccorso ai suoi alleati, vide giugnere da Sarzana quattro mila cavalli che il Visconti, secondo egli diceva, mandava in suo soccorso. Questi inaspettati ausiliari chiedevano instantemente di essere ricevuti in città; ma Pietro Gambacorti, che più temeva tali difensori che i nemici, fece loro chiudere le porte di Pisa, mentre che accolse in città senza verun sospetto i rinforzi mandatigli dai Fiorentini[452].
[452] _Pietro Minerbetti, c. 5, p. 158._