Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 14

Chapter 143,641 wordsPublic domain

L'assassinio di Carlo diede in preda alla più ruinosa anarchia i due regni di Napoli e d'Ungheria. Margarita, sua consorte, rimase reggente del primo durante la minorità di Ladislao suo figlio, allora in età di soli dieci anni. Ma la nobiltà di Napoli aveva creata una magistratura indipendente, che tra poco venne in concorrenza d'autorità colla regina. La fazione d'Angiò, di cui si fecero capi Tommaso di San-Severino ed Ottone di Brunswick, ultimo marito di Giovanna, aveva proclamato re Luigi II d'Angiò sotto la tutela di sua madre Maria. Il San-Severino, che assumeva il titolo di vicerè, obbligò Margarita ed il partito di Durazzo, ad uscire di Napoli per chiudersi in Gaeta: ma l'ingratitudine de' provenzali fece loro perdere il frutto della vittoria; disgustarono il San-Severino ed il duca di Brunswik, e forzarono l'ultimo ad abbandonare la loro causa per darsi al partito di Durazzo[389]. Intanto universale era la confusione; due re ancora fanciulli, sotto la tutela di due donne più intriganti che avvedute, lottavano l'uno contro l'altro, ed insieme contro i loro sudditi. Due papi, che si scomunicavano a vicenda, cercavano di opprimere il principe loro avversario, e di spogliare il re loro pupillo della sua legittima autorità per sostituirvi quella della santa sede. Tutti i baroni erano armati, e sotto pretesto della guerra civile taglieggiavano i borghesi ed i contadini del loro partito, saccheggiando ed incendiando le proprietà dei loro nemici. In mezzo a così spaventosi disordini non sorgeva verun uomo di così singolari talenti da chiamare a sè gli sguardi della nazione, onde far nascere la speranza di più felice avvenire.

[389] _Giannone Istoria Civile del Regno di Napoli, l. XXIV, c. 3, t. III, p. 373. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1057._

Nel regno d'Ungheria la sorte delle due regine eccitò da prima la pietà, quando vennero spogliate dei loro diritti; ma tenne dietro a questo sentimento l'universale indignazione, quando ricuperarono la reale dignità con un'atroce perfidia. Giovanni d'Horwath, _banno_ di Croazia, avendole sorprese, ed uccise le loro guardie, fece tagliare la testa in presenza loro a Niccola Gava, e gettar nel fiume la regina madre Elisabetta. Le damigelle della giovane regina Maria erano intanto abbandonate alla brutale libidine de' Croati, e la principessa, che, dicesi, fu la sola non violata, venne rinchiusa nel castello di Crupa[390].

[390] _Joh. Thwrocz Chron. Hungar., p. IV, d. 214._

Sigismondo, marchese di Brandeburgo, giugneva di questi tempi in Ungheria per celebrare le nozze colla giovane sposa. Parte della nobiltà ungara si attaccò a lui, ma la fazione che aveva chiamato, ed in appresso vendicato Carlo III, apparecchiavasi alla difesa. Giovanni d'Horwath fece trasportare la regina Maria, sua prigioniera, nel castello di Novigrado con intenzione di spedirla nel regno di Napoli alla vedova di Carlo III, ma vi si opposero i Veneziani. Preferendo il presente loro vantaggio al risentimento delle passate ingiurie ricevute dal re Luigi, si allearono con Sigismondo e con Maria; spedirono al primo consumatissimi negoziatori per ripristinare la pace in Ungheria, e farvi riconoscere il nuovo re; incaricarono Giovanni Barbadigo, uno de' loro ammiragli, di tener d'occhio le coste della Croazia perchè la regina Maria non venisse suo malgrado trasportata a Napoli, e costrinsero infine colle loro armi Giovanni d'Horwath ed il priore d'Aurania, suo fratello, a rendere a Maria la libertà. Venne questa principessa rilasciata il 4 giugno 1387, ed un mese dopo fu maritata a Sigismondo[391].

[391] _Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. II, t. III Rer. Hung., p. 409. — Raphain Caresino Chron. Venet., t. XII, p. 476._ — Lo Thwrocz prende qualche abbaglio di date, e non parla dell'assistenza de' Veneziani. _Chr. Hung., p. IV, c. 2 e 3, p. 215._

Per tal modo la repubblica di Venezia, tanto travagliata dalla potenza e dall'ambizione del re d'Ungheria, vide un alleato ch'essa aveva colmato di benefici succedere all'antico suo rivale. Quand'anche Sigismondo avesse potuto scordare la riconoscenza dovuta ai Veneziani, egli non poteva più disporre delle forze comandate da Luigi; perciocchè l'implacabile sua vendetta nel perseguitare i nemici di Maria eccitava ne' suoi stati sempre rinascenti ribellioni, e quasi tutti i vecchi consiglieri ed i generali di Luigi furono assassinati, o perirono sul patibolo[392]. Alcune province già dipendenti dalla corona d'Ungheria si staccarono, e Sigismondo fu costretto a riconoscere, nel 1387, tra i suoi sudditi, un nuovo re di Rascia e di Bosnia, il quale stendeva la sua giurisdizione sopra Zara, Traù, Sebenico, Spalatro ed altre città tolte ai Veneziani sulle coste della Dalmazia[393]. Perciò la repubblica più non ebbe a temere che una marina formata sotto la protezione del re d'Ungheria potesse un giorno dividere con lei l'impero dell'Adriatico.

[392] _Joh. de Thwrocz, p. IV, c. 4 e 7, p. 216, 219. — Thomae Ebendorfferi de Haselbach Chron. Austriac., p. 821. In Pez. Rer. Austr., t. II._

[393] Twartkus banno di Bosnia, avendo conquistata la Rascia o Servia orientale, nel 1386 assunse il titolo di re, e dal 1387 al 1390, occupò le città marittime in addietro possedute dai Veneziani. _Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 3, p. 412._

Passarono altri vent'anni avanti che i Veneziani tentassero di ricuperare i possedimenti perduti sulle coste della Schiavonia: ma le rivoluzioni di Napoli e di Ungheria offrirono loro l'opportunità di fare un importantissimo acquisto all'ingresso del golfo Adriatico. L'isola di Corfù o Corcira, si diede volontaria ai Veneziani. Quest'isola rimasta agl'imperatori latini di Costantinopoli, dopo ch'ebbero perduta la loro capitale, era stata riunita alla corona di Napoli. In tempo delle guerre civili della Puglia i Corfioti scossero il giogo de' Napolitani; e dopo essersi alcun tempo governati a comune, implorarono la protezione de' Veneziani, sottomettendosi a loro il 9 giugno del 1386, a condizione che fossero conservati tutti i loro privilegi[394]. Durazzo, importantissima città sulle coste dell'Albania, che il vecchio Carlo d'Angiò aveva tolta ai Greci, e che col titolo di ducato era passata in un ramo della sua famiglia fino a Carlo III re di Napoli e d'Ungheria, fu circa lo stesso tempo conquistata dai Veneziani; e due anni dopo vennero aggiunte ai dominj della repubblica, in forza delle cessioni dei feudatarj che le governavano, le due città d'Argo e di Napoli di Romania[395]: e se i Veneziani non ispinsero più in là le loro conquiste in Ungheria, in Grecia e nel regno di Napoli in tempi in cui veruna di questi popoli era in istato di opporre loro resistenza, ciò deve attribuirsi al desiderio che avevano ardentissimo di vendicarsi di Francesco da Carrara, onde ne' tempi medesimi tutte le loro forze e tutta la loro ambizione erano volte al continente di Lombardia.

[394] Questa negoziazione con tutti i documenti ufficiali trovasi nella _Storia di Corfù di Andrea Mormora nobile Corcirese, l. V, p. 228, un volume in 4.º Venezia, 1672_. — Osservinsi inoltre _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 751. — Raphain Caresino Chron. Venet., t. XII, p. 472_.

[395] _Vettor Sandi Stor. Civile Veneziana, l. V, p. II, c. 12, p. 190. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 760._

Francesco da Carrara, signore di Padova, aveva acquistato dall'arciduca Leopoldo d'Austria la città ed il territorio di Treviso[396], che i Veneziani avevano ceduti all'arciduca. Gli stati del Carrara venivano per questo nuovo acquisto a fronteggiare la laguna in tutta la sua estensione e toglievano ai Veneziani ogni comunicazione col continente. Un vicino qual era il Carrara, in ogni tempo alleato di tutti i nemici della repubblica, e che al desiderio di nuocere univa abilità e potenza, inspirava al senato un'estrema diffidenza. I Veneziani, che ancora non eransi riavuti dei danni dell'ultima guerra, cercavano di eccitare nemici contro il Carrara piuttosto che attaccarlo essi medesimi. Riaccesero segretamente l'odio d'Antonio della Scala, signore di Verona, e lo persuasero ad assumersi colle proprie le altrui vendette, attaccando il loro nemico.

[396] _Chron. Estense, t. XV, p. 508._

Antonio della Scala era figlio naturale di Cane signore della Scala, cui era succeduto nel 1374 unitamente a suo fratello Bartolomeo[397]. Per regnar solo aveva fatto assassinare nel 1381 il fratello, e morire la sua amica con tutta la sua famiglia in mezzo a terribili tormenti, siccome colpevoli del delitto ch'egli medesimo aveva commesso. Francesco da Carrara aveva pubblicamente manifestato l'orrore inspiratogli da tanta perfidia e crudeltà[398]; ed il bastardo della Scala credette, dichiarando la guerra al signore di Padova, di smentire un'accusa di cui si vergognava, e di cancellare le tracce del suo delitto. Nel 1385 conchiuse un trattato di sussidj coi Veneziani, e si obbligò per venticinque mila ducati, che dovevano essergli pagati ogni mese, finchè durasse la guerra, a spogliare la casa di Carrara di tutti i suoi stati, cedendo però Treviso ed il suo territorio alla repubblica[399].

[397] _Chron. Veron. in fine, t. VIII, p. 659._

[398] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 446._

[399] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 508._

Invano Francesco da Carrara cercò di far sentire al suo irritato vicino, che i loro stati non avevano fin allora con altro mezzo conservata la loro indipendenza che coll'antica alleanza delle due famiglie, e che colui che ajuterebbe a spogliare l'altro, sarebbe anch'esso bentosto spogliato da que' medesimi che avrebbero combattuto con lui. Antonio della Scala, sordo a questi avvisi, adunò soldati, ed il 5 aprile 1386 li mandò nel territorio di Padova sotto il comando di Cortesia di Sarego. I due signori tenevansi egualmente lontani dai pericoli della guerra; e Carrara prese al suo soldo Giovanni d'Azzo degli Ubaldini, che incaricò di respingere il nemico. Il 25 giugno 1386 ebbe luogo una battaglia alle _Brentelle_, nella quale fu fatto prigioniere il Sarego con otto mila tra soldati e milizie veronesi, oltre ottocento uomini rimasti sul campo di battaglia[400].

[400] _And. Gataro Stor. Padov., p. 528._

Ma si era introdotta la costumanza di rilasciare i prigionieri senza taglia dopo avergli spogliati de' loro cavalli e delle armi, di modo che la perdita di una battaglia, altro non era che una perdita di danaro. La signoria di Venezia regalò sessanta mila fiorini ad Antonio della Scala per indennizzarlo della disfatta avuta, ed un astrologo gli promise che sarebbe in breve signore di Padova, onde ricusò tutte le offerte di conciliazione che il Carrara non aveva mancato di fargli[401].

[401] _Andrea Gataro Stor. Padov., p. 526-538. — Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 788._

Nel principio della seguente campagna (1387) l'una parte e l'altra aveva portate le proprie forze fino a sei in otto mila uomini di cavalleria e ad undici mila pedoni. Francesco Novello di Carrara, figlio del signore di Padova, combatteva nell'armata di suo padre sotto gli ordini di Giovanni d'Azzo e di Giovanni Acuto. Dopo avere guastato il territorio di Verona, l'armata padovana dovette ritirarsi, avendo in testa forze assai superiori, comandate dai due generali di Antonio della Scala, Giovanni degli Ordelaffi ed Ostasio da Polenta signore di Ravenna. Ma giunta a Castagnaro presso di Castelbaldo, ella si fortificò dietro un canale e aspettò di essere attaccata dai nemici. Si diede una grande battaglia l'undici marzo del 1387, e l'armata veronese fu nuovamente rotta, i suoi due generali furono fatti prigionieri con quattro mila seicento venti corazzieri, ed Acuto potè portare la desolazione fino sulle porte di Verona e di Vicenza[402].

[402] _And. Gataro Stor. Padov., p. 568. — Chron. Estense, p. 514._

Non pertanto Francesco Carrara scrisse un'altra volta al signore della Scala per domandare la pace; ma nello stesso tempo la signoria di Venezia gli spediva centomila fiorini per levare una terza armata; e Giovanni Galeazzo Visconti, signore di Milano, vicino ancora più pericoloso dei Veneziani, vedeva con piacere l'indebolimento dei due signori della Marca Trivigiana per tirarne vantaggio: offrì soccorsi all'uno ed all'altro, aspettando il favorevole istante per ispogliarli ambidue de' loro stati. Antonio della Scala, porgendo orecchio alle sue perfide suggestioni, rimandò senza risposta la lettera del Carrara[403].

[403] _And. Gataro Stor. Padov., p. 583._

Giovanni Galeazzo, che assumeva il titolo di conte di Virtù, era succeduto nel 1378 a suo padre Galeazzo[404] nel governo della metà della Lombardia. Egli risedeva a Pavia, mentre suo zio Barnabò soggiornava in Milano. Avea questi divise tra i numerosi suoi figliuoli le città del suo dominio[405], e perchè desiderava di accrescere il loro patrimonio coll'eredità di suo nipote, aveva tenuto mano a diverse congiure contro la persona o le province di Giovanni Galeazzo. Il conte di Virtù erasi sottratto ai macchinamenti dello zio, senza dare indizio d'averli scoperti. Improvvisamente mostrossi divoto, facendosi spesso vedere con un rosario in mano a visitare le chiese e trattenervisi lungamente in preghiere. Barnabò ascriveva a pusillanimità il cambiamento del nipote, e lo confermavano in questo giudizio le precauzioni che vedevalo prendere per sua sicurezza; perciocchè questo principe aveva raddoppiate le sue guardie, che mai non l'abbandonavano, e mostrava per le più piccole cose un subito terrore. Finalmente ne' primi giorni di maggio del 1385, il conte di Virtù fece sapere di voler andare in pellegrinaggio al tempio di M. V. sopra Varese, non molto discosto dal lago maggiore, e si pose in viaggio con una numerosa guardia, che sempre stavagli ai fianchi. Avvicinandosi a Milano la mattina del 16 maggio, Barnabò gli andò incontro coi due suoi figli maggiori. Giovanni Galeazzo, dopo avere teneramente abbracciato lo zio, si volse ai due suoi capitani, che poi acquistarono tanto nome militando per lui, Giacomo del Verme ed Antonio Porro, e loro diede in lingua tedesca, che di que' tempi era la lingua militare di tutta l'Europa, l'ordine di arrestare Barnabò. All'istante i soldati tolsero di mano a questo principe la briglia del cavallo, tagliarono il cinturone della sua spada, e lo strascinarono lontano dalla sua gente, mentre egli chiamava invano suo nipote, supplicandolo a non essere traditore del proprio sangue. Milano aprì subito le porte a Giovan Galeazzo, mentre in uno de' suoi forti vennero chiusi Barnabò ed i figliuoli. Tre volte fu il primo avvelenato ne' sette mesi della sua prigionia, e morì finalmente il 18 dicembre del 1385[406]. Le sue crudeltà e le enormi gabelle l'avevano reso tanto odioso al popolo, che veruno de' suoi sudditi cercò di difenderlo. Colla medesima indifferenza venne abbandonato dai suoi alleati; e Giovan Galeazzo, rimasto solo padrone della Lombardia, depose la maschera religiosa che aveva portata tanto tempo, e rivolse contro i suoi vicini le forze che aveva rapite allo zio.

[404] Morì il 4 agosto nel 1378 in età di 59 anni lasciando a suo figliuolo Pavia, Asti, Vercelli, Novara, Piacenza, Alessandria, Bobbio, Alba, Como, Casal sant'Evasio, Valenza e Vigevano.

[405] Cioè Lodi, Cremona, Parma, Borgo san Donnino, Crema, Bergamo e Brescia.

[406] _And. Gataro Stor. Padov., t. XVII, p. 498. — Corio Istor. Milan., p. III, p. 258. — Ann. Mediol., t. XVI, p. 784, c. 147. — Poggi Bracciolini Histor. Florent., l. III, p. 245. — Andreas Redusius de Quero Chron. Tarvisinum, t. XIX, p. 785._

Giovanni Galeazzo aveva più volte offerta la sua alleanza tanto allo Scala che al Carrara, ma avevano l'uno e l'altro ricusato di associarsi ad un principe di cui era nota la mala fede. Pure Antonio della Scala, dopo la rotta di Castagnaro, diede orecchio alle proposizioni di Giovan Galeazzo, e già stava, coll'intromissione de' Veneziani, per conchiudere con lui un trattato, quando Francesco da Carrara risolse di prevenirlo, ed accettò l'alleanza fin allora costantemente ricusata[407]. In questo trattato, firmato il 19 aprile 1387, Verona veniva ceduta a Giovan Galeazzo, Vicenza a Francesco; e questi cedeva al Visconti due de' migliori suoi capitani, Giovanni d'Azzo ed Ugolotto Biancardo, che l'esaurimento delle sue finanze più non gli consentiva di tenere al suo soldo[408].

[407] _And. Gataro Stor. Padov., p. 583. — Ann. Mediol., t. XVI, p. 779._

[408] _And. Gataro Stor. Padov., p. 592. — Chron. Tarvis. Redusii de Quero, p. 788._

Infatti i principi alleati occuparono uno il territorio di Verona, l'altro quello di Vicenza. I cittadini di quest'ultima città fecero sentire al Carrara che non doveva ruinare un paese, sul quale voleva regnare; che Vicenza, sebbene fedele alla casa della Scala, era non pertanto disposta a far dipendere la sua sorte da quella di Verona, e ch'essi gli aprirebbero le porte tosto che saprebbero averle Verona aperte al Visconti. In pari tempo gli abitanti di Udine, a suggestione de' Veneziani, attaccarono il Carrara dalla banda di Treviso, e lo costrinsero ad accettare la proposizione de' Vicentini[409].

[409] _And. Gataro Stor. Padov., p. 608._

Questa diversione non bastò a salvare lo Scala, la di cui capitale veniva gagliardamente stretta d'assedio dall'armata del Visconti. I Veneziani gli avevano somministrati sussidj di danaro e non soldati, e l'imperatore Wenceslao, cui aveva chiesto ajuto, gli avea spedito un ambasciatore piuttosto per ostentazione della sua autorità in Italia, che per assisterlo validamente. Ugolotto Biancardo, che avea il comando dell'armata milanese, aggiunse la seduzione alla forza; alcuni traditori gli aprirono la porta di san Massimo nella notte del 18 ottobre, ed Antonio della Scala, dopo avere consegnate la sua fortezza all'ambasciatore imperiale, fuggì co' suoi tesori per l'Adige a Venezia[410].

[410] _Ivi, p. 618. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 474._

L'ambasciatore di Wenceslao, rimasto padrone della fortezza di Verona, e dei segni del comando convenuto tra i governatori di Vicenza e de' castelli[411], li vendette al miglior prezzo possibile a Giovanni Galeazzo e si ritirò in Boemia col danaro ammassato con così disonesti modi. Tutte le fortezze vennero allora aperte a Giovanni d'Azzo e ad Ugolotto Biancardo; e questi occupò ancora Vicenza a nome del conte di Virtù; e la casa della Scala, che aveva regnato cento vent'otto anni in Verona, e che due volte aveva aspirato alla corona d'Italia, fu spogliata di tutti i suoi possedimenti.

[411] Consegnando una fortezza ad un comandante, si conveniva di non cederla che a colui che presenterebbe un segno simbolico, che il principe custodiva presso di sè. Chiamavasi il _contrassegno_.

Dietro il trattato convenuto tra il Carrara e Giovan Galeazzo, Vicenza avrebbe dovuto essergli immediatamente consegnata, ma il signore di Padova conosceva il suo alleato, e non contava sulla di lui buona fede. Si tacque, quando seppe che Giovan Galeazzo moveva pretensioni sopra Vicenza, come fosse una eredità di sua moglie[412]; e pensò soltanto a difendersi contro gli abitanti di Udine, cui i Veneziani davano scopertamente soccorso. Udine, capitale del patriarcato d'Aquilea, non aveva voluto riconoscere Filippo d'Alençon, patriarca consacrato da Urbano VI, mentre il Carrara proteggeva questo prelato[413]. Ma quando il signore di Padova vide il turbine mosso contro di lui dalla repubblica di Venezia, fece a questa vivissime istanze di accordargli la pace, e chiese la mediazione del marchese d'Este, che venne rifiutata[414]. Nella stessa epoca Giovanni Galeazzo mandava a Venezia due ambasciatori per trattare colla repubblica un'alleanza contro il Carrara; il quale, avuto di ciò sentore, più non potè contenere il suo sdegno, e scrisse all'imperatore, al papa ed a tutti i sovrani d'Europa lettere circolari per denunciar loro la perfidia del conte di Virtù, e chiedere giustizia de' suoi tradimenti. S'addirizzò ai medesimi Veneziani, sperando che la loro consueta prudenza vincerebbe la loro animosità: il tradimento, di cui vedevasi vittima, poteva servire di esempio al senato veneto; perciocchè se la conquista di Verona aveva aperta a Galeazzo la strada di Padova, la conquista di Padova poteva altresì agevolargli quella di Venezia. Ma il senato, non ascoltando che l'implacabile suo odio e la sua ambizione, segnò, il 29 marzo 1388, un trattato di divisione con Giovanni Galeazzo, in forza del quale Treviso, Ceneda e le fortezze di Coran e di sant'Eletto apparterrebbero alla repubblica, e Padova col suo territorio al signore di Milano[415]. Dietro domanda dei Veneziani Alberto, marchese d'Este, Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, e la comunità di Udine furono messe a parte di questa alleanza[416].

[412] Giovanni Galeazzo aveva sposata in seconde nozze Caterina, figlia di suo zio Barnabò e di Beatrice della Scala. Se per conto di questa gli spettava qualche diritto all'eredità degli Scaligeri, non era che dopo estinti tutti i maschi di quella casa e di quella di Barnabò.

[413] _Vitæ Patriarc. Aquiliens., t. XVI, p. 60._

[414] _And. Gataro Stor. Padov., p. 628._

[415] _And. Gataro Stor. Padov., p. 630. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 758._

[416] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 478._

Francesco da Carrara solo, e senz'alleati; circondato da nemici, il minore de' quali, preso separatamente, lo uguagliava di forze; sapeva inoltre di dovere guardarsi dal suo popolo non meno che da' suoi vicini. Da oltre ventiquattro anni il principato di Padova era avvolto in continue guerre, e l'esaurimento delle finanze aveva costretto Francesco ad accrescere ogni anno le imposte. Le piazze pubbliche eccheggiavano sempre di grida minacciose, e lo scoraggiamento e l'impazienza palesavansi apertamente ne' consigli. Tutti coloro che il Carrara chiamava a parte delle sue deliberazioni erano suoi segreti nemici[417]; gli uni venduti a Giovanni Galeazzo, gli altri alla repubblica di Venezia, ed altri ancora, senza avere un determinato scopo, desideravano soltanto una rivoluzione.

[417] _Andrea Gataro, p. 632._

Il signore di Padova invocò l'assistenza del duca di Baviera, col quale era congiunto di parentado, e del duca d'Austria, la di cui amicizia appoggiavasi ad antichi trattati; e l'uno e l'altro risposero che verrebbero a soccorrerlo quando loro sovvenisse il danaro necessario alle spese dell'armamento; ma nello stato d'esaurimento in cui trovavasi il Carrara, concedergli i chiesti sussidj a cotali condizioni, era un volerglieli negare.

Alcuni suoi consiglieri gli proposero di abdicare la signoria in favore di suo figliuolo; dicendogli che Venezia facevagli la guerra per un odio personale che non giugneva fino al figliuolo, il quale essendosi guadagnato l'affetto del popolo, troverebbe agevolmente nel di lui attaccamento inaspettati sussidj: ma quando si accorsero di non lo poter indurre all'esecuzione de' loro consiglj, cercarono di persuadere il giovane principe a sorprendere il padre ed a porlo in prigione, indi a trattare coi suoi nemici. Tali erano i depravati costumi dei tiranni d'Italia[418], che Francesco parve meritare grandissime lodi per avere rigettate così perfide insinuazioni[419].

[418] Perchè d'Italia, se non erano diversi quelli di tutto il rimanente dell'Europa, come lo provano infiniti esempj? _N. d. T._

[419] _And. Gataro Stor. Padov._, _p._ 638-640.