Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 13

Chapter 133,733 wordsPublic domain

E per tal modo la guerra trovavasi quasi ridotta a spedizioni di corsari, ed a danneggiare ogni giorno i vascelli mercantili. L'ardente odio che aveva messi l'un contro l'altro i due popoli maritimi, pareva ormai esausto; ognuno sospirava la pace; ed il conte Amedeo di Savoja, essendosi offerto mediatore, trovò tutte le potenze belligeranti ugualmente disposte a negoziare. Spedirono i loro ambasciatori a Torino, ed il trattato di pace venne sottoscritto l'8 agosto del 1381[359]. I Veneziani evacuarono Tenedo e ne spianarono le fortificazioni; Francesco di Carrara fu dichiarato sciolto da tutti gli obblighi che aveva in forza del trattato del 1372, e ristabilito negli antichi suoi confini; il re d'Ungheria restò possessore di tutta la Dalmazia e soltanto s'impegnò a non dar pratica ai corsari; per ultimo vennero reciprocamente rilasciati senza taglia i prigionieri. Così finì questa accanita guerra, dopo avere tolti ai Veneziani tutti i possedimenti continentali ed una ragguardevolissima parte delle loro ricchezze, e dopo di avere fatta perdere ai Genovesi la più bella flotta ed il fiore de' marinaj[360].

[359] _Marin Sanuto, p. 720. — Raphain Caresino, p. 464._

[360] _Daniele Chinazzo, p. 797. — Ubertus Folieta, l. VIII, p. 484. — Marin Sanuto, p. 721. — Andrea Navagero, p. 1067. — Georg. Stellae Ann. Genuens., p. 1119. — Laugier Hist. de Ven., l. XVII, t. V, p. 31. — Vita Caroli Zeni, l. VI, p. 297. — Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 1, t. III, Rer. Hung., p. 398._

CAPITOLO LII.

_Rivoluzioni di Genova, di Napoli, del regno d'Ungheria. — Conquiste dei Veneziani in Oriente. — Potenza di Giovanni Galeazzo Visconti. — Ruina delle case della Scala e di Carrara._

1382 = 1388.

I Genovesi mai non avevano spiegata tutta la loro potenza e tutti i mezzi della loro repubblica come nella guerra di Chiozza. Avevano essi sparso il terrore delle loro armi nell'impero greco e nel regno di Cipro, avevano diretti i consigli del re d'Ungheria, del patriarca di Aquilea e del signore di Padova, facendo in modo che tutte le operazioni degli alleati mirassero costantemente al comun bene della lega. Avevano fatta tremare per la sua esistenza medesima la repubblica di Venezia, loro rivale, avevano superati i ripari datile dalla natura e con lei diviso il dominio delle lagune; e quando per soverchia temerità ebbero perduta la più bella flotta e la più bell'armata, che mai avessero spedite contro ai loro nemici, eransi ancora trovati in istato di farsi temere dai Veneziani nel golfo medesimo che da questi prende il nome, e di dettar loro le condizioni di una pace gloriosa per Genova, e vantaggiosa a tutti i suoi alleati. Dopo tanti gloriosi avvenimenti, dovevasi credere che questa repubblica acquisterebbe sull'intera Italia un'influenza cui non aveva per lo innanzi aspirato, e si assicurerebbe in pace quella preminenza sopra la sua rivale, che gli avevano ottenuta in guerra le sue armi. Questi pronostici non si avverarono altrimenti. Venezia ricuperò in pochi anni colla sua prudenza, col suo coraggio, colla sua attività, tutte le province che aveva perdute, ed un'opinione ancora più grande della sua potenza; le sue disfatte a Chiozza parvero essere state il segnale d'una nuova carriera di prosperi avvenimenti; Genova per lo contrario più non si rialzò dalle perdite che le stesse sue vittorie avevano cagionato alle finanze ed alla popolazione. Un periodo di disastri e di ruine comincia per i Genovesi alla guerra di Chiozza, e non termina che dopo molti anni di servitù sotto stranieri padroni. È tanto vero che importa meno ad un popolo il vincere che il non abusare delle sue forze; e che si può camminare verso la ruina e la schiavitù per una strada coperta d'archi trionfali.

Le guerre civili terminarono di esaurire un popolo che di già languiva oppresso da' suoi proprj sforzi. Ad ogni modo è cosa naturale, che uomini, i di cui talenti tutti e tutta l'energia ebbero uno sviluppamento ne' campi o sui vascelli d'una repubblica, non sappiano poi rientrare in riposo e nella nullità, nè piegarsi sotto l'ubbidienza civile, dopo avere comandato essi medesimi. Si può frequentemente presagire ad un popolo, che sparse lo spavento presso tutti i suoi vicini, che i suoi generali medesimi lo faranno un giorno tremare, e lo puniranno delle sue vittorie.

Circa la metà del secolo, Simone Boccanegra il primo doge di Genova, avea allontanate dal governo le antiche famiglie nobili; e d'allora in poi i cittadini che facevansi chiamare _uomini del popolo_ erano succeduti ai gentiluomini non solo negli impieghi, ma ancora nella pubblica opinione. Rari talenti, grandi ricchezze, o molto coraggio, ne avevano illustrati alcuni; e la moltitudine ubbidiva con confidenza ad una nuova aristocrazia che di già s'innalzava sulle ruine dell'antica.

Distinguevasi tra gl'idoli del popolo Lionardo di Montalto, giureconsulto ed amico di Simone Boccanegra. Quando nel 1363 morì questo doge, Lionardo di Montalto ereditò l'influenza che il Boccanegra aveva esercitata, e rimase capo de' Ghibellini[361]. A molta moderazione aggiungeva grandissimo coraggio, e sebbene alla testa d'una fazione, altro scopo non si proponeva che il mantenimento dell'ordine e della libertà. Ma nella lotta contro meno scrupolosi avversarj dovette ben tosto rimanere perdente. Gabriele Adorno, ricco mercante, di una famiglia affatto nuova, era stato nominato doge nel 1363 dal favore del partito guelfo, e due anni dopo Montalto era stato forzato a ripararsi a Pisa coi principali Ghibellini[362].

[361] _Georg. Stellae Annal. Genuens., p. 1095._

[362] _Ivi, p. 1098._

Domenico di Campo Fregoso, altro mercante di parte ghibellina, adunò presso di sè gli sparsi avanzi di questa fazione. Così cominciò la rivalità degli Adorni e de' Fregosi, famiglie per l'addietro ugualmente sconosciute, e che dovevano illustrarsi col vicendevole loro odio e col sangue che farebbero versare alle loro fazioni. Gabriele Adorno fu doge dal 1363 al 1370, e Domenico di Campo Fregoso occupò la stessa carica dal 1370 al 1378[363]. L'uno e l'altro governarono lo stato con talenti e con una fermezza proporzionati alla loro ambizione: sì l'uno che l'altro furono precipitati dal trono ducale da una sedizione popolare.

[363] _Georg. Stellae Ann. Gen. p. 1100. — Uberti Folietae Hist. Genuen., l. VIII, p. 464._

Niccola di Guarco successe nel 1378 al Fregoso; e Niccola fu quello che tanto gloriosamente sostenne la guerra di Chiozza contro i Veneziani[364]. Per accrescere le forze della sua patria richiamò alle cariche di confidenza que' nobili, che nelle precedenti amministrazioni erano stati allontanati dal governo. I Doria, gli Spinola, i Fieschi, i Grimaldi comandarono le armate e le flotte della repubblica, e giustificarono con prosperi successi la scelta del doge e la confidenza del popolo.

[364] _Georg. Stellae An. Genuen., p. 1109._

Quando la pace fu stabilita al di fuori, e che la demolizione del forte di Tenedo calmò le incertezze che si avevano intorno alla fedele esecuzione del trattato di Torino, si risvegliò la gelosia de' plebei contro i nobili, ed il 19 marzo 1383 i macellaj eccitarono in Genova una sedizione. Sebbene fosse uno di que' giorni della settimana santa, ne' quali la chiesa non permette l'uso delle campane, gli ammutinati suonarono campana martello per chiamare in Genova gli abitanti della Polsevera e di Voltaggio[365]. Il popolo, irritato per l'accrescimento delle imposte, reso necessario dall'ultima guerra, si adunò maledicendo le gabelle, e minacciando il governo, che veniva accusato di averle inventate.

[365] _Georg. Stellae Annal. Genuen., p. 1120. — Uberti Folietae Hist. Genuens., l. IX, p. 486._

Leonardo di Montalto, che in quell'istante tornava a Genova, ed Antoniotto Adorno, che nella fazione guelfa era succeduto al credito di Gabriele suo padre, non ignoravano che le lagnanze del popolaccio intorno alle imposte erano poco fondate, ma essi speravano di approfittare del loro malcontento per ristringere l'autorità del doge, per allontanare i nobili dall'amministrazione, e forse per salire essi medesimi alle principali cariche. Si presentarono adunque in qualità di mediatori tra il popolo ed il governo, ed ottennero dal doge una legge, che escludeva tutti i gentiluomini dai consiglj della repubblica, che licenziava una guardia stabilita al palazzo ducale, che aboliva alcune nuove gabelle, che sopprimeva un tribunale accusato di essere arbitrario, e che richiamava gli esiliati[366].

[366] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1121. — Uberti Folietae Hist. Genuens., l. IX, p. 487._

Le concessioni di Niccola di Guarco calmarono per poco tempo il furore del minuto popolo; ma il ritorno di Antoniotto Adorno e di Pietro di Campo Fregoso, ch'erano esiliati, opponeva al doge nemici più ardenti che quelli che aveva di già combattuti. Questi due capi di parte, dimenticando le antiche loro divisioni, si riunirono a Montalto per attaccare il doge nel suo palazzo. S'accorsero tutti tre che Niccola di Guarco si circondava di gente armata e meditava di ricuperare con aperta forza l'autorità che la violenza gli rapiva. I soldati adunati nel palazzo pubblico risvegliarono la collera del popolo, senz'essere abbastanza forti per disprezzarla. Il 5 aprile vennero attaccati da tutte le parti, ed il giorno 6 Niccola di Guarco, perdendo la speranza di potere più lungamente resistere, fuggì sotto mentite vesti colla sua famiglia[367].

[367] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1123. — Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 489._

Il popolaccio voleva portare l'Adorno sul trono ducale, i buoni cittadini preferivano Montalto, e poco mancò che la contesa tra i due alleati, tornati rivali, non si decidesse colle armi. Finalmente la vinse Montalto; ma perchè dopo un anno morì di malattia, Antoniotto Adorno gli fu sostituito dai suffragi unanimi de' suoi concittadini[368].

[368] _Georgii Stellae Ann. Genuens., v. 1124. — Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 490._

Le repubbliche non erano sole agitate da intestine dissensioni e da guerre civili; la stessa epoca non riuscì meno funesta al riposo delle monarchie; perciocchè si videro nel mezzodì dell'Italia i popoli combattere per la scelta de' loro padroni, come più al nord combattevano per dilatare i loro diritti ed i loro privilegi. Ma Genova, Venezia e Firenze si esaurivano coll'abuso delle loro forze; per lo contrario il regno di Napoli perdeva oscuramente le sue risorse nella mollezza e nel vizio, senza che comprendere si potesse l'impiego ch'egli faceva delle sue ricchezze e della sua popolazione. Carlo III aveva conquistato questo regno sopra Giovanna di Napoli senza dare battaglia, e di già vacillava sopra un trono sempre più facile ad essere occupato, che difeso. Colle sue lettere patenti del 29 giugno 1380[369] Giovanna aveva adottato Luigi, duca d'Angiò, figlio di Giovanni re di Francia, fratello di Carlo V che morì questo stesso anno, e reggente della Francia in principio del regno di Carlo VI. Luigi d'Angiò, che non aveva potuto salvare Giovanna, apparecchiavasi a vendicarla, o piuttosto a conquistare il suo regno ed a raccorne l'eredità. Egli scese in Italia nel 1383 con un esercito, che i più moderati calcoli portano a quindici mila cavalli[370]. Lo accompagnavano il conte di Ginevra, fratello di papa Clemente, il conte di Savoja e molti dei principali signori francesi; e quando il 17 luglio del 1382 entrò negli Abruzzi, ingrossarono la sua armata moltissimi signori napolitani, che desideravano vendicare la morte di Giovanna e scuotere il giogo di Carlo III. I contadi di Provenza e di Forcalquier avevano di già riconosciuto Luigi quale legittimo successore della regina, ed una flotta provenzale giunse sulle coste di Napoli per offrire soccorsi a coloro che si darebbero al partito d'Angiò. La nobiltà, che sola nel regno veniva consultata dal monarca, non era soddisfatta delle sue liberalità, e qualche gelosia di famiglia, qualche feudo tolto o accordato ingiustamente, inasprivano l'animo di questi orgogliosi baroni. I San-Severini, i conti di Tricarico, di Matera, di Conversano e di Caserta, con molti altri, spiegarono lo stendardo di Luigi[371]. Così cominciò la fazione degli Angioini, che doveva colla sua rivalità colla fazione di Durazzo costare tanto sangue al regno di Napoli.

[369] _Raynald. Ann. Eccl. 1380, § II, t. XVII, p. 78. — Giannone Ist. Civ. del regn. di Nap., l. XXIII, c. 5, t. III, p. 334._

[370] _Chronicon Estense, t. XV, p. 508._

[371] _Giannone Istoria Civile, l. XXIV, c. 1, t. III, p. 352. — Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1046._

La guerra per altro non si aprì con istrepitosi fatti; Carlo III, vedendosi abbandonato da' suoi baroni, non s'arrischiò di tenere la campagna; chiuse le sue truppe nelle piazze forti, ed aspettò che i Francesi, consumati da mancanza di vittovaglie, dal calore del clima, dalle malattie, avessero perduto il loro vigore. Mentre egli andava temporeggiando, gli Angioini occuparono quasi tutte le province poste lungo il mare Adriatico, ma le loro forze si esaurivano in una lunga serie di piccole zuffe e di assedj. Intanto il 10 ottobre 1384 il duca d'Angiò morì a Biseglio, nella terra di Bari, di naturale infermità, onde la sua armata si dissipò da sè medesima[372].

[372] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1051._

Pure la morte di Luigi non rendeva la tranquillità al regno, o la pace a Carlo di Durazzo. I baroni malcontenti, e tutto il partito angioino si ostinavano nella loro disposizione alla ribellione, ed Urbano VI, che aveva data la corona a Carlo, lo andava sempre minacciando di ritorgliela. Quest'orgoglioso pontefice aveva abbandonata Roma per venire a Napoli a governare il regno ed il re. Chiedeva per suo nipote Butillo l'investitura dei principati e dei feudi di Capoa, d'Amalfi, di Nocera e di Scafa[373], ed autorizzava la più scandalosa condotta di questo suo nipote[374]. Finchè visse Luigi, Carlo mostrò verso Urbano i più dilicati riguardi; però gli diede una guardia d'onore, che lo sopravvegliava ne' castelli d'Aversa o di Napoli. Ma quando il re condusse il suo esercito nella Puglia contro il suo emulo, Urbano approfittò della sua lontananza per istabilirsi co' suoi cardinali e tutta la sua corte nel castello di Nocera, ch'era stato ceduto a suo nipote. Allora si arrogò un'autorità superiore a quella del monarca; sindicò tutti gli atti della sua amministrazione, manifestando in faccia a lui quello stesso violento carattere, impetuoso ed inconseguente, che gli aveva alienati i cardinali, ed era stato la prima cagione dello scisma.

[373] _Theodoricus a Niem. Hist. Schism. l. I, c. 28-32, p. 24. — Rayn. Ann. Eccles. 1383, § 3, t. XVII, p. 112._

[374] Butillo, ch'era di que' tempi in età d'oltre quarant'anni, entrò con violenza in un convento, e violò una religiosa, distinta fra tutte le altre per la sua nascita e per le sue virtù non meno che per la sua bellezza. Quando ne fu portata l'accusa al papa, rispose: _Buono! non è questo che un fuoco di gioventù._ — _Costanzo Ist. di Napoli, l. VIII. — Giannone Ist. Civile, l. XXIV, c. 1, p. 353._

Carlo, liberato dalla molestia che gli dava Luigi, tornò a Napoli il 10 novembre, ed invitò il pontefice a recarsi presso di lui. «Non è questa la costumanza dei papi, rispose Urbano, di frequentare le corti dei re, ma sì bene quella dei re di porsi in ginocchio ai piedi de' papi. Che Carlo abolisca tutte le nuove gabelle che ha stabilite, ed allora io potrò di nuovo riceverlo presso di me con bontà.» Il monarca irritato, giurò che governerebbe secondo il suo beneplacito un regno che aveva conquistato soltanto colla sua spada[375], e subito ordinò al grande contestabile di assediare Nocera. Tre macchine per lanciar pietre vennero collocate ai tre angoli del castello, e l'attacco si cominciò sotto gli ordini d'Alberico di Barbiano, valoroso capitano d'avventurieri, che Carlo aveva nominato grande contestabile del regno. Dal canto suo il papa affacciavasi tre o quattro volte al giorno alle finestre del castello di Nocera con una candela ed un campanello in mano per maledire e scomunicare l'armata del re[376].

[375] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1052. — Gazata Chronicon Regiense, t. XVIII, p. 91. — Annales Miniatenses Bonincontrii, t. XXI, p. 46._

[376] _Giornali Napoletani, t. XXI, p. 1052._

Nel regno di Napoli non adoperavasi ancora l'artiglieria, ed il castello di Nocera non poteva prendersi coi mezzi consueti. Negli otto mesi che durò l'assedio, Urbano cercò esteri alleati che venissero a liberarlo. Da un canto, Antoniotto Adorno, doge di Genova, colse avidamente quest'occasione di far sentire i benefici effetti della sua protezione al capo della Cristianità. La cavalleresca generosità del suo carattere veniva in tale circostanza secondata dal suo orgoglio. Armò dieci galere sotto gli ordini di Clemente Fazio che mandò sulle coste di Napoli per ricevere il pontefice nel momento in cui gli riuscirebbe di fuggire[377]. D'altra parte Ramondello Orsini e Tommaso di San-Severino, due baroni di parte angioina, che avevano adottata nello scisma la causa di Clemente VII, offrirono il loro ajuto ad Urbano, il quale non isdegnò di essere salvato dagli scismatici. Questi, con tre mila cavalli, fecero levare l'assedio di Nocera con un improvviso attacco, e condussero il papa alla foce del Sele al sud-est di Salerno, ove stava aspettandolo la flotta genovese[378].

[377] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. IX, p. 491._

[378] _Sozomeni Pistor. Hist., t. XVI, p. 1128. — Giannone, l. XXIV, c. 1, t. III, p. 357._

Urbano V portava seco sulle galere di Genova que' medesimi cardinali che egli aveva decorati della porpora romana, dopo che lo aveva abbandonato tutto il sacro collegio per nominare un antipapa. Ma questi prelati non sapevano meglio de' loro predecessori accomodarsi alle stravaganze del pontefice. Erano con lui passati di castello in castello, ed implicati in guerra senza soggetto, si erano trovati esposti a tutti i pericoli d'un assedio. Mentre stavano chiusi in Nocera eransi tra di loro consigliati intorno ai mezzi di contenere un capo della Chiesa che disonorava la cristianità, e che dopo essere di già stato cagione di uno scisma, pareva che andasse preparandone un altro tra coloro che gli erano rimasti fedeli. La scrittura d'un giurista di Piacenza, che proponeva di dare un curatore al papa, faceva sopra di loro grandissima impressione[379]. Ma Urbano prevenne la loro risoluzione, facendo arrestare il 12 gennajo 1385, mentre trovavasi a Nocera, sei cardinali, che accusò d'averlo voluto assassinare; li fece porre alla tortura, e strappò la confessione di questo delitto a taluno di loro con terribili tormenti, ai quali assisteva egli medesimo, recitando il suo breviario[380]. In appresso li fece custodire in una cisterna, e giunto a Genova con questi sciagurati, ne fece strozzare alcuni in prigione, altri gettare in mare legati entro un sacco. Rimaneva vivo il sesto, il cardinale d'Inghilterra, il quale ottenne per grazia la vita, per l'intromissione del suo sovrano il re Riccardo II. Due altri cardinali, atterriti da tante crudeltà, abbandonarono la corte d'Urbano per rifugiarsi in quella d'Avignone, abbracciando il partito dell'antipapa. Clemente VII li accolse con piacere e li raffermò nell'esercizio delle dignità che ricevute avevano dal suo rivale[381].

[379] _Theodoricus a Niem. Hist. Schismatis. l. I, c. 42, p. 34. — Raynald. Ann. Eccl. 1385, § 1, t. XVII, p. 120._

[380] _Theodoricus a Niem. Hist. Schism., l. I, c. 45, p. 38 e c. 51, p. 42._ Questo storico venne incaricato egli medesimo dal papa di ricevere le deposizioni del cardinale di Sangro, e di alcuni altri, mentre trovavansi sotto la tortura.

[381] _Annales Miniatenses Bonincontrii, p. 48. — Raynald. Ann. Eccles. 1386, § 10, p. 126._

La morte di Luigi d'Angiò e la fuga d'Urbano avevano liberato Carlo di Durazzo dai suoi più pericolosi avversarj; ma quando cominciava appena ad assicurarsi sul trono, un nuovo oggetto d'ambizione l'avvolse in nuovi pericoli, e riaccese la guerra civile nel mezzogiorno d'Italia. Il re Luigi d'Ungheria, il protettore ed il padre adottivo di Carlo di Durazzo, era morto l'11 settembre del 1382 dopo un regno glorioso d'oltre quarant'anni[382]. Malgrado i costumi dell'Ungheria, che escludono le donne dalla successione al trono, la nobiltà aveva acconsentito che Maria, figlia maggiore di Luigi, portasse la corona a Sigismondo, marchese di Brandeburgo, secondo figlio dell'imperatore Carlo IV, cui ella era stata accordata sposa in tenera età. La gloria e le virtù di Luigi, che moriva senza prole mascolina, avevano meritato che si accordasse questo favore alla figliuola; Maria venne coronata col titolo di Re[383]; e fino all'intero compimento del suo matrimonio, sua madre Elisabetta assunse il governo del regno, che poi divise con Niccola Gava, palatino d'Ungheria, suo favorito, che Luigi aveva colmato di ricchezze e di onori[384]. Ma il governo delle due donne e quello del loro favorito diventarono in breve egualmente odiosi alla nazione. I nobili malcontenti risolsero di chiamare alla corona Carlo di Durazzo, l'ultimo erede maschio del re d'Ungheria, di sangue francese. Carlo era stato allevato nella corte di Luigi, aveva adottate le costumanze del popolo guerriero cui doveva la propria grandezza; aveva comandate le armate ungare in molte occasioni, ed in particolare all'assedio di Treviso; egli finalmente pareva più degno d'una femmina di governare de' cavalieri. Paolo, vescovo di Sagabria, il suo più zelante partigiano, fu mandato a Napoli alla di lui corte per offrirgli la corona, e Carlo malgrado le rimostranze di Margarita sua moglie, che lasciò reggente del regno di Napoli, s'imbarcò il 4 settembre del 1385 alla volta di Signa in Schiavonia, di dove passò a Sagabria[385].

[382] _Joh. de Thwrocz. seu Joh. a Kikullew Chr. Hungar., p. III, c. 55, t. I, Rer. Hungar., p. 198._

[383] _Joh. Lucii de Regno Dalmatiae et Croatiae, l. V, c. 2. — Rer. Hung., t. III, p. 404._

[384] _Joh. de Thwrocz ad Steph. de Haserhag, Hist. Caroli Parvi, Scrip. Rer. Hungaric., t. I, p. 200, c. 1._

[385] _Joh. de Thwrocz Hist. Caroli Parvi, c. 3 e 4, p. 204. — Giornali Napoletani, p. 1053. — Andrea Gataro Storia Padovana, t. XVII, p. 521._

Carlo non s'annunciò alle due regine siccome uno che venisse a contrastar loro la corona colle armi alla mano; dichiarò anzi che veniva come un pacificatore del regno, lasciando il pensiero alla nobiltà di chiedere per lui la dignità reale. Le due regine, dopo averlo volontariamente ammesso a Buda, furono in fatti forzate ad offrirgli la loro abdicazione[386]; ed in una dieta tenutasi ad Alba Reale, Carlo venne con unanimi suffragi della nobiltà nominato re[387]. Ma le due regine avevano opposta alla dissimulazione di Carlo un'arte eguale; Niccola Gava adunava a loro favore i suoi satelliti sotto colore di celebrare le nozze d'una sua figlia, ed un giorno di solenne festa, in febbrajo del 1386, le regine fecero invitare il re nel loro appartamento, ove trovavasi ancora il palatino che diede agli appostati assassini, quando fu tempo, il convenuto segno. Carlo fu atterrato con un colpo di sciabola sul capo, e tutti i suoi partigiani furono uccisi. Il re per altro non morì in conseguenza delle sue ferite, ma rinchiuso a Visgrado, il 3 giugno del 1386, vi perì di veleno[388].

[386] _Joh. de Thwrocz, c. 6, p. 208._

[387] _Ivi, c. 7, p. 209._

[388] _Joh. de Thwrocz, c. 8, p. 210-212. — Andrea Gataro Storia Padovana, p. 523._