Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 12

Chapter 123,704 wordsPublic domain

Il re d'Ungheria, informato de' prosperi avvenimenti de' suoi alleati, aveva mandato Carlo di Durazzo con dieci mila uomini ad attaccare il territorio di Treviso; ma Durazzo, invitato da Urbano VI a conquistare il regno di Napoli, desiderava di terminare la guerra di Venezia. Entrò dunque in trattato col doge, e gli permise d'approvvigionare Treviso, di modo che per tutto quest'anno i Veneziani non ebbero sul continente perdite importanti[330].

[330] _Ivi, p. 730._

In mezzo ai loro disastri i Veneziani ricevettero qualche conforto dal Levante. In sul finire del precedente anno avevano mandato in Corso Carlo Zeno, uno de' loro più esperti ufficiali, che per lo innanzi aveva comandato con gloria le truppe di terra nel distretto di Treviso. Zeno uscì di Venezia con otto galere[331] e passò in mezzo alla flotta genovese senza esserne impedito. Egli aveva tolti ai Genovesi molte navi mercantili nei mari di Sicilia, e negoziato con prospero successo presso Giovanna di Napoli, per renderla alleata della sua patria. Erasi in appresso diretto verso la Liguria, affinchè i Genovesi tremassero per sè medesimi nello stesso momento in cui la vittoria di Pola loro ispirava maggiore arroganza; diede la caccia ad alcune galere nemiche nel golfo della Spezia, e bruciò o abbandonò al sacco Porto Venere, Panigaglia e molti altri ricchi villaggi situati lungo la riviera del Levante[332]. Dopo avere incusso un profondo terrore a tutti gli abitanti di quelle coste, Zeno aveva fatto vela verso la Grecia. La repubblica gli aveva mandata una galera, che lo raggiunse a Livorno; altre sei ne trovò egli a Modone, che avevano ajutato Giovanni Paleologo a risalire sul trono imperiale. Esse avevano scacciati da Costantinopoli suo figlio e suo nipote; e questi due principi ciechi regnavano presentemente a Selymbria[333]. Finalmente quattro altre galere veneziane erano stazionate a Tenedo, le quali si posero altresì sotto gli ordini di Carlo Zeno. Quest'ammiraglio con una flotta, diventata formidabile, andò a cercare a Beryta le merci che i Veneziani avevano accumulate in questo porto della Siria pel valore di cinquecento mila fiorini, e che essi non ardivano di far venire in Europa. Giunto ne' mari di Cipro ebbe la notizia della presa di Chiozza, e l'ordine di ricondurre la flotta nel golfo per difendere la sua patria[334].

[331] _Vita Caroli Zeni a Jacopo Zeno ejus Nepote, t. XIX, p. 219._

[332] _Ivi, p. 225. — Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 747._

[333] _Vita Caroli Zeni, p. 226. — Daniele Chinazzo, p. 749. — Ducas Michael. Nepos., c. 12, p. 18._

[334] _Vita Caroli Zeni a Jacopo Zeno Scripta, p. 227. — Laugier Hist. de Venise, l. XV, p. 305._

I Veneziani riponevano ogni loro speranza nella flotta che Zeno aveva adunata. Di già cominciavano a mancare di vittovaglie; i Genovesi chiudevano la via del mare, e Francesco Carrara quella di terra, e non introducevansi dal Trivigiano approvvigionamenti in Venezia che a traverso di mille pericoli[335]. Il popolo disperato domandava di essere condotto alla battaglia, piuttosto che esposto a morire di fame. Alcune galere disarmate trovavansi ancora nel porto dell'arsenale, altre in costruzione sui cantieri erano quasi terminate, ma il tesoro era esausto, e per armare una nuova flotta bisognava ricorrere al patriottismo del popolo. La signoria promise d'inscrivere nel ruolo della nobiltà i trenta plebei che avrebbero mostrato maggiore zelo, e di accordare a coloro che verrebbero in seguito esenzioni e privilegi, trasmissibili ai loro discendenti. Il doge Andrea Contarini, che aveva settantadue anni, scese sulla piazza di san Marco, portando tra le sue mani il gonfalone ducale, e dichiarando che monterebbe egli medesimo sulle galere che faceva armare. Invitò poscia il popolo a difendere con lui la giusta causa della patria e della pubblica libertà[336]; e malgrado la ruina del commercio, e l'universale povertà, si videro giugnere in folla al palazzo facchini carichi di danaro, ch'essi deposero ai piedi della signoria; e coll'ajuto di queste spontanee contribuzioni, prima della fine d'ottobre, venne compiutamente armata una flotta di trentaquattro galere[337].

[335] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 732._

[336] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 694._

[337] _Daniele Chinazzo, p. 739. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 449. — Marin Sanuto, p. 701. — Navagero Stor. Venez., p. 1062. — Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. VIII, p. 477. — Laugier Hist. de Venise, l. XV, p. 340, t. IV._

Ma Vittore Pisani non si affrettava di condurre contro i Genovesi i vascelli che si erano posti in mare. La loro ciurma era composta d'artigiani, che sebbene nati in mezzo alle acque, appena conoscevano la navigazione. L'ammiraglio adunque gli esercitò ne' canali della Giudecca e di san Niccolò di Lido, aspettando che giugnesse Carlo Zeno, sul quale pareva che si fondasse tutta la fortuna dello stato[338].

[338] _Daniele Chinazzo, p. 739. — Marin Sanuto, p. 696._

I Genovesi concepirono qualche inquietudine quando videro esercitarsi una nuova flotta nelle lagune. Concentrarono le loro forze per non essere sorpresi o divisi, ritirarono da Malamocco e da Poveglia le truppe che vi avevano poste, diminuirono il raggio di Chiozza, di cui accrebbero le fortificazioni; e per ultimo disarmarono venti galere per dare, durante l'inverno, qualche riposo agli equipaggi. Appostarono in seguito tre vascelli per guardare il porto, e ne spedirono ventiquattro nel Friuli, a cercare vittovaglie; perchè a Chiozza mancava il frumento come a Venezia; e queste due città, collocate in mezzo alle lagune, si affamavano a vicenda, e loro giugnevano i convogli con eguale difficoltà.

Il doge Contarini, dopo due mesi di ammaestramento, credette di poter condurre i suoi marinaj alla pugna, e nella notte del 23 dicembre 1379 s'avanzò verso Chiozza con trentaquattro galere, due grandi Cocche, sessanta barche armate e più di quattrocento battelli[339]. La flotta genovese mandata sulle coste del Friuli per cercare vittovaglie era di già rientrata nel porto di Chiozza, e si andavano scaricando le munizioni che aveva portate; le quarantasette galere comandate dal Doria erano tutte chiuse nello stesso seno, ed i Genovesi senza verun sospetto non pensavano che que' nemici, cui avevano negata una vergognosa pace, pensassero ad attaccarli[340].

[339] _Daniele Chinazzo, p. 740._

[340] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 451._

Il doge aveva sbarcati ottocento soldati stranieri, e quattro mila Veneziani innanzi a Chiozza piccola; ma queste truppe vennero respinte con perdita. Nello stesso tempo aveva spinta una delle sue cocche nel canale che dall'alto mare comunica colla laguna, e che vien detto il porto di Chiozza, con intendimento di fermarla sul luogo e di fortificarla per chiudere l'ingresso del porto. Questa cocca fu vigorosamente attaccata dai Genovesi e presa, dopo un'ostinata resistenza, da sette galere che l'avevano circondata. Ma i Genovesi nel caldo della zuffa ebbero l'imprudenza d'appiccarvi il fuoco: la cocca bruciò fino a fior d'acqua, e colò in seguito a fondo all'ingresso del canale. I Veneziani fecero giugnere in sul momento alcuni battelli carichi di pietre, che colarono a fondo nello stesso luogo, ed approfittando d'un accidente che loro era meglio riuscito che i proprj divisamenti, terminarono in poche ore di chiudere il canale o porto di Chiozza, naturale uscita della flotta de' loro nemici. Scesero dopo ciò sulla punta di terra detta la Lova, cui i Genovesi non potevano più abordare, e v'innalzarono un ridotto per difendere i lavori che avevano fatto alla bocca del porto[341].

[341] _Daniele Chinazzo, p. 741. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 700. — Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1114._

La città di Chiozza, fabbricata come Venezia in mezzo alle acque, viene separata dall'alto mare dall'isola lunga o Arzere di Brondolo. Il canale che circoscrive quest'isola al nord, è quello che dicesi porto di Chiozza; un altro canale termina la stessa isola a mezzodì, e si chiama porto di Brondolo. La laguna, meno larga presso di Chiozza che presso Venezia, trovasi tagliata da minore quantità di canali. I Genovesi, seguendo il canale di Lombardia, potevano presentarsi avanti Venezia, o uscire per qualcuna delle aperture settentrionali della laguna; potevano inoltre uscire a mezzogiorno per il porto di Brondolo, e riguadagnare l'alto mare: ogn'altra uscita era loro chiusa. Vittore Pisani, che si era avanzato egli medesimo per il canale di Lombardia, e che l'occupava colla sua flotta, colò a fondo molte barche per chiuderlo ai nemici. Uscì dopo ciò dalla laguna e venne ad appostarsi all'ingresso del canale di Brondolo per togliere ai Genovesi quest'ultima uscita.

La sorte della guerra era attaccata all'intrapresa di Vittore Pisani: con marinai senza sperienza e scoraggiati dai rovesci de' loro compatriotti aveva intrapreso a bloccare una flotta vittoriosa e superiore di numero. Vero è ch'egli approfittava della circostanza che i Genovesi non potevano manovrare nel canale o presentarsi in linea di battaglia; ma d'altra parte egli era costretto di tenersi all'imboccatura del porto sotto il fuoco dell'artiglieria, che i Genovesi avevano posta nel convento di Brondolo. Se un colpo di vento, una burrasca, o il fuoco nemico lo allontanavano alcune ore da questa stazione, la flotta genovese usciva in alto mare, e la sua decisa superiorità le assicurava la più compiuta vittoria. Il doge Andrea Contarini per ispirare il suo coraggio al soldati giurò in loro presenza di non tornare a Venezia prima d'aver presa Chiozza, ed il Pisani appostò due delle sue galere nello stesso canale di Brondolo; nel tempo stesso cercò di sorprendere un ridotto situata sull'altra riva del canale, sulla punta del Fossone, in faccia al convento che occupavano i Genovesi; ma i suoi lavoratori a Fossone erano a mezza portata delle bombarde di Brondolo, e perdevano molta gente; mancavano i viveri all'armata, i suoi soldati dovevano sempre essere sotto le armi; le due galere che avvicendavano per custodire l'ingresso del canale trovavansi ogni momento esposte a colare a fondo sotto il fuoco de' nemici, e le altre, che manovravano a non molta distanza dalla riva, correvano rischio di rompere sulla medesima ad ogni colpo di vento. I soldati ed i marinaj ugualmente scoraggiati domandavano caldamente di essere ricondotti a Venezia; erano stati lungo tempo lusingati colla speranza dell'imminente arrivo di Carlo Zeno, e della flotta che ottenuti aveva tanti vantaggi in Levante; ma nè volevano, nè potevano più aspettarla in così pericolosa situazione, onde il doge fu costretto di promettere che se il 1.º di gennajo 1380 non giugneva il desiderato soccorso, leverebbe l'assedio di Chiozza. In tal caso Venezia sarebbe stata a vicenda assediata dai Genovesi, e di già si stava consultando, se convenisse abbandonare la capitale e trasportare in Creta la sede della repubblica[342].

[342] _Marin Sanuto, p. 700. — Navagero Storia Venez., p. 1063._

Lo stesso giorno indicato per prendere questa funesta determinazione fu quello che apportò la salute alla repubblica. La mattina del 1.º gennajo 1380 si vide comparire innanzi al porto di Venezia Carlo Zeno con quattordici galere cariche di approvvigionamenti da guerra e da bocca e con ricchezze d'ogni maniera[343]. Ne' susseguenti giorni quattro galere d'Arbo e di Candia vennero ad unirsi alla flotta veneziana, portandola, con quella del Pisani, al numero di 52 vele.

[343] _Daniele Chinazzo, p. 744. — Marin Sanuto, p. 701. — Raphain Caresino, p. 452. — Caroli Zeni Vita, l. III, p. 230._

In un solo giorno fu rimessa l'abbondanza sui mercati di Venezia, riempiuto il tesoro dello stato, rincorati i soldati ed i marinaj, ed assicurata ai Veneziani la superiorità delle forze marittime, di modo che se i Genovesi avessero potuto uscire di Chiozza, invece di trionfare facilmente de' loro nemici, non sarebbersi probabilmente sottratti ad una disfatta. Frattanto Vittor Pisani riprendeva con ardore il progetto di chiudere i Genovesi in Chiozza; egli li battè in terra il 6 gennajo alla punta della Lova[344]; e pochi giorni dopo terminò il ridotto che stava innalzando all'estremità del Fossone. Colà pose due grosse artiglierie, una delle quali lanciava pietre del peso di cento novantacinque libbre e l'altra di cento quaranta. Caricavansi in tempo di notte questi micidiali stromenti, che di que' tempi chiamavansi bombarde, e si scaricavano la mattina. Sembra che non si facesse più d'una scarica in ventiquattr'ore, e le pietre probabilmente lanciate verso il cielo, come fanno le nostre bombe, descrivevano una parabola; perciò spessissimo non toccavano il luogo determinato, ma quando coglievano nel segno cagionavano una prodigiosa ruina. Le fortezze non avevano nè bastioni, nè terrapieni che potessero sostenerne i colpi, perciocchè, fino a tale epoca, muraglie di conventi o di chiese, torri e campanili, avevano sostenuti lunghi assedj; ma tutt'ad un tratto si videro interi pezzi di muraglie rovesciati da un solo colpo di bombarda, e schiacciati i difensori sotto le loro ruine. Pietro Doria, l'ammiraglio genovese, era venuto a Brondolo per assicurare la difesa di così importante posto. Il 22 gennajo un colpo di bombarda rovesciò sopra di lui un pezzo di muraglia del convento, e l'uccise con suo nipote; all'indomani un altro pezzo della muraglia dello stesso convento schiacciò ventidue soldati[345]. Napoleone Grimaldi successe al Doria nel comando de' Genovesi chiusi in Chiozza. I Veneziani, protetti dall'artiglieria del Fossone, avevano colate a fondo due galere nel canale di Brondolo, e avendole unite assieme con grosse catene avevano interamente chiusa quest'uscita agli assediati. Il Grimaldi tentò d'aprirsi una nuova comunicazione coll'alto mare, scavando dietro il convento di Brondolo un canale che doveva tagliare l'argine, e supplire ai due porti che avevano chiusi i Veneziani.

[344] _Daniele Chinazzo, p. 745._

[345] _Daniele Chinazzo, p. 753. — Marin Sanuto, p. 704._

Il doge per impedire questo lavoro risolse di tentare una discesa nell'isola di Brondolo. Egli aveva prese al suo soldo due compagnie di mercenarj, in tutto di cinque mila uomini, e pensava di affidarne il comando a Giovanni Acuto, ch'era stato chiamato a servire la repubblica. Ma non arrivando così famoso avventuriere, fu posto alla testa delle truppe di terra Carlo Zeno, mentre Vittore Pisani s'incaricò d'attaccare con trentasei galere il convento di Brondolo.

Zeno il 19 febbrajo sbarcò sei mila uomini a Chiozza Piccola, e subito attaccò la testa del ponte che unisce questa sobborgo alla città. Otto mila Genovesi all'incirca si avanzarono su questo ponte per difendere il loro ridotto, mentre avevano fatti uscire mille cinquecento uomini della guarnigione di Brondolo per prendere i Veneziani alle spalle. Zeno gettossi con tanta rapidità su quest'ultimo corpo, che non solo lo ruppe, ma gli tagliò la ritirata sopra Brondolo. I fuggitivi precipitaronsi allora sul ponte di Chiozza, dove scontraronsi nella colonna genovese che marciava avanti, e le comunicarono il loro spavento. La testa rinculava mentre le ultime file avanzavano ancora, e questi due opposti movimenti accumularono talmente la folla in mezzo al ponte, che non potè sostenerne il peso e si ruppe. Molti Genovesi si annegarono nel canale, altri molti, rimasti sulla parte del ponte separato dalla città, furono uccisi o fatti prigionieri. A questa perdita tenne dietro ben tosto quella del convento di Brondolo rimasto quasi privo di difensori, poi quella di dieci galere che Pisani tolse ai Genovesi avanti ai mulini di Chiozza[346].

[346] _Daniele Chinazzo, p. 757. — Marin Sanuto, p. 704. — Georg. Stellae Ann. Genuens., p. 1115. — Raphain Caresino, p. 452. — Navagero Stor. Venez., p. 1604. — Caroli Zeni Vita, l. III, p. 239._

Dopo ciò i Genovesi trovandosi assediati non più nell'isola di Brondolo ma nella medesima città di Chiozza, cominciarono a sentire la mancanza di vittovaglie; e dovettero il giorno dopo distribuire le razioni con maggiore economia: fecero allora uscire di Chiozza le donne ed i fanciulli, che vennero umanamente accolti dai Veneziani.

La signoria di Genova, informata del pericolo in cui trovavasi a Chiozza la sua flotta e l'armata, mandò per terra Gaspare Spinola, onde prendere il comando della città[347], mentre che Matteo Maruffo partiva il 18 gennajo con 13 galere per il golfo Adriatico[348]. Maruffo prese cammin facendo sette galere veneziane, che trovò cariche di viveri a Manfredonia. In pari tempo Francesco Carrara fece entrare in Chiozza quaranta barche cariche di vittovaglie, avendogli un'escrescenza d'acqua aperti de' passaggi, che fin allora erano stati chiusi[349]. Combattevasi continuamente intorno a Chiozza, ed il valore de' Genovesi punto non si smentiva ne' rovesci; ma le comunicazioni rendevansi ogni giorno più difficili, i viveri si andavano consumando, ed i Veneziani, tenendosi sicuri della vittoria, ricusavano la resa di Chiozza a prezzo della quale lo Spinola voleva salvare la sua flotta[350].

[347] _Georgii Stellae Ann. Genuens., p. 1115._

[348] _Ubertus Folietae Hist. Genuens., l. VIII, p. 481._

[349] _Daniele Chinazzo, p. 760._

[350] _Ivi, p. 762._

Come i Veneziani avevano con impazienza aspettato cinque mesi prima la flotta di Carlo Zeno, così i Genovesi, assediati a Chiozza, sospiravano l'arrivo di Matteo Maruffo. Questi aveva chiamati sotto la sua insegna i vascelli genovesi sparsi nel Mediterraneo, e dopo essersi rinfrescato a Zara, comparve il 6 di luglio avanti al porto di Chiozza. Ma i Veneziani avevano determinato di non esporre all'incertezza d'una battaglia un vantaggio omai sicuro. Essi non conservarono che venticinque galere armate, e le ritennero entro le lagune di cui avevano fortificate tutte le aperture: il rimanente de' loro marinaj e soldati di marina vennero distribuiti sopra varie barche ai confini dello stato di Padova. In tal modo veniva tolta ogni comunicazione ai Genovesi di Chiozza tanto per terra che per mare, e mentre Maruffo cercava con insulti d'ogni genere di risvegliare il risentimento de' Veneziani per determinarli ad una battaglia, questi non gli opponevano che il silenzio ed il riposo[351].

[351] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 481. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 456._

Matteo Maruffo condusse allora la sua flotta a Fossone, ed occupò il passaggio pel quale i Veneziani tiravano da Ferrara i loro convogli di vittovaglie. Vittore Pisani uscì subito dal porto di Venezia per riavere quest'importante comunicazione, offrì ancor egli la volta sua la battaglia a Maruffo e lo trasse in alto mare. Ma quando, allontanandolo da Fossone, ebbe dato tempo di entrare nella laguna ad un convoglio di barche che aspettava da Ferrara, manovrò con tanta accortezza, che riguadagnò la laguna, senza che il nemico potesse raggiugnerlo[352].

[352] _Daniele Chinazzo, p. 764. — Marin Sanuto, p. 709._

Ne' sei mesi che aveva durato l'assedio, i Genovesi avevano successivamente perdute tutte le loro barche; ma questi industriosi marinaj ne fabbricarono altre colle tavole e con varj mobili trovati in città. Il 15 di giugno fecero forza di superare la palafitta de' Veneziani per riavere i vascelli de' loro compatriotti, ai quali avevano ordinato di recarsi a poca distanza dall'_Arzere_. Ma venivano essi sopravvegliati dagli assedianti, e furono attaccati nel più difficile momento, mentre attraversavano il Fossone; e malgrado la loro resistenza, i battelli che avevano fatti con un'industria straordinaria, e ne' quali era riposta tutta la loro speranza, vennero bruciati mentre uscivano dal porto[353].

[353] _Marin Sanuto, p. 710._

Dopo questo sgraziato esperimento, gli assediati, pressati dalla fame, chiesero nuovamente di capitolare: essendo state rifiutate tutte le loro proposizioni, il 21 giugno si videro forzati d'arrendersi a discrezione. Di quarant'otto galere, che si erano chiuse in Chiozza, non ne rimanevano più di diecinove in buono stato; la guarnigione, che montava al di là di quattordici mila uomini, era ancor essa diminuita assai, e perchè i Veneziani licenziarono senza taglia i soldati avventurieri ch'erano al soldo de' Genovesi, non condussero a Venezia più di quattro mila prigionieri, abbandonando ai soldati vincitori tutto il bottino che trovarono nella città[354].

[354] _Daniele Chinazzo, p. 767. — Marin Sanuto, p. 712. — Georgii Stellae An. Gen. p. 1117. — Raphain Caresino Chron. Venet., p. 459. — Vita Caroli Zeni, l. IV, p. 255. — Laugier Hist. de Venise, l. XVI, p. 422._

La sommissione di Chiozza salvava l'esistenza della repubblica, ma non terminava la guerra: Maruffo aveva ricevuto rinforzi da ogni banda, e comandava nell'Adriatico una flotta genovese di trentanove galere, colla quale minacciava tutte le città marittime de' Veneziani. Era esaurito il tesoro di san Marco, le sue rendite quasi tutte prese dai nemici, i particolari avevano per difesa della patria fatti prodigiosi sforzi, che non potevano più lungamente sostenere; si erano sguarnite tutte le città suddite per fortificare la capitale; e Francesco di Carrara ne aveva approfittato per istrignere cogli Ungari l'assedio di Treviso, riducendo questa città a grandi estremità. Matteo Maruffo conquistò successivamente Trieste il 26 giugno, Capo d'Istria il 1.º luglio ed Arbo l'8 agosto. Finalmente i Veneziani perdettero nello stesso tempo un uomo, che apprezzavano assai più che le migliori città, l'ammiraglio Vittore Pisani, morto a Manfredonia, ov'erasi recato a cercare vittovaglie. L'idolo de' marinaj e l'eroe del popolo mai non erasi mostrato più grande che nella sventura, nè più modesto ed umano che dopo la vittoria. La morte d'un solo uomo non aveva mai cagionato in Venezia il più profondo dolore, sebbene la repubblica conservasse ancora un altro sostegno, un grand'uomo non meno caro al popolo, Carlo Zeno, che fu nominato successore del Pisani[355].

[355] _Daniele Chinazzo, p. 772. — Marin Sanuto, p. 714. — Navagero Stor. Venez., p. 1066. — Laugier Hist. de Venise, l. XVI, p. 435._

Durante l'inverno gli alleati contro di Venezia ascoltarono proposizioni di pace e si aprì un congresso a Cittadella. Il re d'Ungheria, i Genovesi, Francesco di Carrara ed il patriarca d'Aquilea esposero le loro domande: la repubblica di Venezia sembrava apparecchiata ai più grandi sacrificj, onde accettò quasi tutte le proposizioni de' suoi nemici; ma invece d'inspirar loro colla sua moderazione più pacifiche disposizioni, non tardò ad avvedersi, che ogni concessione faceva nascere una nuova domanda; onde il 20 aprile del 1381 ordinò ai suoi ambasciatori di ritirarsi, e ricominciarono le ostilità[356].

[356] _Daniele Chinazzo, p. 778._

Disperando i Veneziani di salvare Treviso, che fino dal cominciamento della guerra trovavasi assediata da Francesco da Carrara e dagli Ungari, la cedettero gratuitamente il 2 maggio a Leopoldo duca d'Austria, che fin allora aveva mostrato di fare causa comune coi loro nemici, ma che in tale occasione si disgustò col Carrarese, cui toglieva una conquista che questi da tanto tempo così avidamente desiderava[357]. I Veneziani, abbandonando in tal modo l'ultimo possedimento che avevano in terra ferma, si liberavano da ogni inquietudine per gli affari del continente, onde dirigere tutte le forze loro verso la guerra marittima. Carlo Zeno era uscito dalle lagune con tredici galere, e sedici altre ne aveva trovate nei mari della Grecia, che si posero sotto le sue insegne. D'altra parte Gaspare Spinola comandava una flotta di trentuna galere genovesi. Ma i due ammiragli, dividendo e riunendo di nuovo le loro forze, s'andavano inseguendo alternativamente senza mai raggiugnersi; il genovese minacciò le coste dell'Adriatico, il veneto quelle della Liguria; e la maggior parte dell'estate si passò senza verun fatto d'importanza[358].

[357] _Daniele Chinazzo, p. 793._

[358] _Ivi, p. 790._