Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

Part 11

Chapter 113,722 wordsPublic domain

[296] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, P. 679._

[297] _Uberti Folietae Hist. Genuen., l. VIII, p. 459._

I Genovesi impazienti di vendicare tanto oltraggio, mentre armavano una formidabile flotta, spedirono immediatamente Damiano Catani ne' mari di Cipro con sette galere, per far sentire ai Ciprioti i primi effetti della loro collera. Il Catani ottenne vantaggi assai maggiori di quelli che potevansi sperare da così debole squadra. Con subiti ed impreveduti attacchi egli occupò Nicosia il 16 giugno del 1373, e Pafo il 23 dello stesso mese[298]. Settanta giovani donne di quest'isola, altre volte consacrate a Venere, caddero in suo potere in un'imboscata, ma malgrado il malcontento de' suoi marinaj rimandò queste greche bellezze ai loro padri o mariti, senza permettere che fosse fatto loro il menomo oltraggio. «Non è già per far prigionieri di questa sorta che la nostra patria ne ha qui spediti,» rispose a coloro che lo rimproveravano di non saper usare della vittoria.

[298] _Georgius Stella Ann. Genuens., p. 1104._

Mentre Damiano Catani con tale condotta ispirava ai Ciprioti la più alta idea della sua moderazione e della sua virtù, eccitava colle sue vittorie e colle sue negoziazioni una reciproca diffidenza tra i membri del consiglio di reggenza. Sospettavasi che avesse qualche intelligenza coi grandi, e non si osava prendere contro di lui veruna vigorosa misura. Intanto Pietro di Campo Fregoso, fratello del doge di Genova, giunse avanti a Famagosta il 3 ottobre del 1373 con trentasei galere e quattordici mila uomini da sbarco. Il giorno 10 dello stesso mese Famagosta fu presa, ed il giovane re co' suoi zii ed il suo consiglio caddero in potere de' vincitori, e l'isola intiera fu soggiogata. Per altro i Genovesi castigarono con moderazione l'offesa che loro aveva poste le armi in mano, non avendo condannati a pena capitale che tre dei gentiluomini che avevano diretta la carnificina de' loro compatriotti: mandarono a Genova uno degli zii del re, ed i figli dell'altro, che avevano il titolo di principi d'Antiochia, con sessanta ostaggi della principale nobiltà; lasciarono una guarnigione a Famagosta per tenere in suggezione tutta l'isola; ma vendettero il suo regno a Pietro di Lusignano, con obbligo di pagare un annuo tributo alla repubblica di quaranta mila fiorini[299].

[299] _Georgius Stella Ann. Genuens., t. XVII, p. 1105._

Il re di Cipro ed il suo popolo venuti in potere del conquistatore, ben dovevano aspettarsi, dopo così grave offesa, un più rigoroso trattamento. Ma Pietro di Lusignano non poteva perdonare ai Genovesi nè il corso pericolo, nè la dipendenza in cui si rimaneva. Tosto ch'egli seppe che la contesa pel possesso di Tenedo poteva accendere la guerra tra i Veneziani ed i Genovesi, cercò l'alleanza de' primi, e concertò con loro i mezzi di scacciare le truppe straniere che occupavano Famagosta[300].

[300] _Uberti Folietae Histor. Genuens., l. VIII, p. 462. — Maria Sanuto Storia dei Duchi di Venezia, p. 681._

Nello stesso tempo il re di Cipro sposava Violanta, figlia di Barnabò Visconti, signore di Milano, ed approfittava di tale parentado per procurare nuovi nemici ai Genovesi. Chiese che i cento mila fiorini, che Barnabò Visconti dava in dote a sua figlia, fossero da questo signore impiegati nella guerra della Liguria[301]; ed in fatti, ad istigazione del Visconti, i marchesi del Carreto si ribellarono, e tolsero alla repubblica Castelfranco, Noli ed Albenga[302].

[301] _Bernard. Corio Storia Milanese, p. III, p. 250._

[302] _Georgii Stellæ Ann. Genuens., p. 1108._

I Genovesi attribuivano all'odio ed alla gelosia de' Veneziani tutte le guerre che avevano in Grecia, in Cipro e nelle montagne della Liguria; e dal canto loro cercavano di risvegliare il coraggio, o di aguzzare l'odio de' nemici di Venezia, onde opporre alla lega formata contro di loro un'altra lega d'eguali forze.

S'addirizzarono perciò da prima a Francesco da Carrara, signore di Padova, la di cui inimicizia contro i Veneziani aveva cominciato nel 1356 colla guerra degli Ungari. Questo principe aveva somministrate vittovaglie al re Luigi, quando attaccò la repubblica, la quale non avea mai più perdonato al Carrara questo cattivo ufficio. Il signore di Padova, sempre esposto ai risentimenti della repubblica, cercò d'acquistare, con un ardito attentato, un'influenza ne' consiglj della repubblica che moderasse l'odio loro. I suoi confidenti lo avvisavano ogni mattina di ciò che si era fatto in senato nel precedente giorno; e ciò si poteva ben fare, trovandosi Padova a sole venti miglia da Venezia, e il territorio padovano confinante colla laguna. Una notte questo signore fece rapire dai suoi gondolieri nelle proprie case tutti i senatori veneziani che avevano contro di lui perorato con maggiore veemenza; li fece condurre a Padova nel suo palazzo, e loro ricordando gli offensivi discorsi contro di lui tenuti, li minacciò di farli morire. Per altro in appresso si addolcì, loro accordando la vita e la libertà, a condizione che giurassero di seppellire quest'avvenimento in un profondo silenzio, e di essergli più favorevoli nelle loro deliberazioni. Il Carrara gli avvisò congedandoli, che gli sarebbe più agevole il farli punire d'uno spergiuro con un colpo di pugnale di quello che gli fosse stato il rapirli dalle loro case e dalla loro patria. Li fece in appresso trasportare di notte sulla spiaggia di Venezia.

La religione del giuramento o il timore persuasero i senatori veneziani a mantenere la promessa; e non fu che dopo molti anni che quest'attentato venne rivelato dai banditi medesimi ch'erano stati impiegati dal signore di Padova. I Veneziani provvidero con maggiore vigilanza alla sicurezza della loro città, e determinarono di vendicarsi del terrore che Francesco da Carrara aveva inspirato a molti di loro[303].

[303] _Daniele Chinazzo Stor. di Chiozza, p. 702._

Essi attaccarono lo stato di Padova in ottobre del 1372. Il re d'Ungheria, che non aveva scordati i buoni ufficj di Francesco di Carrara, spedì Stefano Laczk vayvoda di Transilvania in soccorso di questo signore. Ma il vayvoda fu fatto prigioniero in una battaglia che egli diede ai Veneziani il primo luglio del 1373, ed i suoi soldati ricusarono di combattere finchè non fosse redento il loro generale. Francesco da Carrara trovossi perciò sforzato dai suoi alleati medesimi a firmare il 23 di settembre una pace umiliante. Suo figlio venne a Venezia a chiedere in ginocchioni perdono al doge di averlo ingiustamente attaccato, e promise di pagare in dieci anni trecento cinquanta mila fiorini per le spese della guerra[304].

[304] _Daniele Chinazzo Istoria di Chiozza, p. 707._

Quest'ultima umiliazione aveva raddoppiato l'odio del signore da Carrara, onde l'alleanza offertagli dai Genovesi parvegli un'opportuna occasione di vendetta, e l'accolse avidamente. Prima di manifestare le sue intenzioni, fece in Venezia medesima immensi approvvigionamenti di sali e di droghe, onde i suoi sudditi non avessero bisogno per cinque anni di commercio marittimo. In pari tempo entrò in trattati con tutti i principi gelosi delle ricchezze di Venezia, oppure offesi dal di lei orgoglio. Questo popolo, egli loro diceva, unisce ad una illuminata ed uniforme politica tanto coraggio e tante ricchezze, che s'egli acquista una volta qualche stabilimento in terra ferma, non tarderà a signoreggiare l'Italia collo stesso orgoglio con cui domina di già sui mari. Il re d'Ungheria, il patriarca d'Aquilea, signore del Friuli, i fratelli della Scala, signori di Verona, il comune d'Ancona, il duca d'Austria e la regina di Napoli, mossi dalle persuasioni di Francesco da Carrara, accettarono l'alleanza dei Genovesi, e si disposero ad entrare in guerra contro i Veneziani[305].

[305] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 712. — Raphain Caresino Chron. Venetum, p. 444._

La guerra preparata da tutte queste negoziazioni scoppiò in fatti nel 1378 dall'una all'altra estremità della Lombardia. Barnabò Visconti, che teneva al suo soldo i principali capitani avventurieri, mandò la compagnia francese della Stella nella Liguria. Quest'armata attraversò la Riviera di Ponente, guastò la Polsevera e s'avanzò fino a san Pier da Arena. Ritirossi in seguito mediante una grossa somma di danaro che il doge di Genova mandò a' suoi capi[306]. Giovanni Acuto ed il conte Lucio Lando avevano contemporaneamente condotta un'altra armata di Barnabò nello stato di Verona[307]. Intanto Giovanni Obizzi, generale di Francesco da Carrara, faceva delle scorrerie nello stato veneziano, ed il vayvoda di Transilvania guastava il territorio trivigiano[308]. In ogni luogo si combatteva, in ogni luogo le campagne erano abbandonate al sacco, ed intanto non accadeva sul continente verun fatto decisivo.

[306] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 465._

[307] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 712._

[308] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 717._

Le armate di terra non erano composte che di mercenarj indifferenti alla causa che sostenevano; ma sopra le flotte delle due repubbliche combattevano personalmente i cittadini di Genova e di Venezia, e l'odio inveterato raddoppiava il loro accanimento. È noto che nella prima campagna i marinaj dispersi dal commercio su tutti i mari non avevano potuto essere richiamati in servigio della loro patria; erano armate poche galere, ed anche queste trovavansi sparse in più lontane parti. Aaron Stroppa comandava dieci vascelli genovesi ne' mari di Costantinopoli; egli attaccò Lenno, ossia Stalymene, che apparteneva ai Veneziani, e l'occupò; assediò ancora Tenedo, ma la guarnigione veneziana rese vani tutti i suoi tentativi[309].

[309] _Ubertus Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 463._

Un'altra flotta di dieci galere doveva, sotto il comando di Luigi del Fiesco, proteggere la navigazione dei Genovesi nel mare di Toscana. I Veneziani mandarono nello stesso mare Vittore Pisani, il più illustre ed il più riputato de' loro ammiragli, con quattordici galere. Le due squadre si scontrarono in luglio presso la riva d'Anzio. Una burrasca sollevava gigantesche onde, che andavano a spezzarsi contro il promontorio di Nettuno. Le galere, costrette ad orzare e sempre in pericolo di rompere sulla costa, cessavano di _manovrare_ per combattere con accanimento, ed il furore degli uomini superava quello degli elementi; ma i Genovesi meno numerosi furono alla fine perdenti; una delle loro galere naufragò sulla costa; cinque furono prese da Pisani, e quattro si salvarono colla fuga[310].

[310] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 714. — Laugier Hist. de Venise, l. XV, t. IV, p. 270._

La giovane sposa del re di Cipro, figlia di Barnabò Visconti, fu condotta nella sua isola da sei galere veneziane, le quali, colà giunte, si associarono a cinque galere catalane che Pietro di Lusignano aveva prese al suo soldo, e strinsero insieme d'assedio Famagosta, mentre il re di Cipro le secondava con una armata di dieci mila uomini. Dopo una accanita zuffa i Veneziani penetrarono nel porto, e vi bruciarono alcuni vascelli genovesi; ma quando vollero in seguito dare l'assalto alle mura della città, vennero respinti con tanta perdita, che abbandonarono il porto di cui si erano impadroniti ed ancora il mare di Cipro[311].

[311] _Ubert. Folieta Genuens. Hist., l. VIII, p. 464. — Daniele Chinazzo della guerra di Chiozza, p. 715._

I due popoli si offendevano ancora più gravemente nel golfo di Venezia. Luciano Doria, grande ammiraglio de' Genovesi, vi aveva condotte ventidue galere; ed inoltre aveva trovati a Zara sussidj d'ogni genere, che il re d'Ungheria aveva fatti apparecchiare pei suoi alleati. D'altra parte Vittore Pisani, richiamato dal senato veneziano aveva ricondotta nel golfo una flotta di venticinque galere per proteggere il commercio della sua patria, ed i convogli di vittovaglie ch'ella tirava dalla Puglia. Il Pisani ritolse al re d'Ungheria le città di Cattaro, di Sebenico, e di Arbo, che gli erano state cedute in fine della precedente guerra[312]. Nello stesso tempo Luciano Doria occupava Rovigno nell'Istria, saccheggiava e bruciava Grado e Caorle, e spargeva il terrore fino nel porto di Venezia[313].

[312] _Daniele Chinazzo, p. 718._

[313] _Ivi, p. 700._

Vittore Pisano che già da lungo tempo teneva il mare, in gennajo del 1379 fece chiedere alla signoria la licenza di ricondurre la sua flotta a Venezia per lasciar riposare la ciurma. Il senato ebbe timore che Doria, rimasto in qualche modo padrone del golfo, bloccasse nel porto la flotta veneziana, onde ricusò di ricevere il suo ammiraglio, e Pisani fu forzato di passare l'inverno battendo le coste dell'Istria. La malattia si manifestò ne' suoi equipaggi, ed alcune migliaja di marinaj, che sempre in faccia a Pola sospiravano di prendere riposo su quella riva ospitale, morirono nelle loro galleggianti prigioni, e trovarono sepoltura sotto le onde[314]. Il Pisani era finalmente entrato nel porto di questa città dopo avere fatto un nuovo viaggio nella Puglia, quando Luciano Doria comparve il 29 maggio del 1379 colla sua flotta di ventidue galere in distanza di tre miglia. I marinaj veneziani, impazienti di terminare la loro lunga cattività, obbligarono il loro ammiraglio ad uscire dal porto colle sue ventiquattro galere per venire a battaglia[315]. Si rimpiazzarono alla meglio i marinaj rapiti dalla malattia facendo montare sulla flotta molti abitanti di Pola con alcune truppe da sbarco[316]. Il Pisani tentò invano di supplire col suo valore alla debolezza degli equipaggi. Attaccò con furore i Genovesi, e l'ammiraglio Doria fu ucciso in principio della battaglia; ma Ambrogio Doria, suo fratello, prese subito il comando della flotta. I Genovesi animati dal desiderio di vendicare il loro ammiraglio raddoppiarono i loro sforzi, ed in un'ora e mezza fu decisa la battaglia: quindici galere veneziane caddero in mano dei nemici con mille novecento prigionieri, tra i quali contavansi ventiquattro membri del maggiore consiglio; e Vittore Pisani, che si era rifugiato a Venezia con soli sette vascelli, fu posto subito in prigione, quasi fosse colpevole della sua cattiva fortuna[317].

[314] _Ivi, p. 719. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 683. — Laugier Hist. de Venise, l. XV, t. IV, p. 292._

[315] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 684. — Navagero Stor. Venez. p. 1058._

[316] _Ubertus Folieta Hist. Genuens., l. VIII, p. 466._

[317] _Daniele Chinazzo, p. 720. — Marin Sanuto Stor. dei Duchi di Venezia, p. 685. — Raphain Caresino Chron. Venetum, p. 446._

La vittoriosa flotta dei Genovesi venne bentosto portata al numero di quarantasette galere da Pietro Doria, che la signoria mandò nel golfo per succedere a Luciano. Il nuovo ammiraglio si avanzò fino a san Nicolò di Lido, una delle aperture della laguna, per concertare le sue misure col signore di Padova; dopo comparve il 6 agosto innanzi alla porta di Chiozza colla flotta da lui comandata[318].

[318] _Giorgio Stella Ann. Genuenses, p. 1111. — Daniele Chinazzo, p. 723._

La laguna che separa Venezia dal continente, e che alla caduta dell'impero romano salvò le isole ch'ella racchiude dall'invasione de' Barbari, è altresì provveduta dalla banda del mare d'una naturale fortificazione. Una linea d'isole lunghe e strette formano un bastione contro la furia del mare. In verun luogo ha più di mille passi di larghezza, mentre la sua lunghezza è di trentacinque miglia. Viene chiamata _arzere_, argine, e su quest'argine sono costrutte le famose muraglie detti i _muracci_. Sei aperture, che dall'alto mare comunicano alla laguna, hanno tagliato l'argine in tante isole prolungate, ognuna delle quali aperture tiene luogo di porto[319]. Alcuni più stretti canali tagliano altresì le grandi isole; e più a mezzogiorno le aperture di Brondolo e del Fossone, che servono di foce alla Brenta ed all'Adige, comunicano pure colla laguna.

[319] Le sei aperture da levante a ponente sono chiamate _Treporti_, _Lidogrande_, _sant'Erasmo_, _due castelli_ o _san Niccolò_, _Malamocco_ e _Chiozza_.

Il senato di Venezia, dopo la disfatta di Pola, erasi affrettato di chiudere tutte le aperture della laguna. Venne tesa una triplice catena a traverso ad ogni porto, che di tratto in tratto era difesa da _sandoni_, grandi vascelli immobili carichi di macchine da guerra e di soldati. In alcuni luoghi i Veneziani aggiunsero a queste catene una specie di fortificazione galleggiante composta di grandi travi artificiosamente legate assieme, le quali sembravano rendere ogni avvicinamento impossibile[320].

[320] _Ubert. Folieta Hist. Gen. l. VIII, p. 470._

Pietro Doria dopo avere corsa tutta la lunghezza dell'argine risolse d'attaccare di preferenza l'apertura di Chiozza lontana venticinque miglia da Venezia. Francesco da Carrara, informato del divisamento dell'ammiraglio genovese, aveva preparate a Padova cento barche armate, che fece scendere verso Chiozza per i canali della Brenta, e questa flottiglia attaccò per di dietro la catena che chiudeva il porto e le fortificazioni galleggianti, mentre il Doria l'attaccava di fronte. Il sandone o vascello immobile, ch'era posto tra i due nemici, non potè fare lunga resistenza, ed i soldati, che lo difendevano, fuggirono il 12 agosto del 1379 dopo avervi appiccato il fuoco[321].

[321] _Daniele Chinazzo, p. 725. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Ven., p. 689._

Essendosi in tal modo resi padroni dell'ingresso della laguna, i Genovesi assediarono Chiozza per assicurarsi del possedimento del suo porto. Francesco da Carrara mandò metà della sua armata nell'isola di Brondolo, sul di cui lato interno è posta Chiozza: i Genovesi sbarcarono parte delle loro truppe per assecondarlo, e l'armata degli assedianti, contando le forze di terra e di mare, ammontava a ventiquattro mila uomini. I Veneziani avevano introdotti tre mila uomini in Chiozza, i di cui abitanti facevano pure il servigio militare. Un sobborgo, detto Chiozza piccola, fu ben tosto preso dagli assedianti. Questo sobborgo comunicava colla città per mezzo d'un ponte lungo un quarto di miglio, che attraversava bassi fondi e lagune. I Veneziani occupavano ancora questo ponte il 16 agosto, quando un marinajo genovese riuscì a condurvi di sotto un battello incendiario. Le fiamme ed il fumo, che si videro improvvisamente sollevarsi, fecero credere ai Veneziani che il ponte, su cui trovavansi, avesse preso fuoco, onde fuggirono, sorpresi da panico timore, e furono inseguiti così da vicino che non ebbero tempo di alzare dietro loro il ponte levatojo. I Genovesi ed i Padovani entrarono con loro in Chiozza, e se ne resero padroni; ottocento sessanta Veneziani erano morti combattendo; tre mila ottocento furono fatti prigionieri[322].

[322] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 726._

I Genovesi presero possesso di Chiozza a nome di Francesco di Carrara, e la dichiararono a lui soggetta. Era questa una delle condizioni del trattato fatto con lui. Quest'acquisto assicurava oramai ai Genovesi una comunicazione co' nemici de' Veneziani sul continente, e loro apriva colla laguna la stessa città di Venezia[323], di cui Chiozza era come un bastione avanzato. Fu perciò estrema la costernazione de' Veneziani, ed il popolo affollavasi intorno al palazzo di san Marco, e piangendo supplicava la signoria di domandare la pace ad ogni costo, e di salvare in tal modo la repubblica dalla sua estrema ruina[324]. Le virtù repubblicane e la costanza ne' pericoli, sembravano appartenere in Venezia esclusivamente alla nobiltà, che sola governava lo stato. Il doge Andrea Contarini oppose il suo coraggio e la sua fermezza all'abbattimento del popolo desolato; ma egli stesso conosceva tutto il pericolo che soprastava alla sua patria, e spedì tre ambasciatori a Chiozza a domandare la pace ai Genovesi.

[323] _Raphain Caresino Chron. Venet., p. 447._

[324] _Andrea Navagero Storia Venez., p. 1060._

Il consiglio di guerra, in cui questi deputati furono introdotti, era preseduto da Pietro Doria e da Francesco da Carrara. I Veneziani confessarono la propria disfatta, ed invitarono i loro rivali a non abusare della vittoria. «Il doge ne ha dato questo foglio bianco (dissero essi presentando una carta a Francesco da Carrara) affinchè vi facciate scrivere voi medesimi le condizioni che vi piacerà dettare; egli tutte le accetta preventivamente, e non si riserva che una sola cosa, che la libertà veneziana rimanga intatta.» Il signore di Padova parve premuroso di conchiudere una pace di cui dovevano essere così vantaggiose le condizioni; ma Pietro Doria, che voleva affatto distrutta la rivale della sua patria, persuase i suoi alleati a ricusar di trattare, incaricandosi egli di rispondere agli ambasciatori, e loro disse: «Vi giuro per Dio, signori Veneziani, che voi non avrete mai pace col signore di Padova o colla nostra repubblica, se prima non abbiamo noi medesimi messa una briglia ai cavalli di bronzo che sono sulla vostra piazza di san Marco. Quando gli avremo imbrigliati colle nostre mani, noi ben sapremo renderli quieti[325].»

[325] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 727._

Quando fu riferita a Venezia questa risposta insultante tutto il popolo ad altro più non pensò che a difendersi contro nemici che non lasciavano nulla sperare. Frattanto avevasi successivamente notizia che Terra nuova, Cavarzere e Mont'Albano, fortezze poste alla foce dell'Adige o ai confini del padovano, eransi arrese senza combattere, atterrite dalla rotta di Chiozza; che Loredo e Torre delle Bebe erano state prese pochi giorni dopo; e finalmente che il forte delle Saline era bloccato; questo per altro coraggiosamente si difese fino alla fine della guerra[326].

[326] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 691._

Il 24 agosto furono viste avanzarsi ventiquattro galere genovesi e quaranta barche armate dalla banda del _Lido_; la stessa città di Venezia era minacciata di uno sbarco; ma nell'istante in cui i Genovesi vollero prender terra furono respinti con un vigore inaspettato, e dopo la loro ritirata i Veneziani pensarono a fortificare i canali pei quali i loro nemici erano giunti in vista della capitale[327].

[327] _Daniele Chinazzo guerra di Chiozza, p. 728._

Un solo uomo aveva l'intera confidenza de' marinaj e del popolo di Venezia. Uscito da una famiglia nella quale i trofei marittimi sembravano ereditarj, Vittore Pisani veniva riputato il degno successore di Niccolò Pisani, che nella precedente guerra avea combattuto coi Genovesi al Bosforo, e gli aveva rotti in Sardegna. Ma quest'ammiraglio, reso dal senato responsabile dell'insubordinazione de' suoi equipaggi, e dei capricci della sorte, era stato gettato in prigione dopo la disfatta di Pola. Stava egli chiuso sotto le volte che sostengono il palazzo di san Marco dalla banda del porto. Ode all'improvviso il popolo ammutinato invocare la signoria e circondare il palazzo, gridando: «Se volete che noi combattiamo, rendeteci Vittore Pisani, nostro ammiraglio; viva Vittore Pisani!» egli allora carico di catene, si strascina verso una delle finestre della sua prigione: «fermatevi, grida egli, Veneziani, voi non dovete mai gridare che viva san Marco[328]!» Frattanto la signoria fece uscire Pisani di prigione e lo nominò capitano del mare. Molti cittadini si offrirono all'istante di armare galere a loro spese per servire sotto di lui, e tutto il popolo si affrettò di equipaggiare una nuova flotta. Mentre si stava allestendo, il Pisani fece fortificare tutti i canali che conducono a Venezia, come pure l'argine di Malamocco; fece chiudere con paloni ed antenne galleggianti il canal grande e quello della Giudecca; stabilì barche di guardia tutt'all'intorno di Venezia, e pose di stazione agli sbocchi de' primarj canali, cocche, o grandi vascelli rotondi, carichi d'artiglierie. Le armi a fuoco erano finalmente diventate di uso comune, e per la prima volta nelle guerre d'Italia si videro adoperate in tutte le battaglie[329].

[328] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 691. — Navagero Stor. Venez., p. 1061._

[329] _Daniele Chinazzo, p. 729._