Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)
Part 10
I Napolitani mandarono rinfreschi al nuovo re, e l'invitarono ad entrare nella capitale. Ottone vedeva ad ogni istante diminuirsi la sua armata, ed era ridotto a tale di non poter battersi col conquistatore, e di non poter difendere contro di lui una città disposta ad aprirgli le porte. Dopo avere esercitata qualche vendetta contro il popolaccio di Napoli, prese la strada d'Aversa, mentre Carlo III entrava in Napoli il 16 luglio del 1381 verso sera, senza aver data una sola battaglia per l'acquisto del regno[273].
[273] _Giornali Napolitani, t. XXI, p. 1043._
La regina Giovanna erasi chiusa in Castel nuovo, ossia del palazzo, ma non aveva avuta la precauzione di vittovagliarlo. Carlo lo assediò, ed il 20 agosto la regina dovette capitolare. Promise di consegnare entro quattro giorni tutte le sue fortezze, e la medesima sua persona in mano a Carlo di Durazzo, se entro tale termine non riceveva soccorso. Il duca Ottone, suo marito, che fino allora aveva risparmiati i pochi suoi fedeli compagni per valersene in più felici circostanze, quand'ebbe avviso della capitolazione, risolse di combattere, sebbene fuori di speranza di vincere. Il quarto giorno venne ad attaccare Carlo di Durazzo, ma fu dalla sua armata abbandonato ai nemici nel principio della battaglia: il marchese di Monferrato, suo pupillo, fu ucciso combattendo ai suoi fianchi, ed egli fatto prigioniere. La regina Giovanna, perduta l'ultima sua speranza, si diede lo stesso giorno in mano al suo cugino il principe di Durazzo. Malgrado i legami della parentela, malgrado il rispetto che potevano ispirare il suo rango e la sua età, venne dal vincitore duramente trattata. Dopo trentaquattro anni di regno, subì la pena del delitto commesso in gioventù. Si dice che il 12 maggio del 1382 fu soffocata sotto un letto di piume nel castello di Muro, nella basilicata, ov'era stata rinchiusa. E si soggiunge che il vecchio re d'Ungheria consigliasse egli medesimo questo supplicio per avere una tarda vendetta della morte di suo fratello Andrea[274].
[274] _Giannone Istor. civ. l. XXIII, c. 5. p. 341. — Tristani Caracciuoli opus. Historica, t. XXII, p. 16._ — Maria sorella di Giovanna fu pure arrestata e tenuta in prigione. Morì poco dopo non senza sospetto di veleno. _Theodorici a Niem hist. Schism. l. I, c. 25, p. 20._
La catastrofe della regina Giovanna cagionò a Firenze un profondo dolore. I cittadini di questa repubblica erano stati sempre devoti della casa d'Angiò dopo il suo stabilimento nel regno di Napoli: amavano la regina Giovanna come nipote del re Roberto, e come ultimo rampollo della sua famiglia; e l'amavano a cagione del bene che le avevano fatto, piuttosto che per quello che potevano da lei sperare. Essi temevano l'uso che un principe più destro e più intraprendente potrebbe fare delle forze della più bella parte dell'Italia. Vero è che il nuovo sovrano non cercò d'impadronirsi delle contee di Forcalquier e di Provenza, le quali passarono al figlio adottivo di Giovanna: ma Carlo III era l'erede riconosciuto di Luigi d'Ungheria. Prima delle conquiste de' Turchi l'Adriatico apriva tra questi due regni una pronta e facile comunicazione; e chi avesse potuto disporre del valore ungaro e della ricchezza di Napoli, poteva rovesciare a posta sua l'equilibrio d'Italia. Coloro che a quest'epoca governavano Firenze sapevano che Carlo di Durazzo era circondato da emigrati fiorentini, e ch'egli aveva più volte preso parte alle cospirazioni dei nemici della repubblica. Ciò nondimeno gli spedirono una solenne ambasciata per conciliarsi il suo favore; e perchè in allora Carlo non pensava che a stabilirsi nella sua nuova conquista, si mostrò disposto ad allearsi colla repubblica. Le arti minori, che governavano Firenze, non avrebbero veduto il loro potere rovesciato da uno straniero monarca, se non si fossero esse medesime apparecchiata la propria caduta con un vizio della loro amministrazione.
Due cittadini d'antica e potente famiglia avevano avuto gran parte nella rivoluzione, che aveva posta la repubblica sotto la dipendenza del basso popolo; erano questi Giorgio Scali e Tommaso Strozzi. Personali motivi di odio o di vendetta gli avevano tratti in questo partito, ed altri personali motivi d'ambizione e di cupidigia continuavano a dirigere la loro condotta. Agivano essi come se diventati fossero i padroni della repubblica, e le vessazioni, che andavano esercitando contro i loro nemici, ben si confacevano all'arroganza de' loro discorsi ne' consigli, ed all'insolente loro condotta[275].
[275] _Leon. Aret. l. IX. — Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 250._
Benedetto Alberti, che non meno di loro aveva contribuito alla rivoluzione, e la di cui condotta in diverse circostanze era stata riprovevole, non aveva per altro cercato di acquistare colle immense sue ricchezze una maggiore influenza nel governo del suo paese. Appassionato per la libertà e per la democrazia, le aveva stabilite con riprovevoli mezzi, e le aveva mantenute con peggiori modi, coi supplicj. Per altro nel cuor suo erasi conservato fedele ai principj d'umanità e di giustizia, e come è costume delle anime generose, non si vedeva mutar partito, che per passare dal più forte al più debole; e quando i suoi amici furono vittoriosi, non dissimulò quanto gli riuscissero spiacevoli la loro ingiustizia ed il loro orgoglio[276].
[276] _Macchiavelli Ist. Fior. l. III, p. 252._
Un'ultima violenza di Giorgio Scali obbligò Benedetto Alberti a dichiararsi scopertamente contro di lui; e perchè questa offendeva egualmente i tribunali ed il popolo, fu cagione della ruina dello Scali e del suo partito. Tra le creature dello Scali e dello Strozzi eranvi alcune persone, che facevano il mestiere di delatore, i quali, palesando sempre nuove congiure, accrescevano il terrore del popolo ed il credito de' suoi capi. Uno di costoro, avendo accusato Giovanni Cambi, ragguardevole cittadino, fu riconvenuto di calunnia con evidenti prove, onde il capitano del popolo fece imprigionare il delatore, e volle assoggettarlo alla pena che aveva cercato di far cadere sopra l'innocente. Giorgio Scali impiegò tutto il credito che aveva per salvare la sua creatura, e perchè le sue preghiere non avevano effetto, di concerto con Tommaso Strozzi, invase il palazzo del capitano del popolo con un branco di gente armata, e fattosene padrone il 13 gennajo del 1382 lo abbandonò al saccheggio, e liberò il suo prigioniere[277].
[277] _Sozomeni Pistor. Hist. p. 1121. — Marchione de Stefani, l. XI, R. 901, p. 67. — Memorie storiche di Ser Naddo da Montecatini. Delizie degli Erud., t. XVIII, p. 37._
Una così impudente violazione delle leggi risvegliò l'universale indignazione, ed il popolo si staccò affatto dalla causa dei due demagoghi, cui fino a tal epoca erasi consacrato. Il capitano recossi a restituire ai priori la bacchetta del comando, dicendo che l'onor suo non permettevagli d'amministrare più oltre la giustizia in una città ove così colpevoli violenze ne turbavano il corso; ed i priori, che sospiravano essi medesimi l'istante di ritirare il governo dalle mani del popolaccio, giudicarono questa occasione favorevole per tentarlo. Risposero al capitano del popolo, che doveva riprendere l'autorità che voleva deporre, ed adoperarla nel vendicare l'affronto che aveva ricevuto. Benedetto Alberti concorse colla signoria all'abbassamento dei capi audaci, che oltraggiavano la libertà. Tommaso Strozzi, prevenuto a tempo del pericolo che gli sovrastava, ebbe tempo di fuggire, ma Giorgio Scali fu arrestato in propria casa, e venti ore dopo perdette il capo sul patibolo in mezzo alla folla, che applaudiva al suo supplicio.
Giorgio Scali si lagnò avanti di morire, perchè la sua malvagia fortuna e l'odio di taluno de' suoi concittadini l'avessero persuaso ad accarezzare un popolo, che non aveva nè fede nè riconoscenza. Avendo in appresso veduto tra i cittadini armati Benedetto Alberti, gridò; «E tu, Benedetto, tu consenti adunque che io provi ciò che non avrei io mai permesso che tu provassi, se io fossi ove tu sei? Ma io ti annunzio che questo il quale è l'estremo giorno delle mie infelicità, sarà il primo delle tue.» Così morì in mezzo ai suoi nemici armati, che si rallegravano della sua morte[278].
[278] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 253._
La predizione dello Scali si avverò; le antiche famiglie risguardarono la di lui morte come il segno d'una nuova guerra civile; la città risuonò del grido _viva la parte guelfa_, e questo nome, che non era attaccato a verun principio politico, ma soltanto ad affezioni ereditarie indicava allora gli aristocratici. Effettivamente il 21 gennajo, i nobili, i ricchi mercanti, e l'intero partito degli Albizzi occuparono la pubblica piazza, e crearono una balìa di cento cittadini per riformare lo stato[279].
[279] _Marchione de' Stefani, Rub. 902, p. 70._
Tutte le leggi rivoluzionarie emanate ne' tre precedenti anni vennero annullate da questa balìa, tutti coloro che il 18 gennajo 1378 erano stati esiliati o dichiarati ribelli furono ristabiliti ne' loro antichi diritti. Si abolirono le sentenze d'ammonizione, si rilasciarono i prigionieri di stato, e le due corporazioni, ch'erano state create per le arti inferiori, furono disciolte[280]. L'antica fazione guelfa venne ristabilita in tutte le sue preeminenze, e portate le sue bandiere per tutta la città[281]. Le arti minori vennero escluse dal gonfalone di giustizia, e dopo molte risse, che si andarono rinnovando in tutto il corso dell'anno tra i grandi, le arti ed il popolo, la parte delle arti minori fa infine ridotta al terzo degli onori pubblici[282].
[280] _L'arte de' Tintori ed altri membri, e l'arte de' Farsettai, Barbieri, ec._
[281] _Leon. Aretino, l. IX. — Sozomeni Pistor. Hist. p. 1122. — Marchione de Stefani, l. XI, Rub. 904, p. 77._
[282] _Ivi, Rub. 915, p. 100._
Ma il nuovo governo non fu ne' suoi cominciamenti meno rigoroso di quello che lo era stato il precedente de' plebei. Esiliò i capi di molte illustri famiglie, che avevano spalleggiato il minuto popolo, ed esiliò pure molti popolani[283]; confinò a Chiozza Michele di Lando, cui la patria doveva mostrarsi più riconoscente, avendola egli salvata dal furore dei Ciompi[284]; per ultimo perseguitò Benedetto Alberti, che più fedele a' suoi principj che al suo partito, s'accostava sempre a quello dell'opposizione contro tutte le tirannidi. In molte circostanze il governo manifestò la diffendenza o l'odio che gli portava. Ma non fu che nel 1387 che una nuova balìa, incaricata di riformare lo stato e di ristringere l'aristocrazia osò all'ultimo d'esiliarlo[285]. Benedetto Alberti prima di partire chiamò presso di sè tutti i suoi parenti, e vedendo che piangevano, disse loro: «Voi vedete, miei amici, come la fortuna me colpisce e voi minaccia; io non ne sono per altro sorpreso, e voi pure non dovete esserlo, imperciocchè tale fu sempre la sorte di coloro che in mezzo a molti malvagi, vollero conservarsi giusti, e che si sforzarono di sostenere ciò, che i più cercavano di rovesciare. L'amore della mia patria mi avvicinò a Salvestro de' Medici, lo stesso amore mi allontanò da Giorgio Scali, come lo stesso sentimento eccitò il mio odio contro coloro che hanno presentemente il governo in mano. Non avendo questi persona che li punisca, non vogliono pur soffrire chi ardisce biasimarli. Io acconsento a liberarli col mio esilio dal timore che hanno di me, e di tutti coloro che detestano la loro tirannide, e la loro scelleratezza; percuotendo me per altro hanno minacciati tutti gli altri.
[283] _Ivi, Rub. 910, p. 85._
[284] Il 14 marzo 1382. _Marchione de Stefani, Rub. 918, p. 108._
[285] _Mem. di Ser Naddo da Montecatini, t. XVIII, p. 94._
«Io non ho compassione di me medesimo, perchè la patria serva non può rapirmi gli onori della patria ancora libera; e la memoria della passata mia vita mi sarà più cagione di godimento, di quel che possa recarmi dispiaceri l'esilio che io m'apparecchio a subire. Mi crucia soltanto la sorte della mia patria, caduta sotto il giogo dell'aristocrazia, e sottoposta al suo orgoglio ed alla sua avarizia. Mi affligge ancora la sorte vostra; imperciocchè i mali, che oggi finiscono per me, cominciano per voi, e forse vi opprimeranno assai più, che me non hanno oppresso. Io vi esorto frattanto a preparare le anime vostre a sostenere virtuosamente tutti gl'infortunj, e poichè siete minacciati da molte sventure, vi ammonisco a diportarvi in maniera, che quando sarete colpiti, sappia ognuno, che non siete infelici per colpa vostra, e che soffrite come si conviene a uomini virtuosi[286].» Benedetto Alberti partì in appresso per terra santa, visitò in abito di pellegrino il sepolcro del Salvatore, e quando stava per tornare in Europa fu sorpreso da grave infermità, e morì a Rodi[287]. Le sue ossa, trasportate a Firenze, ebbero onorata sepoltura.
[286] _Macchiavelli Ist. Fior., l. III, p. 259._
[287] _Memorie Storiche di Ser Naddo da Montecatini, t. XVIII, p. 99._
E per tal modo nel giro di tre anni il furore delle fazioni aveva privata Firenze de' suoi più illustri uomini di stato. Il corso della natura le aveva di già tolti prima alcuni de' suoi cittadini, che coll'alta loro riputazione letteraria non avevano forse meno contribuito alla sua gloria. Petrarca era morto d'apoplesìa il 18 luglio del 1374 in Arquà, presso Padova, alle falde dei monti Euganei. Era questa una casa solitaria accordatagli da Francesco di Carrara in allora signore di Padova[288]. Il Boccaccio morì poco dopo il 21 dicembre del 1375, e tutta la società de' letterati con cui Petrarca aveva vissuto, quella società che l'abate di Sade ha fatta conoscere nelle sue voluminose memorie, era pressochè tutta distrutta. Ma la repubblica fiorentina in mezzo alle sue rivoluzioni non aveva perduto il germe che fa nascere e moltiplica i grandi uomini. Malgrado il supplicio de' cittadini, che avevano amministrata la repubblica con tanta gloria dal 1360 al 1378, nuovi uomini di stato si presentarono sulla scena per mostrare nel susseguente periodo nè minori talenti nè minori virtù. A Petrarca ed ai suoi amici erano succeduti nuovi letterati. Coluccio Salutati di Stignano era stato nominato cancelliere della comunità il 25 aprile del 1375, ed esercitò trent'anni questa carica con molta eloquenza e molto ingegno. Era solito dire il Visconti, che più temeva l'effetto d'una lettera di Coluccio, che non le armi di mille cavalieri fiorentini[289]. Leonardo Bruno, detto l'Aretino, era nato nel 1369, ed era destinato ad essere uno de' più eloquenti e più giudiziosi storici, che abbia prodotti l'Italia. La generazione che entrava sulla scena del mondo quando l'altra si ritirava, doveva succedergli nella gloria delle lettere, delle arti e delle virtù politiche.
[288] _Memoires pour la vie de Pétrarque, l. VI, t. III, p. 798._
[289] _Scipione Ammirato, l. XIII, p. 692. — Tiraboschi Stor. della Letter. Ital. l. III, c. 3, § 21, t. V, p. 571._
CAPITOLO LI.
_Affari dell'Oriente. — Guerra dei Genovesi in Cipro. — Quarta guerra di Venezia e di Genova; presa e ripresa di Chiozza. Pace di Torino._
1372 = 1381.
Lo stesso anno, reso celebre dal principio del gran scisma di occidente e dalla sanguinosa rivoluzione dei Ciompi a Firenze, vide altresì scoppiare la sanguinosa guerra di Chiozza, la quarta delle guerre marittime tra Venezia e Genova, e quella che espose queste due potenti repubbliche agli estremi pericoli. Fuori d'Italia e lontano dagli avvenimenti trattati ne' decorsi capitoli dobbiamo cercare la cagione di questa accanita guerra.
Tutta l'esistenza delle repubbliche marittime è poco legata alla storia del rimanente dell'Italia. Le signorie di Venezia e di Genova sembravano d'ordinario straniere alle rivoluzioni delle province limitrofe, mentre tutte le loro cure erano volte alle regioni del Levante. Il loro commercio e le loro colonie nella Turchia ed in Grecia erano la principale sorgente delle ricchezze del popolo e della potenza dello stato; e le passioni pubbliche e private non sembravano eccitate che dagl'interessi e dalle rivoluzioni di queste lontane contrade.
La situazione delle repubbliche marittime le isolava, per così dire, e loro permetteva di risguardarsi come assolutamente staccate dal continente italiano. Le montagne che circondano la Liguria, separavano questa provincia dalla Lombardia, siccome le lagune ne separavano Venezia. In un tempo in cui la cavalleria pesante formava il nervo delle armate, riusciva presso che impossibile la conquista d'un paese in cui i cavalli non potevano agire. Le cure adunque che le due repubbliche si prendevano delle cose del Levante non venivano in verun modo interrotte da quelle della loro sicurezza. La regione, da cui ritraevano le ricchezze e la sussistenza loro, era sempre l'emporio del commercio del mondo. La barbarie dei Turchi non aveva avuto sopra le province del loro dominio una influenza tanto funesta, quanto l'ebbe nelle susseguenti età la loro non curanza. I loro stati venivano ancora arricchiti da alcune manifatture e dal commercio delle Indie; gli Arabi ed i Greci, che loro erano soggetti, non avevano ancora rinunciato al lusso che ha bisogno di commercio, nè all'industria che lo alimenta.
I Turchi erano oramai i veri signori dell'Oriente, e di già chiamavansi mari di Turchia le acque dette per lo innanzi mari della Grecia. Il decadimento dell'impero d'Oriente era stato rapidissimo. Ne' primi anni del XIV secolo il vecchio Andronico aveva perduta tutta l'Asia minore, e tutti i possedimenti de' Greci al di là del Bosforo e dell'Ellesponto. Circa il 1350 Cantacuzèno introdusse i Turchi in Europa per impiegarli come ausiliari nelle guerre civili, ed il suo successore Paleologo, ch'era stato suo pupillo e suo rivale, perdette nel suo regno dal 1355 al 1391 tutte le province d'Europa, che tutte vennero in potere di Amurat I. «Chiudi le porte della tua città per regnare entro il circondario delle tue mura», faceva dire il successore d'Amurat al figliuolo di Giovanni Paleologo, «poichè tutto quanto trovasi al di fuori appartiene a me[290].»
[290] _Hist. Byzant. Nepotis Michaelis Ducæ, t. XIX, Scr. Byz. c. 13, p. 20._
La stessa Costantinopoli non era quasi meno dipendente dai Turchi di quello che lo fossero le campagne da questi occupate. Giovanni Paleologo, perduto nel libertinaggio, cercava con vili piaceri di allontanare il pensiero della ruina del suo impero[291]. Tributario e vassallo del Sultano, erasi obbligato a servire sotto i di lui ordini, o farsi rappresentare nel campo de' Turchi da uno de' suoi figliuoli. Mentre che d'accordo con Amurat combatteva contro gli Ungari, Andronico, suo primogenito, prese parte ad una congiura con uno de' figli d'Amurat. Il progetto di questi ambiziosi giovani pare che fosse quello di balzare dal trono nel tempo medesimo il sultano e l'imperatore; ma le loro trame vennero scoperte da Amurat, il quale condannò alla morte suo figlio, ed ordinò al monarca greco di punire il proprio. Giovanni Paleologo non era convinto del delitto del principe, ma la viltà sua gli fece far quello che la collera, o la sete del sangue non gli suggerivano di fare; fece abbacinare suo figliuolo, e suo nipote, ancora fanciullo: e destinò suo successore Manuele, il secondo de' suoi figli[292].
[291] _Hist. Byzant. Nepotis Michaelis Ducæ, t. XIX, Scr. Byz., c. 12, p. 17._
[292] _Phranza Protovestiarius, l. I, c. 16, p. 18. Scrip. Byz. t. XXIII. — Ducas Michaelis Nepos, c. 12, p. 17. — Raphain Caresino, Cancellar. Venetus Chron. R. It., t. XII, p. 443._
Mentre l'impero greco abbracciava ancora molte migliaja di leghe quadrate, ci dovette sorprendere l'audacia e la potenza della colonia genovese di Galata; ma nella presente epoca in cui trovavasi ridotto quasi ad una sola città, e che il suo capo non si ricusava di soggiacere a qualunque avvilimento, quando l'ordinava il sultano, più non dobbiamo maravigliarci vedendo i Genovesi di Galata tenere in bilico tutte le forze dell'imperatore, e l'affetto loro essere cagione in Costantinopoli di frequenti rivoluzioni: la parte ch'essi presero negli intrighi della corte greca fu la causa principale della guerra di Chiozza.
Il Paleologo aveva chiusi suo figlio e suo nipote nella torre di Anema, vicina a Galata. I Genovesi, mossi a pietà di questi due infelici principi, li fecero fuggire dopo due anni di prigionia. Il supplicio non era stato eseguito che a metà, ed i medici italiani riuscirono a far ricuperare uno degli occhi ad Andronico, ed a rendere a suo figliuolo Giovanni una losca e debole vista[293]. Quando questi due principi più non si trovarono nell'assoluta dipendenza cui erano obbligati dalla cecità, i Genovesi li dichiararono capaci di regnare e loro offrirono di riporli in trono, purchè Andronico loro cedesse in ricompensa l'isola di Tenedo, la quale, posta essendo all'imboccatura dell'Ellesponto, signoreggia quest'importante passaggio, ed apre o chiude l'ingresso della Propontide e del mar Nero. Il trattato fu segnato in agosto del 1376. I Genovesi attaccarono in allora Costantinopoli e furono ajutati dai nemici del regnante imperatore, onde posero sul trono il cieco Andronico, mentre che Giovanni ed i suoi due figli vennero chiusi nella stessa prigione da cui era stato levato Andronico[294].
[293] _Ducas Michaelis Nepos, c. 12, p. 18._
[294] _Daniele Chinazzo. Della guerra di Chiozza, t. XV, Rer. It., p. 711. — Raphain Caresino Chron., t. XII, p. 443._
Dopo questa rivoluzione i Genovesi spedirono due galere per prendere possesso di Tenedo, al quale oggetto erano muniti degli ordini che Andronico dirigeva al governatore dell'isola. Ma questi essendo, come pure gli abitanti, affezionato al deposto imperatore, ricusò di riconoscere i due ciechi monarchi, chiuse il suo porto ai Genovesi, e vedendo che colle sole sue forze non potrebbe a lungo difendersi contro di loro, chiese soccorso a Donato Tron, ammiraglio della flotta veneziana, che ritornava dal mar Nero, e gli consegnò Tenedo colle sue fortezze. Il senato di Venezia che tutta conosceva l'importanza di quest'isola, vi mandò all'istante due provveditori con forte guarnigione, e le somme occorrenti per mettere i castelli in buono stato di difesa. I Genovesi irritati persuasero Andronico a far imprigionare il balio con tutti i Veneziani stabiliti a Costantinopoli, e somministrarono all'imperatore dodici galere per intraprendere l'assedio di Tenedo. Per altro eglino non dichiararono la guerra ai Veneziani, e non presero parte all'attacco che in qualità d'ausiliarj de' Greci[295].
[295] _Daniele Chinazzo Guerra di Chiozza, p. 711. — Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 680._
In un altro regno del Levante i Genovesi sostenevano una guerra, alla quale dovevano a vicenda prendere parte anche i Veneziani. Pietro di Lusignano, re di Cipro, era stato ucciso nel 1372 dai suoi fratelli a Nicosia, sua capitale; suo figliuolo ancora fanciullo, chiamato Pietro, come il padre, era stato disegnato per succedergli. I Veneziani ed i Genovesi, che avevano in quell'isola potenti stabilimenti, pretendevano gli uni e gli altri di occupare il posto d'onore nella cerimonia della coronazione. Gli zii del giovanetto re decisero la disputa in favore de' Veneziani[296]; ma i Genovesi ricusarono di stare al loro giudizio, e recaronsi al palazzo colle armi sotto il loro mantello, per occupare a forza il posto cui credevano d'avere diritto. Gli zii del re, avuto avviso del loro divisamento, li fecero arrestare; si ritennero come prove del fatto le armi che portavano nascoste, e senza formarne regolare procedura vennero precipitati dalla sommità di una torre. I furibondi Ciprioti non si limitarono a far morire i Genovesi ch'eransi recati al palazzo, ma infierirono contro tutti i loro compatriotti sparsi nell'isola; tutti furono uccisi e saccheggiate le loro case. Ad un solo Genovese gravemente ferito in fronte, e creduto morto, riuscì di fuggire onde portare la notizia dell'accaduto alla sua patria[297].