Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 07 (of 16)

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STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO

DI J. C. L. SIMONDO SISMONDI

DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI, DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

_Traduzione dal francese._

_TOMO VII._

ITALIA 1818.

STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE

CAPITOLO XLVIII.

_Pontefici d'Avignone. Urbano V vuole ricondurre la santa sede in Roma. — Seconda spedizione di Carlo IV in Italia; è cagione in Pisa della ruina di Giovanni Agnello, ed in Siena di quella dei dodici. — Viene scacciato da quest'ultima città. — Rende la libertà a Lucca._

1365 = 1369.

Innocenzo IV era morto in Avignone il 12 settembre del 1362, ed il conclave gli aveva dato per successore Guglielmo Grimoardo, abate di san Vittore di Marsiglia, che non era cardinale. Questo papa, che prese il nome d'Urbano V, era di già il sesto tra quelli d'Avignone. Clemente V, aveva il primo trasportata la santa sede in Francia l'anno 1305. Dopo di lui Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, ed Innocenzo VI, avevano continuato a vivere come esiliati lontani dalla loro capitale e dalla loro greggia. Durante una residenza di sessant'anni, i pontefici e la loro corte si erano stabiliti in Avignone, come se mai non dovessero abbandonare questa città, e ne avevano acquistata la sovranità da Giovanna di Napoli, contessa di Provenza; vi avevano fabbricati magnifici palazzi, e si erano affezionati ad un soggiorno, ove niun desiderio di libertà tra il popolo, veruna inclinazione alla turbolenza tra i nobili, turbava la loro tranquillità, inquietava la loro mollezza. Omai il collegio de' cardinali più non era composto che di Francesi; Urbano V era della stessa nazione, ed aveva opinione di essere attaccato al suo paese natale, quanto poteva esserlo ogni altro suo compatriotto; il re di Francia vivamente desiderava di ritenere la corte pontificia ne' suoi stati, ond'era difficile il prevedere in qual modo potessero i papi ritornare giammai all'antica loro sede.

Per altro la dimora de' pontefici in Avignone aveva avuta la più perniciosa influenza sui costumi della chiesa, sulla sua politica, sul suo riposo, sulla sua fede. La corruzione de' prelati, la scandalosa e disonesta vita de' giovani cardinali, innalzati alla porpora dal favore o dall'intrigo, erano talmente notorj, che Avignone più non era indicata con altro nome che con quello di Babilonia occidentale. Nè quest'epiteto trovasi soltanto nelle amare invettive del Petrarca, ma nelle lettere e nelle scritture degli uomini più moderati e più religiosi del 14.º secolo. Avignone conteneva la schiuma degl'Italiani e de' Francesi; colà venivano a cercare fortuna gl'intriganti d'ogni nazione, che avevano seco portati i più odiosi difetti de' loro compatriotti; e il popolo e la corte d'Avignone avevano convertito in costume ciò che dalle altre nazioni risguardavasi come vizio. Ne' precedenti secoli la corte di Roma era già stata riconvenuta di smisurata ambizione, di dissimulazione, di avarizia, d'ingratitudine; ma nel tempo che i papi soggiornarono in Francia, fu ancora venale e perfida nell'amministrazione dei popoli, servile nelle sue relazioni colla corte di Francia, licenziosa ed intemperante nella privata vita de' suoi prelati; e tra gli stessi papi, Clemente VI non andò esente dal rimprovero di scostumatezza[1].

[1] _Francisci Petrarcae Epist. sine tit. p. 795, 806, ec._

Gl'Italiani, che i proprj governi cercarono di rendere superstiziosi, sono meno degli altri popoli inclinati alla credulità. Il misticismo, siccome un'immaginazione piena d'idee malinconiche e terribili, appartiene ai climi ove l'uomo soffre sotto una temperatura o ardente o gelata. Ne' deserti della Tebaide, e sulle arene del Gange, o in riva al Baltico e tra le rupi della Scozia, si può tremare in faccia al principio malefico che mai non permette di scordare la sua potenza; possono offerirsi alla divinità dei dolori che sembrano indivisibili dall'umana specie; ma innanzi a che si tremerebbe in Italia, ove tutto sorride all'uomo? Come mai tutti i pensieri possono essere totalmente rivolti ad un'altra vita, quando così dolce è la presente[2]?

[2] L'autore parla della naturale inclinazione che in un clima piuttosto che nell'altro gli uomini hanno per le cose contemplative, come solo effetto dei mali o dei beni dipendenti dalla qualità del clima e del suolo: lo che nulla ha di comune colla vita ascetica e penitente, cui, non per umana disposizione, ma per impulso della divina grazia, che toglie, tanto alle delizie della più prospera vita e della più fiorente gioventù, quanto al vivere misero e stentato, persone d'ogni condizione, d'ogni sesso, d'ogni età, d'ogni paese. E la Grecia avanti che cadesse sotto il giogo de' Turchi, e l'Italia e la Spagna, poste ne' più temperati climi d'Europa, non furono meno feconde di santi solitari e di penitenti claustrali, di quello che lo fossero le infuocate rive del Gange, o le gelate coste del Baltico. _N. d. T._

Nel 14.º secolo gl'Italiani aggiugnevano uno spirito d'osservazione esercitatissimo all'abitudine di comunicare coi popoli di diversa credenza. Il disprezzo che avevano concepito per la corte d'Avignone, aveva loro quasi assolutamente fatto scuotere il giogo della chiesa romana; mentre gli spiriti erano rimasti assai più sottomessi in Francia, ove il fanatismo persecutore ricompariva sovente con nuove forze. A Parigi, nel Delfinato, ed in altre province della Francia si bruciarono nel 1373 molti eretici. Le diverse loro sette, tutte egualmente punite con atroci supplicj, avevano i nomi di Turlupini, Beguini, Lollardi, Valdesi[3]. Ma in Italia, l'entusiasmo che faceva nascere le eresie, ed il fanatismo che le puniva, erano ugualmente spenti, ed avevano dato luogo alla indifferenza.

[3] _Raynal. An. Eccl. an. 1373, § 19, p. 520._

I Visconti in tempo delle lunghe guerre che avevano sostenute contro la Chiesa, eransi vendicati delle censure dei papi sul clero de' loro stati: raddoppiavano le imposte straordinarie quand'erano percossi dalle scomuniche. Nè i tiranni della Romagna si erano più de' Visconti lasciati atterrire dai fulmini de' papi, o dalle crociate predicate contro di loro; l'innalzamento loro e la loro caduta erano effetto della lotta tra l'ambizione e la libertà, o dell'affezione, dell'odio, o della vendetta, che sembravano ereditarj in alcune famiglie, senza che la religione vi avesse parte. I Siciliani, dopo i famosi loro vesperi, più non furono in pace colla chiesa per lo spazio di ottant'anni. I loro principi della casa d'Arragona, non si mostrarono meno indifferenti dei loro popoli alle scomuniche dei papi. Dall'una all'altra estremità dell'Italia i popoli ed i governi più non temevano le censure ed i castighi ecclesiastici[4].

[4] Il segretario fiorentino aveva fatto sagacemente osservare nelle sue storie, che mentre le scomuniche facevano tremare i popoli settentrionali, gl'Italiani punto non se ne curavano; e ciò per l'abuso fattone da alcuni papi. _N. d. T._

La filosofia d'Aristotele era stata universalmente adottata in tutte le scuole unitamente ai commentarj d'Averroe. Il greco filosofo, supponendo un'anima unica animatrice di tutti gli uomini, distrugge la provvidenza e la moralità delle azioni. Ma il glossatore arabo aveva ancora più direttamente attaccata la religione; egli aveva opposta la sua triste dottrina all'islamismo in cui era nato, al cristianesimo ed al giudaismo che aveva studiati; ed aveva diretti contro i cattolici i suoi sarcasmi ed i suoi ragionamenti. Il solo Petrarca era quello che cercava di resistere al torrente degl'increduli; ma la setta ch'egli combatteva nelle sue filosofiche scritture, e nelle sue lettere, godeva d'un'illimitata libertà, e mostravasi ogni giorno più ardita. Credevansi appena le antiche dottrine ancora buone per il popolo; e la religione, quasi incompatibile con tale filosofia, andava perdendo la sua influenza sulla condotta degli uomini[5].

[5] Intorno all'influenza della filosofia peripatetica sulla credenza de' cristiani meritano di essere letti Lorenzo Moshemio. _Instit. Hist. Eccles. — Brucherus Histor. Phil._ ed il suo oppositore Agatopisto Cromaziano, ossia il P. Buonafede nella sua storia della filosofia, ove prende alla meglio a difendere gli aristotelici cristiani, che vollero conciliare le inconcusse dottrine del vangelo coi sogni peripatetici. _N. d. T._

Il Petrarca ci lasciò nelle sue lettere la più triste pittura dei depravati costumi de' prelati[6], i quali avevano perduto lo spirito di dominazione, siccome i popoli l'abitudine di essere loro subordinati. Servilmente sottomessi alla corte francese, nemmeno più si vergognavano della loro servitù. Più in loro non ravvisavasi quello spirito superiore al mondo, che mantiene la vera religione, e che, quando si trovasse ancora presso una falsa religione, la renderebbe pure rispettabile ed utile agli uomini. Invece di non considerare la terra che dal lato de' suoi rapporti con Dio, i preti più non pensavano a Dio, che in ragione dei loro interessi sulla terra. La religione era diventata un mezzo tutt'affatto umano di governo, uno strumento che i despoti tenevano nelle loro mani per valersene contro i popoli[7].

[6] In quasi tutte le lettere del libro _Epistolarum sine titulo._

[7] Le osservazioni dell'autore sono vere parlando del generale depravamento del clero nel 14.º secolo, ma anche in questi tempi infelici, non era la chiesa priva di uomini santissimi, onde non lasciò d'essere santa nel capo Gesù Cristo, e nelle membra. Formavano questi quel piccolo numero di eletti che facevano udire il gemito della casta colomba, e che prepararono quella felice riforma de' costumi nel clero e nel popolo ch'ebbe compimento per opera del concilio di Trento nella seconda metà del 16.º secolo. _N. d. T._

Una religione corre sempre grandissimo rischio quando si dà un capo sulla terra; poichè facendo dipendere il rispetto che riclama, dall'eventualità e dalla virtù d'un solo uomo, la chiesa si rende risponsabile della condotta del pontefice che la rappresenta. Vero è che ne' tempi della persecuzione ella ha più ragioni di sperare che di temere dalla condotta del suo capo; imperciocchè egli s'investe in allora dello zelo medesimo della sua greggia, e non si trova elevato al di sopra degli altri che per dar loro un più luminoso esempio. I primi vescovi di Roma, se dobbiamo prestar fede alle loro leggende, furono quasi tutti santi e martiri; ma poichè la chiesa trionfò dell'idolatria, la leggenda medesima più non attribuisce ai loro successori tanti onori e tante virtù. Il capo del clero, depositario del suo potere, non può evitare di essere strascinato dagl'interessi temporali della sua amministrazione, e di far servire la religione alla politica. È questo il maggiore abbassamento cui possa trovarsi esposta un'autorità divina. Il più nobile ed il più disinteressato sentimento del cuore umano, il sentimento dell'intero sagrificio di sè medesimo si cangia in cotal modo nel vile calcolo dell'egoismo e della frode[8].

[8] Il leggitore non dimenticherà che lo storico tratta questo argomento sotto le sole viste dell'umana politica, essendo estraneo al di lui istituto ciò che risguarda un ordine di cose superiori. _N. d. T._

Ad ogni modo, se una religione, diventata dominante, deve avere un capo; se deve affidare una quasi illimitata autorità sulle coscienze ad un solo uomo, conviene almeno che quest'uomo sia indipendente. È una specie d'indipendenza quella che l'entusiasmo inspira in mezzo alle persecuzioni; ed il martire è più indipendente dei re, poichè disprezza i loro ordini e non teme i loro carnefici. Ma quando è cessato l'entusiasmo, il capo d'una religione altro non sarà che un suddito se non è sovrano. Vero è che l'amministrazione di uno stato mal si conviene ad un prete, poichè lo allontana dai pensieri che dovrebbero occuparlo, e forse dai costumi che dovrebbe avere; ma la servitù è ancora più sconveniente. Il sovrano pontefice, indipendente dai re, compenserà spesse volte, col suo coraggio nel biasimare la condotta loro, i torti della propria; reprimerà, come sempre fecero i papi, i pessimi costumi, il di cui esempio è tanto pernicioso, quando è dato da chi siede sul trono; citerà alcuna volta al tribunale di Dio un re come falsario, un principe perchè impudico o assassino. In mezzo alle loro ingiuste passioni, ai loro implacabili odj, gl'Innocenti e gli Alessandri quando diressero le armi della Chiesa contro i re di Francia, di Spagna, di Germania, d'Inghilterra, fecero se non altro sentire ai popoli che i sovrani, non meno de' sudditi, possono essere puniti pei loro delitti.

Quando la corte di Roma, trasportata oltremonti, si rese francese, cessò di esprimere in tale maniera il voto dei popoli o delle future generazioni. Ella coprì co' suoi veli le scelleratezze di Filippo il Bello, e gli somministrò infami pretesti per la carnificina de' Templari. Fece co' suoi successori vergognosi mercati dei beni della chiesa, sotto pretesto d'una crociata, che mai non pensò di adunare. Tradì con fallaci speranze i Cristiani orientali, invitandoli a prendere le armi, poi lasciandoli senza soccorsi preda del ferro de' musulmani[9].

[9] _Matteo Villani, l. VII, c. 1, e seguenti._

Clemente VI invece d'aprire a Filippo di Valois tutti i tesori della chiesa sotto pretesto d'una guerra sacra, cui egli non pensava di fare, avrebbe dovuto essere animato dal coraggio che manifestò in quest'occasione frate Andrea d'Antiochia, religioso italiano, che tornava in allora da Terra santa. Egli prese per la briglia e fermò il cavallo del re. «Sei tu, gli disse, quel Filippo di Francia che ha promesso a Dio ed alla santa Chiesa di marciare colle sue genti a liberare la terra in cui Cristo, nostro Salvatore, ha sparso il divino suo sangue per la nostra redenzione?» Filippo, colpito dalla imponente fisonomia del religioso, gli rispose che lo era. «Se tu lo promettesti di buona fede e con pura intenzione, replicò frate Andrea, io prego questo benedetto Salvatore d'indirizzare i tuoi passi ad una compiuta vittoria, di rendere prosperi te e la tua armata, riservandoti la gloria di purgare quel venerabile luogo dalle abbominazioni degl'Infedeli. Ma se dopo avere pubblicata questa intrapresa, per la quale moltissimi Cristiani orientali hanno di già subita la morte in mezzo a terribili tormenti, tu non pensi di ridurla ad effetto; se tu hai ingannata la santa Chiesa di Dio, la divina collera scenda sopra di te, sulla tua casa, sulla tua posterità e sul tuo regno; il flagello della celeste giustizia s'aggravi sopra di te e sopra i tuoi successori, in faccia a tutti i Cristiani; ed il sangue di tanti innocenti, sparso in occasione delle voci che tu facesti falsamente divulgare, chiami vendetta a Dio contro di te[10]!»

[10] _Matteo Villani, l. VII, c. 3._

Non è perciò a credersi che i papi francesi non chiamassero altresì innanzi al loro tribunale i principi con cui guerreggiavano. Si videro rimproverare ai Visconti i loro delitti, non già col sublime linguaggio che si conviene al ministro di Dio sulla terra, ma con quello d'un accanito nemico. Urbano V in una bolla pubblicata contro di Barnabò lo chiama _figlio di perdizione, animato da uno spirito diabolico_[11]; indi passa a disvelare tutta la turpitudine di questo odioso tiranno. Ma non erano altrimenti i delitti, bensì le conquiste di Barnabò, che il papa voleva punire; perciò quando ebbe ottenuta la restituzione di alcune fortezze, che Barnabò possedeva nel Bolognese, gli rese il suo favore, assolvendolo da tutte le censure pronunciate contro di lui.

[11] _Raynald, An. Eccl. an. 1362, § 12, p. 418._

La dipendenza de' papi avignonesi verso la corte di Francia eccitava il malcontento in tutto il resto dell'Europa. Accusavansi i tribunali ecclesiastici di parzialità, di venalità i legali ed i governatori nominati dal papa. Tutti i vescovi erano tenuti di risedere presso la loro greggia, e quest'obbligazione veniva continuamente ricordata dagli uomini dabbene al primo vescovo, che avrebbe dovuto dare a tutti gli altri l'esempio della disciplina, onde il biasimo di tutta la cristianità ricadeva sul di lei capo. Frattanto gli abusi coll'andare del tempo prendevano piede; e la corte pontificia non sarebbe mai stata ricondotta da Avignone a Roma, se la prima di queste città avesse continuato ad offrire ai papi un sicuro asilo inaccessibile alle armate ed alle rivoluzioni del rimanente dell'Europa. Ma i Valois, durante il disastroso loro regno, più non guarentirono alla corte pontificia quella pace, di cui avea goduto in Provenza in cambio della perduta libertà.

La guerra cogl'Inglesi desolava da lungo tempo il regno di Francia; ma le perfidie di Carlo il malvagio, re di Navarra, la _Jaquerie_ ossia la ribellione de' contadini contro i nobili, e più di tutto le compagnie di ventura, avevano posto il colmo alla ruina di quelle province. Avignone era stato ad un tempo minacciato da tre di questi corpi, che altro scopo non avevano che l'assassinio. I borghesi della città ed i cortigiani del papa erano stati più d'una volta forzati, sotto il pontificato d'Innocenzo VI, a prendere le armi per difendere le mura; e più frequentemente ancora la corte aveva dovuto liberarsi dal sacco con grosse contribuzioni. Tutta l'Europa, invece di compatire in simile circostanza i prelati, biasimava d'accordo il papa, perchè soggiornava in una terra d'esilio. Il Petrarca, il di cui solo nome valeva una potenza, approfittava di tutte le occasioni per richiamare il vescovo di Roma alla greggia particolarmente affidata alle sue cure, e le lettere, talvolta eloquenti e sempre ardite, che gl'indirizzava intorno a quest'argomento, circolavano per tutta l'Europa. Urbano V, mosso da così urgenti cagioni, dichiarò nell'istante della sua elezione ch'egli sarebbe contento di poter rimettere la santa sede in Roma, quand'anche dovesse morire il giorno dopo[12]; ed infatti non tardò a preparare l'esecuzione di questo progetto.

[12] _Matteo Villani, l. XI, c. 26._

Nel 1365 Urbano concertò con Carlo IV il suo ritorno nella capitale del cristianesimo. Questo monarca andò in Avignone in maggio del 1365, sotto pretesto di concertare col papa i movimenti d'una nuova crociata. Gli avanzamenti de' Turchi in Europa cominciavano appunto allora a far desiderare la riunione di tutti i principi cattolici per difendere la Grecia ed il Levante contro i nemici della fede. La politica non meno che la religione avrebbero approvata questa guerra sacra[13]; ma tutti gli sforzi de' sovrani e del clero, tutte le calde istanze di Pietro di Lusignano, re di Cipro, ch'era venuto a visitare le corti d'Occidente per ottenere alcuni soccorsi, non riuscirono a risvegliare un entusiasmo spento già da oltre un secolo. Il re di Cipro riprese la strada del Levante con un pugno di crociati, coi quali il 3 ottobre del 1365 sorprese Alessandria d'Egitto; ma non si trovò abbastanza forte per conservarla, e l'evacuò poco dopo[14].

[13] _Raynaldi An. Eccl. 1365, § 1, p. 441._

[14] _Fleury Histoire Eccles., l. XCVI, c. 51._

Il papa desiderava assai più l'abbassamento de' suoi nemici in Italia che la disfatta degl'Infedeli; e l'imperatore coglieva con piacere l'opportunità di tornare in un paese, ove altre volte avea mietute ragguardevoli somme di denaro. L'uno e l'altro dava voce di voler cacciare d'Italia le bande degli assassini che la guastavano. La compagnia tedesca d'Anichino Bongarten, e la compagnia inglese di Giovanni Acuto, ruinavano a vicenda la Toscana e lo stato della Chiesa. Gelosa l'una dell'altra non si erano rifiutate di servire sotto principi nemici; ma i popoli soffrivano non meno dalla compagnia alleata che dalla nemica[15]. La compagnia della Stella, che i Fiorentini avevano chiamata dalla Provenza per fare la guerra ai Pisani, e quella di san Giorgio, formata da Ambrogio, figliuolo naturale di Barnabò Visconti[16], entrarono una dopo l'altra nello stato di Siena ed in quello di Perugia per levarvi delle contribuzioni. Così aperto assassinio non poteva essere più lungamente tollerato, e l'Italia udì con piacere che il papa e l'imperatore avevano stabilito di mettervi termine.

[15] _Cron. d'Orvieto, t. XV, p. 688._

[16] _Cronica Sanese, p. 187._

Nel 1366 il cardinale Albornoz, d'ordine dì Urbano V, fece preparare un palazzo a Viterbo per abitazione del pontefice in tempo d'estate[17]. Fece inoltre riparare gli edificj di Roma che cadevano in ruina, ed accettò le galere di Venezia, di Genova, di Pisa e della regina di Napoli, per ricondurre la corte pontificia dalle bocche del Rodano alle foci del Tevere.

[17] _Raynald. An. Eccl. 1366, § 26, p. 462._

I due capi della cristianità avevano convenuto di trovarsi in Italia nel mese di maggio del 1367; ma Carlo IV fu costretto dagli affari della Germania a protrarre un anno la sua venuta. Urbano V lasciò Avignone l'ultimo giorno d'aprile del 1367 con molti de' suoi cardinali, che sebbene di mal animo, avevano acconsentito di seguirlo; altri avevano presa la strada di Torino; e cinque ricusarono di abbandonare la Provenza[18].

[18] _Petrarcae Rerum Senilium, l. IX, ep. 2, p. 947._

Urbano sbarcò il 25 maggio a Genova, e le due fazioni che dividevano questa repubblica, si sforzavano di superarsi nel fargli onore[19]. Simone Boccanegra, il primo doge di Genova, era morto nel 1363, avvelenato, per quanto fu creduto, in un pranzo dato al re di Cipro. Mentre questo magistrato lottava ancora tra la vita e la morte, il popolo aveva prese le armi, arrestati i parenti del Boccanegra, ed eletto doge Gabriele Adorno. Era questi un mercante, di famiglia plebea, ma ghibellina; e manifestò talenti ed un carattere, proprj ad assicurargli finchè sarebbe vissuto, la direzione del partito ghibellino[20].

[19] _Vita Urbani V. ex Bosqueto, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 617._

[20] _Georg. Stellae An. Genuen., t. XVII, p. 1096._

L'opposta fazione de' Guelfi aveva per capo Lionardo di Montalto, che ancor esso aspirava al dogado. Nel 1365 era stato costretto ad uscire di città con i suoi aderenti, e faceva guerra alla sua patria[21], quando il passaggio del papa a Genova riconciliò per alcun tempo le due opposte parti.

[21] _Ib. p. 1100._

Il cardinale Egidio Albornoz venne ad aspettare il papa sulla spiaggia di Corneto, ove questi sbarcò il 4 di giugno. V'erano pure i deputati del senato e del popolo romano, i quali offrirono al papa la _signoria_ di Roma e le chiavi di castel sant'Angelo[22]. La gioja prodotta dal ritorno del capo della religione in Italia, poteva sola ridurre i Romani a riconoscere un padrone. Quantunque avessero minore costanza, valore e virtù, che non gli abitanti delle città toscane, erano per altro agitati dalle medesime passioni. Il loro risentimento ora dirigevasi contro la nobiltà, ora contro l'arbitrario potere d'un solo. Nel 1362 avevano creato un nuovo tribuno, detto Lello Pocadotta, il quale era un uomo della feccia del popolo, un calzolajo, che aveva approfittato del suo efimero potere per cacciare di città tutti i nobili. Ma l'avvicinamento della compagnia del Capelletto aveva poco dopo spaventati i Romani; onde scacciarono dal Campidoglio il tribuno, e si diedero ad Innocenzo VI, a condizione che non darebbe nella città loro veruna autorità al cardinale Albornoz[23]. Sotto il regno di Urbano V, erano stati agitati da altre rivoluzioni ancora meno meritevoli d'essere conosciute.

[22] _Vita Urbani V, ex Bosqueto, p. 618. — Cronica d'Orvieto, t. XV, p. 691._

[23] _Matteo Villani, l. XI, c. 25, p. 709._ _Tu che leggi_, grida il Villani, _ed hai lette le altre maravigliose cose, che feciono i buoni Romani antichi, e tocchi queste in comparazione, non ti fia senza stupore d'animo._