Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 8

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Ad una così violenta bolla risposero i Colonna con un manifesto, nel quale dichiaravano: di non riconoscere Bonifacio per papa e capo della chiesa; che Celestino V non ebbe il diritto, e forse nemmeno la volontà d'abdicare; che l'elezione del suo successore, fatta mentre egli ancora viveva e regnava, era di sua natura invalida ed illegittima. Questo manifesto accrebbe il furore del papa, che con una seconda bolla confermò la sentenza di deposizione e di scomunica, incaricando gl'inquisitori di perseguitare per delitto d'eresia i Colonna e tutti coloro che avevano le loro opinioni. Indi fece pubblicare contro di loro la crociata con indulgenza plenaria a favore di coloro che vi prenderebbero parte[114].

[114] _Raynald. Ann. Eccl. an. 1297, p. 508._

Il papa non era intenzionato di limitarsi ai soli castighi ecclesiastici, ma, dopo aver atterrato i palazzi de' Colonna in Roma, mandò l'armata crociata ad assediarne le fortezze sotto la condotta dei due legati Matteo Acquasparta, cardinale di Porto, ed il vescovo di san Rufino, che ne presero molte d'assalto: ma Palestrina fece una lunga resistenza; onde si vuole che Bonifacio, disperando omai di sottometterla, chiamasse a dirigerne l'assedio Guido di Montefeltro, quello stesso che del 1282 aveva compiutamente rotti i Francesi a Forlì, e più tardi difesa Pisa dai Guelfi. Questo generale ghibellino, che si era nella milizia reso così illustre, aveva abbandonato il mondo, e viveva penitente vestito dell'abito francescano. Bonifacio, in virtù del suo giuramento d'ubbidienza alla santa sede, gli ordinò d'esaminare come potrebbe prendersi Palestrina, promettendogli plenaria assoluzione di tutto quanto potrebbe fare o proporre contro i dettami della propria coscienza. Guido cedette alle istanze di Bonifacio, esaminò le fortificazioni di Palestrina, e non trovando alcun lato debole per poterla superare a viva forza, tornò al papa chiedendogli di assolverlo ancora più espressamente da ogni delitto ch'egli aveva commesso, o che poteva commettere nel consigliarlo, e quando fu munito di quest'ampia assoluzione: «Io non ci vedo, gli disse, che un solo mezzo, promettere molto e mantener poco[115].» Dopo avere così consigliata la perfidia, si ridusse di nuovo al suo convento. Bonifacio offrì agli assediati ogni larga condizione; accordando il perdono ai Colonna se entro tre giorni si presentavano al suo tribunale. La città s'arrese; ma la sua vendetta non fu compiuta per avere i Colonna avuto sentore che il papa li voleva tutti condannare alla morte: approfittando di tale avviso, e non avendo più alcun castello nella campagna di Roma che potesse tener lungo tempo, rifugiaronsi in lontani paesi, ed alcuni ottennero asilo in Francia da Filippo il bello.

[115] Per aver tenuto mano a questo tradimento, Dante pose Guido all'inferno, perchè la ricevuta assoluzione aveva preceduto la penitenza, _c. XXVII, v. 67. — Comment. Benven. Imolens. in Dant. Com. ed Ant. Ital. t. I, p. 1110 ec. — Ferreti Vincent. Hist. l. II, p. 970. — F. Franc. Pipini Chronic, l. IV, c. 21, p. 741._

Malgrado il favore che Bonifacio aveva in generale mostrato a tutta la casa di Francia, aveva già avuto qualche disputa col re Filippo, il quale, nè meno intollerante essendo, nè meno iracondo di Bonifacio, aveva più presenti le ingiurie che i beneficj. Per un insigne tradimento Filippo teneva in prigione Gui, conte di Fiandra, ed i due suoi figliuoli che per far levare l'assedio di Gante avevano con Carlo di Valois sottoscritto un trattato che Filippo non voleva riconoscere. Bonifacio instava per la liberazione di questi prigionieri, ed il re si teneva offeso da queste istanze che facevano più manifesta la vergogna del suo operare. Inoltre il papa aveva voluto interporsi per terminare la guerra tra la Francia e l'Inghilterra, e Filippo aveva risguardato tale atto come un attentato a' suoi diritti. Per ultimo il papa aveva, senza il consentimento del re, eretto un nuovo vescovado a Pamiers, nominando il nuovo vescovo legato apostolico in Francia[116].

[116] _Contin. Guillelmi de Nangis e Monast. Benedict. in Dachery t. XI, p. 603 e seg. — Mezeray Abregé Chron. R. de Philippe le bel, t. II, p. 788 e seg._ — Lettere di Bonifacio al re an. 1297. — _Raynald. § 43, p. 508._

Sebbene in diverse occasioni avesse accordate ai principi francesi annate e decime per la guerra di Fiandra, talvolta aveva però cercato di chiudere il tesoro ecclesiastico, o per lo meno che si dispensasse con maggiore economia che non voleva un principe sempre avido di denaro. Il re dal canto suo aveva proibito l'esportazione del danaro del regno, onde privare la corte di Roma di una specie d'entrata che percepiva sulle coscienze de' suoi sudditi[117]. In occasione di qualche alterco avuto col vescovo di Pamiers, lo aveva fatto imprigionare, ed intentata contro di lui un'accusa che lo faceva colpevole di ribellione e di lesa maestà: e perchè il papa, oltre questa violazione delle immunità ecclesiastiche, gli rimproverava d'essersi appropriate le entrate di molte mense vescovili, Filippo pensò di munirsi, contro l'autorità della Chiesa, di quella degli stati del suo regno[118].

[117] Lettere di Bonif. al re 7 ottobre 1296, _§ 24 e seg. p. 496_.

[118] _Raynald. ad an. 1301, § 26, p. 556._

Fu questa la prima volta in cui la nazione ed il clero di Francia si mossero per difendere le libertà della Chiesa gallicana. Avidi di servitù, chiamarono _libertà_ il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero ed indipendente. In nome di queste libertà della Chiesa, fu al papa ricusato il diritto d'informarsi intorno alle tasse arbitrarie che il re imponeva al suo clero, all'arbitraria prigionia del vescovo di Pamiers, all'arbitrario sequestro delle entrate ecclesiastiche di Rheims, di Chartres, di Laon, di Poitiers; rifiutossi al papa il diritto di dirigere la coscienza del re, di fargli delle rimostranze intorno all'amministrazione del suo regno e di punirlo colle censure ecclesiastiche quando violava i giuramenti[119]. Non è a dubitarsi che la corte pontificia non avesse manifestata una ambizione usurpatrice; ed i re avevano ragione di cautelarsi contro la sua prepotenza: ma i popoli dovevano anzi desiderare che i sovrani despotici riconoscessero al di sopra di loro un potere venuto dal cielo che li fermasse sulla strada del delitto; e se i papi, invece di farsi dipendenti di Filippo il bello, fossero sempre rimasti a lui superiori, la Francia sarebbesi almeno salvata dall'obbrobrio della condanna de' Templari.

[119] Lettere del clero di Francia al papa del 1302. _Apud Raynald. § 12, p. 563._

Mentre il clero scriveva al papa per riclamare le sue così dette libertà, i gentiluomini francesi procedevano ancora con maggior impeto verso il capo della Chiesa. Quegli stessi uomini, che avevano poc'anzi trucidati gl'innocenti abitanti dell'Arragona e della Sicilia perchè il papa aveva conceduti que' regni ad uno de' loro principi, osarono per servire al loro re d'intentare un processo contro lo stesso papa. Guglielmo di Nogaret presentò, il 12 marzo 1301, una supplica al re, in presenza de' principi del sangue e de' vescovi, colla quale accusava Bonifacio di simonia, d'eresia, di magia e di altri enormi delitti, chiedendo l'assistenza del re onde adunare un concilio generale per liberare la Chiesa dalla sua oppressione[120].

[120] _Mezeray Abregé Chronolog. t. II, p. 793._

Bonifacio non era uomo da lasciarsi soverchiare in fatto di violenze: convocò a Roma un'assemblea del clero francese ad oggetto di riformare gli abusi introdotti dal re nell'amministrazione civile ed ecclesiastica del regno[121]; e perchè il re vietò al suo clero d'andare a Roma, Bonifacio fulminò la scomunica generale contro tutti coloro che impedissero ai Cristiani d'avvicinarsi alla sede degli apostoli, qualunque si fosse la condizione de' contravventori, fossero pur anche rivestiti della dignità reale, e sebbene avessero ottenuto il privilegio da qualche papa di non poter essere scomunicati[122]. Questa bolla era diretta contro lo stesso Filippo il bello; e Bonifacio il quale teneva per fermo che quest'atto di severità lo avrebbe indotto a sottomettersi, spedì un legato in Francia con facoltà d'assolvere il re tosto che si fosse ravveduto. Ma invece di sottomettersi, Filippo preparava una tale vendetta che verun principe cristiano nè prima nè dopo osò mai prendersi del capo della Cristianità.

[121] Lettere encicliche al clero di Francia del 7 delle none di dicembre del 1301, _Rayn. § 29, p. 557_.

[122] Bolla di scomunica datata il giorno di san Pietro. Roma 1302. _Raynald. § 14, p. 565._

(1303) Guglielmo di Nogaret, quello stesso che aveva prima accusato il papa, partì alla volta d'Italia con Musciatto Franzesi, cavalier fiorentino, Sciarra Colonna ed altri nemici di Bonifacio. Fissò la sua dimora a Staggia, castello posto tra Firenze e Siena, sotto pretesto di essere più vicino alla corte di Roma, colla quale doveva trattare gl'interessi del suo padrone. Il papa abitava allora in Anagni sua patria. Nogareto, che aveva seco condotti circa trecento cavalli, profuse il danaro per farsi degli amici nello stato pontificio e nella stessa città d'Anagni. Quando tutto fu apparecchiato, ed ebbe sicurezza che una porta della città gli sarebbe data in mano da un traditore, si recò con una rapida marcia ad Anagni il giorno 7 settembre in sul fare del mattino: la porta gli fu aperta, ed i Francesi, accompagnati dai partigiani dei Colonna, corsero le strade gridando: _Viva il re di Francia, muoja Bonifacio!_ Entrarono senza ostacolo nel palazzo pontificio; e mentre i Francesi si dispersero subito per gli appartamenti per rubare i molti tesori che il papa vi teneva, Sciarra Colonna solo cogli Italiani si presentò a Bonifacio[123].

[123] _Ferreti Vincent. Hist. l. III, p. 1003. — Gio. Villani l. VIII, c. 63, p. 395. — Chron. Parmense t. IX, p. 848. — F. Franc. Pipini Chron. l. IV, c. 41, p. 740. — Cronaca di Dino Compagni, l. II, p. 506. — Georgii cardin. ad velum aureum de canonis S. Petri t. III, l. II, c. 11, v. 150, p. 659. — Vita Bonif. Papæ ex MS. Bernardi Guidonis, t. III, p. 672. Vita Bonif. VIII, ex Amalrico Augerio t. III, p. II, p. 439._

È cosa indubitata che i congiurati erano disposti a trucidare il papa; poichè non avevano presa alcuna misura nè per condurlo via, nè per custodirlo sicuramente ov'era. Ma questo vecchio, reso venerando dall'avanzata età di ottantasei anni, e che, quando senti avvicinarsi i nemici, aveva vestiti gli abiti pontificali, ed erasi posto a ginocchio pregando innanzi all'altare, incusse, malgrado loro, un insuperabile rispetto ai congiurati: minacciarono bensì di tradurlo a Lione prigioniero per esservi giudicato da un concilio; ma non osarono portar la mano sulla sua persona[124]; e Guglielmo di Nogareto rimase interdetto quando Bonifacio si fece ad interpellarlo se da lui, siccome da discendente da una famiglia eretica, doveva aspettarsi la corona del martirio. I Francesi continuarono tre giorni a saccheggiare i tesori di Bonifacio senza nulla risolvere intorno al loro prigioniero. Finalmente il popolo d'Anagni, ch'era stato sorpreso e che in quel primo istante pareva quasi favorire i congiurati, eccitato dal cardinale Fiesco a prendere le armi, attaccò i Francesi, gli scacciò dal palazzo e liberò Bonifacio.

[124] Alcuni moderni storici francesi pretesero elle Sciarra Colonna desse uno schiaffo al papa. Ma questo racconto viene contraddetto da tutti i contemporanei, i quali concordemente asseriscono che niuno osò toccarlo.

Ad ogni modo i malvagi desiderj del re di Francia ebbero compimento, senza che bisogno vi fosse di adoperare la spada contro il pontefice; il quale avendo sofferto tre giorni di spavento e di angosce in mano de' suoi nemici, perdette quasi affatto l'uso della ragione, e cadde infermo: fu trasportato a Roma immediatamente siccome in luogo di maggiore sicurezza, e confidato agli Orsini, che supponevansi nemici dei Colonna. Ma ben tosto fu o credette di essere egualmente da loro trattenuto. Reso estremamente geloso del suo potere e della sua indipendenza, perchè statone privo tre giorni, risguardava qualunque menomo atto di resistenza come un attentato contro la sua autorità. Dall'altro canto, o sia che gli Orsini volessero nascondere al pubblico lo scandalo d'un papa frenetico, o pure che, sotto tale pretesto, lo ritenessero d'accordo coi Colonna veramente prigioniero, un giorno che Bonifacio voleva uscire dal Vaticano ed andare a Laterano ove pensava di porsi sotto la protezione degli Annibaldeschi, i due cardinali Orsini gli vietarono l'uscita, forzandolo a rientrare nelle sue camere[125].

[125] _Ferreti Vicentini Hist. l. III, p. 1006._

Il vecchio, fremente di rabbia, fu lasciato solo con Giovanni Campano mostratosi a lui fedele in ogni circostanza, il quale lo andava esortando a sostenere coraggiosamente la sua sventura, confidando nel consolatore degli afflitti, che vi apporterebbe rimedio: ma Bonifacio, non rispondendo una sola parola, cogli occhi travolti, colla schiuma alla bocca, faceva sentire lo stridore dei denti e ricusava ogni alimento. All'avvicinarsi della notte parve che la sua frenesia prendesse maggior forza, e passò tutta la notte senza chiudere gli occhi. Finalmente quando trovossi affatto affievolito dall'eccesso dei patimenti della sua anima intollerante, ordinò ai domestici che gli stavano intorno, di ritirarsi, e rimasto affatto solo si chiuse per di dentro col chiavistello. Quando dopo avere aspettato lungo tempo, i suoi domestici forzarono la porta, lo trovarono sul letto freddo assiderato. Il bastone che portava in mano era rosicchiato e lordo di schiuma; e vedendogli i bianchi capelli rosseggianti di sangue, si conghietturò che, dopo avere violentemente dato del capo contro le pareti, si fosse poi gettato sul letto, e che, copertosi il capo colle coltri, morisse soffocato sotto le medesime[126].

[126] Perchè Bonifacio morì tre anni dopo la poetica discesa di Dante all'inferno, non potendo questi riporvelo, finse almeno che vi fosse aspettato. Niccolò III punito come simoniaco ode alcuno parlare presso al suo rogo; s'immagina che sia Bonifacio che viene per rimpiazzarlo. _Inferno C. XIX, v. 52._

«Ed ei gridò; se' tu già costì ritto, Se' tu già costì ritto Bonifazio, Di parecchi anni mi menti lo scritto; Se' tu sì tosto di quell'aver sazio Per lo qual non temesti torre a inganno La bella donna, e di poi farne strazio?»

Ma per quanto Dante odiasse Bonifacio, per quanto si fosse reso colpevole verso Celestino, suo predecessore, non lascia perciò di condannare coloro che sì empiamente l'oltraggiarono, e pone in bocca d'Ugo Capeto il racconto dei delitti de' suoi discendenti. _Purgat. C. XX, v. 86._

«Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso, E nel vicario suo Cristo esser catto. Veggiolo un'altra volta esser deriso, Veggio rinnovellar l'aceto e 'l fele, E tra vivi ladroni essere anciso.»

CAPITOLO XXV.

_Considerazioni intorno al tredicesimo secolo._

Abbiamo terminata la storia del tredicesimo secolo; d'un secolo nel quale i popoli successivamente e vanamente facendo sperienza di varie costituzioni popolari, soggiacquero a tutte le calamità che sogliono accompagnare una disordinata libertà; di un secolo per altro che preparò la più grande rivoluzione dello spirito umano, e diede la poesia e le arti alle moderne nazioni[127]. Niun'epoca merita forse di essere più attentamente esaminata dal filosofo; niuna contiene in sè il germe d'idee più vaste, di più importanti avvenimenti.

[127] La poesia a le arti, sebbene risorgessero in Italia nel XIII secolo, non progredirono però di pari passo. La prima ebbe perfezionamento da Dante, da Petrarca, da Boccaccio; le altre quasi due secoli dopo da Michelangelo, da Tiziano, da Raffaello. _N. d. T._

Tra le cose che sotto il rapporto politico formano in questo secolo il principale carattere dello spirito delle città libere sono l'odio del popolo contro la nobiltà ed i tentativi de' legislatori popolari per trovare una guarentia dell'ordine sociale, ora nella proprietà e talvolta contro la stessa proprietà. La quistione della proprietà come limitante, o come la sola che dia i diritti politici ai cittadini degli stati liberi fu nuovamente discussa anche nella presente età; ma coloro che la esaminarono, non conoscevano gli sperimenti fatti dai nostri maggiori in un secolo veramente libero, e con que' mezzi di buon successo che la provvidenza non accordò a tutti i tempi. Crediamo di non iscostarci dal nostro argomento, prendendo qui ad esaminare in un modo più esteso i saggi di costituzione che si fecero in Italia, sotto i loro rapporti colla proprietà, e cercando di riconoscere nell'attenta considerazione di questi rapporti i veri principj dell'ordine sociale.

Ma prima di tutto conviene rimuovere una distinzione, o a dir meglio una disputa di parole, intorno alla quale si è molto insistito per uniformarsi alle idee popolari d'ogni secolo, benchè le cose e le idee rappresentate da questi diversi vocaboli fossero precisamente le medesime. Nell'età di mezzo si parlava dei diritti esclusivi dei nobili; oggi di quelli dei proprietarj delle terre: con questi due vocaboli, talvolta in opposizione l'uno coll'altro, s'intese però sempre la stessa classe di persone. Di questa classe si formò sempre un'idea composta; e l'autorità ed il credito che si volle confidarle furono sempre il risultamento di due diverse attribuzioni ch'ella riunisce. L'idea d'una fortuna, che non può venir meno, affatto inseparabile dalla sorte della patria, si unì alla speranza della perpetuità ed all'idea d'una più accurata educazione, di sentimenti più elevati, d'uno spirito di famiglia, di uno spirito di corpo attaccato all'onore di lontane memorie.

Il legislatore de' secoli di mezzo non aveva considerata la nobiltà come separata dalle sue proprietà territoriali; non aveva supposto che fosse una prerogativa soltanto inerente al sangue, che non si potesse acquistare col merito, o ancora più semplicemente colla mutazione della ricchezza mobiliare nell'immobiliare. La storia delle repubbliche d'Italia ci presenta in ogni generazione famiglie commercianti che, fatte proprietarie, si risguardarono come divenute nobili. I Cerchi di cui abbiamo poc'anzi parlato, gli Albizzi, gli Alberti ed i Medici, che ben tosto vedremo sorgere in Firenze, e gli Adorni ed i Fregosi in Genova sono notissimi esempi. Ma si aveva una certa quale vergogna ad attribuire tanto merito alla ricchezza, che sola potesse collocare un uomo nel primo rango della società; nè si voleva accordare la nobiltà come prezzo di quella gara, che è tra gli uomini grandissima, delle ricchezze; nè stabilire il principio che i beni, in qualunque modo acquistati da un plebeo, gli dessero un giusto titolo per essere rispettato ed ubbidito dai suoi eguali.

Anche nell'età nostra quegli economisti, che ne' nuovi loro sistemi vollero ammettere il principio che la patria appartiene ai soli proprietarj delle terre, e che sono essi soli i cittadini, non hanno però supposto che la proprietà desse una sufficiente base all'ordine sociale in qualunque modo si acquistasse; cosicchè coloro, che coll'assassinio si rendessero padroni di un governo, possano, dividendosi le terre dei viventi, acquistar subito i sentimenti patriotici e gl'interessi sempre conformi a quelli dello stato, come li suppongono alla classe de' proprietarj. Perciò gli economisti richiedono una lunga trasmissione, onde l'antico rispetto pel diritto di proprietà guarentisca il futuro rispetto per lo stesso diritto e per tutti gli altri. Domandano essi lontane ricordanze e lontane speranze, affezioni locali, fierezza nata dall'indipendenza, quella benevolenza che mantiene una professione immune dalle gelosie, la confidenza che eccita una fortuna non sottoposta agli accidenti nè al capriccio degli uomini, il lustro ereditario delle virtù degli antenati, finalmente la nobiltà: che se essi non proferiscono questo vocabolo, è solamente per un vano rispetto pei pregiudizj del secolo; ed è ancora talvolta perchè si escludono essi medesimi dalla nobiltà, ponendosi per altro tra i proprietarj territoriali; e perchè tutto accordando alla classe cui danno esclusivamente i diritti di cittadinanza, vogliono ad ogni modo registrare sè medesimi in questa classe.

Effettivamente molte virtù sembrano ereditarie nella classe dei nobili o proprietarj delle terre; e se una nazione dovesse governarsi da un solo ordine dello stato, niun altro, senza dubbio, potrebbe scegliersi a preferenza di quello. Ma fortunatamente le nazioni non sono ridotte alla vergognosa necessità di crearsi dei padroni; esiste una legge, una legge universale, senza eccezione, che condanna le nazioni alla servitù qualunque volta esse avranno attribuite ad una classe, ad un uomo, o ancora ad una sola assemblea, quand'anche dovesse formarsi di tutti gli uomini della nazione, la totalità del sovrano potere; qualunque volta non sarannosi conservati indipendenti dal governo il diritto ed i mezzi di resistenza, che guarentiscano gl'individui dalle usurpazioni del potere sovrano, impediscano che la libertà civile sia violata dai governanti, e mostrino che i cittadini non rinunciarono a tutti i loro diritti individuali per rifonderli nello stato di cui sono membri. Nè vi è, nè può esservi governo libero senza essere misto, cioè quello nel quale una sola parte della nazione non possa appropriarsi tutti i poteri ed essere rivestita della sovranità, nè un'altra parte essere oppressa e spogliata di ogni diritto politico e di ogni partecipazione al supremo potere: non può esservi altro governo libero se non quello in cui l'equilibrio, mantenendo la libertà, non lasci sussistere nello stato una tale potenza, che possa impunemente violare il contratto sociale; che quello finalmente nel quale sta la potenza sovrana; ma che non sia sovrano, se non è la stessa nazione, poichè la sola nazione riunisce tutti i diritti che costituiscono la sovranità.

Non è perciò a credersi che tutti gli uomini debbano o possano avere ugual parte alla sovranità; che per lo contrario l'influenza loro sul governo dev'essere proporzionata all'affetto ch'essi sentono; e le inferiori classi del popolo, che non hanno che un'imperfetta o niuna idea del governo, non hanno nè meno il più delle volte attaccamento al medesimo. Non conviene nè pure interrogarli intorno a ciò che non ha potuto essere oggetto de' loro pensieri; il loro suffragio di comando o d'imitazione non esprime che il voto degl'intriganti che le dirigono. Ma queste medesime classi arrivano a sentire quando sono oppresse, sacra è la loro voce quando l'entusiasmo della virtù le spinge a rendere uno spontaneo omaggio agli uomini più eroici della nazione: se loro vengono interdette le lagnanze, se sono sprezzate le loro scelte, la tirannide pesa sopra di loro, e la nazione ha cessato d'essere libera.