Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)
Part 6
Due famiglie di un'antica nobiltà, le quali possedevano vasti feudi nella pianura e nella montagna di Pistoja[76], eransi poste alla testa delle due fazioni, i Cancellieri de' Guelfi, ed i Panciatichi de' Ghibellini; le quali famiglie, durante tutto il tredicesimo secolo, eransi battute con tanto furore, che quasi erasi dimenticata l'origine della loro discordia, non indicandosi più il partito che col loro nome. I capi di queste famiglie erano incomparabilmente più potenti e più rispettati che i capi della repubblica; tutte le guerre sembravano prodotte dalle loro passioni, e loro opera tutti i delitti: non è però da maravigliarsi che il governo di Pistoja nutrisse contro tutto l'ordine della nobiltà i più caldi sentimenti di odio e di gelosia. Questi sentimenti si manifestarono prima a Pistoja che a Firenze. Del 1285 il popolo dichiarò i magnati non ammissibili alle magistrature della città, li sottopose a particolare regolamento, ed ordinò che qualunque volta una privata famiglia turberebbe l'ordine pubblico, verrebbe registrata nel ruolo dei nobili, per essere per sempre punita della sua disubbidienza alle leggi[77].
[76] Chiamasi montagna di Pistoja una piccola provincia posta in mezzo agli Appennini di cui san Marcello è il principal luogo. È la parte più pittoresca degli Appennini.
[77] _Jacopo Maria Fioravanti, Memorie Storiche della città di Pistoja. Lucca 1758, più fol. c. 16. p. 239._
Nello stesso tempo presso a poco in cui i Fiorentini avevano cacciato fuori dalla loro città il conte Guido Novello coi Ghibellini, anche i Cancellieri avevano scacciati da Pistoja i Panciatichi; che continuavano a perseguitare nelle loro terre. La famiglia guelfa dei Cancellieri, sebbene da un decreto esclusa dal governo della città, raccoglieva tutti i frutti della vittoria: nella prosperità era cresciuta in modo di gente e di ricchezze, e contavansi più di cento uomini d'armi tutti Cancellieri, oltre coloro che erano uniti di parentela a questa famiglia, una delle più potenti che contasse la nobiltà italiana[78]. La lite che divise in due nemiche fazioni questa famiglia, ed in seguito tutte le famiglie guelfe della Toscana, può farci conoscere colle sue particolarità i costumi e la ferocia de' nobili pistojesi.
[78] _Gio. Villani. l. VIII, c. 37. p. 368._
Molti gentiluomini della famiglia Cancellieri scontraronsi in una taverna ove giuocarono insieme; poichè furono riscaldati dal vino, un di loro, detto Carlino, figlio di Gualfredi, insultò e ferì un altro Cancellieri egualmente cavaliere, chiamato Amadoro, o Doro, figliuolo di Guglielmo. Questi due giovani, sebbene parenti, appartenevano a due diversi rami della stessa famiglia, distinti dai soprannomi di Bianchi e di Neri, loro venuti anticamente dall'avere avuto il loro antenato comune due donne, da una delle quali che aveva nome Bianca, Bianchi chiamaronsi i suoi figliuoli, e coll'opposto nome di Neri quelli dell'altra. Doro era del ramo nero. Apparecchiando la sua vendetta contro la famiglia che lo aveva insultato, adottò un principio odioso, che sembra essere stato costantemente seguito in Pistoja; cioè, che a fine di rendere la vendetta compiuta, richiedevasi che non cadesse sopra l'offensore; imperciocchè se colpiva quel solo non era che un castigo che, proporzionato essendo all'offesa ed aspettato, non poteva essere cagione di un dolore abbastanza profondo a coloro de' quali volevasi trarre vendetta. La prima offesa era caduta sopra un innocente; onde perchè la scambievolezza fosse compiuta, era necessario che la seconda cadesse sopra un uomo ugualmente innocente. Doro, sortendo dalla taverna, ov'era stata insultato, si pose in un'imboscata, e la sera dello stesso giorno, vedendo passare un fratello di colui che lo aveva ferito, il quale era un giudice, detto Vanni, lo chiamò, e Vanni avvicinandosi senza veruna diffidenza, nulla sapendo nemmeno della rissa accaduta la mattina, Doro si gettò sopra di lui con intenzione di ucciderlo, e colla spada gli troncò una mano e lo ferì nel volto.
Il padre di Doro, Guglielmo, lungi dall'approvare una tanto odiosa vendetta eseguita contro un suo parente, risolse di comporre con una luminosa soddisfazione la lite che poteva dividere la sua famiglia. Consegnò lo stesso Doro tra le mani del padre adirato, facendogli dire, che a lui rimetteva il castigo di un uomo che, malgrado il suo delitto, non lasciava di essere ancora parente dell'offeso; ma questo padre, chiamato Gualfredo, insensibile alla generosità del suo procedere, volle infliggere a Doro una punizione eguale all'offesa, gli tagliò una mano sopra una mangiatoia di cavalli, lo ferì nel viso com'era stato ferito suo figlio, ed in tale stato lo rimandò al cancelliero nero, incaricandolo di dire a suo padre, che col ferro e non colle parole si guarivano somiglianti ferite[79].
[79] _Istorie Pistojesi dall'anno 1300 al 1348 anonime t. XI, Scr. Rer. Ital. p. 367. — Fioravanti Memorie Storiche di Pistoja, c. 17. p. 248. — Istoria di Pistoja e delle fazioni d'Italia di Michel Angelo Salvi t. I, Pistoja 1627. 3 vol. in 4.º — Jannotii Manetti Hist. Pist. l. I, t. XIX, p. 1013. — Gio. Villani l. VIII, c. 3. p. 368. — Machiav. Stor. Fior. l. II, p. 118._
Da una banda e dall'altra era stata commessa un'atroce azione, ed i cancellieri d'ambo i rami per il proprio riposo, come per l'onore della loro patria, avrebbero oramai dovuto abbandonare i colpevoli alla vendetta delle leggi, e rifiutare di armarsi a favore di uomini che avevano infamato il loro nome con azioni tanto inumane; ma così non era allora avvezza a giudicare la nobiltà italiana[80]. I cancellieri bianchi ed i cancellieri neri mostraronsi egualmente disposti a vendicare l'offesa da ognun d'essi ricevuta; e perchè colle loro parentele e relazioni abbracciavano tutte le famiglie nobili di Pistoja, le strascinarono tutte nella loro lite. Nè vi prese parte la sola nobiltà cittadina, che tutti pigliarono le armi i loro vassalli e clienti nel territorio pistoiese, e tutta la Montagna fu in guerra pei Bianchi e pei Neri.
[80] Tolomeo di Lucca, il solo tra tutti gli storici, ne' suoi _Annales Breviores t. XI, p. 1301_, fa cominciare questa lite l'anno 1295, gli altri soltanto nel 1300. Noi adottiamo il parere di Tolomeo ch'era vicino e contemporaneo, e crediamo che i fatti cumulativamente narrati dagli altri debbano ripartirsi ne' quattro anni seguenti. Veggasi intorno a ciò _Flammin. del Borgo diss. sull'Ist. Pisana p. 5_.
(1298) Le battaglie ordinate, ch'ebbero luogo in città, erano il minor male che risultasse da questa discordia, perchè l'uno e l'altro partito, per portar colpi più inaspettati e più dolorosi, ebbero ricorso a misfatti non più uditi. Se nell'una o nell'altra famiglia trovavasi un uomo amato e rispettato per le sue virtù, o pure uno il di cui carattere pacifico tenesse lontano dalle contese civili, era appunto quello che l'opposto partito destinava sua vittima, non credendo di poter gustare tutto il piacere della vendetta se non insultava col delitto la salvaguardia delle leggi, ed ogni rispetto divino ed umano. Per tal modo Pero dei Pecorini, che era giudice, fu ammazzato dai Neri senza provocazione, sul suo tribunale, in presenza dello stesso podestà; indi gli stessi Neri uccisero il cavaliere Bertino, perchè aveva fama d'essere il più nobile e più cortese cavaliere di Pistoja. Così Benedetto de' Sinibaldi, il più rispettato de' Cancellieri neri, cadde sotto la spada de' Bianchi in una bottega aperta sulla piazza: uno de' cavalieri del podestà venne ucciso dalla stessa fazione, onde il podestà vedendo ch'era impossibile di ristabilire l'ordine in Pistoja, e d'amministrare la giustizia a quel popolo furibondo, pose in terra in presenza del consiglio la bacchetta della podestaria, e partì abdicando la sua carica.
Pistoja pareva minacciata dell'intera sua sovversione per gli eccessi dell'anarchia e della guerra civile; e la repubblica fiorentina che trovavasi alla testa della parte guelfa in Toscana, cominciava a temere che l'interesse della sua parte non venisse compromessa con sedizioni così violenti, e che i Ghibellini da molto tempo esiliati non approfittassero delle divisioni e dell'indebolimento dei loro avversarj per ricuperare l'antico potere. Nel 1300 gli uomini più saggi di Fiorenza e di Pistoja si adunarono per trovare rimedio a tanti mali. Finalmente con una pubblica deliberazione gli anziani di Pistoja determinarono di confidare per tre anni la signoria della loro città ai Fiorentini, perchè riformassero la repubblica, e vi stabilissero la pace[81]. La signoria, ossia balìa, come di questi tempi cominciò a chiamarsi, non distruggeva le franchigie d'una repubblica, nè derogava punto alla sua libertà; era un potere legislativo e stragiudiziale attribuito per un determinato oggetto, e per un certo tempo ad un governo che credevasi meritevole di tanta confidenza da sceglierlo come arbitro.
[81] _Istorie Pistoiesi anonime t. I, p. 374._
Avendo i Fiorentini accettata la balìa di Pistoja, vi mandarono un nuovo podestà ed un nuovo capitano del popolo, che furono incaricati di scegliere metà per ogni partito i nuovi _anziani_. Con tal nome chiamavasi a Pistoja il collegio dei dodici magistrati preseduto da un confaloniere di giustizia eletto ogni mese per amministrare la repubblica. I Fiorentini ordinarono poscia ai capi delle due fazioni bianca e nera di allontanarsi dalla città che turbavano coi loro odj [82]; e credendo che un governo vigoroso avrebbe il potere di riconciliare questi uomini iracondi tosto che più non fossero circondati dai loro clienti e da gente avida di vendicare le loro ingiurie, i Fiorentini assegnarono per loro dimora a tutti i Pistojesi esiliati la città stessa di Firenze.
[82] _Jannotii Manetti Hist. Pist. l. II, p. 1009._
Ma il riposo di Firenze non era assicurato in maniera che potesse impunemente ricevere nel proprio seno tanto lievito di discordia; ed i priori, che mandarono a Firenze uomini avidi di sangue ed accostumati a sprezzare tutte le leggi, commisero un grave fallo di cui ebber presto cagione di doversi amaramente pentire. In effetto dopo l'esilio di Giano della Bella, il vicendevole odio dei nobili e dei cittadini erasi fatto più vivo, comechè non fosse ancora scoppiato. La città, gli è vero, pareva nel più prospero stato: ella contava entro le sue mura una milizia di trenta mila uomini abili a portare le armi, e nel rimanente dello stato fiorentino eranvi ridotti in reggimento settanta mila uomini[83]. Per dare maggior lustro alla magistratura, i priori avevano gittate le fondamenta del magnifico palazzo pubblico, che doveva essere la residenza e la fortezza della signoria[84]: avevano in appresso fatte innalzare nuove mura intorno alla città, il di cui cerchio era più esteso che non era quello delle due più antiche mura: ma questa apparente prosperità covava i semi di grandi sventure.
[83] _Gio. Villani l. VIII, c. 38, p. 369._
[84] Questo palazzo, oggi detto Palazzo Vecchio, fu fondato l'anno 1298. La piazza davanti fu formata colla demolizione delle case degli Uberti, e perchè non si voleva che il palazzo del governo stesse sopra un terreno che i Ghibellini avevano profanato colla loro dimora, invece di fare il nuovo edificio quadrato, gli fu data una forma irregolare che ritiene anco al presente; di modo che veruno de' suoi fondamenti trovasi in terreno ghibellino. _Gio. Villani l. VIII. c. 26 e 31, p. 561._
Il più riputato uomo tra i nobili che avevano fatto esiliare Giano della Bella, era Corso Donati, gentiluomo di antica famiglia, al quale sommi talenti avevano acquistata grandissima influenza in tutti i consigli, ed il di cui valore non aveva poco contribuito ad assicurare ai Fiorentini la vittoria di Campaldino. La famiglia popolana dei Cerchi ch'erasi col commercio fatta ricchissima[85], acquistò il palazzo dei conti Guidi vicinissimo a quello dei Donati; e perchè i nuovi ricchi sogliono fare più pomposa mostra della loro opulenza, siccome la sola cosa che onori la loro famiglia, così i Cerchi ammorzarono l'antico splendore dei Donati colla dovizia degli abiti, la magnificenza degli arredi, il numero de' cavalli e de' domestici. Una causa per una eredità accrebbe la rivalità delle due famiglie, e ne sviluppò il vicendevole odio: onde i Cerchi sforzaronsi allora di assodarsi nel rango cui s'erano innalzati impiegando le loro ricchezze ed il loro credito a servire ed a proteggere gli uomini cui potevano essere utili. Così adoperando acquistaronsi molti partigiani tra la nobiltà povera, gelosa dei Donati, come pure fra i cittadini specialmente ghibellini. Innalzatisi a tale stato di potere lungo tempo dopo la vittoria dei Guelfi, non avevano i Cerchi conservato verun risentimento di famiglia contro una fazione, nella quale non avevano mai avuti personali nemici.
[85] _Cronaca di Dino Compagni, l. I, p. 480, t. IX._ — I Cerchi, scrive Dante, erano usciti dal Pivier d'Acone, e per conseguenza originariamente contadini. _Parad. C. XVI. v. 65._
Mentre esistevano in Fiorenza questi semi di discordia, vi giunsero, a seconda degli ordini ricevuti dalla signoria, i Pistojesi esiliati dalla loro patria: i Bianchi furono accolti ed alloggiati nelle case dei Cerchi, i Neri trovarono ospitalità presso i Frescobaldi amici dei Donati: e perchè le due fazioni, che incominciavano a dividere Firenze, non avevano alcun nome, ed ambedue volevano essere guelfe e popolane, adottarono la denominazione di Bianche e di Nere, che senza recare pregiudizio alle loro intenzioni sembrava bastantemente dividerle. Corso Donati fu riconosciuto capo dei Neri, e Vieri dei Cerchi capo dei Bianchi di Fiorenza[86].
[86] _Gio. Villani l. VIII, c. 38, p. 369. — Jannotii Manetti Hist, Pist. l. II, p. 1019. — Anon. Pistolese p. 374._
Sebbene non si fosse ancora sparso sangue, erano in Fiorenza gli spiriti in modo esacerbati, sopra tutto dall'amara ironia di Corso Donati il quale non cessava di versare a mani piene il ridicolo sul suo rivale Vieri de' Cerchi, che il più leggiere accidente poteva essere cagione d'una zuffa. Un giorno che parte della città trovavasi adunata nella piazza de' Frescobaldi, per rendere gli estremi onori ad una donna di fresco morta, i dottori ed i cavalieri, com'era l'uso di Firenze in que' tempi in tali cerimonie, stavano seduti sulle panche intorno alla piazza, e la gioventù per terra sopra stuoje di giunchi: l'accidente aveva posti i Donati ed i Cerchi di faccia gli uni agli altri. Un giovane seduto in terra si alzò per rassettarsi il mantello, e coloro che gli stavano seduti in faccia, supponendo che questo fosse il segnale convenuto per attaccarli, si levarono subito anch'essi e sguainarono le spade; onde si levarono egualmente i loro avversarj, e s'appiccò la zuffa. I parenti della morta ottennero a stento, cacciandosi nella mischia, di separare i due partiti.
Guido Cavalcanti, dopo Dante il più illustre poeta del suo secolo, ed il più rinomato filosofo, quello che per la sublimità della sua mente Dante indicò come sè medesimo capace di scorrere i tre regni dei morti, era uno de' più caldi nemici di Corso Donati[87]. Il Cavalcanti, genero com'egli era di Farinata degli Uberti, inclinava segretamente al partito ghibellino favorito dai Bianchi; inoltre egli aveva ragione di credere che Donati avesse cercato di farlo assassinare in un pellegrinaggio ch'egli di fresco aveva fatto a san Giacomo di Gallizia. Altrettanto cortese quanto valoroso, ma altero ed amico della solitudine, non fece veruno apparecchio per vendicarsi. Solamente attraversando una volta le strade di Firenze a cavallo con molti giovani della famiglia Cerchi, incontrò Corso Donati pure a cavallo in compagnia de' suoi figliuoli ed amici; onde corse sopra di lui per ferirlo con una freccia, senza però averlo potuto cogliere; ma abbandonato dai suoi amici, ed esposto alle pietre che gli venivano scagliate addosso dalle finestre, dovette allora fuggire.
[87] _Cronaca di Dino Compagni l. I, p. 481._ Intorno alla vita di Guido Cavalcanti veggasi Dante _Inferno C. X, v. 52_, ed i suoi commentatori. _Benv. da Imola Comm. p. 1043-1186. — Ant. Ital. Med. Aevi t. I. — Tiraboschi Lett. It. t. IV, l. III, c. 3, § 14, p. 374._
La parte Bianca pareva a Firenze formata degli uomini più ragguardevoli pel loro carattere, i loro talenti ed il loro sapere; Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e Dino Compagni, lo storico, gli appartenevano egualmente; ma per mala sorte Vieri de' Cerchi, il capo di questo partito, non era degno degli uomini ch'egli doveva condurre. I Neri avevano maggior credito alla corte di Roma e presso papa Bonifacio, sia perchè più affezionati alla parte guelfa, che Bonifacio favoreggiava caldamente, o perchè il banchiere del papa ed altre persone, che lo circondavano, appartenevano a questa fazione. In conseguenza furono essi che stimolarono Bonifacio ad interporsi per tornare la pace tra i Fiorentini; ma il violento suo carattere non si confaceva all'ufficio di pacere.
Bonifacio fece venire a Roma Vieri dei Cerchi, e lo richiese di fare la pace con Corso Donati, promettendogli a tale patto la sua protezione; ma gli rispose Vieri che, non essendo egli in guerra con persona, non aveva a fare veruna pratica per riconciliarsi con chicchessia, e ripartì senza aver nulla promesso[88]. Allora il papa mandò in Toscana il cardinale d'Acquasparta come mediatore dei due partiti; il quale, giunto essendo a Firenze in giugno del 1300, pregò la signoria di accordargli la balìa della città per istabilirvi la pace; disse in pari tempo essere sua intenzione di fare scelta di coloro che dovevano essere priori nel susseguente anno, in modo che vi fosse un egual numero di Bianchi e di Neri, e di distribuire i loro nomi nelle borse per tirare a sorte ogni due mesi, onde evitare i tumulti cui dava luogo ogni elezione in un tempo che il popolo si abbandonava con tanto furore allo spirito di parte[89]. Ma all'epoca in cui venne il cardinale a Firenze, avendo i Bianchi la principal parte nel governo, temettero che la corte di Roma approfittasse de' poteri che domandava per abbassarli, e rifiutarono al cardinale la balìa; perchè questi uscendo subito di città, la sottopose all'interdetto.
[88] _Dino Compagni Cronaca p. 481._
[89] _Gio. Villani l. VIII, c. 39, p. 371._
La signoria abbandonata a sè medesima si provò di ristabilire, senza il concorso di uno straniero, la pace nella città; ciò che credè di ottenere esiliando i capi delle due fazioni: ed in conseguenza ordinò ai Neri di portarsi alla Pieve nel territorio di Perugia, ed ai Bianchi di restare confinati a Sarzana sui confini dello stato di Genova. Il poeta Dante era uno de' priori che pronunciarono questa sentenza, e Dino Compagni assicura avere egli medesimo consigliata la signoria a prendere tale risoluzione[90]. Ma i priori non conservarono lungo tempo quella parzialità che gli aveva diretti nel primo atto; e dietro inchiesta di Guido Cavalcanti, caduto infermo a Sarzana, permisero soltanto ai Bianchi di rientrare in Firenze, protestando l'insalubrità dell'aria nel luogo del loro esilio.
[90] _Dino Compagni Cronaca l. I, p. 482. — Gio. Villani l. VIII, c. 40, p. 372._
I capi del partito dei Neri erano confinati in un luogo prossimo a Roma ed alla corte del papa; ed avendo già protettori ed amici in questa corte, approfittarono della vicinanza per acquistarne degli altri. Corso Donati andò a Roma; ed ebbe l'aperto favore dei parenti del papa, del suo banchiere e del cardinale Acquasparta che non poteva perdonare ai Fiorentini d'avere rifiutata la sua mediazione. Tutti d'accordo eccitarono Bonifacio contro i Bianchi e contro il partito del governo, e lo consigliarono a cercare un principe che punisse i Fiorentini della poca loro deferenza, e che escludendo dal numero de' Guelfi gli uomini tiepidi o moderati ristabilisse il partito della Chiesa nell'antica sua purità. Doveva questo principe pacificare la Toscana e conquistare la Sicilia, imperciocchè al papa stava più a cuore il vendicarsi di don Federico e di Ruggiero di Loria, che la punizione de' Bianchi fiorentini.
Verso quest'epoca Carlo di Valois, fratello di Filippo il bello, re di Francia, erasi acquistata grandissima riputazione colla conquista di tutta la Fiandra[91]; onde Bonifacio pose gli occhi sopra di lui. Sapeva per l'esperienza fattane da' suoi predecessori che i principi francesi erano proclivi a riconoscere come titoli incontrastabili i doni che loro faceva la santa sede anche in que' luoghi in cui non aveva alcuna giurisdizione. Sapeva ch'essi ed i loro soldati erano sempre disposti a combattere, non per una sola causa, ma per tutte le cause del mondo e contro tutti gli uomini. Promise a Carlo di Valois come premio della spedizione, cui l'invitava, la stessa Caterina di Fiandra erede dell'Impero latino di Costantinopoli, che aveva poc'anzi offerta all'infante Federico di Sicilia; e perchè questa principessa era prossima parente di Carlo, gli spedì le necessarie dispense per isposarla[92], a condizione che sollecitamente venisse con un sufficente corpo di cavalleria a combattere a proprie spese per la causa della santa sede contro Federico usurpatore della Sicilia, e contro qualunque altro nemico della Chiesa. La successione all'Impero di Costantinopoli non era la principal promessa che Bonifacio facesse a Carlo; non avendo come papa voluto riconoscere Alberto d'Austria per re de' Romani, lusingava Carlo di questa medesima dignità, assicurandolo intanto che gli conferirebbe i diritti di vicario imperiale in Toscana, in quel modo che uno de' suoi predecessori l'aveva fatto in favore di Carlo d'Angiò. Aggiugneva Bonifacio a queste lontane speranze immediate concessioni che avrebbero luogo tosto che Carlo avesse accettato il proposto trattato. Nel 1301, il papa lo creò conte della Romagna, capitano del patrimonio di san Pietro, signore della Marca di Ancona, e, con un nuovo titolo, pacificatore della Toscana[93].
[91] _Chron. Guilelmi de Nangis, an. 1299, 1300, in Spicilegio d'Acheri t. XI, p. 601._
[92] Bolla di dispensa per questo matrimonio pubblicata nell'appendice del Ducange nella sua raccolta _p. 24_, o edizione del _Lonore p. 41_. — _Hist. de Costantin. sous les emper. franç. l. VI, c. 18 ec. p. 100._
[93] _Ptolomei Lucensis Ann. Breviores, t. XI. p. 1304._
Prima che il principe francese potesse giugnere in Toscana, la parte de' Bianchi, che allora dominava ne' consigli di Firenze, aveva cercato di rendersi forte; e giudicò opportuno di fare a Pistoja l'esperimento delle sue forze e de' mezzi che poteva impiegare per trionfare. Il capitano del popolo di questa città non rimaneva in carica che sei mesi. Il governo fiorentino, in forza della balìa che gli era stata confidata, diede prima questa carica a Guido Cavalcanti appartenente ad una famiglia altra volta ghibellina. Questo nuovo magistrato violò la legge pubblicata per la pacificazione di Pistoja, ed in cambio di dividere egualmente le magistrature tra le due parti, scelse tutti gli anziani tra i Bianchi; e poco dopo ajutato dagli stessi anziani, destituì tutti i Neri che possedevano il governo di qualche castello o carica di confidenza, per sostituir loro dei Bianchi[94]. Passati i sei mesi, i Fiorentini nominarono in sua vece Andrea Gherardini, la di cui amministrazione doveva essere ancora più parziale e più violenta della precedente. Andrea si afforzò d'armi e di cavalli, si assicurò la dipendenza delle compagnie popolane e de' loro confalonieri; indi accusando i Neri di voler dare Pistoja ai Lucchesi, citò, una dopo l'altra, le principali famiglie del partito nero a presentarsi al suo tribunale. E perchè queste esitavano a porsi nelle sue mani, andò ad attaccarle cogli arcieri ed i confalonieri delle compagnie; prese a viva forza le loro case colle macchine di guerra o col fuoco; e dopo aver vinto tutto ciò che gli faceva resistenza, cacciò di città tutti i Neri, spianò i loro palazzi e fortezze, abbandonandone i beni al saccheggio.