Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)
Part 5
Una così stravagante condotta che comprometteva l'onore e l'indipendenza della Chiesa, allarmò i cardinali. Uno di loro, il cardinale Benedetto Caietano di Anagni, fomentava i loro bucinamenti, ingrandendo agli occhi loro i pericoli ond'era minacciata la Cristianità. Questo uomo, per desterità e per dissimulazione a tutti superiore, aveva saputo ad un tempo lusingare i cardinali che lo risguardavano come il sostegno delle prerogative del loro collegio, e signoreggiare lo spirito di Celestino che tutto faceva dietro le sue istruzioni, e che forse non avrebbe commessi tanti falli, se il suo perfido direttore non avesse voluto renderlo odioso e ridicolo. Rimaneva per altro al cardinale Caietano un potente nemico nel re Carlo II, ch'egli aveva offeso nel precedente conclave, rispondendo alteramente ai rimproveri che questo monarca faceva ai cardinali divisi. Raccontasi che una notte andò dal re di Napoli e gli disse: «Sire, il tuo papa Celestino ha voluto ed ha potuto servirti, ma non seppe farlo; se tu fai in modo ch'io gli sia sostituito, io vorrò, io potrò e sopra tutto saprò esserti utile.» Convenne allora del modo che avrebbe tenuto per assoggettare a Carlo tutte le forze della Chiesa, se egli gli assicurava i suffragi di dodici cardinali sue creature, nominati da Celestino. Avutane la promessa, non si occupò d'altra cosa che di persuadere Celestino a rinunciare ad una dignità che non gli conveniva[59]. Raccontano alcuni che per mezzo di una tromba parlante ne facesse venire l'ordine dal cielo[60]. Ma senza tale artificio, il cardinale aveva mille mezzi per determinare un uomo così timido e semplice, di cui egli seppe allarmare la coscienza. In vano quando si sparse la voce che Celestino disponevasi a rinunciare, una processione di tutto il clero di Napoli venne a supplicarlo di conservare la sua dignità[61]; che Celestino, di consentimento dei cardinali, pubblicò una costituzione che dava ai papi il diritto di rinunciare il papato per la salute delle loro anime; e nel prossimo concistorio del 13 decembre 1294 presentò la sua rinuncia quale l'aveva per lui scritta il cardinale Caietano. I cardinali stando alla costituzione di Gregorio X intorno al conclave, che Celestino aveva chiamata in vigore, furono immediatamente chiusi in conclave, ed il giorno 23 dello stesso mese, gli unanimi loro suffragi si unirono a favore del cardinale Caietano, il quale fecesi chiamare Bonifacio VIII.
[59] _Gio. Villani l. VIII, c. 6, p. 348._ — Il Villani vuole accaduto questo trattenimento dopo la rinuncia di Celestino. Ma non è probabile che il cardinale Caietano provocasse tale rinuncia prima d'avere assicurata la sua elezione, tanto più che dopo non avrebbe potuto aver luogo per essersi i cardinali subito chiusi in conclave.
[60] _Ferreti Vicent. Hist. l. II, p. 966, t. IX._
[61] _Ptolom. Lucens. Hist. Eccl. l. XXIV, c. 32, p. 1201._
Temeva il nuovo papa che qualcuno approfittasse della debolezza del suo predecessore, per rendergli dubbiosa la legittimità della sua rinuncia, riducendolo a dichiararsi nuovamente papa. Effettivamente parte della Chiesa negava la validità della rinuncia di Celestino, altri l'attribuivano ad una vergognosa debolezza, e Dante collocò l'ombra di colui che fece il gran rifiuto tra la gente dimenticata che visse senza infamia e senza gloria:
«Questi non hanno speranza di morte, E la lor cieca vita è tanto bassa, Che invidiosi son d'ogni altra sorte. . . . . . . . . . . . . . . «Mischiati sono a quel cattivo coro Degli angeli, che non furon ribelli, Nè fur fedeli a Dio, ma per se foro. «Cacciarli il ciel, per non esser men belli: Nè lo profondo inferno li riceve, Chè alcuna gloria i rei avrebber d'elli. . . . . . . . . . . . . . . «Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, Guardai e vidi l'ombra di colui, Che fece per viltate il gran rifiuto[62].»
[62] _Inferno c. III, v. 58._ Alcuni commentatori negarono che Dante avesse in vista Celestino; ma la loro obbiezione intorno all'epoca della sua morte, è mancante di fondamento; e Petrarca l'intese come noi, quando ne fece rimprovero a Dante. _De Vita Solit. l. II, Sect. III, c. 18, p. 302 ed. Basileæ._
Il debole Celestino avrebbe infine dovuto credersi obbligato in coscienza a rivocare un atto che tanti Cristiani credevano condannabile. Bonifacio VIII non volle esporsi a tanto rischio; e mentre lasciava Napoli per tornare a Roma, seco condusse il papa che aveva abdicato. Ma questi, in principio del 1295, si sottrasse improvvisamente a' suoi custodi, e colla sua fuga pose nella più crudele ambascia il suo successore. Seppesi ben tosto ch'egli si era restituito all'antico suo eremitaggio; onde Bonifacio gli spedì il suo maestro di camera e l'abate di Monte Cassino per ordinargli di ritornare presso al papa, se non voleva esperimentare tutto il suo sdegno. Lo sgraziato vecchio rammentando le reciproche promesse che precedettero la sua abdicazione, chiedeva supplichevole che il sommo pontefice gli permettesse di vivere tranquillamente in quella solitudine, promettendo di parlare solamente co' suoi fratelli eremiti. Il cameriere, avuta tale risposta, partì per darne parte al suo padrone; ma incontrò sulla strada un messo che gli recava l'ordine di condurre subito il sant'uomo a Roma, quand'anche dovesse impiegare la forza. Il cameriere riprese il cammino dell'eremitaggio; ma fu prevenuto da un amico di Pietro di Morone che lo ajutò a nascondersi, indi a fuggire per un appartato sentiere. Questo infelice vecchio spossato di forze e nella sua grave età più fatto per l'ozio e pel riposo, che per le fatiche d'un viaggio, si nascose entro un'oscura macchia della Puglia, accompagnato da un solo religioso, sperando di trovarvi qualche servitore di Dio che gli desse ricovero. Passò la quaresima cogli eremiti del deserto; ma coloro che andavano in traccia di lui per condurlo prigioniero a Roma, giunsero finalmente in quella foresta. Egli conoscendo allora di non poter più tenersi nascosto in quella provincia, s'imbarcò per attraversare l'Adriatico e fu dal vento contrario respinto verso la costa, di cui non erasi scostato che quindici miglia. Sbarcò a Vestia, ove fu preso dai mandatari di Bonifacio, che furono però forzati a trattarlo con rispetto, perchè il popolo si affollava intorno a lui, chiedendogli la benedizione anche in tempo di notte. Il papa confinò Pietro nella torre della rocca di Fumone nella Campania, ov'era guardato giorno e notte da sei soldati e da trenta arcieri con tanta severità, che niuno poteva ottenere il permesso di parlargli. L'eremita chiese almeno che si permettesse a due frati del suo ordine di celebrare con lui il divino ufficio. Gli fu accordata l'inchiesta, ma niun religioso poteva a lungo, senza cadere infermo, sostenere così stretto carcere. Era nella torre così piccolo spazio, che il sant'uomo dovea la notte servirsi per origlieri de' gradini dell'altare su cui di giorno celebrava la messa. In questa prigione morì Celestino V il 19 maggio del 1296, ventidue mesi dopo la sgraziata sua elezione[63][64].
[63] Questo racconto si è preso da una vita di Celestino V scritta da Pietro Aliaco, cardinale e suo coetaneo, _l. II, c. 15, 16, 17, apud Surium Vita Sanctorum t. III, 19 maggio_.
[64] Avendo il nostro autore riportato intorno all'abdicazione il sentimento di Dante, non dispiacerà ai lettori di vedere quale fosse l'opinione del Petrarca: «Ma più d'ogni altro (egli scriveva nel _l. II, c. 18 De Vita Solitaria_, che qui riferisco compendiosamente tradotto) illustre è l'esempio di Celestino, il quale, deposto il gravissimo carico del papato, con quella alacrità cercò di ripassare nella mal abbandonata solitudine, che altri avrebbe mostrata trovandosi improvvisamente sciolto dalle nemiche catene. Il quale magnanimo fatto del santissimo solitario ascriva ognuno liberamente a qualsisia motivo, e lo reputi degno di biasimo o di lode; che in quanto a me lo credo essere stato egualmente utile a lui ed al mondo, per l'inesperienza sua delle umane faccende, le quali, per essersi sempre occupato della contemplazione delle celesti, aveva affatto trascurate.... Ho udito dire da coloro che furono presenti quando usciva dal concistoro in cui aveva deposto il gran peso che gli sfavillava negli occhi una cotale allegrezza che aveva dell'angelico. Nè a torto, perciocchè sapeva il valore di ciò che ricuperava, nè ignorava quello che perdeva. E certo egli passava dalle fatiche al riposo, dalle insane agitazioni della corte ai divini colloquj ec. — E se non glielo vietava il comando del suo successore, sarebbesi all'istante restituito, anche a piedi, su quell'ispido monte, da cui gli si apriva facile via al cielo.» _N. d. T._
Poichè sì lungo tempo ci siamo occupati della storia ecclesiastica, crediamo dover qui riferire un pezzo della stessa storia che coincide appunto coll'epoca presente, e che è troppo celebre e singolare per meritarsi, se non la nostra credenza, almeno la nostra attenzione: ed è l'arrivo della _santa casa_ in Italia presso a Loreto il giorno 10 decembre 1294, tre giorni prima della solenne abdicazione di Celestino V. «Non si sa abbastanza chiaramente, dice Orazio Tursellino istorico di Loreto, perchè questa casa ch'era giunta in Dalmazia a Tersacto tre anni e sette mesi prima, fu trasportata a quest'epoca a traverso all'Adriatico, e deposta nel Piceno. Ciò che è indubitato si è, soggiugne lo storico, che gli angeli la portarono sulle loro ali, e la deposero in una macchia appartenente ad una matrona di Recanati detta Lauretta, da cui questa casa ricevette poi il suo nome; che gli alberi delle foreste si piegarono verso di lei per riceverla, e che i pastori del vicinato la scoprirono all'indomani un miglio distante dal mare, in un luogo ove non aveva mai esistito verun edificio.» Se dobbiamo credere alle stesse leggende, gli angeli la cambiarono due volte di sito prima di fissarla stabilmente nel luogo in cui rimase fino a' nostri giorni, portandola da una all'altra collina[65]. Il miracolo, cui la fiorente città di Loreto deve la sua esistenza, non viene attribuito ad un tempo tenebroso, ma ad un secolo abbastanza illuminato ed a noi vicino; quando già vivevano Dante, il Villani, Dino Compagni, Tolomeo di Lucca, Ferreto di Vicenza, ed una folla di storici che non fanno parola di così straordinario avvenimento[66]. Non si può comprendere in qual modo una così fatta tradizione abbia potuto prender piede, e come all'epoca stessa di questa tradizione, i templi, le mura quasi romane, e l'intera città di Loreto siansi fondati su questa sola credenza.
[65] _Horat. Tursel Hist. Lauret. l. I, c. 6-9. — Rainald. Ann. Eccl. 1294 § 24. p. 466 e 1295, § 58. p. 487._
[66] Noi abbiamo pure due vite di papa Bonifacio VIII, scritte da autori quasi coetanei, che riferiscono senza difficoltà i miracoli di Celestino V, ma nulla dicono della santa Casa. _Vita Bon. VIII, ex MS. Bernardi Guidonis Rer. Ital. t. III, p. 670. — Vita ejusdem ex Amalrico Augerio t. III, p. II, p. 435._
La prima traslazione della santa casa dalla Palestina a Tersacto appoggiavasi ad un avvenimento pur troppo vero, la presa di san Giovanni d'Acri fatta da Malec Seraph, e l'espulsione assoluta dei Latini da tutti i possedimenti che avevano in Terra santa. Acri o Tolemaide fu presa il 19 maggio del 1291; vi perirono trenta mila cristiani, e questa città ch'era l'emporio generale di tutto l'Oriente, fu chiusa per sempre ai Latini[67].
[67] _Marin. Sanuto Secreta Fidelium Crucis l. III, p. XII, c. 21, 22. — Gesta Dei per Francos t. II, p. 230._
Tosto che Bonifacio si sentì assicurato sul trono pontificio, esortò i principi cristiani a vendicare gli oltraggi cui era stata esposta la religione. Scrisse a Edoardo I re d'Inghilterra, e ad Adolfo di Nassou re de' Romani per esortarli a mettere fine alle guerre nelle quali eransi avviluppati, ed a portare le loro armi in Terra santa per riconquistare le città che gl'infedeli avevano prese con tanta vergogna dei Latini[68]. Ma se nella cristianità non eravi stata bastante energia da difendere un piccolo numero di fortezze, alle quali sembrava attaccato l'onore delle nazioni che professavano la religione di Cristo; non era presumibile che tutta l'Europa si movesse per nuovamente tentarne la conquista, quando le difficoltà erano tanto cresciute, e il regno di Gerusalemme distrutto per sempre, sicchè non v'erano più nè principi nè popoli oppressi che venissero ad affrettare i soccorsi d'Europa per salvarli da un imminente pericolo. Perciò dopo un breve fermento prodotto dal sentimento dell'obbrobrio, dall'orrore della strage di Acri e dalla pietà verso gli sventurati fuggitivi, i cristiani abbandonarono il pensiero di riconquistare Terra santa, e i mari dell'Asia furono chiusi all'Europa.
[68] La lettera ad Edoardo in data di Velletri giorno 5 delle calende di giugno anno I, e quella ad Adolfo il giorno 5 delle calende di luglio, trovansi in _Raynal. Ann. Eccl. § 43-45. p. 483_.
Il pontefice che più d'ogn'altro avrebbe potuto risvegliare lo zelo per questa guerra sacra, aveva altri interessi che più gli stavano a cuore, ai quali sagrificò di buon grado quelle lontane conquiste. Erasi impegnato verso Carlo II, re di Napoli, di servirlo efficacemente nell'impresa di Sicilia. Egli era d'una famiglia originaria ghibellina; ma per mantenere la sua promessa, si gettò nel partito guelfo con tanta violenza, che niun pontefice, senza eccettuarne lo stesso Martino IV, non aveva così impudentemente dimenticate le prerogative di comun padre dei fedeli, per prendere quelle d'un capo di faziosi.
La condotta de' precedenti pontefici, siccome quella ancora della casa di Francia verso i re d'Arragona, era stata fallace e perfida. Quando del 1288 Edoardo d'Inghilterra erasi offerto mediatore per ristabilire la pace, e procurare al re Carlo la libertà, erasi sotto la sua guarenzia conchiuso il trattato alle seguenti condizioni. Il regno di Sicilia doveva essere ceduto a Giacomo d'Arragona, e rimanere a Carlo quello di Napoli, il quale obbligavasi a far rinunciare Carlo di Valois suo cugino a tutti i diritti che potevano essergli derivati sul regno d'Arragona dall'investitura di Martino IV: e per prezzo di questa rinuncia e diritti immaginarj, Carlo di Valois doveva ricevere dall'Arragonese venti mila libbre pesanti d'argento. Carlo II, che non era ancora incoronato e portava soltanto il titolo di principe di Salerno, doveva essere posto in libertà; ed in sua vece lasciava ostaggi tre figliuoli con sessanta de' principali gentiluomini della Provenza; e se nel termine di tre anni non soddisfaceva alle stabilite convenzioni, prometteva di ritornare egli stesso nella prigione, da cui veniva liberato[69].
[69] _Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 11. p. 630._
Ma Carlo giunto a Rieti, ove trovavasi la corte pontificia, fu da Nicolò IV, allora regnante, incoronato re delle due Sicilie, e sciolto dalle obbligazioni assunte in virtù delle convenzioni fatte con Alfonso, e dai giuramenti[70]. Carlo di Valois, lungi dal ritenersi compreso nel trattato di pace, s'apparecchiò ad attaccare l'Arragonese; conchiuse un'alleanza con don Sancio re di Castiglia, che per lui dimenticò l'amicizia d'Alfonso d'Arragona, e si preparò a punire l'Arragonese della sua confidenza e della sua generosità.
[70] _Memoriale Potest. Regiens. t. VIII, p. 171._ L'autore era presente all'incoronazione. _Raynal. 1289. § 13. p. 408. — Barth. de Neocastro Hist. Sicula c. 112. p. 1153._
La guerra portata negli stati d'Alfonso dai re di Castiglia e di Francia lo costrinse bentosto a soggiacere a più dure condizioni. Promise di richiamare le truppe ausiliarie mandate in Sicilia a suo fratello, di rifiutargli in avvenire ogni ajuto, e di esortarlo insieme alla madre a rinunciare al dominio di quell'isola. Si obbligò innoltre a pagare pel regno d'Arragona il tributo che uno de' suoi antenati aveva promesso a san Pietro; ed a questo prezzo doveva essere assolto dalla chiesa, e Carlo di Valois rinunciare alle sue pretese[71].
[71] _Mariana l. XIV, c. 14 p. 634._ — _Barthol. de Neocastro Hist. Sicula c. 14 p. 1168._
La notizia di questo trattato risvegliò le più amare lagnanze dei Siciliani che vedevansi abbandonati ai Francesi, i loro più crudeli nemici, da quella stessa famiglia e da quella nazione ch'essi avevano scelta per proteggerli. Ma l'esecuzione del trattato rimase sospesa per la subita morte d'Alfonso re d'Arragona. Suo fratello Giacomo, in allora re di Sicilia, andò a Saragozza per prendere possesso della fraterna eredità, e, partendo dalla Sicilia, lasciò l'amministrazione dell'isola a Federico suo terzo fratello.
Tali erano i trattati cominciati e rotti tra la casa d'Angiò e quella d'Arragona, quando Bonifacio VIII tentò di ristabilire la pace nelle due Sicilie, offrendo dei compensi ai re per impegnarli a tradire i loro popoli. Un primo trattato fu segnato colla sua mediazione fra Carlo II e Giacomo re d'Arragona, il quale ricevendo in consorte con una ragguardevole dote Bianca, figliuola del re Carlo, prometteva invece non solo d'abbandonare la Sicilia alle armi del principe francese, ma ancora d'ajutarlo a farne l'acquisto, se i Siciliani avessero opposta resistenza. Per prezzo di così vergognosa condizione il papa accordava all'Arragonese la sovranità delle isole di Corsica e di Sardegna, che appartenevano ai Pisani ed ai Genovesi. In appresso il papa cercò di determinare Federico, ch'era al possesso della Sicilia, ad accedere a questo trattato, e gli offrì per ricompensa in isposa Caterina, nipote di Baldovino II, e sola erede de' suoi diritti, la quale aveva il magnifico titolo d'imperatrice di Costantinopoli; aggiungendovi la promessa di cento mila once d'oro onde ajutarlo a conquistare l'impero d'Oriente[72]. Questa proposizione fu fatta dallo stesso Bonifacio all'infante D. Federico in un congresso tenuto a Velletri. Ma il giovane principe era accompagnato dal venerabile vecchio Giovanni di Procida e da Ruggiero di Loria, l'invincibile ammiraglio della Sicilia, che non permisero che venisse sedotto da tali insidiose offerte.
[72] _Histoire de Costant. sous les empereurs françois l. VI, c. 17. p. 99. — Mariana Hist. de las Españas l. XIV, c. 17. p. 638. — Nicolai Specialis Hist. Sicula, l. II, c. 21. p. 961._
Quando del 1296 giunse in Sicilia la notizia del trattato sottoscritto da Giacomo d'Arragona, i grandi del regno mandarono alla sua corte in Catalogna tre deputati per verificare le ingiuriose voci che speravano dover essere da lui smentite. Ma Giacomo non si rifiutò di comunicare ai deputati lo stesso trattato da lui conchiuso; onde questi stracciandosi le vesti e riempiendo la corte di gemiti, supplicarono il re a non abbandonare i suoi fedeli sudditi ed a non darli nelle mani de' loro crudeli nemici. E perchè niente potevano da lui ottenere, stesero una scrittura della sua rinuncia all'isola di Sicilia, e la portarono ai loro concittadini. Allora tutti i baroni, alla di cui testa trovavansi Giovanni di Procida e Ruggiero di Loria, dichiararono sciolti affatto i loro legami con Giacomo d'Arragona, ed elessero loro re l'infante Federico, ch'incoronarono a Palermo. Poco tempo dopo, Bonifacio di Calamandano, gran maestro dell'ordine di san Giovanni, portò loro de' fogli in bianco segnati dal papa e da Carlo, offrendosi di aderire a tutte le condizioni più vantaggiose ed alle riserve de' privilegi ch'essi vi avessero apposte; ma i baroni risposero che i Siciliani avevano costume di consolidare la loro libertà colle spade, non con inutili pergamene[73]. La maggior parte de' Catalani, che trovavansi allora in Sicilia, rifiutarono d'ubbidire agli ordini di Giacomo, dichiarando per mezzo di Blasco d'Alagonia[74], che siccome gli Arragonesi erano i più liberi di tutti i popoli che ubbidivano a re, erano autorizzati dalle loro leggi e dalle stesse costituzioni del regno a ritirare ogni obbligazione d'omaggio ad un monarca di cui dovevano disapprovare la condotta.
[73] _Nicolai Specialis Hist. Sicula l. II, c. 20-25. p. 959-964._
[74] Uno de' privilegi dei _Ricos Hombres_ d'Arragona era quello di potere rompere ogni legame colla corona, e perfino di dichiarare la guerra al re, purchè prima rinunciassero ai feudi da lui ricevuti. _Hieron. Blancas. Comment. Rer. Aragon. p. 737._ Gli Alagonia erano una delle dodici più antiche famiglie dei _Ricos Hombres_ del regno di Soprarbia, culla di quello di Arragona.
E per tal modo ricominciò la guerra nelle due Sicilie con più furore che mai; e la Calabria ne fu il principale teatro. Ruggiero di Loria e l'infante Federico furonvi più volte vittoriosi de' Francesi; e la sorte della guerra non si mostrò favorevole agli ultimi che alloraquando il re Giacomo d'Arragona, per soddisfare agli obblighi del suo vergognoso trattato, venne egli stesso a portare la guerra negli stati di suo fratello, e quando il re Federico, ascrivendo a delitto a Ruggiero l'avere risparmiato uno de' suoi parenti, disgustò questo illustre ammiraglio, e lo forzò a passare nelle truppe de' suoi nemici.
Ma prima di vedere quale fu il fine di questa così lunga e tanto crudele guerra; prima di raccontare in qual modo, a quest'epoca, Bonifacio VIII, che non aveva mostrato sommissione che per ottenere la tiara, e che pareva volersi rifare della passata dissimulazione con un eccessivo orgoglio e colle più stravaganti pretensioni, alienasse Filippo il bello, re di Francia, suo antico alleato, ed entrasse in guerra colla famiglia Colonna, debbo riferire le rivoluzioni che nel medesimo tempo scoppiarono in Toscana, rivoluzioni alle quali non fu straniero lo stesso pontefice.
Venti miglia lontano di Firenze sulla strada di Lucca alle falde degli Appennini che dividono la Toscana dal Modenese, è posta una città che, malgrado la fertilità del suo territorio e la ridente sua situazione, non si rese illustre nè per popolazione, nè per ricchezze, nè per commercio, nè per potenza, ma soltanto per la violenza delle sue rivoluzioni, per l'intenso odio de' partiti che la divisero, per la fatale influenza di questi partiti sul rimanente della Toscana e quasi dell'Italia, ove sparsero il lievito della discordia; ove per una privata offesa, per una lite di famiglia, suscitarono una guerra universale. Il popolo di Pistoja è forse il più violento, il più impetuoso, il più sedizioso di cui la storia ci conservi la memoria. Pare che questo popolo fosse assetato talmente di guerre civili, che la sua sete di sangue non si spense nemmeno quand'ebbe ridotta la sua patria ad un oscuro rango tra le città d'Italia: nè si acquietò nemmeno sotto il despotismo, il quale soffocando tutte le passioni, distruggendo tutti gl'interessi, suole addormentare i popoli nel riposo della morte; ma continuò a combattere anche dopo che la libertà, il governo, la gloria, più non potevano per lui esistere; siccome quel gigante dell'Ariosto, che nel calore della battaglia erasi dimenticato di essere morto[75]. Esempio memorando dell'insensato furore che i soli nomi possono ancora ispirare agli uomini, quando più non sussiste alcuna delle cagioni che avevano eccitata la loro discordia.
[75] La guerra civile continuò quasi senza interruzione in Pistoja fino all'anno 1539, benchè dopo il 1401 Pistoja non fosse che una città suddita dei Fiorentini, e del 1531 sommessa con tutta la Toscana ai duchi della seconda casa de' Medici.