Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 4

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Per altro la pace dai Fiorentini accordata ai Pisani non dovevasi alle sole armi del conte Guido di Montefeltro, ma ancora alle interne turbolenze della città di Firenze. Le antiche famiglie guelfe dopo lo stabilimento dei priori delle arti e della libertà, non eransi mai riunite per ricuperare quella influenza sul governo, di cui erano state spogliate; anzi ogni casa nobile era in guerra con altra egualmente nobile, e la città sempre turbata dai reciproci insulti e dai privati loro combattimenti[36]. Queste dissensioni facevano perdere ai gentiluomini ogni influenza nel governo della loro patria, ed il popolo non aveva motivo di nutrire gelosia verso un ordine che aveva così poca politica; ma se la nobiltà non dava al governo coll'inconseguenza delle sue intraprese ragionevole motivo di gelosia, non lasciava di provocare la collera del governo e dei cittadini con passaggere violenze, e coll'abituale disprezzo dell'ordine e delle leggi. Ogni famiglia nobile avrebbe creduto d'avvilirsi assoggettandosi ai tribunali; e se alcun suo individuo veniva arrestato dal capitano del popolo o tratto in giudizio, tentava di liberarlo a mano armata, senza curarsi di sapere qual delitto avesse commesso. Non eranvi più trasgressioni personali, perchè un'intera famiglia s'associava sempre al delitto ed agli sforzi del colpevole per sottrarsi al castigo. Il governo sentivasi troppo debole per lottare contro questi potenti avversarj, onde tutte le violenze usate dalla nobiltà alla plebe rimanevano sempre impunite. Finalmente il popolo, irritato da tanti insulti privati della nobiltà, si dispose di volerla in tutto reprimere con tali severissime leggi, che, fino a quest'epoca, in veruna repubblica, non era stato assoggettato a così tirannico ed arbitrario trattamento il primo ordine dello stato.

[36] _Gio. Villani l. VIII, c. 1, p. 343._

Era in Firenze un gentiluomo chiamato Giano della Bella, il quale, comechè discendesse da una delle più nobili famiglie toscane, o per non avere una fortuna proporzionata alla sua ambizione, o perchè i disordini di cui la nobiltà si rendeva colpevole gli avessero ispirato avversione, rinunciò ai privilegi de' suoi natali per associarsi al popolo contro la sua casta[37]. Essendo Giano uno de' priori delle arti, approfittò dell'opportunità d'un'assemblea del popolo, o parlamento, per arringare sulla pubblica piazza i suoi concittadini[38]. Domandò loro in nome della libertà di voler mettere fine all'insubordinata insolenza dei nobili ed agl'insulti cui erano i plebei continuamente esposti. Accusò i nobili di esercitare l'assassinio a mano armata, di strappare i querelanti davanti ai tribunali, di allontanarne a forza i testimoni, d'incutere timore agli stessi giudici e di sospendere o distruggere le leggi. Domandò altamente che la podestà pubblica si rendesse superiore alle forze private che osavano di starle a fronte; che si punissero l'intere famiglie, poichè queste non volevano abbandonare gl'individui alla correzione dei tribunali; che si rendesse la signoria più forte, chiamando il poter militare in soccorso dell'autorità civile; e che si organizzassero in modo le guardie borghesi da non abbandonare giammai il palazzo de' priori delle arti e della libertà[39].

[37] La famiglia della Bella, siccome quelle dei Pulci, Nerli, Gangalandi e Giandonati erano state fatte nobili da Ugo vicario imperiale d'Ottone III avanti il 1000. _Dante Parad. C. XVI, v. 127._

[38] _Cronaca di Dino Compagni t. IX, p. 474._

[39] _Leon. Aretino l. IV. — Scip. Ammirato Ist. Fiorent. l. IV, p. 188._

Il popolo in conseguenza di questo discorso nominò una commissione per riformare gli statuti della repubblica e reprimere colle leggi l'insolenza de' nobili. Una famosa ordinanza, conosciuta sotto il nome di _Ordinamenti della Giustizia_, fu l'opera di questa commissione[40]. Per la conservazione della libertà e della giustizia sanzionò la più tirannica ed ingiusta giurisprudenza. Trentasette famiglie delle più nobili e più rispettabili di Firenze furono per sempre escluse dal priorato, senza che loro potess'essere in avvenire permesso di ricuperare i diritti della cittadinanza, facendosi inscrivere sulla matricola di alcun corpo di mestiere, o esercitando qualunque professione[41]. Questa esclusione appoggiavasi al favore che i nobili, dicevasi, accordavano sempre agli altri nobili; si accusavano di avere inceppate le operazioni della signoria, la quale non fece mai verun atto vigoroso qualunque volta qualche gentiluomo sedette coi priori. Si autorizzò inoltre la signoria ad aggiugnere nuovi nomi d'esclusione qualunque volta alcun'altra famiglia, seguendo le orme della nobiltà, meritasse d'essere egualmente punita[42]. I membri di queste trentasette famiglie furono additati anche nelle leggi col nome di grandi e di magnati; e per la prima volta videsi un titolo d'onore convertito non solamente in un peso oneroso, ma in castigo. Fu dalla medesima ordinanza stabilito che quando un grande si farebbe reo di qualche delitto, la voce pubblica attestata da due probe persone, sarebbe pel tribunale sufficiente prova a convincere e condannare il prevenuto, poichè fin allora la violenza de' gentiluomini aveva allontanati i querelanti dal palazzo della giustizia e costretti a tacere i testimonj. Per ultimo i complici di coloro che turbassero l'ordine pubblico, si associavano nelle pene ai principali colpevoli[43].

[40] _Gli ordinamenti della Giustizia_ sono compresi negli statuti di Firenze raccolti del 1415. Sono composti di 101 rubriche o titoli, e formano 108 pagine in 4º. Il latino è barbaro come quello di tutti gli statuti fiorentini.

[41] _Ordinamenta Justitiæ Rub. 32-90._

[42] _Ordinamenta Justitiæ Rub. 22-31._

[43] _Ibid. 63, 65, 96._

Per eseguire questa nuova giurisprudenza si divisero i borghesi in venti compagnie, ognuna di cinquant'uomini e indi a poco di duecento; e fu assegnata ad ogni compagnia la sua piazza d'armi e la sua bandiera. Furono poi tutte assoggettate ad un nuovo ufficiale, chiamato confaloniere o porta bandiera della giustizia[44]. Il confaloniere era un ufficiale civile e non militare, il quale non ispiegava la bandiera in guerra contro i nemici dello stato, ma soltanto nelle spedizioni, per riunire sotto le insegne nazionali gli amici dell'ordine e della libertà. Quando appendeva alle finestre del palazzo pubblico, in cui abitava coi priori, il confalone della giustizia, i capi d'ogni compagnia dovevano adunare i loro uomini e raggiugnerlo. Allora usciva dal palazzo alla testa di questa milizia nazionale, attaccava i sediziosi e puniva i colpevoli.

[44] _Ibid. Rub. 18._

Il primo confaloniere fu nominato dai priori, e perciò rimase loro subordinato; ma l'importanza delle sue funzioni lo fece ben tosto risguardare da prima come loro eguale, poscia come superiore, come il capo della repubblica ed il rappresentante della sua maestà. Eletto collo stesso metodo dei priori, per rimanere in carica soltanto due mesi come i primi, ed alloggiato insieme nel palazzo pubblico, mise a numero il collegio della signoria. Non dobbiamo veramente giudicare dai titoli dell'eccellenza d'un governo; ma pure non può non riconoscersi un certo che di nobile nella scelta di quelli adoperati dalla repubblica fiorentina. La giustizia, la libertà, la bontà, tutte le virtù pubbliche erano chiamate colle arti al governo, e lo stato veniva amministrato dal _confaloniere della giustizia, dai priori delle arti e della libertà e dal collegio de' buonomini_.

L'uno de' primi confalonieri di Fiorenza, e ad un tempo il più elegante scrittore italiano del tredicesimo secolo, ispirò un profondo terrore ai gentiluomini eseguendo la più importante funzione della sua carica. Alla testa delle compagnie del popolo spianò le case dei Galigai[45] per aver uno di quella famiglia ucciso in Francia un cittadino fiorentino. Per altro i grandi si riebbero ben tosto dal concepito spavento, e trovarono il modo di porsi in sicuro dalla furia popolare, e sopra tutto di vendicarsi di Giano della Bella, che risguardavano quale disertore e traditore del suo ordine e del suo partito. Scoprirono che molti dei più riputati cittadini erano gelosi della sua influenza; che questi per isfogare il loro odio contro la nobiltà, erano di sentimento non poter eccepire lo stesso gentiluomo _demagogo_ che aveva abbassati i suoi compagni; videro che il suo rango, di cui pareva averne fatto sacrificio, se gli accresceva riputazione presso la plebe, lo rendeva esoso in faccia ai capi della cittadinanza. Si avvicinarono a questi ultimi, e l'odio comune fu il cemento della loro unione.

[45] Altri li chiamarono Galli o Galetti; ma dobbiamo prestare maggior fede a Dino Compagni, ch'era confaloniere. Questo nome di Galigai si associa a molte ricordanze. _Cron. t. IX, p. 475. — Gio. Villani l. VIII, c. 1, p. 344._

Giano della Bella godeva troppa riputazione presso il popolo perchè potess'essere vantaggiosamente attaccato a forz'aperta, onde la proposizione fatta da Berto Trescobaldi di ucciderlo in una sommossa venne disapprovata come pericolosa. Si preferì piuttosto di approfittare dei difetti del suo spirito e delle qualità del suo carattere per alienargli i suoi partigiani. Giano era incapace di transigere tra il suo interesse e la severità de' suoi principj. Alcuni uomini, ch'egli credeva suoi amici, gli rappresentarono gli abusi introdottisi nell'ordine de' giudici e de' notaj, il modo con cui spaventavano il podestà ed i rettori, minacciandoli di un'estrema severità nel sindacato, di cui venivano incaricati quando i rettori uscivano d'ufficio, e le ingiuste grazie che con tal mezzo essi ottenevano da loro. Giano intraprese subito a reprimere colle leggi così perniciosi abusi, e con tale tentativo s'inimicò il potente e numeroso ordine de' giudici e de' notaj.

Quanto quest'ordine aveva di credito innanzi ai tribunali, altrettanto ne acquistava la corporazione de' macellai in tutte le sommosse: erano questi gente accostumata al sangue, che niente intimidiva e che nelle sedizioni era pronta sempre a pigliar le armi. Si stimolò Giano a rivedere gli statuti de' macellai ed a reprimere le frodi che commettevano; per tal modo egli si creò de' nemici ardenti e pericolosi in mezzo a quella plebe medesima che gli era così ben affetta. Siccome si andava sollecitandolo con nuove denuncie a farsi nuovi nemici, lo storico Dino Compagni, che aveva scoperte le perfide mire di coloro che lo consigliavano, ne fece parte a Giano, pregandolo di rinunciare per alcun tempo ad una pericolosa severità. «Pera piuttosto, rispose, la repubblica, ed io con lei, anzi che soffrire l'iniquità per un miserabile privato interesse, anzi che distruggere la vera libertà con vile tolleranza»[46].

[46] _Dino Compagni Cronaca de' tempi suoi, l. I, t. X, p. 475-478._

Frattanto i nemici di Giano nella nuova elezione de' priori ottennero di far cadere la scelta sopra sei de' principali capi di quella aristocrazia plebea ch'era subentrata alla nobiltà. Tosto che costoro furono in carica, aprirono innanzi al capitano del popolo un'inquisizione intorno alla condotta di Giano della Bella, accusandolo d'avere in segreto eccitata un'insurrezione, che aveva avuto luogo pochi mesi prima.

Da prima la plebe parve irritarsi per somigliante accusa; si adunò intorno alla casa di Giano esibendogli di prendere le armi in sua difesa quand'anche avesse dovuto per ciò impadronirsi della città: il fratello di Giano si recò pure collo stendardo del popolo fino ad Orsanmichele, lontano duecento passi dal palazzo della signoria. Ma Giano avvedendosi di essere tradito da coloro stessi che d'accordo con lui avevano innalzata la potenza del popolo, e che i suoi nemici erano potenti e riuniti in armi avanti al palazzo dei priori, non volle esporre la patria sua ad una guerra civile, nè presentarsi al tribunale de' giudici la cui equità eragli per lo meno sospetta. Cedette adunque ed uscì di Firenze il 5 marzo del 1294, sperando che il popolo non tarderebbe a richiamarlo; ma invece fu condannato dal capitano del popolo e morì in esilio[47]. «Fu per contumacia condannato nella persona e sbandito, e morì in esilio, e tutti suoi beni disfatti, e certi altri popolani con lui; onde di lui fu grandissimo danno alla nostra città e massimamente al popolo, però ch'egli era il più leale uomo e diritto popolano di Firenze, amatore del bene comune, e quelli che mettea in comune non ne traeva. Era presuntuoso e voleva le sue vendette fare, e fecene alcuna contro gli abati suoi vicini col braccio del comune, e forse per li detti peccati fu per le sue leggi medesime, ch'avea fatte, a torto e senza colpa per li non giusti giudicato. E nota che questo è grande esemplo a quelli cittadini, che sono a venire, di guardarsi di non volere essere signori di loro cittadi, nè troppo presuntuosi.... Di questa novitade ebbe grande mutazione e turbazione il popolo e la città di Firenze, rimanendo al governo de' popolani grossi e possenti[48]».

[47] _Machiavelli Stor. Fior. l. II. — Dino Compagni Cronaca l. I, p. 478. — Leonardi Aret. Stor. Fior. l. IV._

[48] _Gio. Villani l. VIII, c. 8, p. 350-351._

CAPITOLO XXIV.

_Pontificato di Bonifacio VIII. — Il partito guelfo si divide in due fazioni dei Bianchi e dei Neri. — I Bianchi perseguitati si uniscono ai Ghibellini._

1294 = 1303.

Appena nel precedente capitolo abbiamo avuto occasione di nominare i pontefici che governarono la Cristianità, perchè nello spazio di dieci anni la loro influenza fu quasi nulla rispetto all'Italia, sia che non potessero tra le civili rivoluzioni delle repubbliche acquistare sulle medesime quell'ascendente che avevano avuto ne' gabinetti de' principi, o sia che la successione di molti papi, che tutti morivano pochi mesi dopo la loro elezione, scemasse alla sede pontificia gran parte della sua potenza. Dopo Martino IV, Onorio IV della nobile famiglia de' Savelli di Roma, regnò due anni[49]. Attratto dalla gotta, incapace di levarsi, di sedere, d'aprire o chiudere le mani, era stato obbligato, per celebrare la messa e adempirne le funzioni, di far fare una macchina che lo alzava, lo abbassava e lo volgeva verso l'altare o verso il popolo, mentre un altro meccanismo suppliva alle sue dita per sostenere l'ostia. Pure in mezzo alle sue infermità questo papa possedeva un'eloquenza persuasiva ed uno spirito vigoroso; ma non impiegò i suoi talenti ed il suo potere che ad arricchire i Savelli di Roma suoi congiunti[50]. Dopo un interregno di alcuni mesi, gli fu dato per successore il cardinale ministro de' frati minori, che prese il nome di Nicolò IV. Questi regnò quattr'anni[51], duranti i quali pare che non si prendesse altra cura che quella di colmare di ricchezze e d'onori i Colonna di Roma, come il suo predecessore aveva fatto pei Savelli. Ne' libelli di quel tempo venne questo papa rappresentato in atto di uscire a stento da una colonna di marmo, colla testa coronata da una mitra, mentre due colonne situate innanzi a lui gli toglievano la vista degli oggetti[52]. Non si conoscono i motivi dell'affezione di questo papa verso la casa Colonna colla quale non aveva legame di sangue. Anche in quell'epoca i Colonna erano annoverati tra le antiche famiglie nobili, ma la loro potenza territoriale nel patrimonio di san Pietro ed il loro credito presso la corte pontificia non ebbero cominciamento che sotto questo papa[53].

[49] Dal giorno 2 aprile 1285 insino al giorno 3 aprile 1287.

[50] _Chron. Fr. Francisci Pipini l. IV, c. 22, t. IX, p. 727._

[51] Dal 22 febbrajo 1288 al 4 aprile 1292.

[52] In principio del susseguente secolo si vide un libro intitolato _Initium malorum_, nel quale trovavasi questa caricatura; essendovi ogni papa rappresentato con un disegno satirico che dava a conoscere il suo carattere e la sua amministrazione. _Francis. Pipini Chron. l. IV, c. 23, p. 728._

[53] La prima occasione in cui vedasi questa casa figurare nella storia d'Italia, è sotto il papato di Pasquale II l'anno 1100. Pietro della Colonna mosse guerra a questo pontefice; ed allora la di lui casa possedeva già le due terre di Colonna e di Zagarolo. _Pandulph. Pisan. Vita Pasqualis Papæ II. Scr. Ital. t. III, p. 355. — Ottavio di Agostino Istoria della famiglia Colonna. Venezia 1658 in foglio._

Alla morte di Nicolò IV tenne dietro un interregno di due anni e pochi mesi, ne' quali molti cardinali morirono di febbre occasionata dal cattivo aere della campagna romana, altri giacevano infermi della medesima malattia. Frattanto eransi manifestate sediziose sommosse in Roma e nello stato della Chiesa, le quali accrescevano l'inquietudine che un così lungo interregno cagionava di già ai fedeli. Un giorno il cardinal Latino, vescovo d'Ostia, fece un discorso nell'adunanza de' cardinali, scongiurandoli ad unirsi di sentimento per dare un capo alla Chiesa, avvertendoli a non illudersi intorno ai manifesti segni dell'ira del cielo; ed avvisandoli che un sant'uomo aveva avuta una visione nella quale tutti erano minacciati della morte, se nel termine di due mesi non si riunivano i loro suffragi per collocare un papa sulla cattedra di san Pietro. È questa senza dubbio, soggiunse ironicamente il cardinale Benedetto Gaietani, che fu poi Bonifacio VIII, «è questa una delle solite visioni del vostro Pietro di Morone. — Egli è il vero, replicò il cardinal Latino, è una rivelazione fatta a questo uomo di Dio, che i doni dello Spirito Santo fanno così degno di comandare ai fedeli[54].»

[54] _Poema in vitam Cœlestini V; Card. Sancti Georgii ad Velum Aureum, l. II, c. 1, p. 34-64; t. III. Rer. Ital. p. I, p. 626._

Queste parole ottennero sui cardinali di già scossi l'effetto d'una divina ispirazione. Coloro che non conoscevano Pietro di Morone, seppero dagli altri che questo vecchio religioso dell'ordine di san Benedetto viveva di lemosine, facendo vita eremitica sul monte di Motrone presso Sulmona nell'Abruzzo Citeriore; che colà nella miserabile sua cella macerava il suo corpo coi più rigorosi digiuni e le più austere penitenze; che la riputazione di sua santità era appoggiata ai miracoli, cui in allora davasi intera fede. Alcuni accertavano ch'era venuto al mondo vestito con un abito da monaco; altri che Gesù Cristo era disceso da una croce per cantare con lui i salmi; altri infine che una celeste armoniosa campana lo risvegliava ogni notte all'ora della preghiera[55].

[55] _Raynal. Ann. Ecclesiast. 1294, § 8, t. XIV, p. 462._

Il cardinal Latino fu il primo a dare il suo voto al venerabile eremita, ed il suo esempio fu all'istante seguito dagli altri, onde Pietro Morone fu eletto papa a pieni voti. Gli si mandarono un arcivescovo e due vescovi per partecipargli la seguìta elezione. Il povero eremita, vedendo arrivare que' prelati di un rango tanto superiore al suo, si gittò alle loro ginocchia; ed i prelati anch'essi si prostrarono chiedendo la benedizione al nuovo papa. Quando gli si potè far intendere il sorprendente cambiamento del suo stato, tentò di sottrarsi colla fuga a tanti onori; ma la gente che accorreva da ogni banda per vedere un mendico trasformato in sovrano, gli chiuse la via e lo sforzò a tornare alla sua celletta[56].

[56] _Raynald. § 10, p. 463. — Petrarca de Vita Solitaria, l. II, Sett. III, c. 18._

Il nuovo papa potè contare due re tra la folla che venne a vederlo, Carlo II re di Napoli, che già da sei anni era stato posto in libertà dagli Arragonesi mediante un trattato di pace che poi non osservò, perchè il papa lo dispensò dagli emessi giuramenti, e suo figliuolo, Carlo Martello, che aveva il titolo di re d'Ungheria per avere sposata l'erede di quel regno. I due re vollero superare le dimostrazioni di rispetto date a Pietro Morone dai loro sudditi, tenendo ambedue la briglia del suo asino quando il papa, che si fece chiamare Celestino V, fece il suo solenne ingresso nella città dell'Aquila. Ma essi con sì fatti esteriori segni di rispetto acquistarono la più grande influenza sullo spirito del nuovo pontefice. Incominciarono dal persuaderlo a non prestarsi al desiderio de' cardinali che lo stimolavano a raggiugnerli a Perugia, a Roma, o in altra città dello stato ecclesiastico. Celestino V, malgrado le loro preghiere, fissò la sua residenza all'Aquila, poscia in Napoli. Poco dopo, Carlo ottenne da lui la nomina di dodici nuovi cardinali, niuno de' quali nato nello stato della Chiesa, essendo tre delle due Sicilie e sette francesi: e questa promozione può risguardarsi come la prima causa del traslocamento della santa sede in Avignone[57].

[57] _Vita Cœlest. V, a Card. Sancti Georgii, l. III, c. 8, t. III, p. 636._

Non tardò Celestino a dare le più luminose prove della sua assoluta incapacità nel governo della Chiesa; convincendo coloro che potessero ancora dubitarne, che le virtù negative dì un eremita, l'astinenza, la penitenza, la non curanza del mondo e de' suoi interessi non sono qualità che si convengano al sovrano di uno stato, o anche al supremo direttore delle coscienze di tutta la Cristianità. I ministri che lo avvicinavano, l'ingannavano ogni giorno rispetto alle grazie che gli facevano distribuire. Talvolta accordava lo stesso beneficio a quattro o cinque persone, non ricordandosi mai d'averlo già ad altri conceduto: talvolta concedeva indulgenze tanto plenarie e così facilmente acquistate, che scandalizzavano la Cristianità; e non di rado si ostinava a non voler occuparsi degli affari. Chiudevasi allora in una cameretta che aveva fatta fabbricare nel suo palazzo, e durante una delle quattro quaresime ch'egli aveva poste sul suo calendario, non voleva vedere chicchesia, occupandosi esclusivamente degl'interessi della sua anima[58].

[58] _Ptolomeus Lucensis Hist. Eccles. l. XXIV, c. 31. p. 1200, Script. Rer. It. t. XI._