Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 3

Chapter 33,609 wordsPublic domain

La critica del cavalier Flaminio intorno agli storici di quest'avvenimento è parziale e passionata; quindi approfittandoci del suo lavoro non l'abbiamo interamente adottato. Abbiamo specialmente appoggiato il nostro racconto sopra un frammento della storia pisana scritto da un contemporaneo in dialetto pisano ed impresso _Scr. Rer. Ital. t. XXIV, p. 649-655_. Ci spiace di dover dire che questo frammento dà a credere che il supplicio del conte sia stato una specie di tortura per forzarlo a pagare un'ammenda di cinquemila fiorini, cui era stato condannato. Abbiamo pure approfittato assai della cronaca di Pisa scritta del 1536 _Script. Etruriæ t. I, p. 557-584_. La citiamo talvolta sotto il nome di falso Marangoni, perchè ci pare che il cavalier Flaminio abbia dimostrato non essere altrimenti opera di Bernardo Marangoni cui viene attribuita. Siccome non cade dubbio intorno alla data ed alla autenticità, il nome non interessa gran fatto. Ma non sono queste le nostre sole autorità; noi le abbiamo sempre confrontate col racconto assai circostanziato di _Gio. Villani l. VII, c. 120 e 127, p. 320-324_; colla cronaca pisana scritta ne' primi anni del quindicesimo secolo: _Sc. It. t. XV, p. 979_, e coi commenti fatti a Dante da Benvenuto da Imola _An. It. t. I, p. 1140_. Per ultimo abbiamo pur letto il frammento di storia pisana di Guido di Corvaria contemporaneo, _t. XXIV, p. 694. — Doria continuatore di Caffaro, Ann. Genuens, l. X, p. 593-595. — Leon. Aret. Istor. Fior._ fine del terzo libro. — _Cronica di Paolin di Piero_, fiorentino contemporaneo, _Script. Etrur. t. II, p. 42. — Ubert. Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 396. — Marchione di Coppo de Stefani_, pure contemporaneo, sconosciuto al caval. Flaminio. — _Delizie degli Eruditi Toscani t. VIII, l. III, Rub. 164, p. 33._ Per non interrompere la storia delle rivoluzioni pisane, abbiamo lungo tempo omesso di parlare delle cose di Napoli e di Sicilia che ne' medesimi anni provarono grandi rivoluzioni. I due re rivali, Carlo d'Angiò e Pietro d'Arragona, eransi obbligati, come l'abbiamo detto, a trovarsi il 15 maggio del 1283 a Bordeaux, cadauno accompagnato da cento cavalieri per decidere in campo chiuso la lite, e la validità de' loro diritti sul regno di Sicilia. Martino IV erasi opposto a questo combattimento giudiziario, che risguardava ad un tempo come impolitico e come irreligioso. Altronde Edovardo, re d'Inghilterra, che doveva guarentire il luogo della battaglia, vi si rifiutò, dichiarando in una sua lettera, tuttora esistente, che non darebbe per tale oggetto sicurezza in verun luogo de' suoi dominj, quand'anche dovesse con ciò guadagnare i due regni d'Arragona e di Sicilia[22]. Non per questo Carlo d'Angiò si preparò alla pugna con minore passione; ed il giorno prefisso, Filippo l'ardito, re di Francia, s'avanzò fino ad un giorno di cammino da Bordeaux con un magnifico seguito di signori ed un corpo di tre mila uomini d'armi, mentre Carlo entrò in città accompagnato dai cento cavalieri che dovevano combattere con lui. Allora il re d'Arragona dichiarò che il campo chiuso non era bastantemente guarentito, che non eravi per lui sufficiente sicurezza avanzandosi fino a Bordeaux, finchè l'armata del re francese trovavasi in tanta vicinanza, e che non mancherebbe di recarvisi tosto che Filippo farebbe ritirare le sue truppe. Aggiungono molti che vi andò in persona il 15 maggio per soddisfare al suo giuramento, e che travestito si presentò al siniscalco d'Inghilterra, dichiarando ch'egli non si vedeva in Bordeaux abbastanza sicuro, onde si teneva sciolto della sua promessa; dopo di che ripartì di galoppo facendo novanta miglia sulla strada d'Arragona senza prendere riposo[23].

[22] _Rymer Fœdera, Conventiones, ec. t. I, p. 239._ Raccolta pubblicata per ordine di Anna Regina d'Inghilterra. — _Giannone Stor. Civile l. XX, c. 7, t. III, p. 82._

[23] _Gio. Villani l. VII, c. 86, p. 296._ — Il ristretto di Curita dà i nomi de' cento cavalieri di Carlo, e di tre che accompagnarono il re Pietro fino a Bordeaux. _Hisp. illust. t. III, p. 124._ — Guglielmo di Nangì dubita della venuta del re d'Arragona. _Gesta Philippi III Audacis in Script. Franc. Hist. t. V, p. 542. — Marianna Hist. de las Españas l. XIV, c. 6, p. 623. — Murat. Antiq. Ital. t. III, Dissert. XXXIX, p. 649 e seguenti._

Il divieto papale, l'assenza del re d'Inghilterra che doveva presiedere alla pugna, e la vicinanza dell'armata francese, erano certamente plausibili motivi per rifiutarsi d'entrare in campo chiuso; ma pare che Pietro fosse contento di avere trovati questi pretesti per non procedere ad un combattimento, i di cui apparecchi gli avevavo fatto guadagnare il tempo che gli abbisognava. Prima che giugnesse il giorno del combattimento, il papa per non pregiudicarsi, lasciando alla decisione delle armi una causa che credeva devoluta al suo tribunale, pronunciò in data del 15 marzo una sentenza di deposizione contro Pietro d'Arragona; dichiarando che non solamente Pietro d'Arragona non aveva alcun diritto sul regno di Sicilia, ma che in pena dell'averlo occupato con frode e in disprezzo della protezione della Chiesa e delle proprie obbligazioni verso san Pietro, di cui era vassallo, veniva privato del suo regno ereditario d'Arragona, ed i suoi stati abbandonati al primo che gli occupasse. In appresso quando Martino IV ebbe avviso che Pietro aveva mancato al combattimento, e che i re di Francia e di Napoli, risguardandosi come beffati da lui, erano fieramente sdegnati, confermò la sua sentenza di deposizione, ed investì del regno d'Arragona Carlo di Valois secondo figlio del re Filippo[24].

[24] _Raynald. Ann. Eccles. l. XIV, § 15-22, p. 342. Bulla depositionis Petri Arragon. 12 cal. aprilis. Urbevateri Altera 6 cal. sept. ap. Rayn. 1283, § 25 e seg., p. 344._

Tutte le indulgenze della Chiesa, e tutti i suoi favori furono promessi a coloro che ajuterebbero la casa di Francia nella conquista di questo nuovo regno; e si giunse perfino a predicare una crociata in favore di Carlo di Valois. Ma perchè i principi francesi avevano più a cuore la Sicilia che l'Arragona, il re Carlo nel presente anno non si occupò che degli apparecchi necessarj per far l'impresa di quell'isola; e nel mese di maggio del 1284 partì dai porti di Provenza alla volta di Napoli con cinquantacinque galere armate e tre grosse navi cariche di truppe.

Ruggeri di Loria, grande ammiraglio di Sicilia, avendo avviso della vicina venuta di Carlo, si recò in faccia a Napoli con quarantacinque galere, dopo avere corse le coste del principato per provocare alla battaglia Carlo detto lo Zoppo, principe di Salerno, e figliuolo del re, che governava il regno in assenza del padre. Questo principe non sostenne gli oltraggi de' Siciliani e de' Catalani che accusavano i Francesi di codardia; fece mettere alla vela venticinque galere che teneva nel porto, e andatovi a bordo con tutti i suoi cavalieri francesi e provenzali, si fece incontro all'ammiraglio siciliano, malgrado il comando espresso del padre che gli vietava di combattere. In fatti egli era troppo debole da cimentarsi con quell'ammiraglio, il più esperto e fortunato del suo secolo; i suoi soldati erano similmente in numero e in zelo minori di quelli del Loria, e meno avvezzi al mare: perciò dopo il primo attacco, fuggirono le galere di Sorrento e del principato, facendo forza di remi. Furono dalla flotta siciliana prese otto navi francesi sulle quali trovavasi lo stesso principe con tutti i suoi più ricchi baroni.

Accadde che, mentre Ruggeri di Loria manovrava in parata, dopo così glorioso fatto, innanzi al porto di Napoli, credendo gli abitanti di Sorrento che quella battaglia deciderebbe della sorte della casa Angioina, spedirono deputati all'ammiraglio per complimentarlo ed offrirgli frutta e denaro. I deputati, saliti sulla nave dell'ammiraglio, e veduto il principe Carlo riccamente vestito in mezzo a' suoi baroni, credettero che fosse Ruggeri di Loria, onde prostrati innanzi a lui gli offrirono i fichi e le duecento monete d'oro che avevano portato, e gli dissero: «Messere l'ammiraglio, aggradisci dal comune di Sorrento queste frutta e queste monete, e sappi che noi fummo i primi a dare a' tuoi nemici il segno della fuga. Piacesse a Dio, che come prendesti il figliuolo, così avessi tu preso anche il padre.» Carlo, quantunque afflitto da tanta sciagura, non potè trattenersi di ridere dell'equivoco: «Per Dio, gridò, guarda sudditi fedeli a monsignore il re[25]!»

[25] _Gio. Villani l. VII, c. 92, p. 301._

Carlo d'Angiò si sforzò di non mostrarsi abbattuto dall'avviso di questa disfatta, che ricevè quasi subito, trovandosi la sua flotta innanzi a Gaeta il giorno dopo la battaglia: ma si vendicò del poco affetto che gli aveano mostrato i Napoletani, facendone appiccare più di centocinquanta; colla quale crudele esecuzione pretendeva d'aver fatto grazia a Napoli, che a suo credere meritava d'essere distrutta. Fissò per luogo di unione delle sue tre flotte di Provenza, di Salerno e di Puglia, Concione in Calabria; ed egli andò per terra a Brindisi per affrettare l'armamento dell'ultima.

Frattanto il papa, sulla domanda del re Carlo, aveva spediti due cardinali in Sicilia per conferire coi ribelli, e liberare se era possibile l'unico suo figliuolo, loro prigioniero. Carlo sotto il peso delle traversie, che da due anni lo perseguitavano incessantemente, aveva alquanto perduto di quel fermo ed intrepido carattere che aveva sempre mostrato, e di quella confidenza nella propria fortuna, cui più che a tutt'altro era debitore delle altre sue qualità. Quantunque avesse sotto i suoi ordini una flotta di centodieci vascelli, si lasciò aggirare dai negoziati de' Siciliani, e passò l'estate senza far nulla. La mancanza di vittovaglie e l'avvicinarsi dell'equinozio l'obbligarono a tornare a Brindisi. Nell'inverno andò in Puglia, ammassando danaro, vittovaglie ed uomini, per rinnovare in primavera la guerra con maggior vigore; ma un amaro presentimento della sua rapida decadenza e del trionfo di nemici che aveva prima disprezzati, lo rodevano internamente. Lo sforzo che egli faceva per comprimere il suo dolore ed il suo scoraggiamento, guastavano la sua salute; sicchè cadde finalmente infermo a Foggia. Le ultime sue parole furono dirette all'ostia sacra nell'atto di ricevere la comunione nel suo letto della morte. «Signore Iddio, diss'egli, io credo veramente che tu sei il mio salvatore, onde ti prego ad aver pietà della mia anima. E così com'io feci la conquista della Sicilia più per servire alla santa Chiesa, che pel mio interesse, o per altra cupidigia, tu perdonami i miei peccati[26].» Morì poco dopo il giorno 7 di gennajo del 1285 in età di sessantacinque anni, dopo averne regnato diecinove in Napoli. Malgrado la testimonianza che rendeva a sè medesimo negli ultimi istanti di vita, non possiamo facilmente credere che un uomo tanto ambizioso e crudele non avesse altro scopo nelle ingiuste conquiste che costarono tanto sangue, che la gloria di Dio.

[26] _Gio. Villani l. VIII, c. 93 e 94, p. 302 e 303._

La sua morte precedette di poco quella de' principali monarchi, che come suoi amici, o rivali, avevano con lui travagliata l'Europa. Filippo V l'ardito, dopo una rovinosa campagna in Arragona, morì a Perpignano il 6 ottobre dello stesso anno; Pietro d'Arragona cessò di vivere a Barcellona l'otto di novembre per le ferite avute nella stessa campagna; e Martino IV, fedele creatura e cieco strumento di Carlo, era morto il 25 marzo dello stesso anno a Perugia.

Il principe di Salerno, erede del regno, trovavasi prigioniero degli Arragonesi, che dalla Sicilia lo avevano trasportato in Catalogna; sicchè fu il suo figlio primogenito, allora in età di soli dodici in tredici anni, che prese possesso del regno sotto la direzione di Roberto conte d'Artois, suo cugino, e d'un consiglio di baroni francesi. In tale occasione papa Onorio IV, successore di Martino, pubblicò una bolla intorno al governo del regno e per riformare gli abusi che vi si erano introdotti[27]. D'altra parte don Giacomo, il secondo figliuolo di Pietro d'Arragona, fu incoronato re di Sicilia, mentre il fratello maggiore ereditava gli stati paterni nelle Spagne: e la lotta del mezzo giorno d'Italia che aveva cominciato a guisa d'una guerra di giganti, si prolungò molti anni fra deboli principi, i di cui fatti più non meritano l'attenzione dell'Europa.

[27] Quest'ordinanza o capitolare viene riportato dal Giannone, _Stor. Civile l. XXI, c. 1_.

La debolezza della casa d'Angiò agevolò alla repubblica fiorentina i mezzi d'impadronirsi dell'amministrazione della parte guelfa fin allora diretta dal re di Napoli, e di chiamare a sè i negoziati di tutta la fazione. Ma la repubblica fiorentina in tempo che acquistava tanta influenza sulle altre province d'Italia, non era meno delle repubbliche sue rivali travagliata da intestine discordie. Lo zelo che i Fiorentini mostrarono in favore della loro patria, cui, sacrificando vita ed averi, innalzarono ad un grado di potenza assai superiore alle loro ricchezze ed alla popolazione, era un risultamento del loro amore di libertà, di quella sediziosa democrazia che, solleticando l'amor proprio e le passioni d'ogni classe di persone, le rendeva tutte energiche e valorose.

L'anno 1282 fu quello in cui i Fiorentini fissarono quella forma di governo che poi mantennero fino alla caduta della repubblica, e della quale sussistono anche al presente alcune istituzioni. Io intendo parlare dei priori delle arti e della libertà, il cui collegio ebbe il nome di _Signoria_. Il governo di Firenze, dopo che il cardinal Latino vi potè stabilire la pace interna, venne affidato a quattordici savj, otto guelfi e sei ghibellini. Da questa forma di reggimento, il di cui potere esecutivo era affidato ad un consiglio troppo numeroso per agire di perfetto accordo, ad un consiglio che fino dalla sua istituzione medesima aveva in sè gli elementi della discordia e dove regnava lo spirito di parte, pareva derivarne danno allo stato: inoltre la gelosia della plebe verso i grandi riusciva pure pregiudicevole a questo collegio, ove trovavansi molti gentiluomini; e perciò si andava dicendo che d'una repubblica mercantile dovevano averne l'amministrazione i soli mercanti. Quindi i Fiorentini verso la metà di giugno del 1282 istituirono una nuova magistratura affatto democratica, i di cui membri ebbero il titolo di priori delle arti, per indicare che l'assemblea de' primi cittadini d'ogni mestiere rappresentava tutta la repubblica. Nella prima elezione non furono ammessi tutti i mestieri indistintamente alla prerogativa di dare i capi allo stato. La prima volta ebbero quest'onore tre sole arti, risguardate come le più nobili; ma nella seconda elezione (cioè due soli mesi dopo, perchè l'elezioni dovevano rinnovarsi tutti i due mesi) si raddoppiò il numero de' priori, onde ognuna delle sei arti maggiori, a cadauna delle quali corrispondeva un quartiere della città, avesse il suo priore. L'arte dei giudici e de' notaj, che per altri rispetti aveva parte nel governo, fu la sola non chiamata a dare priori alla repubblica.

Tutto il potere esecutivo e la rappresentanza dello stato fu data a sei priori. Per tenerli uniti ed accrescerne la vicendevole benevolenza, furono chiamati a vivere insieme, spesati dal pubblico ed alloggiati nel suo palazzo. Finchè rimanevano in carica non si permetteva loro d'uscire di palazzo, diventato ad un tempo carcere pei priori e fortezza per lo stato[28]. Ma o sia affinchè questa vita interamente pubblica non tenesse troppo tempo lontani i mercanti dai loro affari, sia perchè non avessero tempo di maturare ambiziosi progetti e di aspirare alla tirannide, o perchè si facesse luogo ad un maggior numero d'aspiranti, la durata d'ogni signoria fu fissata a due mesi, dopo i quali, coloro che uscivano di carica, non potevano nè raffermarsi, nè rieleggersi se non passati due anni[29]; di modo che il governo rinnovavasi tutt'intero sei volte all'anno nella repubblica fiorentina, ed in tutte le altre che tosto ne adottarono la costituzione.

[28] _Gio. Villani l. VII, c. 78, p. 279._

[29] Ciò chiamavasi il _Divieto_. Vedansi gli statuti fiorentini raccolti del 1415 e stampati in Firenze del 1787 sotto la data di Friburgo in 3 vol. in 4º.

I priori uniti ai capi ed ai consigli di tutte le arti maggiori e ad un determinato numero d'aggiunti che sceglievano essi medesimi in tutti i quartieri della città, eleggevano i nuovi priori. Questo consiglio d'elezione nominava a squittinio segreto ed a pluralità di suffragi. In seguito si fecero eleggere da una commissione, o _balìa_, tutti gl'individui che dovevano successivamente per tre o per cinque anni esercitare il priorato, facendone dipendere l'ordine dalla sorte. Siccome molti gentiluomini erano mercanti, e facevano parte delle arti e mestieri, non furono a principio esclusi dalla signoria; ma un governo di mercanti, lo spirito di corpo e la gelosia di quest'ordine di cittadini doveva provocare, e provocò ben tosto l'esclusione assoluta di tutti i gentiluomini dalle cariche del governo.

L'anno susseguente i Sienesi, imitando i Fiorentini, abolirono il consiglio de' quindici magistrati che governava la loro città, e vi sostituirono la nuova signoria, che chiamarono i _nove governatori e difensori della comunità e del popolo di Siena_, o più brevemente, i _nove_. Come i priori di Firenze, furono ancor essi uniti nello stesso palazzo, e nudriti alla medesima mensa, fissata la durata delle loro funzioni a due mesi, e scelti nell'ordine de' mercanti, essendone assolutamente esclusi i nobili. Questo modo di limitare la scelta ad una sola condizione, che pure non era la principale dello stato, diede origine ad una nuova oligarchia, ad una oligarchia plebea, che in Siena chiamossi l'ordine dei _nove_, perchè i mercanti che si erano appropriato il governo, escludendone i nobili ed il popolo, formarono in seguito un registro dei nomi delle famiglie che stimavano ammissibili all'elezione dei nove difensori. Gl'iscritti su questo registro formarono a Siena una casta particolare non meno orgogliosa della nobiltà, non meno ambiziosa, non meno avida del potere esclusivo, e perciò non meno di quella esposta alla gelosia del popolo e spesso alle sue persecuzioni[30].

[30] _Andrea dei Cron. Sanese ad an. 1283, t. XV, p. 38. — Malavolti Stor. di Siena p. II, l. III, fol. 50._

La gelosia del popolo verso la nobiltà aveva fatta nascere anche in Arezzo una somigliante rivoluzione; ma perchè questa città era meno popolata, ed i nobili proporzionatamente più forti e protetti dal vescovo Guglielmo degli Ubertini, del 1287 fecero nascere una controrivoluzione, la quale, rimettendo nelle loro mani tutto il governo, li consigliò a dichiararsi pel partito ghibellino che in tale epoca era oppresso in tutta la Toscana. I gentiluomini ed i Ghibellini perseguitati rifugiaronsi in Arezzo; perchè i Fiorentini, i Sienesi e tutta la lega guelfa, vedendo innalzarsi in tanta vicinanza lo stendardo dell'aristocrazia e del partito ghibellino, dichiararono la guerra a quella città[31].

[31] _Cron. Aret. di Ser Gorello_ in terza rima _t. XV, c. 3, p. 822. — Gio. Villani l. VII, c. 109, 114, p. 314_ ec. — _Leon. Aret. l. III, p. 102._

Del 1288, poco dopo quella d'Arezzo, scoppiò la rivoluzione di Pisa, della quale si è detto di sopra in questo capitolo: il conte Ugolino fu gettato in prigione, e la repubblica dichiarossi pel partito ghibellino, cui il popolo aveva in ogni tempo segretamente aderito. E per tal modo due prelati, Ruggeri degli Ubaldini arcivescovo di Pisa, e Guglielmo degli Ubertini vescovo d'Arezzo, trassero di concerto nel medesimo tempo le due città alle spirituali loro cure affidate nella fazione opposta alla Chiesa. Per altro i Pisani, per essere più in istato di sostenere la guerra loro dichiarata dalla lega toscana, chiamarono il conte Guido di Montefeltro, e lo nominarono loro capitano. Aveva costui acquistata opinione di valoroso guerriero nella difesa di Forlì contro il conte d'Appia, ma in appresso era stato obbligato a pacificarsi colla Chiesa, ed a ritirarsi in Piemonte nella città d'Asti assegnatagli come luogo del suo esilio.

Nel 1289 la fortuna non mostrossi egualmente favorevole alle due città ghibelline nella guerra ch'ebbero a sostenere contro la lega toscana: gli Aretini, dopo essere rimasti vittoriosi dei Sienesi, furon rotti dai Fiorentini a Certomondo presso di Campaldino nel Casentino il giorno 11 giugno del 1289, perdendo due mila quattrocento quaranta uomini tra morti e prigionieri. Contavasi tra i primi il vescovo Guglielmo degli Ubertini, il fiore della nobiltà aretina, ed i principali ghibellini emigrati da Firenze. Ma coloro che salvaronsi dalla strage, essendo entrati in Arezzo, posero la città in tale stato di difesa, che l'armata combinata di Firenze e di Siena non potè impadronirsene[32].

[32] _Gio. Villani l. VII, c. 130, 131, p. 326-330. — Dino Compagni, Cronaca delle cose de' tempi suoi t. IX, p. 475._ Quest'ultimo descrive la battaglia come uno che v'ebbe parte.

Intanto i Pisani condotti dal bravo conte di Montefeltro, malgrado l'infinita superiorità de' nemici, tra i quali contavansi pure il giudice di Gallura, i partigiani del conte Ugolino e tutti i Guelfi fuorusciti di Pisa; e malgrado che i Genovesi ritenessero undici mila valorosi pisani nelle loro prigioni, trattarono la guerra quasi sempre con prospero successo, ricuperando per sorpresa o di viva forza quasi tutte le castella del loro territorio[33]. Il conte ch'era stato ad un tempo nominato podestà e generale delle armate per tre anni col soldo di dieci mila fiorini all'anno e con obbligo di seco condurre cinquanta uomini d'armi e trenta scudieri, incominciò dal cambiare l'armatura dell'infanteria; indi formò un corpo di tre mila balestrieri, che diligentemente addestrò all'armi per lo spazio di due mesi; talchè quei pedoni, risguardati fin allora come truppe di niun conto, diventarono formidabili alla stessa cavalleria, e sotto alla sua condotta ebbero fama d'essere i migliori balestrai di Toscana[34]. In appresso pose su tutti i cittadini un'imposta di guerra per assoldare in comune un corpo di cavalleria; e mantenendo viva corrispondenza con quasi tutte le castella del vicinato, colla rapidità delle sue manovre, e coi suoi prosperi successi, impose in modo alla lega toscana de' Guelfi, che l'anno 1293 dovette accordare alla repubblica pisana onorevole pace. I Fiorentini ottennero franchigia da ogni gabella nel porto di Pisa; i Guelfi furono rimessi in possesso de' loro beni, e, tranne poche castella lasciate ai Lucchesi, la repubblica di Pisa ricuperò i suoi antichi confini[35].

[33] _Gio. Villani l. VII, c. 140, p. 335, 147, 369._

[34] Frammenti d'un anonimo pisano contemporaneo, _t. XXIV, p. 655 e seg._

[35] _Cronica di Pisa anonima t. XV, p. 980-982. — Falso Marangoni Cronica di Pisa p. 597._