Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 22

Chapter 223,265 wordsPublic domain

Cremona era stata ruinata dall'imperatore Enrico VII e non erasi più rialzata dal colpo allora ricevuto: il territorio di questa città era affatto aperto, atterrate le fortificazioni de' suoi castelli e villaggi; e nella crudel guerra ch'eransi fatte in quest'epoca le nemiche fazioni, aveva la città medesima perdute in gran parte le sue ricchezze e la sua popolazione. Cane della Scala, signore di Verona, e Passerino dei Bonacorsi, signore di Mantova e di Modena, progettarono di sottomettere questa città e quelle di Parma e di Reggio. Erano tutte tre governate dal partito guelfo e sembravano situate a posta loro. Convennero di dividerle tra di loro, ed attaccarono prima delle altre Cremona, siccome la più debole e la più vicina[338]. Durante l'estate del 1315, guastarono il territorio cremonese, occuparono molti villaggi che non poterono resistere, altri ne presero d'assalto, trucidandone gli abitanti. I Cremonesi tormentati dalla fame e dalla miseria, col nemico alle porte, perciocchè Cane si era innoltrato fino al sobborgo di Cossa, e col territorio tutto guasto, tranne pochissimi villaggi, erano inoltre agitati da intestine discordie. Il popolo attribuiva ai grandi le sventure della repubblica ed andava dicendo che per mettere fine alle loro dissensioni conveniva dare un capo allo stato; che per difendere i popoli dall'attuale maniera di trattare la guerra, non era vi che il governo d'un solo; che Verona, Parma, Mantova, Milano, quasi tutte le città della Lombardia, offrivano un esempio ch'era omai tempo d'imitare; che tornerebbe minore vergogna ai Cremonesi dall'ubbidire ad un loro concittadino, che a Cane o a Passerino; e che un principe potrebbe solo far cessare gli odi che avevano fatto spargere tanto sangue e mandare in esilio tanti cittadini.

[338] _Albertini Mussati de gest. Ital. l. VII, R. 19, p. 675. — Campi Cremona Fedele, l. III, p. 89._

Frattanto il partito repubblicano cercava di protrarre l'esecuzione di così funesto consiglio; ed alla testa degli amici della libertà Ponzino Ponzoni, capo dei Ghibellini, andava ripetendo che preferiva di vedere la sua patria preda delle fiamme, piuttosto che sotto il giogo di un tiranno[339]. Malgrado la sua resistenza scoppiò tra la plebe una sedizione il 5 settembre del 1315. Giacomo marchese Cavalcabò fu condotto al pretorio dai sediziosi e proclamato signore della città. Gli amici della libertà si ritirarono ne' villaggi e gli eccitarono alla sommossa: Ponzino Ponzoni, citato da Cavalcabò a tornare in città, rispose; «non aver fin allora combattuto contro i nemici dello stato che per sottrarsi alla servitù; e non sapere adesso quale motivo potrebbe mettergli le armi in mano contro gli stranieri, mentre la scure della tirannide stava sospesa sopra tutte le teste; che per ultimo non riconosceva altra patria che Cremona libera.» L'opposizione del Ponzoni a questa infelice risoluzione non tardò ad essere giustificata dagli avvenimenti; dopo sei mesi le guerre civili forzarono il marchese Cavalcabò a rinunciare la signoria tra le mani di Giberto da Correggio; le guerre esterne colmarono la miseria di Cremona; ed il giorno 17 gennajo del 1322, impadronitosene Galeazzo Visconti, la riunì alla signoria di Milano[340].

[339] _Alberici Mussati de Gest. Ital. l. VII, Scr. Rer. It. 20. p. 667._

[340] _Ludov. Cavitelius Cremon. Annales, apud Graevium t. III, p. 1367._

Molte delle città della Lombardia e della Marca erano governate dai signori, senza per altro avere rinunciato ad ogni desiderio di libertà. Tante violenze erano state commesse in nome dei due partiti guelfo e ghibellino, accesi tanti odj, tante vendette provocate, che il primo desiderio dei cittadini e specialmente dei gentiluomini, era il trionfo della propria fazione e la proscrizione degli avversarj. Una selvaggia indipendenza era per loro preferibile alla libertà; essi misuravano i loro diritti colle loro forze, e non supponevano che potessero essere limitati dalle leggi. Nelle città poste nel centro della Lombardia, in mezzo a quelle vaste campagne che avevano dato tanto vantaggio alla cavalleria dei gentiluomini sopra l'infanteria de' borghesi, in Cremona, Crema, Lodi, Piacenza, Pavia, Parma, Modena e Reggio, non eravi durevole tirannide assicurata ad una sola casa, perchè l'eguaglianza delle forze dei due partiti guelfo e ghibellino, non lasciava a veruna usurpazione il tempo di consolidarsi; ma non perciò eravi maggior libertà che altrove. Ogni anno veniva contraddistinto da qualche nuova rivoluzione; per altro soltanto cambiavansi gli uomini senza che il governo lasciasse mai d'essere militare e dispotico. A popoli divisi in partiti che mai non posavano le armi, erano necessari capi assoluti, e quand'ancora proclamavansi talora i nomi di libertà e di repubblica, e ripetevansi per le contrade il grido di _popolo, popolo_, per iscacciare un tiranno diventato esoso ai cittadini, non per ciò si ristabiliva un libero governo. I consigli non erano organizzati con abbastanza di forza perchè potessero ricuperare la sovranità, non conoscevasi omai che l'autorità degl'individui, e gli atti arbitrari non venivano più risguardati dai cittadini quale violazione dell'ordine sociale; non credevano illegale tutto quanto non era ingiusto; ed applaudivano sempre ai podestà ed ai giudici che castigavano i colpevoli, quand'ancora l'amministrazione della giustizia era nelle loro mani diventata arbitraria, e che disprezzavano tutte le forme prescritte dalle leggi andate in dissuetudine.

Per altro allorchè qualche vittoria faceva entrare un capo di parte in una di queste città, sebbene i suoi partigiani lo rivestissero del potere militare e delle attribuzioni giudiziarie de' podestà, non però doveva trovare abbastanza soddisfatta la sua ambizione: i suoi partigiani volevano essere troppo indipendenti; i suoi nemici, quantunque esiliati, non cessavano di essere pericolosi, tenendosi sempre armati; l'esempio de' suoi predecessori e de' vicini lo avvertiva che l'autorità sovrana era di breve durata, e che, lungi dal poterla trasmettere ai suoi figliuoli, non potrebbe conservarla egli medesimo fino alla morte. Tale incerta situazione eccitava tutte le passioni di un ambizioso, il quale, dopo essersi innalzato coi talenti militari, cercava di assicurarsi l'usurpata autorità con una politica, ora perfida, ora crudele. Il marchese Cavalcabò a Cremona, Alberto Scotto a Piacenza, Venturino Benzone a Crema, Giberto da Correggio a Parma, Matteo Visconti a Milano, Manfredi Beccaria e Filippone di Langusco a Pavia, ed altri venti tiranni occupavansi sempre di così fatte trame. Abbiamo abbandonate le particolarità degli oscuri loro complotti, che altro non sono che una lunga serie di tradimenti. Le frequenti ripetizioni degli stessi atti di slealtà avevano accostumati i tiranni a non vergognarsene, i popoli a non maravigliarsene: l'arte di tradire riputavasi abilità, e la crudeltà un utile mezzo d'ispirar timore. Pure non è che in mezzo ad una società virtuosa che il delitto può condurre con maggior sicurezza al principato; perciocchè quando tutti disprezzano egualmente la morale, il tradimento punisce il tradimento; il delinquente riclama invano a favore del nuovo suo stato la guarenzia sociale ch'egli stesso ha distrutta; ogni colpevole può rimproverarsi d'avere gratuitamente violate le leggi protettrici di tutti; e la perdita del sentimento e della venerazione della giustizia trae seco la perdita per tutto il popolo d'ogni prosperità.

Le città del centro della Lombardia erano in allora, non v'ha dubbio, le più infelici dell'Italia: governate con una mano di ferro da signori di breve durata che ispirare non potevano che orrore o disprezzo, vedevano continuamente il loro territorio in preda alla guerra civile: molte castella mantenevansi sempre ribelli contro la capitale; gli emigrati che vi si rifugiavano, uscivano frequentemente per guastare le campagne ed abbruciare le messi, e si trovava più facile il punire questi saccheggi colle rappresaglie, che non il reprimerli col mezzo delle armi. Non conoscevasi l'esempio di verun signore che avesse potuto conservare più di dieci anni la signoria d'una città; ed ogni rivoluzione, preceduta da una zuffa che costava la vita a molti cittadini, era accompagnata dall'esilio e dalla ruina di tutto un partito, di cui venivano confiscati i beni e spianate le case.

Non pertanto in mezzo a tanti disastri la popolazione non diminuiva sensibilmente, nè spegnevasi affatto l'energia nazionale. Eravi troppa vita in tutte queste zuffe, troppe passioni in movimento perchè ogni individuo non sentisse il bisogno di sviluppare tutto il suo essere, di fidarsi alle forze proprie, piuttosto che a quelle della società, e di conservare la sua morale indipendenza sotto la servitù politica. L'avvenire che sotto un despotismo stabilito non presenta veruna mutazione ad un padre di famiglia, ne offriva mille tra le rivoluzioni di questi tiranni di un giorno. Tutti i cittadini invidiavano non solo la sorte di quelle repubbliche in cui la costituzione guarentiva la sicurezza colla libertà, ma perfino la sorte degli stabili principati, ne' quali almeno godevasi il riposo; ma per altro restava loro almeno la speranza, mentre non vi è più speranza sotto un despotismo costituito.

Contavansi di già alcune città ove qualche famiglia aveva stabile signoria, e dove l'ereditaria successione di due o tre generazioni pareva averne legittimato il dominio. La casa d'Este regnava a Ferrara dall'epoca dello scacciamento dei Salinguerra e della disfatta dei Ghibellini, accaduta del 1240, fino alla morte d'Azzo X nel 1308[341]. A quest'epoca venne spogliata della sua sovranità dai Veneziani e dal papa, che da prima avevano in qualità d'ausiliari preso parte in una disputa di successione. Frattanto i marchesi d'Este furono richiamati del 1317 alla sovranità di Ferrara dall'attaccamento del popolo. Una casa meno illustre, quella de' Bonacorsi, erasi impadronita nel 1275 della sovranità di Mantova, e dopo averla conservata cinquantatre anni, cedette il posto ai Gonzaga, che seppero mantenersene signori più lungo tempo d'assai. Martino della Scala erasi innalzato in Verona al supremo potere, del 1260, sopra le ruine della casa da Romano, e sebbene del 1277 fosse stato ucciso dai congiurati, la sovranità come una eredità legittima passò a suo fratello, indi ai figli del fratello. L'anno 1275 Guido Novello da Polenta era stato dichiarato signore di Ravenna, che senza nuove rivoluzioni restò in potere della sua famiglia. Finalmente la casa da Camino succedeva a Treviso, Feltre e Belluno alla famiglia d'Ezelino di cui era stata sì lungo tempo rivale. Eranvi dunque in Italia alcuni esempi d'una monarchia ereditaria riconosciuta dai popoli e che conservavasi piuttosto col loro tacito consenso che colla forza.

[341] Di già l'anno 1208 Azzo VI era stato onorato del titolo di signore di Ferrara da una elezione dei Guelfi di questa città; ma per lo spazio di trentadue anni egli ed i suoi figliuoli ne disputarono la sovranità alla famiglia dei Salinguerra, senza potersi solidamente stabilire.

Ma queste dinastie, in allora risguardate come antiche in confronto delle altre, erano ancora nuove paragonate all'ordinaria durata degl'imperj. Le più non erano giunte alla terza generazione; il principe non poteva dispensarsi d'essere soldato, veniva educato in mezzo alle armi ed era forzato di governare egli stesso sotto pericolo d'essere balzato dal trono dal favorito cui si fosse confidato. La casa d'Este non venne spogliata de' suoi stati che per essere, siccome più antica delle altre, la più corrotta di tutte. Soltanto cinquant'anni dopo noi vedremo regnare que' tiranni voluttuosi, deboli, pusillanimi, indegni successori de' guerrieri fondatori delle loro dinastie.

Taluno di questi piccoli principi accordò ben tosto la sua protezione ai letterati. Fino nel precedente secolo i marchesi d'Este avevano chiamato alla loro corte i trovatori ed i poeti provenzali. Dante in tempo del suo esiglio trovò asilo e protezione presso molti signori della Lombardia: a Ravenna Guido da Polenta, il marchese Malaspina in Lunigiana, e più d'ogni altro i signori della Scala, in Verona lo accolsero cortesemente. Can grande, che vedremo in appresso sollevare questa casa ad un altissimo grado di potenza, manifestò in principio del suo regno il suo amore per le lettere ed aprì nella sua corte un onorato ricovero a tutti i fuorusciti illustri d'Italia. Uno di costoro accolti da Can grande era lo storico di Reggio, Sagacio Muzio Gazzata, che ci tramandò la relazione del trattamento che i dotti avevano nella corte di Cane[342]. «Diversi appartamenti venivano loro, secondo la diversa loro condizione, assegnati nel palazzo del signore della Scala, e tutti avevano domestici e mensa elegantemente imbandita. I varj appartamenti erano indicati da simboli e da insegne; il trionfo pei guerrieri, la speranza per gli esuli, le Muse per i poeti, Mercurio per gli artisti, il paradiso per i predicatori. In tempo del pranzo, musici, buffoni, giocolieri, giravano in questi appartamenti; le sale erano ornate di quadri rappresentanti le vicende della fortuna, e Cane talvolta invitava alla propria mensa alcuno de' suoi ospiti, specialmente Guido di Castel di Reggio, che per la sua semplicità chiamavasi il semplice lombardo[343], ed il poeta Dante Alighieri.» Senza dubbio tra i proscritti guerrieri eranvene pochi cui la camera de' trionfi appartenesse a più giusto titolo che ad Uguccione della Fagiuola, cui Cane diede asilo dopo che questo capo di parte perdette la sovranità di Lucca e di Pisa. Colà Dante legò con costui strettissima dimestichezza, e prese occasione di dedicargli la prima parte del suo poema[344].

[342] Della storia di Gazzata non si conservarono che alcuni frammenti pubblicati nel XVIII tomo degli _Scriptor. Rer. Ital._ Il pezzo da noi citato, conservato nella prefazione d'una storia MS. del Pancirolo, trovasi stampato nella prefazione dello stesso volume XVIII, _p. 2_.

[343] Guido da Castello era un poeta di Reggio attaccato al partito repubblicano della sua città, dalla quale fu esiliato cogli amici della libertà. Vedasi _Benvenuto da Imola Comment. ad Dant. Purgat. c. XVI, v. 124_.

[344] _Flaminio del Borgo, Dissert. II, p. 74._

La protezione che con tanta frequenza i principi accordano ai poeti piccoli sacrificj loro costa e procaccia loro molta celebrità. In ogni tempo, in tutti i paesi, i poeti misurarono la loro ammirazione per un principe sulle sue liberalità; e non arrossirono di rendere coi versi immortali le vili loro adulazioni, come non ebbero vergogna di riceverne il salario. Non dobbiamo perciò essere sorpresi, se in questo e nel susseguente secolo i più distinti poeti italiani frequentarono la corte de' principi, dai quali erano festeggiati assai e più splendidamente pagati che dalle repubbliche. Ma per altro i poeti non hanno potuto sorgere che ne' tempi in cui lo spirito di libertà animava alcuna delle parti della sacra terra d'Italia, che durante il tempo che nella stessa lingua altri trattavano le quistioni che decidono della prosperità e della gloria degli uomini. Quando la via del pensiero fu chiusa agl'Italiani, si spense ancora la loro immaginazione. Un padrone non può scegliere tra le facoltà dello spirito umano, non può dire a' suoi sudditi: abbiate immaginazione e non intendimento; io vi concedo la poesia, ma vi rifiuto la filosofia; vi permetto la fisica e vi proibisco la morale; vi lascio le scienze esatte, ma prendete cura di non toccare la politica. È necessario di togliere lo steccato che inceppa lo spirito umano, o rassegnarsi alla sua indolenza, alla sua apatia. Dopo perduta la libertà, una sola generazione può ancora agitarsi per cercare l'apparenza della gloria in quegli esercizj dello spirito che un despota gli permette ancora; una seconda generazione dopo la caduta di questa può ancora distinguersi nelle belle arti che conservano un simbolo del pensiere, senza esprimerlo in un modo formidabile pel tiranno; ma gli avanzi di questa sacra fiamma non possono in verun modo conservarsi un intero secolo dopo spenta la libertà; è tolto loro lo scopo delle umane generazioni, sono mancati i motivi de' loro sforzi: non avvi più gloria quando viene dispensata dal favore d'un principe e divisa tra i suoi servitori ed i suoi poeti.

Gli artisti più festeggiati dai principi ereditari che si credettero al sicuro da ogni rivoluzione, furono gli architetti. I marchesi d'Este, gli Scaligeri, i Visconti, cominciarono assai presto ad innalzare que' vasti e sontuosi edifici che attaccano tuttavia qualche gloria alla loro memoria, sebbene la ricordanza delle loro azioni sia quasi affatto spenta. Le città libere avevano adottato il lusso dell'architettura; per lo contrario i violenti usurpatori non lasciarono che ruine, avendo avuto bisogno di tutte le loro forze, delle loro ricchezze, pel momento presente, onde non osarono di pensare all'avvenire. Nella seconda generazione i signori ripigliarono il gusto dell'architettura, che diventò pure in loro mano un oggetto di politica, credendo di dovere far pompa della propria grandezza per farsi rispettare dai loro sudditi ed ispirar timore ai nemici. Avevano bisogno di un'idea di perpetuità per assodare il loro dominio, e perchè loro non bastava il tempo passato, prendevano possesso de' vegnenti secoli con edifici destinati all'eternità.

Il lusso di queste piccole corti, le spese che facevano i re d'una città, per la loro guardia, per l'armata, per gli edifici, pei regali che davano ai buffoni ed ai cortigiani, provano l'ammasso di grandi ricchezze. Vero è che la maggior parte de' signori erano stati ricchissimi proprietari avanti che diventassero padroni della loro patria; e che aggiugnevano l'entrate dell'antico patrimonio ai pubblici tributi stabiliti ne' tempi della libertà; imperciocchè sembra che non osassero di accrescerli, non essendo mai giunti ad ottenere il credito di cui godevano le città libere, sicchè potessero supplire col prestiti ai bisogni improvvisi dello stato. Un'imposta territoriale, descritta in ogni signoria sopra un catastro, formava parte di quest'entrata, un'altra più importante parte era pagata dagli abitanti delle città in forza di una gabella posta sulle derrate che vi si consumavano e per un diritto d'entrata ed uscita delle mercanzie provenienti dall'estero, o mandate all'estero; poichè il prodotto dell'industria del paese non era esente dalle tasse. Del rimanente non erasi ancora inventato verun sistema di protezione per il commercio e per le manifatture; onde in mezzo alle guerre ed alle rivoluzioni, il commercio e le manifatture prosperavano infinitamente meglio che non al presente in que' canali artificiali, in cui le moderne nazioni vollero forzarli ad entrare. Tutte le città lombarde fabbricavano drappi di lana; i quali, oltre all'interno consumo, bastavano ad una ragguardevole esportazione che facevasi per mezzo de' Veneziani[345]. Le manifatture di lana erano state fondate in Lombardia dai monaci _umiliati_. A Milano il convento di Brera, diventato oggi il palazzo delle scienze e delle lettere, era la grande officina della fabbrica dei drappi, ed i monaci di questo convento l'anno 1309 si obbligarono, per una somma di danaro, a mandare una colonia per istabilire un'eguale manifattura in Sicilia, mentre i Milanesi apprendevano dai Siciliani l'arte di lavorare la seta[346].

[345] _Memorie del conte Figliasi sul commercio Veneto, p. 89._

[346] _Conte Giorg. Giulini Memor. di Milano l. LX, t. VIII, p. 585._

I sudditi de' principi di Lombardia oramai si limitavano alle sole manifatture. Dopo la perdita della libertà essi più non si recavano in Francia, nelle Fiandre, in Inghilterra, come solevano fare ancora i Veneziani ed i Toscani; non aprivano più banco in ogni città, non s'impadronivano più del commercio di banco e di quello dei trasporti dell'Occidente. Il nome di Lombardi, che i Francesi, invidiando tanta attività, avevano dato ai prestatori sopra pegno non era più meritato: i soli Fiorentini e Lucchesi, non già gli abitanti di Asti, di Milano e d'Alessandria, esercitavano, come per lo passato, questo mestiere. Abbiamo già dovuto avvertirlo, parlando della Grecia, che il commercio straniero che domanda lunghi viaggi e vaste combinazioni, non può intraprendersi e sostenersi senza una certa energia di carattere, senza uno sforzo dello spirito, che non si trovano nella mezzana classe d'una nazione, fuorchè presso un popolo libero.

Del rimanente, in questi piccoli principati, il popolo vivea piuttosto rassegnato che contento, più non si occupando della sua futura sorte, nè di timori, nè di speranze. Rientrato in quella oscurità da cui l'avevano fatto uscire le precedenti agitazioni, non lasciava dietro di sè veruna orma, verun nome che si sollevasse al di sopra degli altri; e la storia nelle città sottomesse alle nuove dinastie, più non può risguardare che una sola famiglia, e spesse volte un solo individuo.

FINE DEL TOMO IV.

TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO IV.

CAPITOLO XXIII. _Guerra di Sicilia. — Grandezza e decadenza della repubblica di Pisa. — Crudel morte del conte Ugolino. — Nuove turbolenze a Firenze._ 1282-1292. _pag._ 3

_Anno_