Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)
Part 21
La prima conseguenza della guerra fu l'aggravarsi della tirannia di Cane sui Vicentini: quattro gentiluomini furono da lui incaricati dell'assoluto governo di questa città; e perchè più prontamente potessero percepire le imposte, tutte le immunità del popolo, tutte le leggi furono abolite. Allora scoppiarono in Vicenza delle congiure contro Cane, le quali giustificarono in certo modo le criminali inquisizioni, l'esilio, la confisca dei beni di una parte della nobiltà che rifugiossi in Padova, e che dopo tale epoca portò poi le armi contro la patria. Ma la libertà non era meno in pericolo a Padova, ove ogni zuffa era cagione di nuove animosità contro i Ghibellini: il loro capo Guglielmo Novello, attaccato dai sediziosi nel palazzo pubblico fu massacrato innanzi allo stesso pretorio; e de' suoi partigiani alcuni fuggirono, altri come nemici della patria furono condannati a perpetuo bando[324].
[324] _Ferreti Vicentini l. VI. — Cortusiorum Historia l. I, c. 15._
Il luogo in cui si veniva più frequentemente a battaglia tra i due popoli, era quello in cui il Bacchiglione, fiume che attraversa il Vicentino, si divide in due rami, uno de' quali, dirigendosi al Sud-Ovest, bagna le campagne d'Este, e l'altro al Sud-Est quelle di Padova. L'abbondanza delle acque raddoppia la fertilità di quelle ricche campagne, ed il possesso del fiume per farne scendere una minore o maggior parte dall'una o dall'altra parte era della più alta importanza pei due popoli, i quali attaccarono, rovesciarono, rialzarono più volte le dighe. In queste zuffe i Padovani erano sempre superiori di numero e di ricchezze; ma Cane, la di cui armata era quasi esclusivamente formata di mercenarj, accostumati fino dalla fanciullezza al mestiere delle armi, e che non sapevano cosa fossero la fatica o la pietà, vinceva i Padovani per conto della disciplina e dell'arte militare.
Avendo i Padovani adunate le truppe sussidiarie di Cremona, di Treviso, del marchese d'Este e gli esiliati di Vicenza e di Verona; ed inoltre avendo assoldati alcuni condottieri, tra i quali distinguevansi due Inglesi, Bertrando ed Ermanno Guglielmo[325], formarono un'armata di 10,000 cavalli e 40,000 fanti; armata formidabile che pareva bastante a conquistare tutta la Lombardia. Pure sì grande armata, invece di fare qualche strepitosa impresa, non giovò ad altro che ad attirare sopra la Venezia un altro flagello. Si tenne lungo tempo accampata, esposta all'ardore del sole, in riva a' fiumi, le di cui torbide acque appena si muovono; le malattie vi presero piede, ed una crudele epidemia distrusse nello stesso tempo i due campi e le due città.
[325] _Ferret. Vicent. p. 1130._
Il massacro di Guglielmo Novello di Campo Sampiero, e l'espulsione de' Ghibellini suoi partigiani non riuscirono utili soltanto alla parte guelfa, ma ancora alla fazione aristocratica che acquistò maggiore influenza ne' consigli della repubblica. Pel corso di più di mezzo secolo Padova erasi conservata fedele alla Chiesa, e l'aristocrazia spalleggiava sempre il partito che una città aveva seguìto più lungo tempo. Per altro i capi del governo non appartenevano ad antiche famiglie: erano Pietro Alticlinio, avvocato, e Ronco Agolanti. Avevano amendue ammassate grandi ricchezze coll'usura, e l'uno e l'altro abusavano del credito che loro dava lo stato, in particolare permettendo ai loro figli di valersene per soddisfare alle proprie passioni. Amendue in onta al partito ghibellino, di cui avevano divise le spoglie, ed in onta al popolo che avevano escluso dal governo, non erano meno esosi alla casa dei Carrara, la più ricca della nobiltà, la più popolare, e quella che colla sua ricchezza minacciava più delle altre la libertà. Due giovanetti di questa casa, Nicola ed Obizzo, eccitarono, contro il sentimento de' loro parenti, una sedizione per disfarsi di questi due capi della repubblica. Introdussero moltissimi contadini in città; ed incontrando Pietro Alticlinio sulla piazza del mercato, gli furono addosso e lo sforzarono a fuggire. Nello stesso tempo incominciarono a gridare, _viva il popolo, viva il popolo solo!_ Da tutte le bande si corse alle armi: invano il podestà co' suoi sgherri occupò la piazza del pretorio, i sediziosi si attrupparono in tutte le altre; invano, così consigliato dal vescovo, il podestà ordinò alle compagnie della milizia di unirsi nella piazza grande per marciare di là al proprio quartiere: si allontanarono a stento non più di cento cinquanta passi e ben tosto tornarono a riempiere la maggior piazza. Intanto i Carrara, ripetendo il grido di _viva il popolo_, vi aggiunsero quello di _morte ai traditori_; ed i loro partigiani che si frammischiavano in ogni gruppo di persone, andavano susurrando di affidare ai Carrara la vendetta nazionale. Ben tosto fu per acclamazione rimesso lo stendardo del popolo ad Obizzo dei Carrara; e questi alla testa della plebaglia, ripetendo il grido di morte, si volse alla casa di Pietro d'Alticlinio. La casa fu saccheggiata, ed il popolo, ad un tempo credulo e furibondo, si figurò di avervi trovate le prove de' più odiosi delitti che si attribuivano a Pietro ed a' suoi figliuoli: prigioni ov'erano stati chiusi di nascosto i loro nemici; sepolcri nei quali trovaronsi i cadaveri di coloro che avevano fatto perire; un albergo dipendente da loro, nel quale i viaggiatori si uccidevano di notte affinchè il proprietario ne acquistasse le spoglie; per ultimo gl'indizj d'altri inauditi delitti e meno verosimili: tutte le quali accuse furono confermate con asseveranza, siccome fatti indubitati[326]. Il primo giorno fu interamente consacrato al saccheggio di questa potente casa. All'indomani fu denunciato al popolo Ronco Agolanti, e, sorpreso nel luogo ov'erasi nascosto, fu massacrato ed il suo cadavere strascinato in pezzi per le strade. Suo fratello non tardò a provare la medesima sorte; le loro case e quelle ch'ebbero la disgrazia di trovarsi vicine, furono saccheggiate, e la plebaglia avida di bottino attaccò in appresso tutti coloro che gli si denunciavano come amici delle prime vittime. Una voce propose di vendicarsi di colui, il quale, preparando una nuova tariffa delle gabelle, voleva impoverire il popolo con odiose contribuzioni. Quello che veniva in tal modo indicato alla rabbia popolare era Albertino Mussato lo storico, il quale, per far fronte alle spese della guerra, aveva proposta una nuova tassa, che credeva più eguale, e stava formandone il catastro. All'istante i sediziosi si precipitarono verso la sua casa la quale era assai forte ed unita alle mura della città: ne furono chiuse le porte, e mentre la furibonda plebe attaccava la muraglia. Mussato salì a cavallo fuori della vicina porta, e fuggì a briglia sciolta verso Vico d'Aggere, ove si pose in sicuro. La sua casa fu salvata dal saccheggio perchè vennero proposte al popolo nuove vittime. Si seppe che Pietro d'Alticlinio e i tre figliuoli eransi rifugiati nel vescovado; Pagano della Torre, in allora vescovo di Padova, fu forzato a consegnarli alla plebe, la quale soddisfatta del loro supplicio cominciò a calmarsi[327].
[326] _Albert. Mussati De Gestis Italicor. l. IV, R. I. — Cortusiorum Hist. de novitatibus Paduæ l. I, c. 22._
[327] _Alb. Mussat. Ibid. — Ferret. Vicent. l. VI._
All'indomani, ch'era il primo giorno di maggio del 1314, gli anziani della città, accompagnati dai tribuni, o gastaldioni, con gli stendardi del comune e del popolo convocarono l'assemblea dei cittadini. In questa fu risolto di mettere fine alle vendette; che gli attruppamenti ed il grido di morte nelle strade sarebbero vietati; che si darebbe opera a ristabilire la pace tra le famiglie, guarantendola coi matrimonj; che il governo verrebbe affidato a dieciotto anziani, secondo l'antica pratica; che sarebbero assistiti dai tribuni; e che la repubblica continuerebbe a governarsi colla protezione e sotto il nome di parte guelfa. Albertino Mussato fu richiamato e compensato dal governo de' sofferti danni.
L'indisciplina dei campi non era minore della licenza della città: noi siamo omai giunti a quegli sventurati tempi in cui la sorte della guerra non dipendeva più dalle milizie nazionali, a que' tempi ne' quali la sicurezza e l'onore dello stato venivano confidati a braccia mercenarie e straniere. Ogni giorno i soldati arrogavansi nuovi privilegi, ed aggravavano sui popoli i crudeli diritti della guerra; ed in pari tempo ponevano in dimenticanza la disciplina, l'ubbidienza ed il coraggio delle antiche repubbliche italiane.
Poco dopo la sedizione del mese di maggio, i Padovani, sotto la condotta del loro podestà Ponzino Ponzoni cremonese, attaccarono la stessa città di Vicenza. Cane della Scala erasene allontanato per soccorrere Matteo Visconti. Il primo di settembre, all'ora de' vesperi, Ponzino alla testa dell'armata padovana, d'un ragguardevole corpo di mercenarj sotto gli ordini immediati di Vanne Scornazano e di mille cinquecento carri destinati al trasporto delle bagaglie e delle armi dell'infanteria pesante, prese la strada che da Padova conduce a Vicenza. Queste due città non sono lontane che quindici miglia, ossia cinque ore di marcia, di modo che l'adunanza de' carri che Ponzino aveva fatta venti giorni prima, e col più grande segreto per questa spedizione, ci dà la più straordinaria idea della maniera con cui facevasi allora la guerra; e tale era la mollezza degli uomini d'armi, che durante questa breve marcia notturna, la maggior parte avevano deposte le armi sui carri che li seguivano[328].
[328] _Albert. Mussatus de Gestis. Ital. l. VI, R. I._
In sul far del giorno l'armata padovana giunse innanzi alle mura del sobborgo di san Pietro a Vicenza, senza che la sua marcia fosse stata annunziata da veruno esploratore: le guardie delle porte erano addormentate; ed alcuni Padovani leggermente armati, attraversando la fossa, si resero padroni dei ponti levatoj e gli abbassarono prima che i Vicentini pensassero a difendersi. Le guardie risvegliandosi, fuggirono in città e ne chiusero le porte; ed i Padovani senza adoperare le armi rimasero padroni del sobborgo. Il suono delle trombe e le grida di _viva Padova!_ annunciarono questa vittoria agli abitanti, i quali incerti della loro sorte, desiderosi di tornare sotto l'amministrazione repubblicana de' loro padri, desiderosi di scuotere il giogo di Cane, ma inquieti dell'abuso che forse si farebbe del diritto della guerra, guardavano tremando i loro vincitori. Ben tosto un proclama in nome di Ponzino Ponzoni stabilì la pena di morte contro chiunque si rendesse colpevole di furto o di morte: gli abitanti del sobborgo vi corrisposero con grida di gioja, gridando ancor essi _viva Padova!_ e le madri portando i fanciulli nelle braccia sotto i portici, insegnavano loro a proferire questi due vocaboli.
Frattanto i Vicentini, per meglio difendere il corpo della città, tentarono d'incendiare le case del sobborgo più vicine alle mura; ed i Padovani, non sapendo approfittare della loro vittoria, stabilirono il loro campo duecento passi lontano dal preso sobborgo, di cui affidarono la guardia a Vanne Scornazano ed a' suoi mercenarj: ma appena giunsero al luogo in cui volevano fissare il campo, che lo stesso Scornazano, sortendo dal sobborgo, si avanzò verso il podestà Ponzino e Giacomo di Carrara, che stava co' principali capi dell'armata: «E qual è, disse, cittadini di Padova, la vostra maniera di fare la guerra? che significa quest'indulgenza pei vinti? voi non sapete approfittare della vittoria, e la vostra pretesa dolcezza sarà da tutto il mondo giudicata debolezza e pusillanimità. Quando le vostre genti furono vinte si sottrassero alle ferite o alla morte? vi diedero mai i vostri nemici l'esempio di questa indulgenza, o piuttosto di questa viltà? Coi nemici accaniti non devesi risparmiare nè il ferro, nè il fuoco, nè il saccheggio. Accordate ai vostri soldati il bottino del sobborgo, altrimenti tra poco gli abitanti ben sapranno trafugare tutte le loro ricchezze[329].»
[329] _Albertinus Mussatus l. VI, Rub. I._
Ponzino ed i capi del popolo si rifiutarono a questa domanda; ma i mercenarj non avevano aspettata la decisione del consiglio; ed il saccheggio era già cominciato. Gli sventurati abitanti del sobborgo, cui era stata guarentita la sicurezza, furono all'improvviso trattati con tutto il rigore; e lo stesso Ponzino chiuse gli occhi sulla condotta de' proprj satelliti che davano l'esempio di tutti i delitti. I mercenarj, incaricati di custodire la porta che comunica colla città, l'abbandonarono per ispargersi per le case, e ben tosto la ciurmaglia del popolo padovano arrivò sollecitamente dal campo per dividere le spoglie del sobborgo. Furono gettate ne' campi tutte le munizioni che erano state portate sui carri che seguivano l'armata, onde caricarli de' più preziosi effetti del bottino: nè i sacri vasi delle chiese, nè le cose de' monasterj furono rispettate; e la brutalità de' soldati espose agli ultimi oltraggi le spose e le figlie de' Vicentini, e perfino le vergini consacrate a Dio[330].
[330] _Ferreti Vic. Hist. l. VI. — Albert. Mussatus Hist. Ital. l. VI, Rub. I. — Cortus. Hist. l. I, c. 23._
Frattanto, avanti l'ora terza del giorno, era stato dato avviso a Cane della Scala, che trovavasi a Verona, della presa del sobborgo; e tosto gittatosi in ispalla l'arco, ch'egli soleva spesso portare all'usanza de' Parti, corse a cavallo a Vicenza con un solo scudiere. Giunto in città, dopo avere due volte mutato cavallo, chiamò i suoi compagni d'armi; e non fermandosi che il tempo necessario per bevere un bicchiere di vino che gli fu presentato da una povera femmina, fece aprire la porta di Liseria e piombò sui Padovani con soli cento uomini d'armi ch'eransi adunati intorno a lui. Tutta l'armata padovana era occupata nel saccheggio o nella dissolutezza. Cane non trovò nel sobborgo veruna resistenza; alquanto più in là venne fermato un istante da un piccolo corpo di gentiluomini, fra i quali trovavasi Albertino Mussato, ma questo pure fu sgominato, ed Albertino scavalcato, fu fatto prigioniere. A non molta distanza toccò la medesima sorte a Giacomo di Carrara. Tutto il rimanente dell'armata più non pensò a difendersi, ed era così grande il terrore de' Padovani, che Cane trovossi, inseguendoli, con soli quaranta cavalieri, preso in mezzo da cinquecento cavalli fuggitivi ch'egli si era lasciati addietro. Questi ultimi sembravano agli occhi de' primi fuggitivi far parte dell'armata di Cane, ed accrescevano il terrore; essi medesimi conoscevansi posti tra due corpi nemici, e non osavano di far fronte. In questa disfatta Vanne Scornazano, che l'aveva procurata, Giacomo e Marsiglio di Carrara ed altri venticinque cavalieri con circa settecento plebei furono fatti prigionieri. Il numero de' morti indica il cominciamento di quelle guerre incruenti che avvilirono il coraggio delle truppe italiane: non si trovarono sul campo di battaglia che sei gentiluomini e trenta plebei[331].
[331] _Albert. Muss. l. VI, R. II. — Ferretus Vic. l. VI. — Chron. Veron. t. VIII, p. 641._
Dopo tale disfatta i Padovani cercarono di fortificarsi, chiamando in loro soccorso gli alleati di Treviso, Bologna e Ferrara. Dal canto suo Cane della Scala fece domandare rinforzi al capo del partito ghibellino, ai Buonacorsi di Mantova, al duca di Carinzia ed a Guglielmo da Castrobarco, coi quali credeva di potersi rendere padrone di Padova. L'eccessive piogge, che inondarono tutta la campagna, ritardarono dieci giorni tutte le operazioni militari. Frattanto Cane della Scala riceveva alla sua corte i suoi più distinti prigionieri, Giacomo di Carrara, Vanne Scornazano ed Albertino Mussato. L'ultimo era nato nella più bassa classe del popolo, da cui l'avevano innalzato i suoi talenti e la sua erudizione; ed era risguardato come uno de' più letterati uomini del suo secolo. «Peraltro, dice Ferreto di Vicenza, non era stato ancora decorato di una corona di lauro o di ellera col titolo di poeta, non aveva ancora pubblicata la sua storia, e la sua tragedia d'Ezelino non comparve che dopo che gli fu dato il titolo di poeta. Ma egli amministrava già con somma vigilanza gli affari della sua repubblica, ed in pari tempo compilava con somma cura la storia de' fatti d'Enrico VII e de' mali d'Italia. Era un uomo di vasti talenti, dotato di prudenza e di facondia: non andò debitore che a sè medesimo, che ai proprj talenti del titolo e della corona di poeta; perciocchè non essendo nato d'illustri parenti non aveva ereditate nè ricchezze, nè credito nella sua patria; ma sebbene uscito dall'ultima classe, fu dai tribuni e dai magistrati del popolo innalzato al grado de' padri consolari ed ai primi onori della repubblica Padovana. Egli ricevette per compenso de' suoi talenti e delle sue fatiche grandissima fama e grandi ricchezze, che gli furono assegnate sul tesoro pubblico[332].» Per tal modo il titolo di poeta, ed una capacità che oggi non ci sembra singolare ottenevano allora non solo la gloria, ma ancora le ricchezze ed il potere. Al presente le poesie del Mussato e la sua tragedia non lo salverebbero dall'obblio; la sua stessa storia è riputatissima solo per essere contemporanea, e malgrado la molta luce che sparge intorno ai più importanti avvenimenti di quei tempi, il nome del Mussato non è noto che a pochi eruditi.
[332] _Ferretus Vicent. l. IV, p. 1145._
Frattanto la sospensione delle ostilità che non era che una conseguenza delle inondazioni, e le frequenti conferenze dei capi de' Padovani con Cane della Scala, ridussero le due parti a proposizioni di pace. Allora fu che Giacomo da Carrara contrasse segreta amicizia con Cane, onde fu posto in libertà per trattare personalmente intorno alla pace nella sua patria.
Giacomo di Carrara ammesso nel senato di Padova dovette disputare contro Macaruffo, capo de' patriotti, che diffidava della sua ambizione. Non voleva Macaruffo che la repubblica compromettesse l'onor suo accettando la pace dopo una disfatta; ma erano così eque le proposizioni di Cane, che non erano ingiuriose a Padova: ogni città doveva tornare in possesso del suo antico territorio; i diritti patrimoniali dei cittadini padovani nel distretto di Vicenza dovevano essere loro restituiti; e la repubblica di Venezia veniva chiamata garante del proposto trattato. A tali onorevoli condizioni la pace fu infatti accettata dal senato di Padova, e sottoscritta il 20 ottobre del 1314[333].
[333] _Alber. Mussatus l. VI, Rub. 10._
Questa pace per altro non ebbe lunga durata: i Padovani cercavano opportunità di vendicarsi dell'avuta disfatta; i Vicentini soffrivano impazientemente il giogo di Cane della Scala e domandavano spesso ai loro vicini di ajutarli a scuoterlo. Macaruffo ed i suoi partigiani favorivano i Vicentini malcontenti; ma Giacomo da Carrara era segretamente attaccato a Cane. I primi si fecero lecito di entrare senza il consentimento della repubblica in una congiura, che doveva esserle cagione di grandi calamità.
Il 21 maggio del 1317 gli esiliati di Vicenza, quelli di Verona e di Mantova ed i loro partigiani di Padova, che avevano prese le armi per soccorrerli, si portarono di notte presso ad una porta di Vicenza che alcuni traditori avevano promesso di consegnar loro: ma essi medesimi erano traditi da coloro che credevano aver guadagnati col danaro. Cane, avvisato del loro arrivo, gli stava aspettando in città; e quando duecento di loro ebbero passato la porta, piombò sopra di loro e tutti gli uccise o fece prigionieri. In seguito attaccò gli altri rimasti al di fuori, li ruppe, e gl'incalzò fino sul territorio di Padova[334].
[334] _Ferr. Vicentini l. VII. — Historiæ Cortusiorum l. II, c. 11._
Cane della Scala si lagnò d'avere i Padovani rotta la pace con lui conchiusa, e domandò che la repubblica di Venezia gli obbligasse a pagare venti mila marchi d'argento; pena imposta a coloro che commettessero le prime ostilità. Dal canto loro i Padovani assicuravano di non aver presa parte nella congiura che non era stata diretta che dai fuorusciti; ma Cane, dopo avere condannati a morte cinquantadue congiurati fatti da lui prigionieri, venne colla sua armata a guastare il territorio di Padova; e prima che terminasse la campagna s'impadronì dei forti di Monselice, di Montagnana e di Este[335]. Anche nell'inverno e nella susseguente primavera continuò a guastare le campagne de' Padovani, senza che questi fossero a portata di fargli resistenza. Risparmiò per altro le terre appartenenti alla casa da Carrara; ma era tale la leggerezza del popolo padovano, che a quest'epoca aveva collocata tutta la sua confidenza nella medesima casa da Carrara; e rimproverando Macaruffo d'avere eccitata una così disastrosa guerra, lo sforzò a cercare, con tutti i veri patriotti, sicurezza nell'esilio. Finalmente come la repubblica soffriva ogni giorno nuovi mali, i partigiani dei Carraresi, che occupavano soli tutte le magistrature, adunarono il senato dei decurioni, onde provvedere ai pericoli della patria. Poichè molti senatori ebbero parlato delle tristi circostanze in cui trovavasi lo stato, Rolando di Placiola giureperito si levò: «Qual bisogno di più lungo discorso, diss'egli, o cittadini! il rimedio per noi salutare e per la nostra patria è bastantemente conosciuto. L'abuso de' plebisciti l'abbiamo provato, egli ci conduce a certa ruina; proviamo una volta se le leggi di un solo uomo ci possono procurare miglior sorte. Ogni cosa sulla terra è sottomessa ad una sola volontà; le membra ubbidiscono alla testa; le mandre riconoscono un capo. Se tutto il mondo dipendesse da un re giusto si vedrebbero cessare le carnificine, la guerra, la rapina e tutte le vergognose azioni. Siamo docili alle voci della natura, seguiamo l'esempio che ci dà; facciamo tra noi scelta del nostro principe. Egli solo si prenda cura del governo, moderi la repubblica colla sua volontà, stabilisca le leggi, rinnovi gli editti, abolisca quelli che più non si osservano; egli sia, in una parola, il signore, il protettore di tutto quanto ci appartiene[336].» Con questi luoghi comuni un partigiano del despotismo determinò il popolo, stanco di tante agitazioni, a privarsi della propria esistenza. Il suicidio politico si compì; niuno rispose al discorso del Placiola, e Giacomo da Carrara fu universalmente indicato come il solo capace di comandare alla nazione. Non si contarono i suffragi, secondo l'antica costumanza, con palle segrete; ma con una acclamazione, che parve universale, Giacomo da Carrara fu proclamato principe di Padova. Circondato dai consiglieri, presentossi egli al popolo sulla piazza pubblica, ove Rolando della Placiola replicò il suo discorso; e le acclamazioni de' partigiani della casa di Carrara, che occupavano tutte le uscite della piazza, parvero approvare la risoluzione presa dal senato. Così ebbe fine la repubblica di Padova, e cominciò il principato dei Carraresi il 28 luglio del 1318[337].
[335] _Cortusior. Histor. l. II, c. 1. — Albert. Mussatus fragmentum, seu l. VIII._
[336] _Ferretus Vicent. l. VII._
[337] _Cortusior. Hist. l. II, c. 27, p. 814. — Ferretus Vicent. l. VII, p. 1179. — Gattaro Istoria Padovana, t. XVII, p. 9. — Polistore t. XXIV, c. 8, p. 724._
Non abbiamo annoverata tra le libere città dell'Italia settentrionale quella di Cremona, sebbene di que' tempi si governasse a comune; ma questa città, lacerata da interne fazioni, aveva così frequentemente mutato governo e tante volte era venuta in dominio d'un solo, che non conosceva la libertà più di quello che la conoscessero le città da lungo tempo cadute in servitù. Quasi nello stesso tempo di Padova, Cremona rinunciò di nuovo e solennemente al governo popolare.