Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)
Part 20
Alla testa di costoro rientrò in Lucca Castruccio Castracani degl'Interminelli, giovane che dava già indizio de' straordinarj talenti che doveva un giorno spiegare, e che ne' dieci anni, in cui fu esule dalla patria, aveva visitato l'Inghilterra, le Fiandre e le città ghibelline della Lombardia ove aveva appreso il mestiere delle armi sotto i più esperti generali[306]. Castruccio volle approfittare della superiorità che il suo ritorno poteva dare al partito ghibellino, e fece segretamente domandare soccorso ad Uguccione della Fagiuola; poi il giorno 14 giugno del 1314 venne con quelli del suo partito a stabilirsi e fortificarsi avanti a Porta San Freddiano per essere a portata d'aprirla al generale ghibellino, tosto che questi vi si presentasse. Castruccio fu attaccato dai Guelfi, e mentre difendevasi nelle case degli Onesti e de' Fatinelli, Uguccione giunse alle porte di Lucca con tutta la cavalleria di Pisa. Niun Guelfo si presentò per difendere le mura, nè veruno del partito di Castruccio s'avvisò d'imporre condizioni a quest'armata alleata; onde Uguccione, fatta una breccia nelle mura, entrò in Lucca ed abbandonò la città al saccheggio, prima che i Guelfi ed i Ghibellini, che combattevano tra di loro, sapessero la sua venuta. Immenso fu il bottino fatto in tale occasione da' Pisani[307]; oltre ch'essi spogliarono coll'ultimo rigore i Lucchesi, contro de' quali avevano lungo tempo nudrito un violento odio, trovarono nella chiesa di san Freddiano il tesoro del papa, che aveva fatto venire da Roma per trasportarlo in Francia tostochè le strade fossero state più sicure. Uguccione, dopo aver fatta questa importante conquista, lasciò suo figliuolo Francesco governatore di Lucca e tornò a Pisa[308].
[306] _Nicolai Tegrimi, Vita Castruccii Castracani, t. XI, p. 1318._
[307] Il bottino fatto a Lucca doveva essere tanto più ragguardevole, in quanto che i Lucchesi avevano i primi fatto un gran commercio di banco ed erano tutti riputati usuraj. Mentre un demonio ne portava uno all'inferno, Dante gli fa dire:
«Ecco un degli Anzian di Santa Zita: Mettetel sotto, ch'io torno per anche A quella terra che n'è ben fornita: Ogni uom v'è barattier, fuorchè Bonturo. Del nò, per li denar, vi si fa ita.» _Inferno, cant. XXI._
E Bonturo Dati, da lui eccepito solo, era pure il più celebre usurajo d'Europa.
[308] _Storie Pist. anonime t. XI. — Gio. Villani l. IX, c. 59. — Croniche di Pisa del Marangoni. — Monumenta Pisana t. XV, p. 991._
I Guelfi lucchesi, cacciati dalla loro patria, si fortificarono in alcune castella di Val di Nievole e chiesero ajuto ai Fiorentini, i quali vivamente sentendo la sventura de' loro alleati, e spaventati dalle funeste conseguenze che questo avvenimento poteva avere, adunarono soldati da ogni banda ed accordarono una vantaggiosa pace agli Aretini, onde rivolgere tutte le loro forze contro d'Uguccione. In pari tempo chiesero al re Roberto i soccorsi che da lungo tempo avrebbe dovuto mandare in Toscana; perchè, mosso dalle loro istanze, Roberto mandò il suo più giovane fratello Pietro, il quale entrò in Firenze il giorno 18 agosto del 1314 con trecento uomini d'armi che Roberto mandava in soccorso della lega guelfa.
Questa truppa non bastava a dare ai Fiorentini un deciso vantaggio sopra un così attivo e valoroso generale com'era Uguccione, il quale dal canto suo non lasciava un istante di riposo ai Guelfi vicini, guastando quasi nello stesso tempo le terre di Pistoja, di Samminiato e di Volterra, occupando le più importanti castella di Val di Nievole ed assediando Montecatini, la sola fortezza che rimanesse in mano de' Guelfi tra Lucca e Pistoja.
I Fiorentini vedevano con sommo timore, senza potervi provvedere, i rapidi progressi d'Uguccione, perchè s'erano legate le mani col dare nel precedente anno la loro signoria a Roberto. Altronde non potendo liberamente disporre delle loro finanze e non avendo un credito indipendente, erano inabilitati a fare da se medesimi uno sforzo vigoroso contro il nemico che li tribolava. Dovettero dunque nuovamente ricorrere al re Roberto, pregandolo a spedire un altro de' suoi fratelli, Filippo, principe di Taranto, per comandare le loro milizie. Questo principe arrivò l'undici luglio del 1315 con suo figlio Carlo e cinquecento uomini d'armi al soldo de' Fiorentini.
Intanto Uguccione andava stringendo l'assedio di Montecatini; ma avuto avviso degli apparecchi che si facevano in Firenze per attaccarlo, aveva chiamati al suo campo tutti gli alleati ghibellini, e formata un'armata di due mila cinquecento uomini d'armi con un proporzionato numero d'infanteria[309]. Dal canto loro i Fiorentini avevano ricevuti rinforzi da Bologna, Siena, Perugia, Città di Castello, Agobbio, Pistoja, Volterra, Prato e dalle città della Romagna; ed avevano formato un'armata di tre mila duecento cavalli con un grosso corpo di pedoni[310]. Ne prese il comando Filippo, principe di Taranto, il maggiore de' fratelli del re, il quale mosse da Firenze il 6 agosto del 1315 per far levare l'assedio di Montecatini.
[309] Il Marangoni nelle Cronache di Pisa dà ad Uguccione 22700 uomini d'ogni arma.
[310] Stando alla Cronaca di Pisa l'armata fiorentina era forte di 54,000 uomini. Gli altri scrittori non danno il numero de' pedoni.
Uguccione, supponendo che i Fiorentini s'avanzassero per il piano di Fucecchio, ne aveva afforzati i passaggi; ma invece s'avanzarono essi dalla banda più settentrionale e giunsero per Monsummano fino in faccia al suo accampamento, da cui non li separava che la Nievole. Sebbene questo piccolo fiume non potesse ritardar molto il passaggio delle truppe, nè l'una parte nè l'altra osava passarlo in faccia al nemico[311]; sicchè rimasero alcuni giorni al loro posto senza che Uguccione abbandonasse un solo istante Montecatini e che il principe potesse soccorrere la fortezza.
[311] Il nerbo delle armate allora stava tutto nella cavalleria pesante, ed ogni disuguaglianza di terreno ne impediva la marcia. La Nievole non ritarderebbe un solo istante l'infanteria.
Frattanto i Guelfi di Val di Nievole, incoraggiati dalla presenza di così forte armata, presero le armi ne' castelli e ne' villaggi posti alle spalle d'Uguccione; ed avendo preso Borgo a Buggiano, impedirono a questo generale il trasporto delle vittovaglie. Trovossi allora costretto a levare l'assedio, e nella notte del 28 al 29 d'agosto diede il segno della partenza: ma accortosi in sul fare del giorno che i Fiorentini si disponevano ad inseguirlo, fece voltar faccia alle sue truppe, e gli attaccò vigorosamente, quando credevano tutt'altro che d'essere attaccati. Gli ausiliarj di Siena e di Colle furono subito sgominati, e la debole loro resistenza lasciò esposta tutta l'armata fiorentina alla cavalleria tedesca d'Uguccione. Per altro i Fiorentini resistettero lungamente intorno al principe Filippo, ma finalmente dovettero anch'essi fuggire disordinati. Pietro, fratello del re Roberto, e Carlo, figliuolo del principe Filippo, rimasero sul campo di battaglia, come pure il conte di Battifolle, Blasco d'Alagona, contestabile dell'armata, e molti altri ragguardevoli personaggi. Duemila furono i morti in battaglia, e millecinquecento rimasero prigionieri. Molti de' fuggitivi, volendo porsi in sicuro a Fucecchio, si annegarono nella Gusciana e nelle paludi di questa pianura sommersa. Anche Uguccione perdette suo figliuolo Francesco, il nipote del cardinale di Prato e molti valorosi soldati[312].
[312] _Storie Pistol. anon. t. XI, p. 409. — Gio. Villani l. IX, c. 70. — Leonardo Aret. l. V. — Bern. Marangoni Cron. di Pisa p. 632. — Monum. Pis. t. XV._
Dopo la rotta de' Fiorentini, Montecatini e Monsummano s'arresero al vincitore; il quale diede il comando di Lucca al suo secondo figlio Neri, in luogo del primogenito ucciso; ed egli tornò a Pisa ove fu ricevuto in trionfo.
Ma le vittorie d'un padrone non indennizzano lungo tempo il popolo della sua tirannia. La nazione non tardò ad accorgersi che quando la gloria ed i vantaggi più non possono essere suoi, la vittoria del principe è una rotta de' cittadini. Onde i patriotti pisani trattarono segretamente con Castruccio Castracani, perchè questi dal canto suo liberasse Lucca dalla tirannide d'Uguccione. Castruccio aveva avuto molta parte nella vittoria di Montecatini; era risguardato pel primo cittadino di Lucca, ed Uguccione, che gli doveva molta riconoscenza, lo trattava con sommo riguardo, senza però affidargli verun comando. Frattanto avendo Castruccio attaccati ed uccisi alcuni contadini di Camajore che avevano tentato d'assassinarlo, Neri della Fagiuola si valse di questo pretesto per farlo arrestare[313], e scrisse subito a suo padre di venire a Lucca colla cavalleria tedesca, non osando di mandare al supplicio un uomo che godeva di così grande riputazione, senza essere sostenuto da ragguardevoli forze. Infatti Uguccione partì alla testa della sua cavalleria: era questo l'istante fissato per far ribellare le due città, le quali per la strada del piano tenuta dalla cavalleria, sono l'una dall'altra distanti quattordici miglia, e dieci miglia pel cammino della montagna. Quest'istante fu dai congiurati colto con precisione. Il 10 aprile 1316 non aveva Uguccione ancora fatto due miglia sulla strada di Lucca, che i patriotti pisani presero le armi. Avevano essi attaccato un toro alla porta di san Marco di Chinzica, che staccarono in quel momento, e colle armi sotto il mantello seguirono il furibondo animale per le più frequentate strade, gridando: fermate il toro, fermate! Adunarono in tal modo in mezzo alla città molta gente senza eccitare alcun sospetto nel luogotenente d'Uguccione, il quale credeva il toro fuggito dal macello. Vedendosi i congiurati in mezzo a sufficiente numero di cittadini, colà tratti dalla stessa supposizione, gettarono a terra il loro mantello, ed impugnando la spada ignuda, gridarono: _Viva il popolo! morte al tiranno!_ A questo grido ripetuto all'istante dall'un canto all'altro della città, tutti i cittadini presero le armi, ed unitisi ai congiurati, attaccarono il palazzo d'Uguccione e la porta di Parlascio; ed avendo ovunque rotti i satelliti del tiranno, li cacciarono fuori di città. La cavalleria pisana non volle prender parte a questa sommossa; ma quando fu terminata, si presentarono agli anziani giurando fedeltà alla repubblica ed alla libertà[314].
[313] Il Macchiavelli racconta diversamente l'origine di questo arresto. Dice che Pietro Agnolo Micheli, riputatissimo gentiluomo di Lucca, fu assassinato da un suo nemico, che rifuggiossi in casa di Castruccio, il quale prese a difendere l'uccisore. _Vita di Castruccio_ tra le opere di Macchiavelli.
[314] _Monum. Pisana t. XV, p. 996. — Istor. Pistol. anon. t. XI, p. 411. — Gio. Villani l. IX, c. 76._
Lo stesso giorno presero le armi anche i Lucchesi, o, come vogliono alcuni, prima che Uguccione entrasse nella loro città, o, secondo altri, dopo che n'era uscito per reprimere la sedizione di Pisa. Adunaronsi innanzi alla casa di Neri della Fagiuola, chiedendo altamente la libertà di Castruccio. Neri non osò rifiutarsi e fece rilasciare il prigioniere, il quale fu consegnato ai congiurati ancora avente le catene ai piedi ed alle mani. Queste catene furono lo stendardo dei Lucchesi: essi le portarono avanti a loro andando ad attaccare i forti ancor difesi da Neri della Fagiuola; e cacciandolo dalla città co' suoi seguaci, prima che il padre potesse soccorrerlo, ricuperarono in poco tempo quella libertà, che già da due anni avevano perduta[315].
[315] _Vita Castruccii Antelminelli a Nic. Tegrimo t. XI. — Niccolò Macchiavelli Vita di Castruccio._
Uguccione e Neri della Fagiuola, perduta ogni speranza di rientrare in Pisa o in Lucca, si ripararono alla corte di Can grande della Scala in Verona, ove trovarono un altro più illustre fuoruscito, il poeta Dante, che si era recato a quella corte dopo la morte di Enrico VII. I Pisani nominarono allora capitano del popolo e delle milizie il conte Gaddo della Gherardesca, ed i Lucchesi affidarono per un anno la stessa carica a Castruccio Castracani. Ma gli uni e gli altri, non essendo più eccitati alla guerra da Uguccione, acconsentirono volentieri alle proposte di pace loro fatte da Roberto. I Fiorentini vi si prestarono di mala voglia, desiderosi di vendicarsi della rotta di Montecatini, ed accusavano il re di viltà che sì tosto dimenticava la morte del fratello e del nipote. Ad ogni modo per l'intromissione di Roberto la pace fu segnata in aprile del 1317 tra tutti i popoli guelfi e ghibellini della Toscana, restando tutti al possesso delle castella che avevano conquistate: ai Fiorentini venne assicurata la franchigia del porto di Pisa; i Pisani promisero di mantenere cinque galere agli ordini del re Roberto, qualunque volta egli mettesse una flotta in mare, e si obbligarono, dietro sua domanda, a fabbricare a san Giorgio in Ponte una chiesa sotto l'invocazione della pace, pel riposo delle anime di coloro ch'erano morti nella battaglia di Montecatini: la quale chiesa fu poi a ragione risguardata dai Pisani piuttosto come un monumento della loro vittoria, che come un segno di triste ricordanza.
Roberto, siccome tutti gli altri principi francesi che guerreggiarono in Italia dopo Carlo d'Angiò, non ebbe talenti di lunga mano corrispondenti alla sua ambizione o alla sua profonda politica. Roberto aveva avute molte rotte anche nella guerra da lui trattata contro Federico di Sicilia, e perciò, intimamente persuaso della sua incapacità militare, preferiva, per ingrandirsi, le vie delle negoziazioni.
Un vasto piano era legato alla pace ch'egli aveva fatta segnare alla Toscana. Le circostanze più favorevoli alla sua ambizione ponevano tutta l'Italia nelle sue mani. In Germania due principali emuli, Luigi di Baviera e Federico d'Austria, ambedue coronati nel 1314 come re de' Romani, l'uno ad Aquisgrana, l'altro a Bonna, distrussero l'autorità dell'impero volendosene impadronire colle armi. Nella corte d'Avignone dopo l'interregno di due anni era succeduto a Clemente V, morto del 1314, un nuovo pontefice chiamato Giovanni XXII, affatto ligio a Roberto: per ultimo questo principe approfittava delle lunghe dissensioni della Lombardia e della Liguria per cercare di stabilire la sua autorità in queste due province, e la repubblica di Genova era la prima conquista che egli disegnava di aggiugnere a' suoi stati. Ma il nuovo interregno dell'impero, il pontificato di Giovanni XXII e le rivoluzioni che l'ambizione di Roberto di Napoli causarono all'Italia, appartengono ad una nuova epoca di questa storia; che serbiamo per l'altro immediato volume. D'altra parte la caduta dell'ultima repubblica di Lombardia, dell'ultima fra le città dell'Italia settentrionale che conservò la libertà democratica, la caduta di Padova, appartiene all'epoca contemplata dal presente capitolo.
Di quante città aveano segnata la lega lombarda cento cinquant'anni prima, Padova e Bologna eransi sole conservate in possesso di que' privilegi pei quali avevano così valorosamente combattuto contro Federico Barbarossa. Bologna, protetta dalla chiesa, sostenuta dalle repubbliche toscane, si sottrasse lungo tempo al destino delle città lombarde, tra le quali non era stata annoverata, sebbene facesse parte della loro lega. Padova circondata quasi da tutti i lati dai tiranni lombardi, e conservatasi fedele alla parte guelfa in mezzo ai più potenti ghibellini, fu più presto esposta agli attacchi, sotto de' quali doveva finalmente soggiacere.
Il lungo interregno dell'impero era stato per Padova l'epoca più felice. Dopo la caduta della casa di Romano fino alla discesa d'Enrico VII in Italia, nella lunga pace di cinquantasette anni[316] questa città, sempre protetta dalla chiesa e dal partito guelfo, aveva ricuperato, per la benefica influenza di un libero governo, quella popolazione e quelle ricchezze ond'era stata spogliata verso la metà del precedente secolo dalla tirannia d'Ezelino. La città di Vicenza erasi sottomessa ai Padovani[317]; tutti i Guelfi della Marca Trivigiana si dirigevano a seconda dei consigli di Padova; finalmente gli studj fiorivano in questa città, la sua università essendo una delle più rinomate d'Italia; e la celebrità de' suoi professori per ogni genere di arti liberali vi chiamava scolari da tutta l'Europa[318]. Padova diede all'Italia nel quattordicesimo secolo molti de' suoi più riputati storici. Non pertanto in seno a tanta prosperità l'interna pace della repubblica era doppiamente minacciata. I Vicentini, vergognandosi di vedersi soggetti ad una città lungo tempo rivale, odiavano assai più il governo di Padova, che il despotismo, e piuttosto che rimanere sotto lo stesso giogo, erano disposti a porsi tra le braccia del primo tiranno della Lombardia che fosse abbastanza potente per umiliare i Padovani. D'altra parte la gelosia della nobiltà e del popolo erasi, come nelle altre città italiane, manifestata anche in Padova, e più volte il governo era venuto in mano degli artigiani, diretti dai tribuni del popolo detti _Gastaldoni_: allora lo stato perdeva in faccia agli stranieri la sua forza e la considerazione di cui godeva; ed i Padovani nel complesso della loro condotta meritavano spesso tutti i rimproveri che sono stati fatti alle assolute democrazie. Lo stesso senato era democratico, venendo composto di mille cittadini che si rinnovavano ogni anno[319]; ed il popolo, sempre diretto dalla passione di dominare, non agiva a seconda delle regole della più comune prudenza. Una violenta gelosia gli faceva escludere dal governo que' nobili, che colle loro ricchezze, i talenti, il coraggio e lo splendore del loro nome, avrebbero dato più di risalto all'amministrazione: una prevenzione non meno imprudente faceva loro incautamente confidare la più pericolosa autorità ad una sola di queste nobili famiglie, a quella che più d'ogn'altra avrebbe potuto meritare la sua gelosia, e che pure era la sola che n'andasse esente, la famiglia dei Carrara. I più piccoli avvenimenti ispiravano a questo popolo un'insensata presunzione, un ridicolo orgoglio; il più leggiero rovescio ne abbatteva il coraggio, e lo disponeva a soggiacere a tutte le umiliazioni. Fortunatamente che in que' momenti di terrore i nobili riacquistavano la loro influenza sopra la moltitudine; ed in allora guarentivano l'onore nazionale e salvavano la patria.
[316] _Albert. Mussati De Gestis Ital. l. II, Rub. 2._
[317] Verso il 1265. I Vicentini avevano già ubbidito quarantasei anni ai Padovani, quando del 1311 fecero presso Enrico VII i primi tentativi per iscuoterne il giogo. _Ferreti Vicent. Hist. l. IV._
[318] _Guglielmi Cortusii de novitatibus Paduæ l. I, c. 11, t. XII Rer. Ital. p. 778. — Tiraboschi Stor. della Letterat. Ital. l. I, c. 3, § 12, t. V._
[319] _Ferreti Vicent. Hist. l. IV, p. 1070._
Durante la spedizione d'Enrico VII, in più modi manifestossi l'inconseguenza de' Padovani. A vicenda ora volevano resistere, ora fare con lui la pace. Due volte lo storico Albertino Mussato fu da loro spedito all'imperatore; due volte comperò da lui sotto dure condizioni la riconciliazione della repubblica; ed altrettante volte i Padovani alternativamente gelosi, o di Cane della Scala, o dello stesso Enrico, ruppero le convenzioni e ricominciarono la guerra: di modo che Enrico, l'ultimo anno della sua vita, pronunciò in Pisa contro di loro una sentenza che li privava di tutte le loro onorificenze e franchigie e li metteva al bando dell'impero[320]. Sedendo nello stesso tribunale, Enrico aveva pochi giorni prima condannato Roberto re di Napoli.
[320] _Albert. Mussati Hist. Aug. l. XIV, R. 6._
Gli è vero che le pretese d'Enrico VII erano propriamente fatte per eccitare la diffidenza della repubblica, e la sua condotta poteva averle dato giusto motivo di lagnanza. In marzo o in aprile del 1311 aveva permesso ad un Vicentino emigrato, che trovavasi al suo servigio, di sollevare cogl'intrighi la sua patria, procurandogli i soccorsi di Cane della Scala ed istigando tutt'ad un tratto i Vicentini a prendere le armi, a scacciare la guarnigione padovana e ad inalberare le aquile imperiali[321]. Quest'avvenimento, che tenne dietro alla prima infruttuosa missione d'Albertino Mussato, fu cagione di una guerra tra Padova e Vicenza protetta da Cane della Scala. Nuovi trattati sospesero subito la guerra ch'ebbe poi fine col trattato di pace di Genova tra Enrico VII e Padova, di cui il Mussato fu mediatore.
[321] _Ferretus Vicent. l. IV. — Cortusior. Hist. l. I, c. 13._
Ma mentre l'imperatore, imbarazzato trovandosi nelle guerre di Toscana, più non incuteva timore alle città lombarde ed alla Marca Trivigiana, il suo principale campione in questa contrada, Cane della Scala, provocava di nuovo i Padovani con ostili apparecchi. Fino al 1311 Cane aveva diviso con suo fratello Alboino il governo di Verona; ma circa un anno avanti la morte d'Enrico VII morì pure Alboino; perchè Cane più non trovandosi ritardato o contraddetto ne' suoi vasti progetti da un collega, diede libero corso al suo carattere inquieto ed audace. Dopo avere con tutte le sue forze ajutato Enrico, chiese ed ebbe in ricompensa il governo di Vicenza col titolo di vicario imperiale; e sebbene ai Vicentini spiacesse di perdere così presto la libertà che avevano di fresco ricuperata, gli aprirono le porte ed a lui si sottomisero. Allora Cane della Scala introdusse in Vicenza i soldati mercenarj ch'egli aveva assoldati di diversi paesi e lingue, e non risparmiò ai Vicentini le vessazioni che, specialmente in quell'epoca, accompagnavano un governo militare[322].
[322] _Ferr. Vicent. l. IV. — Albert. Muss. Hist. Aug. l. VI._
I Padovani, che avevano ragione di temere che Cane in virtù del suo titolo di vicario imperiale nella Marca Trivigiana, non pretendesse di avere sopra la loro città que' medesimi diritti ch'esercitava sopra Vicenza, più non ascoltando che la loro impazienza e la loro collera, armarono le loro milizie ed assoldarono mercenarj per intraprendere la guerra. La gioventù aveva piacere che incominciasse: stanca della monotonia della pace, di cui godeva da tanto tempo la sua patria. «Pure, dice Ferreto di Vicenza, quando la guerra fu intimata dai due popoli, gli abitanti delle campagne furono i primi ad essere attaccati: il primo segno delle ostilità fu la rapina delle loro gregge e de' loro mobili. I contadini che in questo subito attacco non furono fatti prigionieri, sforzaronsi di condurre in città e di deporre in luogo sicuro tutto quanto poteva essere trasportato. Allora si videro gli agricoltori condurre un lungo ordine di carri, sui quali avevano frettolosamente caricati i rustici loro mobili e i vasi delle loro cantine; mentre le madri, coi loro fanciulli al seno o sopra le spalle, venivano a dormire sotto gli stessi portici delle nostre case. Questa maniera di guerreggiare, di uccidere e far prigionieri i cittadini, di rubare i loro beni, e di bruciarne le case, veniva a noi insegnato dagli stranieri mercenarj che avevano sempre vissuto nei campi. Quante volte non abbiamo noi veduto strascinarsi da questi empi soldati, che Cane pagava a prezzo d'oro, truppe di contadini padovani colle mani legate alle reni? Essi custodivano questi prigionieri nella nostra patria e crudelmente li maltrattavano per obbligarli a riscattarsi. Nè i mercenarj di Padova trattavano più dolcemente i contadini di Vicenza: come mai quest'infelici avevano meritate tante ingiurie!»[323].
[323] _Ferret. Vicent. l. VI._