Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)
Part 2
All'indomani 6 agosto 1284 le flotte si scontrarono presso all'isola della Meloria, e la battaglia incominciò poco dopo il mezzogiorno. I Genovesi che avevano ricevuto un nuovo rinforzo, nascosero Benedetto Zaccaria, che l'aveva condotto, con trenta galere dietro la piccola isola della Meloria; per la quale manovra sembrando le due flotte d'uguale forza, i Pisani non si rifiutarono di porre in arbitrio d'una battaglia la salvezza della loro repubblica, ed il dominio del mare inferiore.
Le due flotte s'avanzarono divise in più corpi. Tra i Pisani il podestà Morosini comandava la prima squadra, Andreotto Saracino la seconda, ed il conte Ugolino la terza: le tre squadre della flotta genovese erano comandate dall'ammiraglio Oberto Doria, Corrado Spinola e Benedetto Zaccaria. Terribile fu l'urto delle due prime che vennero alle mani nello stesso istante, e la battaglia si continuò lungo tempo, senza che si scorgesse una parte più avvantaggiata dell'altra; ma la vista di quel fatto, dice uno storico genovese, ispirava ad un tempo orrore e compassione[15]. Infinito era il numero di coloro che perivano in cento diverse maniere; gli uni cadevano mutilati sul ponte, altri erano precipitati semivivi nell'onde; allora nuotavano intorno alle navi, ed imploravano l'ajuto e la pietà de' loro compatriotti e de' loro nemici; prendevano tutto quanto veniva loro alle mani, s'aggrappavano ai remi, e, perciò che in tal guisa sospendevano la manovra, per continuare la battaglia venivano respinti cogli stessi remi, e ricacciati nell'acque. Intorno ai vascelli il mare era vermiglio pel sangue che usciva dai bocca-porti; ogni onda era coperta di cadaveri, di scudi, di lance, di freccie, di caschetti. Frattanto i capitani gridavano per incoraggiare i loro soldati, non cessando di ripeter loro che questa volta trattavasi della salvezza della patria; che spesso avevano combattuto coi medesimi nemici cogli eterni nemici della loro città; ma che prima d'ora i due popoli non eransi ancora trovati tutt'intieri in faccia l'uno dell'altro, che non avevano giammai, per ottenere la vittoria in una sola battaglia, sagrificate tutte le risorse delle battaglie future: ed i soldati, rispondendo con furibonde grida a tali conforti, raddoppiavano i loro sforzi.
[15] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 393._
Le galere battevansi all'arrembaggio, e quella montata dal Morosini era alle mani col vascello ammiraglio d'Oberto Doria. In quest'istante i trenta vascelli di Benedetto Zaccaria uscirono dall'opposta riva della Meloria e s'unirono alle altre navi genovesi. La galera di Zaccaria si pose dall'altro lato del vascello ammiraglio pisano, il quale, attaccato da due bande, fu finalmente preso dopo una lunghissima resistenza, mentre un altro vascello che portava lo stendardo del comune di Pisa, attaccato da due galere, cadeva pure in potere dei nemici. Questa doppia perdita sparse il terrore nella flotta pisana, ed il conte Ugolino, come assicurano gli scrittori pisani, colse quell'istante per dare il segno della fuga, non per viltà, ma per indebolire la sua patria, onde più facilmente ridurla in servitù.
La disfatta, dopo così accanita battaglia, fu compiuta; i Genovesi presero ventotto galere, e sette ne colarono a fondo, valutandosi la perdita dei Pisani a cinque mila morti, ed undici mila prigionieri. Siccome questi ultimi furono condotti a Genova e vi rimasero lungo tempo in prigione, dicevasi comunemente in Toscana che oramai per veder Pisa bisognava andare a Genova[16].
[16] _Ubertus Folieta Genuens. Hist. l. V, p. 390-395. — Ann. Genuens. Caffar. l. X, p. 587, 588. — Marangoni Cronaca di Pisa p. 564-569. — Guido di Corvaria Fragm. Pis. Hist. t. XXIV, p. 692. — Ann. Pisan. t. XXIV, p. 648. — Cronaca di Pisa Monum. Pisan. t. XV, p. 979. — Gio. Villani l. VII, c. 91. p. 299. — Chron. Fr. Franc. Pipini, l. IV, c. 31. t. IX, p. 731._
La prima notizia che giunse a Pisa della battaglia, vi sparse la desolazione e lo spavento; le donne, dimenticando nell'estremo dolore la consueta loro modestia e la loro cura di nascondersi agli occhi del pubblico, ingombravano le strade che conducono al mare. Confuse cogli uomini stringevansi intorno a coloro che tornavano dalla battaglia, non lasciandoli andare avanti se prima non avevano soddisfatto alle loro domande. Ma di mano in mano che gli arrivati avevano parlato, si vedevano staccarsi dalla folla matrone desolate che, informate della morte de' loro sposi, figli o fratelli, si appartavano, percuotendosi il petto e stracciandosi i capelli. Tutte partecipavano di questa universale afflizione; perciocchè non eravi in Pisa una sola famiglia che non avesse parte a tanto infortunio, e non avesse a versar lagrime almeno sopra uno de' suoi membri, avendone molte perduti due, tre ed anche più. Fu d'uopo che i magistrati essi medesimi s'interponessero per far rientrare, quasi a forza, nelle proprie case tanti infelici che il dolore rendeva forsennati; e quando, dopo alcuni giorni, le donne uscirono nuovamente di casa, per pregare ne' templi, non ne fu vista una sola che non fosse vestita di corrotto. Pel corso di sei mesi non altro udivansi in Pisa che gemiti, gridi e funebri rimembranze.
Intanto i Genovesi, rientrati in porto, festeggiavano ne' templi la loro vittoria, e consultavano intorno alla sorte di tanti prigionieri. Alcuni senatori proponevano di cambiarli contro il forte di Castro in Sardegna, il quale risguardavasi come il baluardo de' possedimenti de' Pisani in quell'isola; ed altri preferivano una taglia in danaro. Ma la gelosia nazionale suggerì il più dannoso consiglio di tenerli in prigione perpetuamente, affinchè le loro mogli, non potendo rimaritarsi, venisse Pisa a mancare di nuova popolazione. Questo consiglio fu adottato, ed essendosi prolungata la guerra tredici anni, quando finalmente la pace rendette la libertà a quel misero avanzo di prigionieri, trovaronsi per le riportate ferite, per malattie, per l'età ridotti a così ristretto numero che, di undici mila, ne tornarono a Pisa appena mille.
Se la condotta de' Genovesi fu poco generosa, quella de' Guelfi toscani lo fu ancora meno. Pisa era la sola città ghibellina della provincia; onde essi determinarono di approfittare della presente sventura per distruggerla colla sua fazione. Fecero perciò proporre ai Genovesi di collegarsi con loro, promettendo di assediare Pisa per terra, mentre i Genovesi la chiuderebbero dalla banda dei mare, obbligandosi di non accordarle la pace a veruna condizione, ma di atterrarne le mura e disperderne i cittadini nelle vicine terre. Fiorenza, Lucca, Siena, Pistoja, Prato, Volterra, San Gemignano e Colle sottoscrissero quest'alleanza coi Genovesi, ed il 10 di novembre tutti i Fiorentini domiciliati in quella città l'abbandonarono, giusta l'ordine ricevuto dalla loro patria, mentre seicento cavalieri al soldo di Firenze entravano, per la strada di Volterra, nel territorio pisano, guastandolo e facendo ribellare molte terre[17].
[17] _Gio. Villani l. VII, c. 97, p. 305._
Erano i Pisani informati delle strette relazioni che il conte Ugolino della Gherardesca aveva conservate coi Fiorentini; conoscevano inoltre i talenti e l'accortezza di questo ambizioso cittadino, e l'arte con cui aveva saputo rendersi influente presso le due fazioni, ghibellino di nascita e guelfo per le contratte parentele. Nella difficile situazione in cui si trovavano, risolsero i Pisani di mettere il conte alla testa della repubblica, come i Romani in meno critiche circostanze avrebbero nominato un dittatore. Si assicura che i Pisani prigionieri in Genova, i quali dalle loro prigioni non lasciavano di conservare molta influenza sulle deliberazioni della loro patria, proposero essi medesimi tale elezione. Il conte Ugolino fu nominato per dieci anni capitano generale di Pisa; e la prima cura affidatagli fu quella di sciogliere la lega formata contro la patria.
Il conte Ugolino univa a molta desterità una coscienza poco scrupolosa; e forse era egli il principale motore della alleanza de' Guelfi contro i suoi concittadini. A Firenze era risguardato come un dichiarato Guelfo, onde vedendolo alla testa della repubblica pisana si credette d'aver ottenuto, senza adoperar le armi, il trionfo del partito guelfo ch'era stato l'unico motivo della lega. Ugolino fece proporre ai priori delle arti di Firenze di negoziare con lui; e nelle stesso tempo mandò loro un regalo di vini, pretendendosi che tra le bottiglie ve ne fossero alcune piene di fiorini d'oro in cambio di _vernaccia_[18]. Offrì inoltre di cedere ai Fiorentini molte terre del territorio pisano, ed ottenne con questi mezzi di sciogliere la lega de' Guelfi coi Genovesi. Vero è che i Fiorentini, staccandosene, imposero ai Pisani la condizione d'esiliare tutti i Ghibellini dalla città, onde non rimanesse loro alcun asilo in tutta la Toscana.
[18] _Gilacchet. Malasp. Stor. Fior. c. 225, t. VIII, p. 1043._
Il conte tentò in appresso di trattare coi Genovesi, offrendo loro Castro in Sardegna come taglia de' prigionieri fatti nella battaglia della Meloria; ma i prigionieri, avuto avviso di questo trattato, ottennero dai Genovesi il permesso di mandare dei commissarj a Pisa per esprimere il loro voto. Introdotti questi nel consiglio, dichiararono di non poter acconsentire a così vergognosa capitolazione; che preferivano di morire in prigione piuttosto che permettere alla loro patria di privarsi d'un forte fabbricato dagli antenati loro, e difeso con tanto sangue e tanti travagli; che se i consigli potevano prendere una tanto colpevole risoluzione, non sarebbero essi prigionieri prima liberati, che si farebbero conoscere i più implacabili nemici di que' pusillanimi magistrati, castigandoli dell'avere sagrificato il proprio onore a vani e fuggitivi godimenti. In conseguenza di così magnanima risoluzione si abbandonò il trattato aperto coi Genovesi[19].
[19] _Marangoni Cron. di Pisa p. 571._ — Gli storici pisani nominano in altra occasione i commissarj spediti dai prigionieri a Pisa: se sono quelli che fecero rompere il primo negoziato, vogliono essere ricordati: Guglielmo di Ricoveranza, Puccio Buzzacherini de Sismondi, Guelfo Pandolfini e Jacopo Aldobrandi. _Fragm. Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 651._
Allora il Conte Ugolino prese a trattar di pace colla repubblica di Lucca, la quale proponeva per condizione che i Pisani le cedessero i castelli d'Asciane, Avane, Librafatta e Viareggio. Non era probabile che i Pisani volessero cedere ai Lucchesi tante fortezze, le quali erano come la chiave del loro territorio, in tempo che non avevano voluto liberare undici mila de' loro cittadini, abbandonando ai Genovesi Castro in Sardegna: ma il conte Ugolino temeva in segreto il ritorno de' prigionieri ch'egli conosceva incapaci di prestarsi mai alla tirannide ch'egli meditava di stabilire; mentre per l'opposto desiderava di procurare non alla patria, ma alla sua famiglia l'appoggio e l'amicizia de' Lucchesi. Convenne perciò con questi che lascerebbe sorprendere dalle loro truppe le castella ch'essi chiedevano; e nello stesso tempo altri ne accordò ai Fiorentini, talchè più non restarono a Pisa che Motrone, Vico Pisano e Piombino.
Per tal modo credeva il conte Ugolino di avere assicurato in Pisa il suo potere; ma questa repubblica già così ricca e bellicosa, che ora vedevasi spogliata di tutto il suo territorio, che più non ardiva mettere un vascello in mare per paura che le fosse tolto dai Genovesi, e che per colmo delle sue sventure vedeva fondarsi entro le sue mura una nuova tirannide, non era in modo tollerante da soffrirne lungo tempo il giogo. Il conte rendevasi egualmente esoso ai Guelfi ed ai Ghibellini. Nino di Gallura, suo nipote, era il capo naturale della parte guelfa, quale erede della famiglia Visconti; ma poichè Ugolino erasi dichiarato protettore de' Guelfi, gli stessi Visconti sembravano avvicinarsi ai Ghibellini; e Nino, benchè fosse figliuolo d'una sorella del conte, non aveva perciò scordata l'antica rivalità delle famiglie de' loro padri. Ugolino ebbe sentore delle pratiche de' suoi nemici; esiliò molte famiglie ghibelline, e fece atterrare i palazzi di dieci delle principali famiglie di Pisa, che accusò di criminose intelligenze collo stesso partito.
Nino di Gallura, lungi dallo scoraggiarsi in vista di queste esecuzioni militari, strinse maggiormente i legami che aveva di fresco formati coi capi dei Ghibellini, i Gualandi ed i Sismondi, mentre il conte veniva sostenuto dai Gaetani e dagli Upezzinghi. Nino ardentemente desiderava la liberazione de' Pisani prigionieri in Genova, e perchè lo richiedeva il bene della repubblica, e per dare maggiore consistenza al suo partito. Prevedeva Ugolino all'opposto, che tornando questi prigionieri, si opporrebbero allo stabilimento della sua tirannide, e frapponeva ostacoli a tutti i trattati che Nino apriva coi Genovesi. Il giudice di Gallura tentò dì fare violenza al conte, chiamando il popolo a parte della sua causa: ed i suol partigiani si sparsero un giorno per le strade, gridando _morte a tutti i nemici della pace_; ma, contro la sua aspettazione, il popolo non prese le armi a quel grido, e la sua inazione equivaleva pel conte ad una vittoria. Allora Nino lo attaccò in una più legal forma, accusando innanzi ai consoli ed agli anziani delle arti il capitano generale, d'avere in onta delle leggi estesa la sua autorità, d'essersi attribuito l'ufficio di podestà e d'essersi impadronito del palazzo della Signoria, che non gli era stato accordato dal popolo. Effettivamente i magistrati impegnarono Ugolino a ritirarsi dal palazzo della Signoria, e si misero di mezzo per riconciliare i due capi di parte. Intanto venne nominato un nuovo podestà, e nel susseguente anno, senz'essere spogliato della carica di capitano generale, non potè per altro governare la città a suo arbitrio.
In aprile del 1287, la repubblica ricevette quattro nuovi deputati dei prigionieri di Genova, che venivano a trattare della pace e della taglia. Il trattato che essi proponevano, non ponendo verun'altra condizione alla loro libertà che il pagamento d'una somma di danaro, era stato sottoscritto dagli stessi prigionieri: pure passarono tredici mesi senza che a Pisa si fosse potuto ottenerne la ratifica, tanti erano gli ostacoli che il conte vi andava frapponendo. Intanto Ugolino erasi nuovamente impadronito del palazzo pubblico, cacciatone il podestà, e fattosi dichiarare capitano e signore di Pisa. Aveva prescelto per la inaugurazione il giorno della sua nascita, e, mentre tornando da un banchetto, rientrava in casa sua gonfio d'orgoglio ed inebbriato della propria fortuna, disse ad alcuno di coloro che gli erano vicini: «E bene, Lombardo, cosa mi manca ancora? — Non altro, quegli rispose, che la collera di Dio.» Ne tardò questa a colpirlo.
Vedendo il conte che il popolo era disposto ad approvare il trattato sottoscritto a Genova e che Nino di Gallura ed i Guelfi medesimi ne affrettavano l'esecuzione, commise ad alcuni corsari Sardi d'armare in corso contro i Genovesi in disprezzo della convenuta sospensione d'armi, ricominciando in tal modo le ostilità[20]. Volle in pari tempo ravvicinarsi ai Ghibellini di Pisa, e propose un'alleanza all'arcivescovo degli Ubaldini ch'erasi fatto loro capo, onde di concerto cacciare fuori di città Nino ed i Guelfi. Per altro, siccome non voleva affatto perdere presso i Fiorentini suoi antichi alleati la riputazione d'essere guelfo ancor egli, quand'ebbe tutto disposto perchè i suoi satelliti secondassero l'arcivescovo ed i Ghibellini, ritirossi al castello di Settimo per non essere presente alla imminente rivoluzione. Ruggeri degli Ubaldini fece rientrare in città i Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi ed alcune altre famiglie ghibelline, gli unì alle truppe del conte, e per tal modo si trovò tanto superiore di forze al giudice di Gallura, che questi senza combattere si ritirò col suo partito a Calcinara.
[20] _Jacob Doria Annales Genuens. l. X, p. 594._
(1288) Il popolo volle allora associare nel governo della repubblica l'arcivescovo Ruggeri al conte Ugolino; e forse era questa una delle segrete condizioni del trattato tra le due parti: ma Ugolino dichiarò orgogliosamente che non soffrirebbe compagno, e che non conosceva eguale. Insistevano invano i Ghibellini perchè alcuno del loro partito fosse messo a parte del governo; Ugolino voleva essere solo; onde l'arcivescovo nè meno ambizioso, nè meno dissimulato del conte, si ritirò dal palazzo della comunità ove il popolo l'aveva fatto entrare, senza mostrare verun risentimento o dar sospetto ad Ugolino d'aver cessato d'essere suo amico.
La prosperità, lungi dall'addolcire i tiranni, li rende d'ordinario suscettibili di più violenta irritazione quando incontrano la più leggera opposizione alla loro volontà; e non pertanto potrebbero ben gli uomini rimanere docilissimi sotto il despotismo, che non perciò cambieranno mai le leggi della natura, ed un tiranno in mezzo ai più costanti successi troverà ancora motivi d'impazienza. La guerra marittima, i diplomi civili, e, può darsi ancora, l'irregolarità delle stagioni, avevano accresciuto il prezzo de' grani e non erano facili a trovarsi: lagnavasene il popolo, ed accusava il conte dei cari prezzi delle derrate. Tale era intanto la violenza degl'impeti di collera d'Ugolino, che niuno osava fargli note le lagnanze del popolo, ed avvisarlo del pericolo cui potevano esporlo. Uno de' suoi nipoti incaricossi di così difficile incumbenza, e gli propose di sospendere il prezzo delle gabelle per minorare il prezzo de' viveri. Egualmente intollerante di rimproveri e di consigli, Ugolino, cavato il pugnale che teneva in seno, lo ferì in un braccio, ed avrebbe in quell'impeto di sdegno ucciso il nipote, se non gli fosse stato tolto dalle mani. Uno de' nipoti dell'arcivescovo, intimo amico del ferito giovane, nell'atto che gli fece scudo del suo corpo proruppe in rimproveri contro il conte, il quale, diventato furibondo, lanciò un'accetta, che gli venne tra le mani, sul capo del nipote dell'arcivescovo e lo stese morto ai piedi.
Ruggeri degli Ubaldini compresse il suo dolore e la sua collera finchè non si fu assicurato dell'ajuto di tutti i Ghibellini. Il primo di luglio essendosi adunato il consiglio nella chiesa di san Bastiano per deliberare intorno alla pace coi Genovesi, si separò senza aver nulla conchiuso, perchè il conte non lasciava di frapporre ostacoli all'esecuzione del trattato, a fronte delle istanze che andavano facendo caldissime i Ghibellini. Nell'uscire di chiesa l'arcivescovo fu avvisato che Nino, detto il Brigata, radunava battelli per andare in traccia dei Guelfi ed introdurli nuovamente in città; perchè l'arcivescovo non frapponendo più dimora, fece gridare all'armi dai Ghibellini suoi partigiani, e suonare a stormo la campana del popolo. I Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi si fecero intorno all'arcivescovo Ruggeri con parte degli Orlandi, dei Ripafratta e delle altre famiglie ghibelline. Il conte Ugolino con due suoi figliuoli e due nipoti, gli Upezzinghi, i Gaetani ed i suoi satelliti difendevano la piazza e le vicinanze di san Bastiano e di san Sepolcro. Dopo lungo combattimento essendo caduto morto un suo bastardo, e sembrandogli i Ghibellini più forti, si chiuse nel palazzo del popolo, che continuò a difendere dal mezzogiorno fino a sera. Gli assedianti alla fine si determinarono di appiccargli il fuoco, e penetrandovi in mezzo alle fiamme, fecero prigioni il conte Ugolino, i suoi minori figli Gaddo ed Uguccione, Nino, detto il Brigata, figliuolo di Guelfo, suo figliuolo allora assente, ed Anselmuccio figliuolo anche esso d'un altro suo figliuolo detto Lotto, ch'era morto.
Sono questi i cinque personaggi, di cui Dante rese tanto celebre la deplorabile morte. Dopo averli chiusi nella torre de' Gualandi alle Sette Vie sulla Piazza degli Anziani, l'arcivescovo passati alcuni mesi fe' gettare in Arno le chiavi della prigione, e non permise che fosse loro recato alcun cibo. L'orrore del suo supplizio fece dimenticare i delitti gravissimi di Ugolino, ed il suo nome rimase quasi unico esempio nella storia di un tiranno che ispira pietà, e che viene punito dal suo popolo più severamente che non meritassero le sue colpe. Dante racconta d'aver veduto Ugolino nell'inferno fra i traditori della patria entro ad un eterno ghiaccio, dal quale gli usciva soltanto il capo, ed avanti a lui stava il capo dell'arcivescovo Ruggeri di cui rodeva il cranio con avidità pari alla fame sofferta. Ugolino, interrogato da Dante, fa il patetico racconto delle terribili angosce patite negli ultimi suoi giorni dall'istante in cui aveva udito chiudersi l'orribile torre fino al nuovo giorno in cui perì di fame[21].
[21] Si omettono i versi di Dante riportati dall'autore, siccome troppo noti a tutti gl'Italiani.
I frequenti cambiamenti di partito del conte Ugolino hanno resa alquanto confusa la sua storia; onde non deve recare meraviglia che sia tanto oscura, a fronte della celebrità del suo nome e dell'estrema sua sciagura. Questa storia per altro fu l'argomento d'ampie e numerose dissertazioni. Quelle del caval. Flaminio del Borgo, che formarono un volume in 4º, non hanno altro scopo che quello di purgare i Pisani dal rimprovero di crudeltà loro fatto da Dante e ripetuto da tutti coloro che leggono il suo divino poema. Prese per epigrafe questo verso
_Exoritur tandem nostro de sanguine vindex_,
e crede d'aver giustificata la sua patria, dimostrando che i quattro giovani chiusi in carcere con Ugolino, essendo stati presi colle armi alla mano, non erano meno di lui colpevoli; sicchè Dante non poteva dire di loro con verità: _Innocenti facea l'età novella_, ec. Noi abbiamo forse più che il cavalier del Borgo un interesse immediato a giustificare Pisa e le famiglie ghibelline da così grande crudeltà: pure non sappiamo immaginare qual vi possa essere così grave delitto che renda legittimo il supplizio d'Ugolino e de' suoi figli. Non vediamo che Dante li supponga nella prima fanciullezza; anzi li rappresenta come giovani pronti a sacrificarsi al loro padre; e questo zelo generoso ne fa supporre naturalmente che avranno pure combattuto al suo fianco; ma non pertanto erano essi troppo giovani per aver partecipato al tradimento che quattr'anni prima fece perdere la battaglia della Meloria, o a quello che diede ai Lucchesi Ripafratta, Viareggio ed altre castella. Il conte poteva averli avuti compagni nelle battaglie molto prima d'iniziarli ne' misterj della malvagia sua politica. Se alcuna cosa può scusare i Pisani, ella è la sofferta fame, la quale essi attribuivano alla politica del conte, e non credettero che di renderlo vittima di quel supplicio ch'essi in parte sperimentarono per sua colpa.