Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 19

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Una più calda congiura scoppiò del 1310, nella quale presero la principale parte le più nobili e potenti famiglie di Venezia. Alcuni gentiluomini eransi veduti esclusi dal maggiore consiglio nella riforma del 1297, di modo che si trovavano d'inferiore condizione a molti plebei che vi erano stati ammessi; altri, sebbene avevano luogo nel maggior consiglio, non erano perciò soddisfatti della rivoluzione; perciocchè invece d'accrescer l'autorità loro, l'aveva anzi diminuita, confondendoli nella folla de' consiglieri, dai quali prima d'allora li separava il favor popolare. Boemondo Tiepolo, fratello di quel Giacomo che il popolo aveva tentato d'opporre a Gradenigo, si pose alla testa dei congiurati, associandosi i principali capi delle case Querini e Badoero. L'ultima di queste famiglie, che prima portava il nome di Partecipazio, aveva ne' primi secoli della repubblica posseduta quasi per diritto ereditario la dignità ducale. I Dauri, Barbari, Barocci, Vendelini, Lombardi ed altri gentiluomini si associarono ai congiurati, e si resero forti colla massa de' plebei malcontenti e col nome della Chiesa e del partito guelfo, accusando il doge d'essere ghibellino, per avere provocate sulla repubblica le scomuniche del papa coll'impresa di Ferrara: per altro i vocaboli di Guelfo e di Ghibellino non erano fino a tale epoca in Venezia conosciuti. I congiurati progettarono di occupare per forza la piazza di san Marco ed il palazzo ducale, di uccidere il doge, di sciogliere il maggior consiglio e di rimpiazzarlo, secondo l'antica costumanza, con un'elezione annuale.

Venezia non conosceva ancora quella sospettosa polizia, inventata ne' susseguenti tempi da quel governo. Ne' tempi a noi più vicini i malcontenti sempre tenuti di vista dagl'inquisitori di Stato, sempre circondati di spie e di delatori, lungi dal poter condurre una trama contro al governo fino alla vigilia della sua esecuzione, non avrebbero pure avuto il tempo di adunarsi per lagnarsene: perciocchè giunse un tempo nel quale la sicurezza de' governanti venne risguardata come l'unico scopo dell'ordine sociale, e a quella si sagrificarono la sicurezza, la libertà, la tranquillità dei cittadini. Il doge non ebbe sentore della cospirazione che in sul far della sera della domenica 15 giugno: gli fu dato avviso che adunavansi moltissime persone presso di Boemondo Tiepolo, ed altre assai innanzi alla casa Querini. Fece all'istante chiamare i consiglieri della signoria, gli avogadori di comune, e que' nobili che sapeva attaccati al nuovo ordine di cose. Mandò ordine ai sediziosi di separarsi, ed in pari tempo afforzò tutte le strade che fanno capo alla piazza di san Marco[297].

[297] Lettere del doge ai castellani di Modone e di Corone. _Ad calcem Chron. Danduli. t. XII, p. 488._

Intanto i congiurati avevano occupata la camera degli ufficiali di pace a Rialto e quella delle biade. Il lunedì mattina allo spuntar del giorno marciarono verso la piazza. Diversi militari stranieri confusi coi congiurati, assai numerosi anche soli, ne accrescevano le forze; onde la battaglia, che attaccarono colle truppe comandate dal doge, riuscì sanguinosissima. Ma questi che aveva avuto molte ore di tempo per prepararsi, approfittò del vantaggio che davangli le località, immenso vantaggio per chi sta sulle difese. Le strade che conducono alla piazza di san Marco sono così anguste e tortuose, che la moltitudine degli assalitori rendevasi inutile; essi cadevano, senza aver potuto combattere, sotto i colpi di coloro che difendevano le barricate, e che gettavano pietre dalle finestre. Dopo un ostinato attacco, Marco Querini e suo figlio Benedetto caddero morti; e gli altri congiurati, scoraggiati dall'inutilità de' loro sforzi, ritiraronsi verso il ponte di Rialto e si afforzarono nel quartiere della città posto al di là di Canal grande. Se il doge gli avesse inseguiti, avrebbe a vicenda avuto lo stesso svantaggio, che in conseguenza della costruzione di Venezia devono soffrire gli assalitori; ma egli offrì accortamente ai congiurati di entrare subito in negoziazioni, promettendo di usare dolcemente della vittoria; e seppe così bene approfittare dello scoraggiamento che la battaglia presso san Marco aveva sparso ne' congiurati, che ridusse tutti i gentiluomini avversarj ad uscire di città ed a promettere di recarsi in quel luogo d'esilio che loro verrebbe assegnato[298].

[298] Il Sandi ed il Muratori vogliono accaduta questa congiura del 1309, senza che io possa intenderne la cagione. Tutte le lettere originali riportate da Rafaino Caresino, nella continuazione di Dandolo, portano la data del 1310; ed i due più antichi storici della repubblica, Navagero, _p. 1016_, e Marin Sanuto, _p. 588_, tengono la stessa data. Vedasi ancora _Laugier Hist. de Venise, l. X, t. III, p. 228_.

Il pericolo in cui una così potente congiura aveva posta la repubblica, o a meglio dire il partito aristocratico, ispirò a questo partito un lungo terrore, che gli fece per sua salvezza adottare tali misure che affatto snaturarono la costituzione dello stato. Per tenere di vista i congiurati, rimasti per la maggior parte sotto le armi a Treviso o nel suo contado, per dissipare le congiure de' malcontenti, e provvedere con una forza dittatoriale alla salvezza di coloro che governavano lo stato, il maggior consiglio creò il consiglio de' dieci, che doveva durare soltanto due mesi; gli affidò un'autorità sovrana, incaricandolo di comprimere e punire nei nobili i delitti di fellonia e di alto tradimento; e nello stesso tempo gli diede ampia facoltà di disporre del pubblico erario, di ordinare e di provvedere come potrebbe farlo il maggior consiglio colla pienezza della sua sovranità.

Il consiglio de' dieci venne nominato dal maggior consiglio, che si fece un dovere di non nominare in pari tempo, per l'esercizio di queste formidabili funzioni, due membri della stessa famiglia, o solamente dello stesso casato. Oltre i dieci consiglieri _neri_ che, dopo il 1311, vennero eletti per un anno, facevano parte di questo consiglio il doge ed i sei consiglieri _rossi_ che formano la signoria[299]. Gli ultimi durano in carica solamente otto mesi. Perciò il consiglio dei dieci era effettivamente composto di diciassette membri che si rinnovavano tutti in differenti epoche. Il doge era presidente a vita; i dieci neri si eleggevano in quattro adunanze nei mesi d'agosto e di settembre d'ogni anno; ed ogni quattro mesi si nominavano tre rossi[300].

[299] Il colore dell'abito di cerimonia diede loro il nome di rossi e di neri.

[300] _Vettor Sandi Stor. Civile, l. V, c. 11, p. 32. — Andrea Navagero Stor. Venez. t. XXIII, p. 1019. — Laugier Hist. de Venise, l. X, t. III, p. 243. — Memoires histor. et polit. de Lèopold Curti 2.ª ediz. p. I, c. 4, t. I, p. 81._ — Per altro Vettor Sandi non decide positivamente se fino dalla sua origine il consiglio dei dieci fosse presieduto dal doge e dal suo piccolo consiglio.

Il decreto che istituì il consiglio dei dieci, delegava i diritti della sovranità ad una commissione; lo che riesce sempre pericoloso per la libertà politica: ma faceva ancora di più, accordava a questa commissione un potere arbitrario incompetente alla stessa sovranità, un potere non accordato dai cittadini al governo e che non può esistere senza distruggere la civile libertà ed i più cari diritti degli individui. Il consiglio dei dieci fu autorizzato a perseguitare e punire i delitti dei nobili con una segreta ed inquisitoriale procedura, che, non dando veruna guarenzia alla società, può salvare il colpevole e punire l'innocente; ma che col suo medesimo ministero ispirava a tutta la nazione quel profondo terrore in cui si voleva mantenere. I testimonj, lungi d'essere confrontati coll'accusato, non gli si nominavano nè pure, levandosi dalle loro giurate deposizioni tutto quanto poteva contribuire a fargli conoscere; di modo che la testimonianza giuridica si cambiò in una perfida delazione, in un vile spionaggio. Effettivamente il consiglio de' dieci cominciò dopo quest'epoca a pagare migliaja di delatori per sopravvegliare e talvolta calunniare la condotta di tutti i cittadini; ed allora ebbe cominciamento quell'arte perniciosa de' moderni governi, che venne indicata col mascherato nome di _polizia_. La condanna ed il supplicio erano d'ordinario tenuti segreti come la procedura. Il consiglio non rispondeva delle sue sentenze nè della sua condotta a veruna magistratura della repubblica; non eravi appellazione che allo stesso consiglio, il quale colla prima sentenza si obbligava spesso a non rivedere la pronunciata sentenza. In conseguenza dichiarava talvolta che non accorderebbe grazia al colpevole se non dopo passati alcuni anni, o senza la maggiorità di due terzi, di tre quarti, di cinque sesti di suffragi, maggiorità spesse volte impossibile ad ottenersi[301].

[301] Si vedano le _Memorie istoriche e politiche di Leopoldo Curti p. I, c. 4, t. I, p. 81-109; e p. II, c. 4, t. II, p. 1-95_.

Il consiglio dei dieci, fin quasi dalla prima sua istituzione, si arrogò la suprema direzione della repubblica; riunì i poteri fin allora divisi, diede un centro all'autorità ed una irresistibile potenza alla volontà direttrice del governo. Per dirlo in una parola, stabilì il despotismo e non conservò che il nome della libertà. D'altra parte ebbe le qualità di un governo fermo, vigilante, che con profonda politica concepiva i suoi progetti e gli eseguiva con una irremovibile costanza. Ingrandì al di fuori la repubblica, sebbene in pari tempo la facesse odiare col mancar di fede; la mantenne internamente tranquilla, soffocando le congiure nel loro nascere e sempre rendendo impotente l'odio eccitato dal suo despotismo. Ma la stabilità d'un governo non è un vantaggio per la nazione che allora quando lo stesso governo è un bene. Quale vantaggio ne veniva al nobile veneziano dall'aver nulla a temere il consiglio de' dieci, quando poi ogni giorno la sua libertà, la sua proprietà, la sua vita erano più minacciate da questo solo consiglio, che da tutti i suoi nemici? Quale vantaggio ritraeva la nazione dall'ingrandimento del territorio, se la stessa nazione perdeva la sua felicità sotto il despotismo, e se colle sue conquiste non faceva che accrescere il numero de' suoi compagni di schiavitù? Si trova nello stabilimento della vera tirannide per la conservazione della libertà una così aperta contraddizione, che mal si può concepire come gli uomini possano esserne per lo spazio di più secoli contenti. Il consiglio de' dieci durò quasi cinquecento anni, rendendo ogni giorno, fino all'ultimo di sua esistenza, più pesante il giogo da lui posto alla nazione; ed intanto esso l'aveva in modo accostumata a credere alla necessità del suo potere, che il corpo dei nobili, che più degli altri ne sentiva il peso, non prese giammai la ferma risoluzione di distruggerlo, com'era ogni anno in suo arbitrio il farlo in tempo delle elezioni d'agosto e di settembre, che rinnovavano questo formidabile consiglio. Se in tali elezioni il maggior consiglio avesse rifiutata l'assoluta maggiorità dei suffragi a tutti coloro che si fossero presentati per entrare in quello dei dieci, questo consiglio veniva col fatto soppresso. Più volte i nobili usarono del loro diritto di rifiutare in tal modo i suffragi, per ridurre i dieci a mettere alcuni limiti al loro potere; ma non hanno mai persistito, come avrebbero dovuto fare, fino alla totale abolizione di questo odioso corpo.

Due cose per altro assai notabili si osservano in questo despotismo repubblicano. Primo la consolazione che i cittadini possono trovare della perdita della libertà civile nell'acquisto o nella partecipazione ad un grande potere; compenso che non può aver luogo che in uno stato in cui sonovi pochi cittadini, e dove per conseguenza la volta di giugnere al supremo potere è abbastanza vicina per addolcire il giornaliero sacrificio che ogni cittadino fa de' suoi diritti a questo potere; e per tal modo nelle antiche repubbliche non esisteva veruna libertà civile; il cittadino riconoscevasi schiavo della nazione di cui era parte; si abbandonava interamente alle decisioni del sovrano, senza contestare al legislatore il diritto di _controllare_ tutte le sue azioni, o di violentare in tutto le sue volontà; ma d'altra parte era egli stesso a vicenda e sovrano e legislatore. Conosceva il valore del suo voto in una nazione abbastanza piccola perchè ogni cittadino potesse esservi principe, e sentiva che come suddito sagrificava la sua libertà civile a sè medesimo come sovrano. Lo stesso accadeva a Venezia ove la nazione si componeva, dopo la chiusura del maggior consiglio, di soli nobili, e dove non essendovi più di mille duecento cittadini attivi, tutti avevano il diritto e la prossima speranza d'essere ammessi a vicenda in quel tremendo consiglio dei dieci, per esercitarvi quello stesso potere che aveva temuto in tutto il rimanente del viver suo. Questa specie di compenso ebbe luogo effettivamente finchè gli affari della repubblica prosperarono; e malgrado il despotismo del suo governo, i nobili si mantennero costantemente affezionati alla loro patria. Ognuno comprende quanto un tale compenso sarebbe illusorio, se invece di soli mille duecento nobili si fossero contati nella repubblica alcuni milioni di cittadini attivi. Negli ultimi due secoli diventò illusoria per una diversa ragione: si formò un'oligarchia in seno all'aristocrazia, e la porta del consiglio de' dieci non rimase aperta che a sole sessanta famiglie e forse meno.

L'altro oggetto degno d'osservazione è la facilità con cui, in una repubblica, un immenso potere esecutivo militare e finanziere può limitarsi ed anche distruggersi affatto. Se nelle quattro assemblee annuali in cui i membri del consiglio dei dieci dovevano successivamente eleggersi, i gentiluomini avessero semplicemente rifiutato di dare i loro suffragi, questo potente consiglio che disponeva a suo arbitrio di tutte le finanze, di tutte le forze di terra e di mare, di tutti i tribunali della repubblica e perfino della vita di tutti gl'individui, questo tremendo consiglio avrebbe cessato d'esistere senza disamina e senza un giudizio. In mezzo a tutta la sua dispotica autorità, non pensò mai nella sua lunga esistenza di cinque secoli di rinnovarsi da sè medesimo senza aver bisogno del suffragio de' suoi committenti[302]. La possibilità riservata al sovrano di far cessare un'autorità dispotica, non guarentisce, gli è vero, bastantemente la libertà; ma indica almeno essere questa la sola maniera pratica di contenere entro i limiti d'una dipendenza sociale un troppo vasto potere esecutivo. Invano si vorrebbe sottoporlo ad una rigorosa risponsabilità innanzi ai tribunali; invano s'innalzerebbe un'alta corte nazionale per giudicare gli abusi del potere, coloro che sono gli arbitri dell'armata e del tesoro, non si lasciano atterrire da vane parole, non risguardando essi un'accusa o una chiamata in giudizio a rendere conto della loro condotta, che quale avviso di preparare le armi per difendersi. D'uopo è, come praticavasi in Venezia, che il primo attacco li faccia immediatamente rientrare nella classe de' privati cittadini; che vengano spogliati del potere di nuocere, invece di pensare a punirli; che ne siano spogliati col semplice rifiuto dei suffragi, che non espone verun individuo alla loro vendetta e che non richiede l'uso di un grande coraggio civile; che ne siano spogliati senza che il corpo che li colpisce, subentri nell'esercizio delle loro prerogative e diritti: imperciocchè rendesi necessario di rimuovere perfino il sospetto che siasi preso consiglio dal proprio orgoglio ed ambizione per provvedere alla libertà nazionale. Quanto più si esaminerà questa semplicissima istituzione di Venezia, ci si renderà sempre più chiara ed aperta la felice applicazione che si potrebbe farne in più liberi governi che quello non era[303].

[302] Il maggior consiglio rifiutò la prima volta i suoi suffragi l'anno 1582; l'ultima volta l'anno 1761. Prima di tali epoche aveva adoperati mezzi più immediati avanti di far uso di questo estremo rimedio. Dopo il 1761 minacciò più volte tale rifiuto fino alla caduta della repubblica.

[303] Questa possibilità di rifiutare il suo suffragio al consiglio dei dieci e di abolirne con questo solo fatto la continuazione è tanto antica quanto l'istituzione dello stesso consiglio. Colla _parte_ del maggior consiglio del 3 gennajo 1311, che rafferma per cinque anni il consiglio dei dieci, viene ordinato che tutti i suoi membri debbano essere individualmente approvati ogni quattro mesi dal maggior consiglio. In tale epoca i dieci non erano ancora obbligati dopo un determinato tempo di cedere il loro luogo a nuovi eletti, e non erano sottoposti alla _contumacia_, per valermi de' vocaboli delle leggi venete; ma potevano essere riconfermati per un tempo indefinito. _Navag. Hist. Ven. t. XXIII. p. 1020._

Mentre i Veneziani, occupati trovandosi intorno alla riforma dei loro governo, ricusavano di prendere parte negli affari generali d'Italia, e per avere pace colla chiesa, cedevano di nuovo ai legati pontificj le fortezze di Ferrara di fresco venute in loro potere; mentre le loro armi venivano esclusivamente adoperate in Dalmazia contro le città di Zara, di Traù, di Sebenico, che spesso si ribellavano alla repubblica, i Guelfi toscani liberati finalmente dal terrore che aveva loro ispirato Enrico VII, preparavansi, coll'unione di tutte le forze del partito, a distruggere i Ghibellini ed a punire la città di Pisa per avere soccorso il nemico della loro libertà.

La repubblica di Pisa, come abbiamo osservato nel precedente capitolo, aveva dato per capo ai cavalieri tenuti al suo soldo Uguccione della Fagiuola, uno de' più riputati capitani di parte ghibellina. Giunto egli a Pisa il 22 settembre del 1313, andò subito a guastare il territorio lucchese; e, prima che i Guelfi si fossero preparati alla difesa, aveva occupato Buti, svaligiata Santa Maria del Giudice, ed insultati i Lucchesi fin presso le loro mura. La lega guelfa, ritardata e contrariata da Roberto re di Napoli, ch'ella si era dato per capo, non prendeva alcuna misura vigorosa; i Fiorentini abbandonavano i Lucchesi loro alleati, e Roberto eccitava i Pisani a trattare con lui di pace quando avrebbe dovuto approfittare, per sottometterli, della superiorità delle sue forze e dello scoraggiamento che la morte d'Enrico aveva gettato nel partito ghibellino.

I capi della repubblica di Pisa, e più di tutti Banduccio Buonconti, il più riputato cittadino, non lasciavansi sedurre da questi primi avvenimenti e si vedevano esposti quasi soli alla collera di Roberto, che a quest'epoca trovandosi ancora occupato di più importanti progetti, non tarderebbe, quando fosse tempo, a rovesciare sopra di loro tutte le sue forze. Roberto, in virtù d'una bolla del 14 marzo 1314, fu dal papa nominato vicario imperiale di tutta l'Italia durante la vacanza dell'impero; in pari tempo venne eletto senatore di Roma; mentre per diritto ereditario era sovrano di Napoli e della contea di Provenza; finalmente era stato riconosciuto signore della Romagna e delle città di Fiorenza Lucca, Ferrara, Pavia, Alessandria e Bergamo, aggiungendovi parecchi feudi in Piemonte. Così potente sovrano era per la repubblica pisana un troppo formidabile nemico, e perciò i consoli di mare e gli anziani si affrettarono, dietro gl'inviti fatti da Roberto, di mandare a Napoli un ambasciatore, ed approfittando della circostanza in cui il re preparavasi a portare la guerra in Sicilia, fecero con esso lui un trattato di pace e d'alleanza alle seguenti condizioni: che i Pisani non ajuterebbero in verun modo i nemici del re e nominatamente Federico d'Arragona; che darebbero a Roberto per tre mesi cinque galere e gli pagherebbero cinquemila fiorini al mese per la spedizione di Sicilia. Per rendere questa pace comune ai Lucchesi ad ai Fiorentini accordavano a questi una franchigia dalle gabelle nel loro porto, e restituivano agli altri i castelli loro occupati. Finalmente essi richiamavano tutti i Guelfi esiliati, rendendo loro i diritti della cittadinanza[304].

[304] _Cron. di Pisa di Bern. Marangoni, p. 626. — Monumenta Pisana t. XV, p. 989._

In conseguenza di questa pace i Pisani dovevano licenziare Uguccione e le truppe tedesche: ma Uguccione non poteva sostenersi che colla guerra; ed il combattere contro forze superiori sembravagli miglior partito che il riposo; e sia ch'egli molto fidasse ne' suoi talenti, o pure che fosse determinato d'arrischiar tutto, poich'ebbe cercato invano di stornare la ratifica della pace, invitò il popolo a prendere le armi, e facendo portare nelle strade alcune aquile vive, insegna de' Ghibellini, fece gridare al tradimento contro i Guelfi. La truppa de' sediziosi, da lui comandata, s'incontrò in quella di Banduccio Buonconti, che voleva difendere l'indipendenza de' magistrati; egli la disperse, e fatti arrestare Banduccio e suo figliuolo, ed accusatili d'avere voluto tradire il partito ghibellino e la libertà della patria, fece loro tagliare il capo. In seguito adunò il consiglio di già intimidito da questa esecuzione, facendogli emanare un decreto, che niuno potesse venir eletto magistrato se non provava ch'egli e i suoi antenati erano sempre stati ghibellini. In tal modo egli acquistò un'autorità quasi tirannica sul governo della repubblica e ad altro più non pensò che a rinnovare la guerra con maggior vigore.

La gelosia che si manifestò tra alcune famiglie guelfe in Lucca, gli diede ben tosto opportunità d'illustrare la sua amministrazione con una brillante conquista. Gli Obizzi, famiglia guelfa della nobiltà lucchese, eransi da più anni innalzati al di sopra delle famiglie rivali; dirigevano essi soli tutti i consigli della repubblica. Da più d'un secolo e mezzo che il partito guelfo era in Lucca dominante, avevano avuto tempo di concentrare i poteri dell'aristocrazia; e la rivoluzione, che del 1301 aveva cacciati i Bianchi da questa città, assicurò l'autorità de' gentiluomini. Il popolo gli odiava e compiangeva le molte famiglie de' Bianchi e degl'Interminelli esiliate; e quando un partito della nobiltà unì la sua gelosia contro gli Obizzi al risentimento della plebe, il governo non ebbe più bastanti forze per mantenersi. Arrigo Bernarducci, capo de' malcontenti, dopo aver fatto innanzi agli anziani una calda pittura dei guasti cagionati dalla loro guerra coi Pisani e della negligenza di Roberto nel difenderli, costrinse questi magistrati a proporre nel maggior consiglio la pace. Unanimi furono i voti di questo corpo, e furono nominati de' commissarj, che, abboccatisi con quelli di Pisa a Ripafratta, conchiusero in pochi giorni la pace, a condizione che i Lucchesi richiamassero tutti gli esiliati[305].

[305] _Storie Pistolesi anon. t. XI, p. 405._