Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 18

Chapter 183,456 wordsPublic domain

[283] _Gio. Villani l. IX, c. 47. — Albert. Mussati Hist. Aug. l. IX, Rub. 4._

I Fiorentini si lodarono senza dubbio di non avere posta in compromesso la sorte della loro patria con una battaglia quando era noto che l'armata dell'imperatore s'andava distruggendo per le malattie prodotte dalle fatiche e dal bisogno; le quali malattie nè la salubrità dell'aria di Poggibonzi, nè la stagione facevano cessare. A questo disastro s'aggiungevano le molestie de' Sienesi e de' Fiorentini, i quali scaramucciando ogni giorno cogl'imperiali, gli toglievano ogni giorno qualche soldato, e gli rendevano difficile l'approvigionamento. Perchè conoscendo l'imperatore lo svantaggio di più lunga dimora in Poggibonzi, partì il 6 di marzo colla sua armata prendendo la strada di Pisa. Colà, avendo eretto un tribunale imperiale, chiamò in giudizio tutte le città che avevano a lui resistito, pretendendo di sottomettere colle sentenze que' nemici che non aveva potuto vincere colle armi. I primi ad essere condannati furono i Fiorentini; furono annullati i loro privilegi, cassati i loro giudici e notai, il comune tassato in cento mila fiorini e privato del diritto di battere monete, il quale fu accordato collo stesso conio, lo stesso titolo e lo stesso valore ad Ubizzino Spinola di Genova ed al marchese di Monferrato[284].

[284] _Gio. Villani l. IX, c. 48._

Finalmente il tribunale chiuse le sue procedure con una condanna più ardita: il giorno 7 delle calende di maggio Enrico sentenziò Roberto re di Napoli, dichiarandolo decaduto del trono, come verso di lui colpevole di lesa maestà, sciogliendo in pari tempo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, e proibendo loro di ubbidire per lo innanzi al proprio re[285].

[285] _Alber. Mussatus Hist. Aug. l. XIII, R. 5._

Ma queste condanne, nell'atto medesimo che l'imperatore le pronunciava, erano piuttosto oggetto di derisione che di timore; perciocchè la sua armata era talmente indebolita, che, se fosse rimasto in campagna, correva rischio d'essere oppresso dalle truppe repubblicane. Allora mandò ordine in Germania di formare un'altra armata, e spedì l'arcivescovo di Treveri suo fratello per condurgliela sollecitamente[286]. Finchè gli giugnesse questo tanto necessario rinforzo, non avendo con lui che un migliajo d'uomini d'armi, passò l'estate sotto la protezione della repubblica di Pisa, facendo guerra ai Lucchesi per conto di questa città[287] e rendendosi degno fra le angustie che lo circondavano, dell'elogio che fa di lui il Villani. Giammai l'avversità turbò questo principe, nè la prosperità lo fece presontuoso, o troppo lieto.

[286] _Alber. Mussatus l. XII, R. 6._

[287] _Cron. di Pisa di B. Marangoni p. 617._

In tempo di questo forzato riposo Enrico contrasse stretta alleanza con Federico re di Sicilia, convenendo tra di loro di attaccare di concerto Roberto re di Napoli, quale capo del partito guelfo e, più d'ogni altro, loro pericoloso nemico. Federico di Sicilia, armate cinquanta galere, sbarcò mille cavalieri, in Calabria, impadronendosi di Reggio e di poche altre città. Dietro inchiesta dell'Imperatore le repubbliche di Pisa e di Genova allestirono una flotta di settanta galere sotto il comando di Lamba Doria, e la spedirono sulle coste del regno di Napoli. I Pisani che si spogliavano per dare truppe di terra ad Enrico, equipaggiarono meno vascelli dei Genovesi[288]. Dall'altro canto incominciavano ad arrivare all'imperatore potenti rinforzi dall'Allemagna e dall'Italia; onde il 5 agosto del 1313 si trovò in istato di lasciar Pisa per andare contro Napoli con due mila cinquecento cavalieri d'oltremonte, mille cinquecento Italiani, ed un proporzionato numero di pedoni.

[288] _Gio. Villani l. IX, c. 50._

Come Enrico vedeva nel re di Napoli il suo più potente avversario, i Fiorentini credettero di averlo per loro ajuto e difensore. Sebbene l'imperatore non avesse ottenuto contro di loro verun vantaggio, la situazione della repubblica non era affatto prospera. Nell'inverno il suo territorio era stato saccheggiato; molti de' suoi gentiluomini e tutti gli emigrati, Bianchi e Ghibellini, eransi afforzati ne' castelli delle montagne per farle guerra; il tesoro erasi esaurito negli armamenti del passato anno, ed i continui rinforzi che andava ricevendo l'imperatore rendeva inquieti i Fiorentini, non sapendo essi ove volgerebbe le sue armi. Spedirono perciò due deputati a Napoli per chiedere ajuto. Le città di Siena, Perugia, Lucca e Bologna unirono i loro inviati a questa deputazione, che, introdotta in corpo innanzi a Roberto, gli espose i pericoli della lega guelfa, sforzandosi di fargli sentire che la sua sicurezza era attaccata alla conservazione dell'indipendenza delle repubbliche toscane, che con tanto zelo avevano abbracciato il suo partito. Roberto dava loro le più larghe assicurazioni d'attaccamento, dichiarando che, se i pericoli del suo regno non avessero resa necessaria la sua presenza, avrebbe egli stesso comandate le truppe toscane e fattosi capitano dei Fiorentini; promise di mandare in sua vece il fratello Pietro con un ragguardevole corpo di cavalleria; ma in una seconda udienza scemò d'assai la confidenza che aveva inspirata nella prima, chiedendo loro anticipatamente il soldo delle sue truppe per tre mesi. L'esaurimento del tesoro della repubblica fiorentina rendeva assai difficile il trovare la somma domandata da Roberto, tanto più che le città di Bologna, Lucca, Siena e Perugia, più lontane dal pericolo, negavano di aver parte a tale contribuzione. I Fiorentini anticiparono bensì la parte fissata dal trattato di alleanza; ma perchè non fu pagato il rimanente, le truppe napolitane non si mossero, ed il danaro sborsato con tanto stento non produsse alcun frutto.

I Fiorentini credettero pertanto che l'unico mezzo d'obbligare Roberto a difenderli fosse quello di accordargli alcuni diritti, assicurandosi che nel presente pericolo della guerra di cui era minacciato non avrebbe tentato di cambiare l'accordata autorità in tirannide. I consigli mandarono fuori quindi un decreto che dava ai priori la facoltà di fare tutto quanto richiedesse la salute della repubblica, e questi con atto solenne conferirono al re di Napoli i diritti e titoli di rettore, governatore, protettore e signore della repubblica di Firenze, a condizione ch'egli manderebbe in città uno de' suoi figli o fratelli per difenderla, che non richiamerebbe gli emigrati, che conserverebbe le leggi della repubblica, mantenendo la sovrana magistratura de' priori nella presente forma[289].

[289] _Leon. Aretino Istor. Fior. l. V._

Intanto l'imperatore avanzavasi rapidamente colla sua armata sulla strada di Sanminiato e di castel Fiorentino. Passò tra Colle e Poggibonzi e venne ad accamparsi nel famoso piano di monte Aperto, empiendo di terrore la città di Siena che lo vedeva vicino alle sue porte con sì poderoso esercito. Ma in mezzo alla sua pompa militare, quando niuna armata credevasi bastante a fermarlo, aveva già cessato di essere formidabile: egli con lui portava i principj d'una malattia mortale contratti nel cattivo aere di Roma, o forse più anticamente in tempo de' patimenti sofferti nell'assedio di Brescia. La disposizione del suo sangue erasi già manifestata con un carbonchio sotto al ginocchio, ma perchè continuava a mostrarsi egualmente attivo, niuno s'avvedeva del suo pericolo. Un bagno intempestivamente preso fece scoppiare la malattia, che lo costrinse a fermarsi a Bonconvento, dodici miglia al di là di Siena, ove il giorno 24 agosto del 1313 morì in mezzo alla sua armata in un modo tanto inaspettato, che molti lo credettero avvelenato, essendosi perfino sparsa voce che un frate domenicano, nel comunicarlo, aveva posto del napello nell'ostia o nel vino consacrato[290].

[290] _Hist. Aug. Alberti Mussati l. XVI, R. 8._ E tutti gli storici citati nel presente capitolo, inoltre le _Note d'Uberto Benvoglienti alla Cron. Sanese d'Andrea Dei t. XV_.

Un così inaspettato avvenimento che affatto cambiava la presente condizione d'Italia, eccitò i più vivi trasporti di gioja ne' Guelfi, di dolore ne' Ghibellini. I Pisani s'abbandonarono più degli altri alla disperazione. Avevano consumata per questo monarca la prodigiosa somma di due milioni di fiorini, ed invece d'aver nulla acquistato colla sua assistenza, dopo essersi impoveriti di gente e di danaro, si vedevano abbandonati a se medesimi per difendersi contro tanti nemici provocati per piacere all'imperatore. Da prima tentarono di ritenere l'armata sotto i loro ordini, offrendo ai soldati lo stipendio pagato da Enrico; ma i Tedeschi, perduto il loro imperatore, più non pensavano che a ripatriare, e molti di loro vendettero ai Fiorentini ed ai Guelfi le fortezze di cui erano momentaneamente in possesso. Federico di Sicilia venne personalmente a Pisa per concertare i mezzi di sostenere i Ghibellini; ma fu in modo spaventato dalla loro situazione, che rifiutossi di difendere la loro città, quand'anche ne fosse fatto signore. Lo stesso onore, per lo stesso motivo, venne rifiutato dal conte di Savoja e da Enrico di Fiandra, onde i Pisani chiamarono Uguccione della Fagiuola, ghibellino della Romagna, che a quest'epoca trovavasi vicario imperiale a Genova, e ritennero sotto i suoi ordini circa mille cavalli tedeschi, brabantesi e fiamminghi. Tutto il rimanente dell'armata ripassò le Alpi, risguardando l'Italia come un paese per loro affatto straniero dopo la perdita dell'imperatore che li conduceva.

Frattanto il corpo d'Enrico era stato portato a Pisa con grandissima pompa; e fattigli dalla repubblica splendidi funerali, gli fu data sepoltura in duomo, ove trovasi ancora di presente il suo mausoleo[291].

[291] Questo sarcofago fu però traslocato due volte, nel 1494 e nel 1727. Ora è nella cappella della Madonna, sotto l'organo, nel duomo di Pisa.

CAPITOLO XXVIII.

_Consolidamento dell'aristocrazia veneziana; il maggior consiglio reso ereditario. — Vittoria d'Uguccione della Fagiuola ottenuta sui Fiorentini. — Sua espulsione da Pisa e da Lucca. — Padova perde la sua libertà. — Signorie lombarde._

1313 = 1317.

In mezzo al vortice della politica italiana, la repubblica di Venezia non prendeva mai parte agli avvenimenti che si succedevano ai suoi confini, e pareva che, isolata dalle acque, non appartenesse all'Italia; onde si rimase straniera perfino alle fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini, il di cui sangue bagnava tutte le rive delle sue lagune. Aveva essa fatto conoscere ad Enrico VII il suo rispetto per l'impero, mandandogli una solenne deputazione; ma nello stesso tempo faceva solenni proteste pel mantenimento della propria indipendenza, e non aveva divise nè le conquiste, nè le perdite dell'imperatore. L'assoluta separazione dagli altri stati in cui si mantenevano i Veneziani non ci permette di far avanzare di fronte la loro storia con quella degli altri popoli d'Italia: e solo di generazione in generazione possiamo riprenderne il filo per tener dietro al progressivo stabilimento dell'interno loro sistema politico e per conoscere l'estensione e la solidità che davano alla loro potenza le conquiste ed il commercio del Levante.

L'anno 1297, epoca della chiusura del maggior consiglio (_serrata del mazor consejo_), viene comunemente risguardato come l'epoca dello stabilimento dell'aristocrazia ereditaria in Venezia. Ma siccome questa rivoluzione si andò preparando in tutto il corso del 13.º secolo, e non ottenne l'intero suo compimento da questo solo decreto; che anzi la prima _reformagione_[292] ebbe bisogno d'essere sviluppata ed afforzata con molte posteriori leggi; ho preferito di renderne conto all'epoca in cui l'ultimo sviluppo dato al nuovo sistema d'aristocrazia ereditaria la rese perpetua.

[292] Così chiamavansi le leggi del maggior consiglio.

Le lente e sorde usurpazioni del maggior consiglio avevano alla fine risvegliata la gelosia del popolo, il quale in sul declinare del tredicesimo secolo conobbe d'essere stato escluso affatto dal governo: dolevasi specialmente di non essere più chiamato alle elezioni, onde la nobiltà più non gli usava que' riguardi di cui era prodiga ai cittadini quando i loro suffragi conferivano le cariche dello stato. Il doge, spogliato di quasi tutte le prerogative, omai d'altro non si curava che di piacere al maggior consiglio, di cui era la creatura e l'istrumento; ma rammentando i plebei, che negli andati tempi il doge era il loro magistrato, desideravano d'innalzare a questa dignità qualche individuo, che, per ricompensarli della loro confidenza, li riponesse in possesso delle prerogative spettanti ai cittadini sovrani d'uno stato libero.

Queste disposizioni si manifestarono del 1289 in occasione della morte del doge Giovanni Dandolo. Mentre i quarantuno elettori, designati dalla mescolanza della sorte coi suffragi del maggiore consiglio, deliberavano intorno alla scelta del suo successore, il popolo si adunò sulla piazza di san Marco e proclamò doge Giacomo Tiepolo, figliuolo di Lorenzo, che aveva occupata la stessa carica dal 1272 al 1282. Tiepolo erasi acquistato il favor popolare colle sue private virtù e colla dolcezza del suo carattere, ma non era altrimenti fatto per essere capo di partito: niuna parte aveva egli presa ad un movimento popolare che lo voleva innalzare alla prima dignità della sua patria; anzi egli stesso, dietro gli ordini del maggior consiglio, aveva cercato di dissiparlo; e, quando vide che non poteva in verun altro modo rifiutarsi alla confidenza de' suoi concittadini, fuggì segretamente a Treviso, ove rimase finchè colle consuete forme fu eletto il nuovo capo della repubblica[293].

[293] _Sandi Stor. civ. Venez. p. II, l. V, c. 1. — Andr. Navag. Stor. Venez. t. XXIII, Scr. Rer. It. p. 1006. — Marin Sanuto, Vite dei Duchi di Venezia t. XXII, p. 577. — Laugier Hist. de Venise l. IX, t. III, p. 154._

Gli elettori si tennero dieci giorni chiusi in san Marco, non osando di dare al popolo un doge diverso da quello nominato da lui. Finalmente quando il fermento popolare parve calmato, elessero Pietro Gradenigo, in allora podestà di capo d'Istria. Ma questa scelta accrebbe a dismisura il malcontento de' plebei, perchè il Gradenigo, uomo vendicativo e caparbio, aveva in ogni tempo manifestato il suo zelo per il sistema e per la parte aristocratica. Tiepolo tornò prima di lui a Venezia per calmare colla sua dolcezza il fermento del popolo; e Gradenigo fece il suo ingresso in città con dieci galere armate ch'erano andate in Istria a prenderlo.

Il nuovo doge si trovò ben tosto impegnato in una pericolosa guerra coi Genovesi, guerra che dal 1293 al 1299 minacciò perfino l'esistenza della repubblica. Di questa guerra, siccome della rotta de' Veneziani a Corsola, in conseguenza della quale le due nazioni fecero la pace, abbiamo di già parlato nel capitolo XXVI. Pare che il popolo, distratto da così grave motivo, andasse dimenticando il suo malcontento, e chiudesse gli occhi sui progressi dell'aristocrazia: ma non fece però perdere di vista a Gradenigo l'esecuzione del suo progetto per abbassare i plebei, e vendicarsi dell'odio di una parte de' suoi compatriotti.

L'annuale elezione del maggior consiglio era la sola parte della costituzione che ancora conservasse qualche cosa di popolare. Il modo di eleggere aveva negli ultimi anni sofferto qualche cambiamento che difficilmente potrebbe comprendersi senz'essere iniziati nell'interna polizia e nelle formalità della repubblica: tale cambiamento non aveva, gli è vero, ratificato il diritto ereditario della nobiltà, ma non aveva nè meno limitata l'onnipotenza del maggior consiglio, che in fondo si rinnovava sempre in se medesimo. Nel 1286 dai tre capi della quarantia era stato proposto un assai più importante cambiamento. Avevano domandato che si prescrivesse agli annuali elettori di non far entrare nel maggior consiglio che coloro che ne erano già stati membri, o che proverebbero che i loro antenati vi erano stati ammessi dopo l'istituzione di questo consiglio del 1172[294]. Questa proposizione che mirava a designare in un modo tanto preciso la classe dei nobili, non fu allora adottata. Senza dubbio ciò che ritrasse il consiglio dall'adottarla, si fu che tutti i cittadini, nuovi membri del consiglio, temettero che riconoscendo così espressamente la preminenza della nobiltà, ad ogni nuova elezione non si andasse escludendo coloro che non appartenevano alla classe dei nobili, dando la preferenza alle più antiche famiglie.

[294] _Vettor Sandi Storia civ. p. II, l. V, c. 1, p. 6._

Pietro Gradenigo non tentò di rinnovare questa legge, sebbene tendesse direttamente allo scopo preso di mira da lui e da tutto il partito aristocratico. Invece di farne prova, l'ultimo giorno di febbrajo del 1267, giorno che chiudeva l'anno veneziano, propose quel decreto che fu poi risguardato come la _serrata_ del maggior consiglio, e che ne conservò il nome; ma che presentando una più immediata esca agli attuali membri di questo corpo, apparentemente si allontanava meno dalle usitate forme e dalle elezioni nazionali.

Gradenigo espose al consiglio, come cosa indubitata, che da oltre un secolo l'elezione cadeva sempre press'a poco su le stesse persone o famiglie, di modo che coloro che avevano parte all'amministrazione, o erano attualmente membri del consiglio, o lo erano stati negli ultimi anni. In conseguenza propose di non più considerare, rispetto ai membri del consiglio, se dovevano essere rieletti, ma se avevano meritato di essere esclusi da un corpo di cui facevano parte; corpo risguardato come la scelta della nazione, e che da lungo tempo trovavasi in pieno possesso della sovranità. Un così fatto giudizio sui diritti politici dei primi uomini dello stato, non poteva attribuirsi, soggiungeva il Gradenigo, che al primo tribunale dello stato, alla quarantia. In conseguenza il doge domandò che la lista del maggior consiglio degli ultimi quattro anni venisse sottomessa al tribunale della quarantia; che i giudici, uno dopo l'altro, ballottassero i nomi di ogni cittadino iscritto su queste liste, e che chiunque, di quaranta suffragi, ne avesse dodici favorevoli, fosse ritenuto membro del maggiore consiglio. Per altro il doge dichiarò non essere sua intenzione di chiudere affatto agli altri cittadini l'ingresso al maggior consiglio; per lasciare ai quali, secondo diceva egli, quel medesimo accesso a questo corpo sovrano che avevano avuto finora, propose che dal maggior consiglio si nominassero tre elettori, incaricati di fare un elenco suppletorio di altri cittadini, limitato al numero che verrebbe determinato dal doge nel suo piccolo consiglio; il quale elenco, siccome il precedente, doveva sottoporsi ai suffragi della quarantia; bastando pure ai nuovi eleggibili d'avere, come i primi, soltanto dodici voti dei quaranta[295].

[295] _Sandi l. V, c. I, p. II_, dietro il testo della Parte deposta all'Avogaria del Comune. — _Marin Sanuto vite dei duchi di Venezia, p. 580, t. XXII._

Fin qui tale decreto non pareva avere altro scopo che quello di deferire il diritto d'elezione alla quarantia criminale, non essendo apertamente enunciata l'istituzione posta in suo arbitrio d'una nobiltà ereditaria esclusivamente sovrana. In fatti il popolo non ne conobbe subito le conseguenze, nè s'avvide che il rinnovamento del maggior consiglio che si fece nel susseguente anno colle stesse norme, trovavasi ridotto ad una vana formalità: perciocchè la quarantia raffermò tre anni di seguito que' medesimi ch'ella aveva eletti la prima volta. I tre elettori nominati ogni anno dal maggior consiglio per formare la lista degli altri cittadini eleggibili (questo era il vocabolo adoperato dalla legge) seguivano lo stesso principio aristocratico, e soltanto prendevansi cura di supplire alle vacanze prodotte dalla morte di alcuni membri. Un decreto del 1298, richiamando quello ch'era stato proposto del 1286, ordinava agli elettori di non presentare se non individui che avessero già seduto nel maggior consiglio, o i di cui maggiori ne fossero stati membri; nel 1300, fu più espressamente vietata l'ammissione di _uomini nuovi_; nel 1315, nel consiglio della quarantia, fu aperto un libro nel quale tutti coloro che avessero le qualità richieste per essere eleggibili, dovevano, giunti che fossero ai diciott'anni, farsi iscrivere dai notari del consiglio, affinchè gli elettori avessero sott'occhio tutti coloro ch'era loro permesso di presentare; l'anno 1319 queste iscrizioni vennero sottomesse all'ispezione degli _avogadori di comune_, obbligati di verificare, nel termine di un mese col mezzo di una procedura inquisitoriale, se la persona iscritta aveva tutte le richieste qualità; e finalmente nello stesso anno con un decreto che perfezionò il sistema aristocratico, vennero soppressi i tre elettori annuali, abolito il rinnovamento periodico del maggior consiglio, che ritenevasi eseguito nella festa di san Michele; ed ammessi a farsi iscrivere di pieno diritto nel libro d'oro quelli che in età di venticinque anni avessero i necessarj requisiti per essere accettati, senza la formalità di nuova elezione, nel maggior consiglio. Di qui ebbe origine quella formola adoperata ancora nella nostra età per le prove di nobiltà a Venezia: _per suos et per viginti quinque annos_: provare, che i suoi ascendenti paterni erano stati membri del maggior consiglio e provare d'avere 25 anni.

Per tal modo quella rivoluzione, che molti storici rappresentarono come l'opera d'un giorno[296], non ottenne compimento che nello spazio di 23 anni, sebbene fosse stata preparata nel precedente secolo. Tale lentezza può sola spiegare la pazienza e la rassegnazione del popolo veneziano addormentato da una dissimulata politica, ma che non sarebbesi tutt'ad un tratto lasciata togliere la preziosa eredità dei diritti politici che aveva fin allora posseduti. Malgrado l'arte adoperata dal Gradenigo per nascondere al popolo i suoi progetti e le ambiziose mire del maggior consiglio, non si compì la sedizione senza resistenza e senza spargimento di sangue.

[296] Tra gli altri vedasi _Laugier, Hist. de Venise, l. X. t. III_.

La prima sedizione scoppiò nel 1299, poco dopo la pace fatta colla repubblica di Genova, e ne furono capi i popolari, Marino Bocconio, Giovanni Baldovino e Michele Giuda. Se la costituzione non avesse subite mutazioni, costoro e per le loro ricchezze e pei loro talenti avrebbero a ragione preteso di entrare nella magistratura: onde si proponevano di ottenere colla forza l'ingresso nel maggior consiglio agli uomini del loro ordine; ma si trovarono prevenuti dalla vigilanza di Gradenigo, che fece perire i capi sul palco, esiliare e punire in altri modi i meno colpevoli.