Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)
Part 17
Gli ambasciatori di Roberto, re di Napoli, vennero a Genova alla corte d'Enrico. Questi due sovrani, che si disputavano il dominio dell'Italia, dovevano osservarsi con diffidenza. Enrico, malgrado l'imparzialità mostrata al suo arrivo, non aveva trovati nemici che tra i Guelfi, e zelanti partigiani soltanto tra i Ghibellini. Dall'altro canto Roberto era alleato di tutti i Guelfi d'Italia, si era dichiarato loro protettore e faceva alla scoperta apparecchi per difenderli. Pure fino a quest'epoca Enrico aveva cautamente evitato ogni motivo di disgusto con lui, non avendo voluto ricevere il giuramento di fedeltà dalle città d'Alba e d'Alessandria, nè dal marchese di Saluzzo, sebbene dipendenti dall'impero, perchè queste città ed il marchese si erano posti sotto la protezione di Roberto. Enrico mostravasi inoltre apparecchiato a ravvicinare le due famiglie col matrimonio di una delle sue figliuole con uno dei principi di Napoli, ma i deputati di Roberto chiedevano per condizione di questo parentado, che uno de' fratelli del loro re venisse fatto senatore di Roma e vicario della Toscana. Si seppe in breve che il principe Giovanni di Napoli era entrato con un'armata in Roma per difendere il circondario di questa capitale dall'armata imperiale, e che, essendosi unito agli Orsini, aveva attaccati i Colonna e tutti i partigiani di Enrico. All'avviso di tali emergenze i deputati di Roberto fuggirono la notte da Genova: e i due re, senza veruna dichiarazione di guerra, fecero nuovi apparecchi per offendersi[269].
[269] _Alb. Mussati Hist. Aug. l. V, Rub. 6. — Ferreti Vicent. l. V, p. 1091._
La lega guelfa di Toscana, di cui era capo Roberto, aveva guarnito di truppe lo stato di Lucca ed il paese di Sarzana per chiudere il passaggio ad Enrico; faceva guardare gli Appennini tra Fiorenza e Bologna per difendere anche quest'ingresso della Toscana[270]. Enrico aveva spediti per questa strada due deputati, incaricati di allestire gli alloggiamenti e di ricevere dai Toscani il giuramento di fedeltà. Erano questi Pandolfo Savelli, notajo pontificio, e Nicola Vescovo di Botronto, autore dell'interessante relazione della spedizione d'Enrico in Italia[271].
[270] _Gio. Villani l. IX, c. 20 e 26._
[271] Questa relazione venne indirizzata a papa Clemente V dal suo autore in sul finire del 1313 o in principio del 1314. Difficilmente può trovarsi uno scrittore più degno di fede, non avendo riferito che quello ch'egli vide.
Questi due deputati giunti sul territorio di Bologna, fecero domandare al podestà e consiglieri della repubblica il permesso di attraversare la città per andare in Toscana. In vece di dar loro risposta, fu posto in prigione il messo, il quale, avendo avuto modo di fuggire, andò ad avvisare i deputati del comune pericolo. Essendo questi tre sole miglia lontani dalle mura, si affrettarono di prendere la strada della montagna senza avvicinarsi a Bologna, ma trovandola guardata dai soldati fiorentini, a stento e tra molti pericoli ottennero di arrivare il secondo giorno alle Lastre, due sole miglia lontana di Firenze.
«Prima di giugnervi, dice il vescovo di Botronto, fu da noi spedito al podestà, capitano, ed altri governatori della città, lo stesso notajo ch'era stato imprigionato a Bologna, onde prevenirli che venivamo quali messaggeri di pace pel bene della Toscana con lettere di vostra santità e del re, pregandoli in pari tempo di prepararci un alloggio. Avendo i magistrati ricevute le nostre lettere, adunarono, secondo il costume di Firenze, il gran consiglio che non si sciolse prima del tramontare del sole. Il nostro messo, dopo avere molto aspettato, non essendogli stata preparata alcune stanza, si ritirò, incaricando alcuna persona di avvisarlo nel luogo indicato, quando fosse richiesto per ricevere una risposta. Appena giunto al suo alloggio, il consiglio si separò e fece conoscere coi fatti la risposta che aveva determinato di darci. Gli usceri della città, in ora così avanzata, proclamarono al popolo, per parte del consiglio, in tutti i luoghi consueti, ch'eravamo giunti due miglia lontano dalla città, noi messi ed ambasciatori di quel tiranno, re di Germania, che aveva in Lombardia distrutto il più che avea potuto del partito guelfo, e che adesso preparavasi ad entrare in Toscana dalla banda del mare per distruggere i Fiorentini ed introdurre in casa loro i più fieri nemici; che questo re aveva spediti noi per la via di terra, noi ch'eravamo preti, per sovvertire la loro patria sotto l'ombra della chiesa: onde bandivano pubblicamente il signor re e noi ch'eravamo suoi nunzj, permettendo, a chiunque il volesse, di offenderci impunemente sia nelle persone che nelle proprietà, essendo a loro notizia che portavamo molto danaro per corrompere i Toscani ed assoldare i Ghibellini. — Il nostro messo, atterrito da questa bandigione, non osò uscire dalla casa in cui erasi ritirato, nè mandare persona ad avvisarci del pericolo in cui eravamo. Ma un vecchio di casa Spini, ch'era stato banchiere di papa Onorio, zio del signor Pandolfo, mio compagno, gli fece sapere per lettera tutte queste cose. Noi eravamo già a letto addormentati quando ci fu recata la sua lettera alle Lastre; e ci levammo senza sapere quale partito prendere: il tornare a Bologna o nel suo territorio era per noi la più pericolosa risoluzione, come ne avevamo di già fatta esperienza; altronde non conoscevamo verun'altra strada, e l'ora avanzata faceva più grande il nostro pericolo. Scrivemmo dunque al podestà ed al capitano di Firenze nati amendue nelle terre della Chiesa, uno a Radicofani, l'altro nella Marca, per intendere da loro come regolarci dopo quella _bandigione_. Appena fatto giorno si fecero allestire i nostri cavalli e caricare gli equipaggi: e mentre stavamo a mensa, in attenzione del messo, udimmo suonare campana a martello e subito le strade furon piene di uomini armati a piedi ed a cavallo, i quali circondarono la nostra casa; ed un uomo di bella presenza della famiglia Magalotti, plebeo, volle salire la nostra scala, gridando _a morte! a morte!_ ma il nostro ospite colla spada alla mano non permetteva a chicchessia di salire le scale.
«In questo tumulto le nostre bestie da soma e quasi tutti i nostri cavalli ci furono tolti dai soldati, i quali non tardarono ad introdursi da diverse bande sulla scala; ed entrarono nella nostra camera coi coltelli sguainati. Alcuni de' nostri domestici fuggirono, gettandosi dalle finestre nell'attiguo giardino, e così fece il frate mio compagno[272]; altri si nascosero sotto i letti, temendo d'essere uccisi; pochi rimasero con noi. Ma Iddio che ci liberò dalle loro mani, ci diede tanto coraggio, che, posso attestarlo sulla mia coscienza, non ebbi il menomo timore per me, sebbene fossi il più esposto. Mentre ciò accadeva alle Lastre, in Firenze si tumultuava; dicevano molti essere mal fatto il bandirci in tal modo, e specialmente il signor Pandolfo ch'era uno de' più nobili di Roma. Per questo motivo, e mossi inoltre dalle preghiere di quel mercante di casa Spini, che chiamavasi, se bene mi ricordo, Avvocato, il podestà ci mandò una delle sue guardie ed il capitano un cittadino in compagnia de' quali venne anche il detto mercante. Essi scontrarono sulla strada alcuni de' nostri cavalli e delle bestie da soma, che venivano condotti in città; li ripresero ai soldati, e ce li ricondussero, dicendoci nello stesso tempo che, se ci era cara la vita, dovevamo subito dar a dietro, mentre si sarebbero essi occupati di farci rendere tutto quanto eraci stato tolto. Volevamo esporre loro la nostra ambasciata, ma rifiutarono di ascoltarla; volevamo far loro vedere le vostre lettere, e non vollero vederle. Si chiese che ci fosse permesso di attraversare di notte Firenze ben custoditi affinchè non potessimo parlare ad alcuno; ma lo negarono, dicendo, che avevano ordine di farci ritornare là onde eravamo venuti. Questo vecchio Avvocato degli Spini ci aveva appartatamente detto che ci guardassimo dall'entrare in Bologna, o nel suo territorio, ove già si sapeva che dovevamo essere scacciati dal distretto di Firenze, e che i Bolognesi dovevano trattarci come pubblici nemici, affinchè atterrito dal nostro esempio verun altro osasse entrare nel territorio della lega. Noi che conoscevamo la vigliaccheria e la malvagità de' Bolognesi, replicammo che, quand'anche dovessimo essere uccisi, noi non entreremmo giammai nel bolognese. Dopo avere lungamente consultato tra di loro, finalmente ci posero sulla strada che conduce alle terre del conte Guido, tra Bologna, la Romagna ed Arezzo. Essi non riuscirono a farci restituire che undici cavalli e tre bestie da soma; ed il signor Pandolfo perdette più di me, perchè aveva più roba. Io perdetti la mia cappella, e tutto quanto possedevo di cose d'oro e d'argento, tranne uno stiletto d'oro delle mie tavolette, ed un anello che avevo in dito»[273].
[272] Il vescovo di Botronto era domenicano, e giusta le regole dell'ordine era sempre accompagnato da un altro religioso del suo convento, ma di un rango inferiore.
[273] _Henrici VII Iter Ital. t. IX, p. 908._
I Fiorentini non senza ragione avevano presa parte di non ricevere gli ambasciatori dell'imperatore[274]; e per lo migliore avrebbero dovuto condurli sul territorio neutro di Modena, anzichè permetter loro di penetrare in Toscana: conciossiachè que' medesimi prelati, che giunsero, siccome fuggitivi, ne' feudi imperiali degli Appennini, si videro tosto venire incontro tutti i conti Guidi delle due famiglie guelfa e ghibellina, i quali diedero loro di molto denaro e cavalli, e prestarono giuramento di fedeltà al loro imperatore. Gli ambasciatori si recarono a Ciortella tra Arezzo e Siena, ove alzarono un tribunale, citando subito a comparire Firenze e Siena. «Siccome queste città, scrive il vescovo di Botronto, rimasero contumaci, abbiamo proceduto contro di loro, condannandole a molte pene temporali secondo le nostre facoltà, osservando costantemente le regole del diritto, del quale per altro io non sono troppo intelligente; ma il signor Pandolfo mio compagno è molto versato, secondo dicono, nell'una e nell'altra legge.»
[274] _Gio. Villani l. IX, c. 25._
In seguito i due prelati citarono gli abitanti di Arezzo, di Cortona, di Borgo san Sepolcro, Monte Pulciano, san Savino, Lucignano, Chiusi, città della Pieve e Castiglione Aretino. Tranne gli abitanti di Chiusi e di Borgo san Sepolcro tutti ubbidirono, e prestarono il giuramento di ubbidienza; di modo che quando i due prelati furono avvisati dell'arrivo d'Enrico a Pisa, lo raggiunsero, accompagnati da molti conti e signori e dalle milizie di varie città.
Enrico, per mettersi in istato d'abbandonare Genova, aveva dovuto ricorrere ai Pisani, che gli prestarono una ragguardevole somma di danaro; onde si pose in mare il 16 febbrajo del 1312 con trenta galere montate da circa mille cinquecento uomini d'armi; e, dopo essere stato trattenuto diciotto giorni dal cattivo tempo a Porto Venere, era giunto a Pisa il giorno 6 di marzo[275]. La città di Pisa costantemente attaccata alla fazione ghibellina, ed agl'imperatori consacrò senza riserva le sue forze e le sue ricchezze al servigio d'Enrico. Gli aveva mandato a Genova il conte Fazio di Donoratico, figliuolo di quel conte Gherardo che aveva perduta la testa sul patibolo con Corradino[276], facendolo accompagnare da ventiquattro de' suoi principali cittadini. Due volte lo aveva sovvenuto di denaro, e gli offrì di nuovo un dono considerabile quando entrò in città. Acconsentì di farlo assoluto signore, sospendendo il governo de' suoi anziani, per dipendere da lui solo. Finalmente, per fargli cosa grata, riprese l'interrotta guerra con Firenze e con Lucca, tirandosi addosso tutte le forze della lega toscana: ma non per questo lasciò di accompagnare Enrico, che partiva alla volta di Roma, con un rinforzo di galere e seicento balestrieri[277].
[275] _Gio. Villani l. IX, c. 36. — Ferr. Vicent. l. V._
[276] _Albert. Mussatus Hist. Aug. l. V, R. 5._
[277] _Cron. di Pisa t. XV, p. 985._
Enrico soggiornò due mesi a Pisa, nel qual tempo ingrossò la sua armata coi Bianchi e coi Ghibellini esiliati dalle città guelfe, e s'avviò verso Roma alla testa di due mila cavalli, prendendo la strada di Piombino e della Maremma. Il re Roberto aveva mandato a Roma suo fratello Giovanni con una piccola armata per occupare il Vaticano e metà della città. Non pertanto aveva di nuovo assicurato Enrico, che, lungi dal volersi opporre alla sua coronazione, non aveva mandate truppe napoletane a Roma che per onorarlo. Enrico dunque si avvicinava con piena sicurezza, ma trovò Ponte Molle fortificato dal principe Giovanni che mandò a sfidarlo, dichiarandogli che teneva ordine dal fratello d'impedire il suo coronamento. Il giorno 7 di maggio del 1312 Enrico forzò il ponte, entrando in seguito nella città divisa tra due armate e due fazioni. I Colonna eransi dichiarati a favore dell'imperatore, pel re di Napoli gli Orsini. Coll'ajuto dei primi e del senatore Luigi di Savoja, ebbe Enrico il possesso del Campidoglio e di san Giovanni di Laterano; e poco dopo s'impadronì ancora del Coliseo, della Torre dei Conti, di quella di san Marco e del monte de' Savelli formato colle rovine del teatro Marcello; ma non potè giammai scacciare i suoi nemici dal Vaticano e dalla città Leonina, di modo che, rinunciando a farsi coronare nella basilica destinata a tale cerimonia, ottenne dai tre cardinali, incaricati dal papa di coronarlo, di eseguir tale funzione nella chiesa di san Giovanni di Laterano, di cui era egli padrone. In fatti vi fu consacrato il 29 giugno del 1312, giorno della festa de' santi Pietro e Paolo[278].
[278] _Henr. VII Iter Ital. p. 919. — Ferretus Vicent. l. V, p. 1104._
Il nuovo imperatore trovavasi in Roma in assai difficile posizione: metà della città era in aperta guerra contro di lui, essendovi acquartierata un'armata nemica eguale alla sua, che poteva da un istante all'altro essere ingrossata, mentre quella dell'imperatore non poteva ricevere soccorso che da troppo lontani amici. Cane della Scala ed i Ghibellini che gli erano in Lombardia rimasti fedeli, venivano tenuti a casa dalla guerra che loro facevano le città guelfe; e l'aria pestilenziale di Roma atterriva talmente la sua armata, che non aveva potuto impedirne la divisione. Il duca di Baviera, il conte Luigi di Savoja, il conte d'Ainault, il fratello del Delfino del Viennese e circa quattrocento cavalieri, abbandonarono Enrico nel cuore dell'estate per tornare al loro paese[279]. Quando trovavasi in tali angustie, la repubblica di Pisa si affrettò di soccorrerlo. Aveva equipaggiate sei galere per mandargli dei soldati, le quali essendo cadute alla Meloria in potere della squadra di Roberto dopo una ostinata difesa, fece all'istante partire per la via di terra seicento arcieri, e gli mandò un'altra somma di danaro[280].
[279] _Albertus Mussatus l. VIII, R. 8._
[280] _Bernardo Marangoni Chron. di Pisa p. 616._
Enrico erasi ritirato a Tivoli, piccola città più proporzionata alle debolezze della sua armata, ove stava aspettando in più sano clima il fine dei calori estivi[281]. In sul declinare di agosto si pose in marcia per Sutri, Viterbo e Todi, alla volta della Toscana, ansioso di castigare i Fiorentini e tutti i popoli della lega guelfa che avevano cercato con tanto accanimento di moltiplicare i suoi nemici in ogni parte dell'Italia. Guastò il territorio di Perugia, ingrossò la sua armata coi volontarj che si arrolarono sotto le sue insegne in Todi, Spoleti, Narni, Cortona, e finalmente giunse presso ad Arezzo, dove fu accolto con entusiasmo da' Ghibellini.
[281] _Ferret. Vicent. l. V, p. 1108._
Fu durante la guerra contro Enrico VII, che i Fiorentini per la prima volta abbracciarono colle loro negoziazioni la politica dell'intera Italia, e collocaronsi nel centro del partito guelfo, come se ne fossero i capi. Non si erano essi accontentati della loro alleanza colle vicine città di Bologna, Lucca e Siena; ma avevano inoltre cercata quella di Guido della Torre, avanti la sua cacciata da Milano, e, lungi dall'abbandonarlo dopo la sua caduta, lo avevano sovvenuto di danaro e di soldati mercenarj per ajutarlo a ricuperare la perduta signoria. I Fiorentini avevano pure avuta la principal parte nell'insurrezione di Brescia; ed Enrico in tempo dell'assedio di questa città aveva sorpresa la loro corrispondenza e trovato che i Fiorentini le avevano somministrato il danaro per difendersi. Anche recentemente avevano i Fiorentini consigliata alla ribellione ed alla guerra la città di Padova, eccitando la sua gelosia contro Cane della Scala, il quale da Enrico era stato investito della signoria di Verona e di Vicenza. Avevano essi pagati dodici mila fiorini a Giberto da Correggio per impegnarlo a far dichiarare la città di Parma contro l'imperatore; e per ultimo avevano mandate truppe a Roma per opporsi all'incoronazione d'Enrico. Nello stesso tempo essi stendevano le loro negoziazioni fino alle corti di Avignone e di Francia; sembrava che avessero i primi concepita l'idea delle relazioni che devono unire tutti i membri della repubblica europea, e di quell'equilibrio dei poteri che deve assicurare la libertà di tutti. È veramente un singolare fenomeno, che questi vasti piani di politica abbiano avuta la prima loro origine in una repubblica democratica, il di cui governo si rinnovava interamente ogni due mesi e i di cui capi, quasi tutti mercanti, stranieri per la condizione loro ai pubblici affari, non rimanevano abbastanza di tempo in carica per vedere il fine di verun trattato da loro incominciato. Ma in una piccola repubblica, la forza della vita, il pensiere, il sentimento, invece di appartenere soltanto alla magistratura, trovansi nell'intera massa del popolo. I signori priori di Firenze erano gli organi, non i creatori della volontà nazionale; ed il vigoroso piano di politica, che univa al nome della parte guelfa metà dell'Italia contro l'imperatore, era stato concepito ed adottato dallo stesso consiglio del popolo: tanto l'educazione data dalla libertà agli uomini cambia per la massa d'una nazione le abitudini, i sentimenti e le facoltà.
Sgraziatamente tra le pubbliche virtù che i Fiorentini dovevano alla forma del loro governo, non possono contarsi le virtù militari. Impiegavansi generalmente in tutta l'Italia soldati mercenarj per fare la guerra, chiamati Catalani, non già perchè questi mercenarj avessero tutti militato nelle bande catalane che Federico di Sicilia aveva licenziate; moltissimi avventurieri di Spagna, di Francia e di altri paesi, erano venuti ad ingrossare questo corpo per esercitare il lucroso mestiere del soldato: il brutale valore di questi mercenarj che vendevano il loro sangue al migliore offerente e che non erano capaci d'alcun nobile sentimento di patria o di libertà, aveva indebolita agli occhi degl'Italiani la stima dovuta al vero coraggio. Perciò i Fiorentini trovavano giusto che i cittadini, che i gentiluomini non si battessero come questi esseri degeneri, che fino dalla loro fanciullezza erano stati allevati come cani alani per il combattimento. Senza giugnere all'estremo di perdonare la viltà, non attaccavano verun sentimento di vergogna all'inferiorità di bravura e di forza; ne convenivano essi medesimi, e non pensavano a misurarsi con una più brillante nazione quando una grande superiorità di numero non compensasse abbondantemente la riconosciuta inferiorità della virtù militare.
La guerra de' Fiorentini contro Enrico VII fece ad un tempo conoscere la coraggiosa loro fermezza, e la loro mancanza di valore. Quando seppero che Enrico adunava tutte le sue forze per attaccarli, non cercarono di aprire con lui negoziazioni, o di allontanare la burrasca; e non calcolando i pericoli cui poteva in avvenire esporli la sua collera, nè l'immediata ruina delle loro campagne, osarono di far testa colle forze di una sola città all'imperatore della Germania: ma d'altra parte, quand'ebbero riunita coi soccorsi degli alleati un'armata due volte maggiore di quella del nemico, non perciò azzardarono una battaglia, ma si chiusero invece entro le loro mura, non illudendosi intorno al poco valore de' loro soldati.
Quando si seppe a Firenze l'arrivo dell'imperatore in Arezzo, la signoria, senza aspettare i soccorsi delle città alleate, fece partire quasi tutte le forze della repubblica, cioè 1800 lance ed un grosso corpo di pedoni per il castello dell'Ancisa, posto in sull'Arno a quindici miglia da Firenze. Speravano i generali fiorentini di fermare lungo tempo Enrico avanti a questo castello senza poter essere forzati di venire ad un fatto d'armi, ch'essi rifiutarono: ma l'imperatore, diretto dai Ghibellini del paese, girò intorno al castello per una strada che attraversa le montagne, e venne ad accamparsi tra l'Ancisa e Firenze, dopo aver rotte alcune truppe della repubblica che volevano opporsi al suo passaggio. L'armata fiorentina trovavasi per così dire tagliata fuori all'Ancisa; e se l'imperatore si fosse avvisato di strignerla, trovandosi questa quasi senza viveri, avrebbe corso un grandissimo pericolo. Ma egli credette più utile consiglio il marciare subito sopra Firenze. In fatti quando l'armata imperiale giunse il 19 settembre presso a questa città, abbruciando le case ed i villaggi di mano in mano che andava avanzando, la riempì di terrore e di costernazione; non potendo darsi a credere che fosse colà arrivata senza aver prima distrutta l'armata fiorentina posta all'Ancisa, di cui non sapevasene novella. Per altro al suono della campana del comune, tutte le compagnie della milizia si adunarono nella piazza de' Priori, essendosi armato anche il vescovo co' suoi preti, il quale, coi cavalli che soleva impiegare nelle cerimonie religiose, venne a prendere la guardia della porta sant'Ambrogio. Furono palificate le fosse, alzati i ridotti, e tutto disposto per combattere. Soltanto dopo due giorni, l'armata fiorentina, avanzandosi di notte per istrade sviate, potè rientrare in Firenze. Erasi Enrico lusingato che l'improvvisa sua venuta ecciterebbe qualche tumulto in città, ma non avendo che un migliajo di cavalli con lui, non si credette abbastanza forte per attaccarla regolarmente[282].
[282] _Gio. Villani l. IX, c. 45 e 46. — Ferretus Vicent. l. V, p. 1111._ — Il vescovo di Botronto pretende invece che l'armata fiorentina entrasse in città prima dell'arrivo dell'imperatore. _Hen. VII, Iter It. p. 925._
Ne' susseguenti giorni fu raggiunto dal rimanente dell'armata che aveva lasciato a Todi ed in Val d'Arno di sopra. Ebbe pure rinforzi dai Ghibellini e dai Bianchi della Toscana e della Marca, che venivano a militare sotto le sue insegne; ma più considerabili soccorsi arrivarono ancora ai Fiorentini. I Lucchesi mandarono alla signoria seicento cavalli e due mila fanti, ed altrettanto fecero i Sienesi; Pistoja cento cavalli e cinquecento fanti; Prato, Colle, Sanminiato e san Gemignano duecento cavalli e mille pedoni; Bologna quattrocento cavalli e mille pedoni; e le città della Romagna e dello stato della chiesa quattrocento cinquanta cavalli e mille cinquecento uomini a piedi: sicchè i Fiorentini si trovarono avere quattro mila cavalli, ch'erano il doppio di quelli che aveva l'imperatore.
Tranquillizzati da forze tanto superiori, i Fiorentini si diedero alle consuete loro occupazioni come in tempo di pace; tutte le porte erano aperte, fuorchè quella che metteva direttamente al campo dell'imperatore, e si spedivano le mercanzie come all'ordinario: ma pure non osarono mai di attaccare Enrico, o di difendere contro di lui le loro campagne colla forza; gli lasciarono perfino passar l'Arno e guastare le campagne presso san Casciano, ove Enrico pose il suo nuovo quartiere generale finchè finalmente il 6 gennajo 1313, vedendo che nulla avvantaggiato avrebbe con un più lungo soggiorno e che le malattie cominciavano a fare strage della sua armata, lasciò Firenze, ed andò a stabilirsi a Poggibonzi sulla strada di Siena, ove si trattenne due mesi[283].