Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 16

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Questo sentimento di diritto e di dovere diventa specialmente notabile quando viene applicato ad un sovrano elettivo, nominato da un popolo straniero, e che la nazione che credesi legata verso di lui è per altro una nazione libera ed avvezza alle costumanze ed alle idee repubblicane. Un'opinione pubblica tanto contraria alle naturali passioni degli uomini fu l'opera degli eruditi, e specialmente de' giurisperiti. Lo studio dell'antichità ch'erasi rinnovato col più vivo ardore nel tredicesimo secolo, non aveva prodotti, come dovevasi supporre, sentimenti più generosi, più elevazione d'animo, nè maggior amore per la libertà. La Grecia era quasi affatto sconosciuta ai dotti, e rispetto a Roma si conservavano più assai monumenti dell'impero, che della repubblica. Tutti i poeti latini sonosi infamati colle vili adulazioni prodigate agl'imperatori; gli storici, sebbene più fieri e più liberi, avevano per altro reso qualche omaggio ai Cesari sotto de' quali viveano; i filosofi si erano formati nelle scuole della disgrazia e della tirannide: dirò di più, che gli scrittori del secolo d'Augusto, ancora pieni delle memorie di una fresca libertà, non furono risguardati ne' tempi di cui trattiamo come gli scrittori più illustri della latina letteratura. I dotti del tredicesimo e del quattordicesimo secolo non si proponevano quasi meno d'imitare Boezio, Simmaco, Cassiodoro, che Cicerone, o Tito Livio[252]; e quell'antichità che oggi ci rappresentiamo sempre libera, parve ai nostri antenati sempre soggetta all'impero de' Cesari.

[252] Felice Osio, nel suo ridicolo commentario intorno alla storia d'Albertino Mussato, pretende scuoprire in ogni linea del suo autore qualche imitazione di Simmaco, di Macrobio, di Sidonio, di Lattanzio ecc. I tre quarti di queste imitazioni sono facilmente sogni della sua pedanteria; ed è in questo modo che vediamo sedici linee di testo dargli materiali per ottantasei pagine di note in foglio _l. I, R. II, p. 39-125_. Da tutti i rapporti che discopre, si può per altro conchiudere che lo stile e le idee del Mussato derivano dallo studio degli autori della bassa latinità. _Rer. It. Scrip. t. X, p. 1 e seg._

Ma i giureconsulti, ancora più degli eruditi, contribuirono a sottomettere l'opinione del tredicesimo secolo alle leggi ed alle costumanze della corte de' Cesari di Roma e di Costantinopoli. Giammai la giurisprudenza non fu più universalmente studiata; perchè giammai nè questo, nè altro studio aprì così larga e sicura strada agli onori ed alle ricchezze. Studiando le leggi positive di Giustiniano, i legisti andavano a poco a poco rinunciando alla propria ragione, e s'avvezzavano a cercare non quello che ordinava la giustizia, ma quello che avevano pronunciato gl'imperatori. Si può osservare nelle opere di Bartolo e di Baldo, che fiorirono nel XIV secolo, l'immenso lavoro ad un tempo e l'abietta servilità de' legisti. Affezionandosi al libro su cui avevano sparsi tanti sudori, concepivano per le Pandette un rispetto, o piuttosto una venerazione che s'avvicinava all'idolatria; onde vedevano nelle leggi d'una monarchia straniera o distrutta l'unica norma del diritto pubblico, siccome del diritto naturale e civile.

Lo stesso Enrico era intimamente persuaso del suo diritto divino sopra tutte le terre dell'impero, ma era ancora penetrato del più profondo rispetto per la Chiesa romana; ammetteva tutte le concessioni che i Cesari suoi predecessori avevano fatte al papa; risoluto di voler essere il suo campione, non il suo avversario; e credevasi sicuro del favore di Clemente V, che l'aveva invitato a recarsi a Roma, e che aveva fatti partire i suoi legati per accompagnarlo in questo viaggio e coronarlo a nome della chiesa nel Vaticano. Ma Clemente V, debole, vano, bugiardo, fu sempre in contraddizione con sè medesimo. Alleato de' principi nemici, che spesso aveva egli armato gli uni contro gli altri, li tradiva tutti egualmente, perchè tradiva sè stesso: e la sua politica pareva agli altri inesplicabile, perchè egli medesimo non ne aveva la chiave.

Mentre Clemente covava un segreto odio contro Filippo il bello che lo teneva sotto il suo giogo, e che, per frenarne l'ambizione, gli creava un rivale in Enrico di Luxemburgo; che, dopo di avere a questi procurati i suffragi degli elettori in pregiudizio di Carlo di Valois, lo sollecitava a portarsi in Italia per abbassare l'alterigia della casa di Francia; lo stesso papa distribuiva i regni ai principi francesi, e gli arricchiva coi tesori della chiesa. Il 5 maggio del 1309 era morto Carlo II re di Napoli, la di cui successione fu cagione di grave contesa tra Roberto suo secondo figliuolo, e Cariberto, o Carlo Uberto, re d'Ungheria, figlio di Carlo Martello, fratel maggiore di Roberto, morto prima del padre. Roberto, avanti che suo nipote sapesse della morte dell'avo, si portò alla corte pontificia in Avignone, dalla quale, sebbene non assistito che da titoli ereditarj contrari alle leggi fondamentali dei regni d'Europa, ottenne una sentenza che gli dava il possesso del regno di Napoli, confermando quello d'Ungheria al nipote. Roberto ricevette la corona dalle mani di Clemente, che in pari tempo gli condonò tutto il debito che suo padre aveva colla Chiesa, che si diceva comunemente di trecento mila zecchini[253].

[253] _Gio. Villani l. VIII, c. 112._

Enrico di Luxemburgo si avanzò fino a Losanna nella state del 1310, per prepararvisi a scendere in Italia; e colà ricevette gli ambasciatori di quasi tutti gli stati italiani. I capi delle fazioni dominanti volevano coll'ajuto dell'imperatore conservare il loro potere; e gli esiliati riclamavano il suo favore per rientrare in patria. I Guelfi come i Ghibellini credevano meritarsi la sua protezione, perchè Enrico era alleato del papa, e tutti erano in fatti cortesemente ricevuti. Ma nè Roberto re di Napoli, la di cui corona non proveniva dall'impero, nè le principali repubbliche guelfe della Toscana, Firenze, Siena e Lucca, e nemmeno Bologna, gli mandarono ambascerie. Pure anche le città toscane avevano già nominati i loro deputati, ma avendo avuto avviso che Enrico dava voce di voler pacificare l'Italia, facendo richiamare gli emigrati in tutte le città, determinarono di non voler porsi con lui in una relazione che le renderebbe ben tosto sue dipendenti. I Pisani per lo contrario concepirono grandissime speranze quando videro l'imperatore disposto ad entrare in Italia ed incaricarono i loro ambasciatori di deporre a' suoi piedi il dono di sessanta mila fiorini, supplicandolo a passare subito in Toscana[254].

[254] _Gio. Villani l. IX, c. 7._

In sul finire di settembre del 1310 Enrico di Luxemburgo attraversò le Alpi della Savoja e scese in Piemonte per il Monte-Cenisio. Dopo avere visitato Torino, entrò in Asti il 10 di ottobre, ove que' cittadini lo accolsero come loro signore. Allora non aveva con lui più di due mila cavalli, e questi ancora non arrivarono in un solo corpo, ma erano venuti di Germania gli uni dietro gli altri per unirsi a lui. Appena comparso, tutti i signori d'Italia si mossero per incontrarlo. Guido della Torre che comandava a Milano col favore della parte guelfa, fece dire all'imperatore di fidarsi di lui, promettendogli di condurlo per tutta l'Italia, come per una provincia suddita, portando lo sparviero in pugno, e senza che fosse bisogno di condurre soldati[255]. Filippone, conte di Langusco, signore di Pavia, Simone di Colobiano, signore di Vercelli, Guglielmo Brusato di Novara ed Antonio Fisiraga di Lodi, vennero in persona alla corte con una deputazione scelta nelle città da loro signoreggiate. Enrico, senza distinzione di parti, gli ammise tutti al suo consiglio, a tutti promettendo grazie e favori personali, ma dichiarando in pari tempo che illegittimo era il potere che si erano usurpato nelle città; ch'egli voleva che queste rientrassero sotto l'immediato suo dominio, e che fossero richiamati tutti i fuorusciti. Siccome la sua domanda era conforme al voto di tutti i cittadini, vedendo i signori di non gli potere opporre veruna resistenza, mostrarono di rinunciare di buon grado la loro signoria nelle mani dell'imperatore, e gli consegnarono le chiavi delle loro città. Ebbero in compenso e feudi e titoli di nobiltà[256].

[255] _Nicolai Botruntin. Epis. Henrici VII. Iter Ital. t. IX, p. 888._

[256] _Albertini Mussati Hist. August. l. I, R. 10. t. X._

Il solo Guido della Torre pareva disposto a far resistenza, sebbene avesse col suo messaggio riconosciuto l'imperatore. Aveva egli stretta alleanza colle città toscane, guelfe come lui; ed ancora senza i loro soccorsi ben poteva colle proprie forze opporre ad Enrico un'armata eguale alla sua, e pagarla più lungo tempo che l'imperatore. Lo vedeva privare tutti i signori del loro potere, ed egli aveva più che tutt'altri ragione di temere un eguale trattamento, perchè Matteo Visconti suo nemico, e nemico della sua casa, unitosi all'arcivescovo di Milano, Casone della Torre suo nipote, col quale aveva avuto fresche dissensioni, si era recato al campo imperiale sollecitando Enrico a venire a Milano[257].

[257] _Henrici VII, Iter Italicum t. IX, p. 891._

Enrico soggiornò due mesi in Piemonte, ove riformò il governo di tutte le città, creando ovunque vicarj imperiali per fare giustizia in suo nome, in luogo dei podestà e dei magistrati municipali: in pari tempo abbassò i tiranni, richiamando in tutte le città gli esiliati ed i fuorusciti. Si pose poi in viaggio alla volta di Milano, facendosi precedere dal suo maresciallo con ordine di fargli allestire la sua stanza nello stesso palazzo del comune, abitato da Guido: in pari tempo fece avvisar Guido di venirgli all'incontro senz'armi, fuori di città, con tutto il popolo. Ovunque Enrico aveva fin allora cercato di felicitare i popoli col ristabilire la pace, la giustizia, la libertà; poichè la libertà veniva ben più rispettata da' vicari generali ch'egli nominava, che non dai signori forzati ad abdicare la loro tirannide: e però i cittadini di Milano lo vedevano avvicinarsi con piacere. Conoscendo Guido queste disposizioni del popolo ed atterrito dall'inaspettata marcia dell'imperatore e dall'ordine che gli aveva mandato, prendendo consiglio dalle circostanze, licenziò le sue truppe, e senz'armi uscì di città alla testa del popolo per ricevere e riconoscere il suo sovrano[258].

[258] _Albert. Mussatus Hist. August, l. I, R. II. — Henrici VII, Iter Italicum, t. IX, p. 895._

La sommissione di Milano trasse seco quella dell'intera Lombardia. Invitate dall'imperatore eletto, tutte le città dalle Alpi fino a Modena e fino a Padova spedirono i loro deputati per assistere all'incoronazione, che si eseguì il giorno 6 gennajo del 1311 in Milano colla corona di ferro. «Tutti i deputati giurarono fedeltà all'imperatore» dice nella sua relazione il vescovo di Botronto che accompagnava Enrico, «fuorchè i Genovesi ed i Veneziani, i quali, per non giurare, allegarono molte ragioni che più non so risovvenirmi, tranne ch'essi sono di una quint'essenza, che non vuole appartenere nè alla chiesa, nè all'imperatore, nè al mare, nè alla terra, e perciò negavano di giurare[259].»

[259] _Henrici VII, Iter Italicum, t. IX, p. 895._

Nel mese successivo alla sua incoronazione, Enrico rappacificò, senza distinzione di parte, tutte le città a lui subordinate. Fece rientrare i Ghibellini a Como, a Brescia i Guelfi, a Mantova i Ghibellini, a Piacenza i Guelfi, e lo stesso fece in ogni città, nominando dovunque, per rendere giustizia, vicarj generali colle attribuzioni degli antichi podestà. I signori della Scala, che dominavano in Verona, furono i soli che si opposero ai desiderj d'Enrico, non avendo voluto acconsentire che tornassero in città i Guelfi condotti dal conte di san Bonifacio, esiliati da oltre sessant'anni: nè l'imperatore insistette nella sua inchiesta, sia che Verona gli paresse città troppo forte e lontana per tentare di ridurla colle armi, o pure che lo stringessero troppo importanti obbligazioni ai fratelli Cane ed Alboino della Scala, caldi partigiani dell'impero, che prima d'ogni altro eransi dichiarati in suo favore, onde porre in qualche pericolo la loro autorità.

Enrico era povero, e la sua armata era in certo modo composta solamente d'avventurieri, di principi e di signori che avevano abbandonati i loro piccoli stati, nella lusinga di fare una rapida fortuna seguendo l'imperatore; e la necessità in cui trovavasi Enrico di appagare le loro brame, fu cagione che dovesse ben tosto alienarsi que' popoli cui lo avevano reso poc'anzi così caro i suoi talenti e le sue virtù.

Per supplire ai suoi primi bisogni aveva domandato alle città un dono gratuito in occasione del suo coronamento. Fu adunato il senato di Milano per deliberare della somma che, dietro lo stato della pubblica fortuna, potrebbero pagargli il popolo ed il comune. Trovavansi in senato i due capi delle opposte fazioni, Matteo Visconti e Guido della Torre, che non solo ambivano la sovranità della loro patria, ma ne erano già stati a vicenda padroni. Avevano l'uno e l'altro il progetto o di procacciarsi l'esclusivo favore d'Enrico, o d'inasprire il popolo contro di lui per cacciarlo poi di città. Amendue perciò proposero una maggior somma di quella di cinquanta mila fiorini progettata da Guglielmo della Pusterla. Il Visconti disse di aggiugnerne altri dieci mila per l'imperatrice, ed il della Torre fece ammontare la somma totale a cento mila. Invano i mercanti ed i legisti fecero supplicare il monarca dai loro deputati a minorare una contribuzione che la città non poteva portare, ma egli non volle condonare nulla di quanto il senato gli accordava, e le tasse vennero all'istante accresciute con infinito malcontento del popolo[260]. Perchè si cominciò a mormorar fortemente ed a minacciare gli oltramontani, in modo che il vescovo di Botronto non ardiva talvolta uscire dal convento in cui era alloggiato, per tema d'essere insultato dal popolo. Enrico, che appunto in quest'epoca pensava di lasciar Milano per recarsi a Roma, volle condurre con se molti ostaggi, onde assicurarsi della fedeltà delle due fazioni. Sotto colore di rendere più magnifico il suo seguito, domandò al comune cinquanta cavalieri; ma egli destinò a questa spedizione Matteo Visconti, Galeazzo suo primogenito e ventitre gentiluomini ghibellini; Guido della Torre con Francesco, suo primogenito, e ventitre gentiluomini guelfi. Questa scelta accrebbe il malcontento e parve che ravvicinasse le due fazioni. Il popolo rassomigliava di nuovo gli oltramontani a tutti i barbari antichi, nemici del nome romano, dava loro lo stesso nome, e chiaramente diceva essere cosa indegna l'assoggettar loro la patria. Alcuni facevano l'enumerazione delle forze reali d'Enrico e mostravano ai malcontenti come alienandogli le forze italiane, non Milano, ma la più piccola città lombarda potrebbe a lui pareggiarsi.

[260] _Alber. Mussati Hist. Aug. l. II, R. I. — Henrici VII, Iter Ital. t. IX, p. 895. — Trist. Calchi Hist. patriae l. XX._

I figli dei due capi di parte, Galeazzo Visconti e Francesco della Torre ebbero un abboccamento fuori di porta Ticinese, dopo il quale molti cavalieri girarono le contrade gridando «morte ai Tedeschi! Il signor Visconti ha fatto pace col signor della Torre![261]» All'istante il popolo prese le armi, e si riunì in diversi rioni, ma specialmente presso di porta nuova intorno alle case dei Torriani. Enrico senza perder tempo spedì tutte le sue truppe ad attaccare quelle case, prima che fossero più gagliardamente fortificate. Frattanto egli era estremamente agitato; non dissimulandosi che con un pugno di cavalieri tedeschi non avrebbe potuto tener fermo in mezzo ad una città nemica, qualora i Visconti si fossero uniti ai Torriani e la nobiltà al popolo. Ma pare che Matteo Visconti avesse ordito un doppio tradimento, e che, avendo persuaso Guido della Torre ad impugnare le armi, egli avesse adunati i suoi antichi partigiani per essere a portata di piombare addosso al suo antico rivale. Galeazzo suo figliuolo comandava un grosso corpo di Ghibellini, i quali dopo essere rimasti alcun tempo indecisi, probabilmente per vedere da qual parte piegava la vittoria, vennero a far causa comune coi Tedeschi. I nobili ed i Ghibellini che combattevano tra le file dei Torriani, non vedendosi comandati da verun capo ghibellino, uscirono dalla zuffa. Allora le barricate furono rotte, le case dei Torriani saccheggiate ed incendiate, e Guido e suo figlio costretti di mettersi in salvo colla fuga[262].

[261] Questo fatto è una luminosa prova dell'osservazione del maggior politico italiano, essere più sicura la fede de' governi liberi che de' piccoli principi. _N. d. T._

[262] _Henrici VII, Iter Ital. t. IX, p. 897. — Abb. Mussati Hist. Aug. l. II, R. I, t. X. — Ferret. Vicent. l. IV. — Trist. Calchi Hist. patriæ, l. XX._

Questa sommossa di Milano parve un segnale dato a tutte le città guelfe di Lombardia per ribellarsi e scacciare i vicarj imperiali cogli emigrati richiamati da Enrico nella loro patria. Crema, Cremona, Brescia, Lodi e Como si ribellarono tutte ad un tempo, e si allearono con Guido della Torre, che aveva seco tutti i Milanesi fuorusciti. Ma queste città non eransi preparate a fare una lunga resistenza: senza vittovaglie e senza denaro, erano più atterrite della sorte dei Torriani, che disposte a vendicarli; di modo che, appena passato quel primo inconsiderato impeto che loro aveva poste le armi in mano, le più deboli implorarono la clemenza di Enrico, tosto che lo conobbero determinato a volerle sottomettere. Lodi e Crema gli aprirono le porte ed ottennero il perdono, che per altro non le salvò da molte particolari molestie. I capi de' Guelfi cremonesi fuggirono, ed i Ghibellini, avendo resa la città, furono dall'imperatore crudelmente puniti di una colpa, cui non avevano avuta parte. Duecento de' principali cittadini, venuti a gittarsi ai suoi piedi per ottenere il perdono, furono cacciati in orribili prigioni; furono atterrate le mura e le rocche di Cremona; il comune fu assoggettato ad un'emenda di cento mila fiorini, e le proprietà e le persone de' cittadini abbandonate alla licenza ed alle molestie de' Tedeschi vincitori.

La sola città di Brescia, non peranco sottomessa, aveva ricevuti i fuggitivi di Lodi e di Crema, onde, udendo dagli ultimi quanto fossero pentiti d'essersi arresi, determinò di volersi difendere. Il 19 di maggio del 1311, Enrico l'assediò con tutte le sue genti. In questa città era capo del partito guelfo Tebaldo Brusati, al quale colla cura della difesa della patria era stato dato il titolo e l'autorità di signore e di principe[263]. La città si difese valorosamente tutta la state, avendo in molte sortite battuti gl'imperiali; e, sebbene una volta fosse fatto prigioniero Tebaldo, non vollero salvargli la vita a prezzo della libertà. Anzi questo generoso capo, benchè prigioniero, esortava i suoi concittadini a difendersi, onde Enrico, per punire tanta audacia, lo dannò a crudelissimo supplicio, che i Bresciani vendicarono barbaramente, facendo appiccare ai merli delle loro mura sessanta prigionieri tedeschi. Poco dopo Valerano, conte di Luxemburgo, fratello d'Enrico, fu ucciso in una scaramuccia, ed il monarca che si moriva di voglia di ricevere a Roma la corona imperiale, e che d'altra parte trovava l'onor suo interessato a vendicare gli affronti ricevuti sotto Brescia, vedevasi ridotto in difficile posizione, tanto più che le malattie incominciavano a fare stragi nel suo campo.

[263] _Jacobi Malvecii Chron. Brixian. Distin. IX, c. 4. t. XIV. — Ferreti Vicent. l. IV._

In tale stato di cose pensò di ricorrere alle armi spirituali della chiesa. Era egli accompagnato da tre cardinali legati, incaricati d'incoronarlo a Roma in nome del papa, onde pregò uno di loro a fulminare la scomunica contro i Bresciani; ma questi gli rispose che sebbene avesse il potere di sciogliere e di legare in suo nome, non voleva compromettere l'autorità della chiesa senza speranza di felice riuscita, e soggiunse: «che gl'Italiani si prendevano poco fastidio delle scomuniche; che i Fiorentini non avevano fatto verun caso di quelle del cardinale vescovo d'Ostia; che i Bolognesi non temettero quelle del cardinale Napoleone Orsini, nè i Milanesi quelle del cardinale Pelagrua. Se la spada temporale non li riduce per timore al dover loro, meno potrà farlo la spirituale[264].»

[264] _Henrici VII, Iter Ital. t. IX, p. 903._

I cardinali adunque, invece di fare il dubbio esperimento della scomunica, cercarono d'interporre il loro credito personale ed i loro consigli. Avendo potuto entrare in città ottennero dai Bresciani, che cominciavano a mancare di vittovaglie, un'onorevole capitolazione che poi fu male osservata. L'imperatore entrò in città per la breccia, ed ebbe dai Bresciani sessanta mila fiorini; indi, prendendo la strada di Cremona, Piacenza, Parma e Tortona, arrivò a Genova il 21 di ottobre[265].

[265] _Jacobi Malvecii Chron. Brix. Dist. IX, c. 1-19. — Albertini Mussati Hist. Aug. l. IV. — Henr. VII, Iter Ital. t. IX. — Ferr. Vicent. l. IV. — Trist. Calchi Hist. patr. l. XX._

Genova era stata ne' precedenti anni minata dalle guerre civili. Obizzo Spinola, sostenuto dal partito ghibellino, aveva signoreggiata un anno la repubblica con un quasi assoluto potere, e n'era stato cacciato dai Grimaldi e dai Fieschi, spalleggiati dai Doria. Finalmente stanchi delle comuni sconfitte erano venuti ad una pace, che non sembravano volere lungamente osservare, quando la venuta di Enrico in Genova portò, come osserva lo storico di quella repubblica, un importante cambiamento nella costituzione dello stato. «Per la prima volta, egli dice, una straniera potenza fu tra noi riconosciuta, esempio più volte imitato ne' posteriori tempi; di modo che è cosa veramente maravigliosa, che quello stesso popolo che non perdonò a dispendio d'uomini e di danaro, che tanto si mostrò bellicoso ed ostinato quando volle stendere il suo dominio sulle nazioni straniere affatto lontane; che quel popolo che sì grandi perdite sostenne e tanti pericoli incontrò per vendicare la maestà del suo nome contro i più grandi potentati, non abbia poi prese le armi per conservare la sua indipendenza, ed abbia creduto di metter fine alle intestine sue discordie sottoponendosi volontariamente ad una straniera potenza. Vero è ch'egli provò ben tosto essere di tutti i popoli quello che sapeva meno pazientemente soffrire la servitù, poichè scacciò tutti i padroni chiamati a governarlo[266].»

[266] _Ubert. Folieta Genuens. Hist. l. VI._

In fatti i Genovesi accordarono ad Enrico per venti anni un'assoluta autorità sulla repubblica; ma poi non tardarono a pentirsene. Enrico licenziò il podestà che amministrava in città la giustizia, surrogandovi un vicario imperiale; privò de' suoi onori l'abate del popolo, che così chiamavasi un magistrato popolare, che a guisa de' tribuni di Roma doveva essere il protettore della plebe; finalmente impose sulla repubblica una tassa di sessanta mila fiorini[267]. Enrico si trattenne più mesi in Genova, ove perdette la sua consorte che lo aveva colà accompagnato; e non andò molto che, trovandosi senza danaro, fu costretto di contrarre debiti per supplire al suo giornaliero mantenimento. E siccome non li pagava, i suoi creditori cominciarono a spargere contro di lui calde invettive. Aveva nello stesso tempo avvisi, che quasi tutta la Lombardia erasi, per le suggestioni de' Fiorentini, ribellata un'altra volta, ed aveva formata una lega guelfa, nella quale erano pure entrati Giberto di Coreggio, signore di Parma, Filippone Langusco di Pavia, il marchese Cavalcabò esiliato Cremonese, Guido della Torre esiliato Milanese, Vercelli, Asti, ed altre città[268].

[267] _Albert. Mussati Hist. Aug. l. V, R. I. — Ferretus Vicent. l. V, p. 1088._

[268] _Alb. Mussati l. V, Rub. 9._