Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 15

Chapter 153,518 wordsPublic domain

(1308) Il trionfo della parte de' Neri in Firenze e nelle città guelfe della Toscana, e la sommissione di Pistoja a questo partito pareva che dovessero per alcun tempo assicurare la pace a tutta questa contrada, poichè i nemici del governo, vinti in ogni incontro, più non credevansi in istato di turbare la repubblica. Vero è che il partito ghibellino era tuttavia dominante nelle due città di Pisa e di Arezzo, ma queste ancora erano state forzate di domandare ai Guelfi la pace: inoltre la prima doveva pensare a conservarsi il dominio della Sardegna, di cui il re d'Arragona, in forza di una concessione del papa, cercava di spogliarla, onde si guardava dal provocare nuove liti sul continente. Perciò la potenza del partito guelfo pareva invariabilmente stabilita, quando un'interna discordia, poi la venuta in Italia di un imperatore senz'armata, il di cui potere era presso che tutto posto ne' soli titoli e diritti, crollarono di nuovo la lega guelfa, alla di cui testa trovavasi Firenze, e tutto rovesciarono l'equilibrio politico dell'Italia. Esiste nelle repubbliche una soprabbondanza di vita che non permette godimento di lunga pace o riposo, mentre nelle monarchie un prematuro letargo non lascia libero corso allo spirito. Nelle prime l'anima di ogni cittadino, gettata in una diversa forma, pare che piegare non si possa ad una legge comune; non è pago del godimento della libertà come membro di un corpo libero ed aspira ad una esistenza indipendente, non trovando nel più liberale governo abbastanza larghi confini per lo sviluppo della sua volontà e delle sue passioni. Nella monarchia per lo contrario, quando il sovrano ha tolto all'uomo ogni cura de' suoi politici interessi, più non può richiamarlo a generose passioni per altri oggetti e non può farlo agire che coll'allettamento di immediati godimenti: la gloria, il potere, la stessa fortuna quando siano il prezzo di ardite combinazioni e di una lunga perseveranza, più non offrono bastante allettamento ai sudditi: e quel monarca che si sforza di risvegliare in un popolo privato d'ogni libertà[242] le lettere, le belle arti, il commercio, s'assomiglia a quel fisico che, pei prestigi del galvanismo, eccita in un cadavere alcuni movimenti della vita che ha perduta.

[242] Parlando di governi affatto dispotici l'autore ha ragione, e ne abbiamo una troppo lunga prova nel dominio de' Turchi ed in altri dispotici governi di barbare contrade. _N. d. T._

I vantaggi di una vittoria ottenuta da un partito non possono giammai appagare le speranze concepite da tutti i suoi capi, e le speranze deluse sono d'ordinario immediata cagione della divisione de' vincitori. Corso Donati era stato a Firenze il principal capo di quella rivoluzione che aveva cacciati i Bianchi in esilio e resi i Neri potentissimi; pareva che la repubblica avesse adottate perfino le sue private nimicizie contro Vieri de' Cerchi, e tutte le sue passioni. Non pertanto Donati s'avvide ben tosto di non avere raccolto verun frutto dalla sua vittoria: i capi della nobiltà, cui erasi associato, mostraronsi gelosi della sua riputazione, e tentarono d'indebolire la di lui influenza nella pubblica amministrazione. Volle allora far prova della sua individuale potenza, gettandosi nella opposizione, censurò le operazioni de' principali magistrati, e non tardò ad accorgersi con dolore che non le poteva impedire, e si procacciava dei nemici. Finalmente cercò di formarsi un partito contro quello medesimo che egli aveva lungo tempo diretto; e mentre che Rosso della Tosa, Geri Spini, Pazzino de' Pazzi e Betto Brunelleschi governavano la repubblica, per combattere questi capi della nobiltà, si associò coi Bordoni e coi Medici. Formavano i Medici una famiglia popolana che cominciava ad arricchirsi e ad aver parte a quest'epoca ne' pubblici affari.

Corso Donati accusava in ogni occasione il governo di venalità e di dilapidamento; rispondevano i suoi nemici con un'accusa ancora più popolare, e quindi a Corso più dannosa, lo accusavano di volere usurpare la tirannide, adducendo per prova il suo lusso, le spese, l'orgoglio del suo parlare, i clienti di cui s'andava circondando, e più di tutto il suo recente matrimonio. Infatti era questo assai sospetto. Corso Donati, il capo del principale partito guelfo tra i Guelfi, Corso che aveva perseguitati i Bianchi pel solo motivo d'essersi mostrati disposti a perdonare ad alcuni Ghibellini, sposava la figliuola di Uguccione della Fagiuola, il capo di tutti i Ghibellini della Romagna e della Toscana ed il più temuto capitano tra i nemici della repubblica. Allorchè quest'accusa, destramente sparsa tra il popolo, ebbe risvegliata la diffidenza contro un uomo da lungo tempo risguardato come il primo cittadino di Firenze, i suoi nemici credettero che fosse giunto l'istante di perderlo. La signoria fece un giorno suonare la campana del comune, e tosto che il popolo armato si fu adunato nella piazza delle armi, i priori delle arti accusarono solennemente Corso Donati al tribunale del podestà d'avere voluto tradire il popolo e farsi tiranno. Citato a presentarsi al tribunale, si rifiutò; e l'accaduto fece chiaramente conoscere che Corso aveva ragione di diffidare della parzialità o della dipendenza del podestà; poichè le forme della giustizia furono totalmente trascurate in questo giudizio: nello spazio di due ore il giudice passò dalla citazione e dalla informazione alla sentenza, condannandolo in contumacia, come traditore e ribelle, alla pena di morte.

I priori uscirono dal pubblico palazzo preceduti dal gonfaloniere di giustizia, e seguìti dal podestà, dal capitano del popolo, dall'esecutore e dagli arcieri, indi dalle compagnie del popolo armato. Con tale ordinanza s'avanzarono contro le case de' Donati e le attaccarono. Corso aveva intanto riuniti i suoi amici ed afforzato con barricate il quartiere da lui abitato. Aveva pure chiesto ajuto a suo suocero, ma gli ausiliarj speditigli da Uguccione non giunsero in tempo. Corso travagliato dalla gotta, sebbene incoraggiasse i suoi amici colla voce, non poteva combattere alla loro testa: dopo una resistenza di alcune ore, vedendo rotte le barricate, fuggì a stento fuori di città; ma giunto appena in campagna fu arrestato dai soldati catalani che lo inseguivano. Quando si vide ricondotto verso la città, preferendo una subita morte al supplicio destinatogli, si gettò di cavallo in maniera di battere il capo contro un sasso; per la quale caduta, vedendolo gravemente ferito, le guardie terminarono d'ucciderlo colle alabarde[243].

[243] _Gio. Villani l. VIII, c. 96. — Dino Compagni Cron. t. IX. l. III. — Leon. Aretino Hist. l. IV. — Nicolò Machiavelli Stor. Fior, l. II._

Il governo fiorentino si mostrò più generoso verso i Pistojesi di quello che lo fosse stato verso un suo cittadino. Dopo la presa di Pistoja, gl'infelici abitanti di questa città, oppressi da' loro vincitori, spogliati da' rettori forestieri che presiedevano ai loro tribunali, aggravati dalle imposte, privati del loro territorio, inoltre lacerati da una guerra civile che i fuggitivi Ghibellini avevano accesa nelle terre delle montagne, i Pistojesi, io dico, erano ridotti alla disperazione, quando videro arrivare alle loro porte il capitano del popolo scelto dai Lucchesi per governare gli ultimi sei mesi dell'anno 1309. Era questi un uomo di bassa estrazione ed affatto povero, onde giudicarono dover esser più avido de' suoi predecessori. Nello stato in cui si trovavano di estremo rifinimento, senza tesoro, senza soldati, senza protettori, senza amici, senz'altra risorsa che la loro disperazione, i Pistojesi dichiararono altamente che non avrebbero per alcun conto ricevuto quest'iniquo magistrato. «Sollevossi nella città,» dice lo storico di Pistoja che fu testimonio di questa rivoluzione, «sollevossi nella città, quando a Dio piacque, un grandissimo rumore; come una divina voce venuta dal cielo; ognuno gridava: _Che si rinforzi la città!_ e nel medesimo istante, senza che alcun superiore lo ordinasse, uomini, donne, fanciulli, gentiluomini e borghesi presero tavole e ferramenta, e portandole sulle diroccate mura, tutte le barricarono. Questo lavoro, cominciato tre ore avanti mezzogiorno, era ultimato a compieta. Ben tosto si fecero a cavare le fosse dalla banda di Lucca; del che avvisatine i Lucchesi, marciarono subito, popolo e cavalieri, fino in Val di Nievole. I Pistojesi, vedendo avvicinarsi i nemici, mandarono tutti i loro fanciulli fuori di città, e risolsero di difendersi disperatamente e di morire tutti assieme piuttosto che sostenere tanti patimenti[244].»

[244] _Istorie Pistolesi anonime t. XI, an. 1309._

L'antico capitano del popolo, nominato dal Fiorentini, era rimasto in città co' suoi arcieri; e siccome Pistoja trovasi di alcune miglia più vicina a Firenze che a Lucca, è probabile che avesse già ricevuto qualche rinforzo da' suoi compatriotti, quando gli fu riferito che i Lucchesi eran giunti a Ponte Lungo, soltanto due miglia distante da Pistoja. Compassionando il popolo ch'egli aveva governato sei mesi, e di cui conosceva i patimenti, andò all'incontro dei Lucchesi, cercando di fermarli ora colle preghiere, ora colle minacce, dicendo loro che la sua repubblica non acconsentirebbe giammai alla ruina di Pistoja, e ch'egli stesso era al tutto disposto d'unirsi ai sollevati se i Lucchesi passavano più oltre; e finalmente li determinò a ritirarsi a Serravalle, per dargli tempo di trattare l'accomodamento[245]. A lui si aggiunsero ben tosto altri pacificatori, gli ambasciatori mandati dalla repubblica di Siena per rimettere la pace tra le città della lega guelfa. Questi ambasciatori essendo stati scelti per arbitri tra i Pistojesi ed i Lucchesi, ordinarono che le palafitte di Pistoja sarebbero levate e la città rimarrebbe otto giorni aperta, ma sotto la loro salvaguardia, per appagare l'offeso orgoglio de' Lucchesi; che passati gli otto giorni i Pistojesi potrebbero fortificare la città loro come meglio credessero; che prenderebbero i loro rettori alternativamente a Firenze ed a Lucca, scegliendo essi liberamente quel cittadino che più loro piacesse, invece che prima veniva nominato dalle repubbliche. Questa sentenza ridonò a Pistoja quasi tutta l'indipendenza e la libertà che aveva perduta dopo la guerra de' Bianchi e de' Neri.

[245] _Gio. Villani l. VIII, c 111._

La morte di tre sovrani, Azzo VIII d'Este, Alberto d'Austria, re de' Romani, e Carlo II, re di Napoli, furono di questi tempi cagione all'Italia di nuove rivoluzioni. Azzo d'Este era capo della più antica famiglia de' principi italiani, ed i suoi antenati erano stati fatti signori di Ferrara prima che verun altra repubblica si fosse ancora sottomessa al potere di un solo. Ma l'antichità di questa dinastia ad altro non aveva servito che a renderla più corrotta delle moderne. Azzo VIII d'Este è forse il più antico esempio di que' tiranni effeminati, vili e crudeli che nel susseguente secolo furono più numerosi nelle città lombarde. Abbiamo già veduto nel precedente capitolo che i popoli di Modena e di Reggio eransi contro di lui ribellati; e poco mancò che alla morte d'Azzo la sua dinastia non perdesse ancora Ferrara e le terre che formavano l'antico suo retaggio. Azzo VIII aveva col suo testamento dichiarato erede il figlio d'un suo figliuolo naturale a pregiudizio di suo fratello e de' suoi nipoti. Quest'ingiustizia fu cagione di civil guerra nella famiglia d'Este, e risvegliò l'ambizione de' vicini stati che sperarono di potersi ingrandire a sue spese. I Veneziani entrarono in Ferrara come ausiliari del bastardo d'Este, il papa dall'altro canto mandò in ajuto del fratello d'Azzo un cardinale con un corpo di milizie, il quale, abbandonando bruscamente il suo cliente, pretese di unire Ferrara all'immediato dominio della Chiesa, perchè questa città negli ultimi diplomi degli imperatori era stata dichiarata di pertinenza di san Pietro. La successione del marchese non fu più oggetto di disputa tra gli eredi legittimi e testamentarj, ma tra il papa ed i Veneziani. Il cardinale Arnaldo di Pellagrue, nipote di Clemente V, e da lui incaricato della guerra di Ferrara, adoperò contro la repubblica le armi spirituali e le temporali: i Veneziani soggiacquero a grandi infortunj; ed il marchese d'Este ed i Ferraresi furono egualmente traditi dalla repubblica di Venezia e dal papa, e spogliati dai proprj alleati.

La morte d'Alberto d'Austria era un avvenimento di tanta importanza che non poteva non essere cagione di grandi rivoluzioni. Del 1298 Alberto era succeduto al suo emulo Adolfo di Nassau, da lui vinto in battaglia e poi fatto morire. Dopo tale epoca Alberto erasi costantemente occupato dell'ingrandimento della sua famiglia ed aveva cercato di renderne negli antichi dominj più arbitraria l'autorità. La sua ambizione, che gli aveva fatti ribelli gli abitanti di Vienna e della Stiria, lo trasse in pericolose guerre colle città svizzere, Berna, Zurigo e Friburgo, che in sull'esempio delle città d'Italia eransi sottratte all'impero in tempo de' suoi lunghi interregni e governavansi a comune; finalmente gli suggerì l'altrettanto vana che difficile impresa di ridurre in servitù gli abitanti dei tre Waldstettes, Uri, Schwitz e Underwald, che non volevano dipendere, e non dipendevano che dall'impero, e che, ridotti alla disperazione nell'ultimo anno della vita d'Alberto, cacciarono dal loro paese i suoi governatori ed i suoi satelliti, e giurarono sulla _rutly_ la confederazione elvetica, il più fermo appoggio della loro indipendenza[246].

[246] _Joh. Muller Schweitzerischer Eidgenossenschaft Geschichte l. I, c. 18._

Per una conseguenza dello stesso piano d'usurpazioni, Alberto riteneva l'eredità di suo nipote Giovanni d'Austria, unico figliuolo di suo fratello Rodolfo, cui, appena giunto alla maggiorità, avrebbe dovuto dare il possesso d'una parte dei beni della casa d'Absburgo; ed egli erasi anzi rifiutato alle sue dimande con ingiuriosi motteggi. Il giovane principe confidò la segreta sua indignazione ad alcuni gentiluomini egualmente malcontenti d'Alberto, che lo incoraggiarono a vendicarsi. Il 1 maggio 1308, passando Alberto da Stein a Baden, i congiurati lo separarono da una parte del suo corteggio nell'uscire dalle valli che guidano al guado di Windisch, sotto colore che non conveniva caricare di soverchio il battello che doveva passarli all'opposta riva; e quando arrivarono sotto il castello d'Absburgo, in un podere che dalla più rimota antichità apparteneva alla famiglia d'Alberto, e sotto gli occhi di tutto il suo seguito, che il solo fiume Reuss teneva da lui separato, Giovanni d'Austria piantò la sua lancia nella gola dello zio, gridando: _ricevi il prezzo della tua ingiustizia_. Nel medesimo istante gli furono addosso tutti gli altri congiurati[247].

[247] _J. Muller Schweitzerischer Eidgen. Geschichte l. II, c. 1, t. II._

Peraltro il principe Giovanni non aveva prese le necessarie precauzioni per raccogliere il frutto della sua congiura: spaventato dal sangue che aveva versato, e tormentato dai rimorsi, fuggì tra le montagne, ove visse alcun tempo solitario: di là venne in Italia, nascondendosi a Pisa, nel qual luogo si crede che terminasse i suoi giorni in un convento d'Agostiniani[248]. Nè soltanto i suoi complici, ma tutti i loro parenti, amici e servitori, perseguitati crudelmente da Agnese, vedova d'Alberto, perirono per mano del carnefice: e la morte del re fu vendicata con quella di più di mille persone, quasi tutte innocenti.

[248] Schiller ha introdotto, nel suo Guglielmo Tell, Giovanni, ch'egli chiama parricida, cercando asilo presso l'eroe. Io non posso astenermi dal riferire il patetico squarcio con cui l'uccisore dipinge la sua sventura.

«O se pianger sapete, il cuor vi tocchi La storia de' miei mali, ahi troppo orrenda! Principe io sono — il fui — potea felice Vivere ec. . . . . . . . Fuggo perciò le popolose strade, E la mia mano di picchiar non osa Ad una porta: timido m'innoltro In solinga foresta, ove mi segue L'orror del mio delitto: ogni ruscello, L'agitar delle frondi, in cuor mi portano Lo spavento: ah se voi pietà sentite Dell'infelice umanità . . . . »

(_cade ai piedi di Tell_)

Filippo il bello, udita la morte d'Alberto d'Austria, chiese al papa che in compimento della grazia innominata, riservatasi allorchè gli procurò la tiara[249], l'ajutasse a far ottenere la corona imperiale a Carlo di Valois suo fratello. Clemente non sapeva rifiutargli alcuna cosa e gli promise il suo appoggio, ma in pari tempo scrisse agli elettori tedeschi perchè affrettassero l'elezione se volevano sottrarsi all'influenza della Francia, e per dir loro che il personaggio più degno de' loro suffragi era il conte Enrico di Luxemburgo, principe poco ricco e poco potente, benchè d'illustre famiglia, il quale godeva universale opinione di avere animo nobile, generoso e leale. L'elezione, con estrema sorpresa di tutta la cristianità, si pubblicò il giorno 25 o 27 di novembre, ed avendola il papa approvata senza ritardo, Enrico VII di questo nome tra i re di Germania, VI tra gl'imperatori, fu coronato il giorno dell'Epifania del susseguente anno ad Aquisgrana[250].

[249] Di già in saldo di questa stessa grazia, aveva Filippo domandato al papa di fissare la sua corte in Francia, di perseguitare la memoria di Bonifacio VIII e di distruggere l'ordine de' Templari.

[250] _Gio. Villani l. VIII, c. 101 e 102._

Sebbene Enrico non possedesse che la piccola contea di Luxemburgo e la città di Treveri ch'egli aveva aggiunta ai suoi dominj in una fresca guerra, e della quale era vescovo suo fratello, i suoi parentadi gli assicuravano il favore di molti principi di second'ordine. Una sorella di suo padre aveva sposato quel famoso Gui, conte di Fiandra, che aveva tante volte battuti i Francesi; ed egli stesso aveva sposata una figlia del duca del Brabante: Amedeo, conte di Savoja, aveva sposata l'altra, ed il fratello del delfino del Viennese era genero del conte di Savoja.

(1309) La riputazione personale di cui godeva Enrico, chiamò intorno a lui molti baroni tedeschi, fiamminghi e francesi, i quali fin dal primo anno del suo regno lo resero abbastanza potente per assicurare alla sua famiglia il regno di Boemia, facendo sposare a suo figliuolo Giovanni una figlia di Venceslao il vecchio: il duca di Carizia, che aveva sposata la sorella, fu con un decreto privato di ogni parte dell'eredità[251]. Noi vedremo questo stesso Giovanni, re di Boemia, avere alcun tempo dopo un influenza grandissima nelle cose d'Italia, e la corona imperiale ritornare per mezzo di suo figliuolo nella casa di Luxemburgo.

[251] _Ferreti Vincent. Hist. l. IV, p. 1056. — Notæ Osii ad Albertum Mussatum t. X, p. 263._

Ma Enrico VI, che avrebbe eccitata ben tosto la gelosia di tutti i principi dell'impero se avesse tentato di estendere maggiormente la sua autorità in Germania, pensò che portandosi in Italia, oltre che avrebbe acquistata nuova gloria e potenza, calmava l'inquietudine de' principi tedeschi che non volevano avere alcuno superiore. L'Italia era omai divenuta in qualche modo straniera all'Impero romano. Dopo la deposizione di Federico II, ordinata dal concilio di Lione l'anno 1245, la Chiesa e la sua fazione in Italia più non avevano riconosciuti imperatori. Vero è che da oltre trentacinque anni regnavano in Germania i re de' Romani destinati a ricevere la corona imperiale, i quali non erano semplici candidati, ma capi riconosciuti dell'impero; pure questi medesimi capi attaccavano la più alta importanza alla consacrazione del papa, ed al ricevimento dalle sue mani della corona d'oro nella città di Roma. Tra gl'Italiani e tra gli ecclesiastici d'ogni paese molti eranvi i quali credevano che l'autorità del monarca sopra l'Italia derivasse da questa cerimonia, o piuttosto dal trovarsi il monarca al di qua delle Alpi. Questa supposizione veniva confermata dall'abbandono di Rodolfo d'Absburgo e de' suoi successori, che quasi non avevano avuta veruna relazione con l'Italia. Nello spazio di sessantaquattro anni tutti i governi di questa contrada eransi emancipati dall'impero, come se l'imperatore più non conservasse veruna autorità sopra di loro.

È veramente uno strano fenomeno, che l'Italia in quel lungo interregno, lungi dal pronunciarsi contro l'autorità imperiale, di circoscriverla, o di annullarla, l'abbia per lo contrario ingrandita ed innalzata oltremodo, atterrando innanzi a lei que' limiti che gli si erano opposti in altri secoli.

Gli Enrici, Lotario, Corrado e Federico Barbarossa erano i capi di una libera corporazione; le loro prerogative venivano ristrette dai privilegi dei grandi e del popolo; il potere legislativo era riservato alla nazione adunata nelle sue diete; i doveri de' feudatarj, regolati dal loro vassallaggio, riducevansi a certi servigi perfettamente noti ai feudatarj ed al loro capo, ed avevano essi insegnato a questo capo a conoscere ancora quali diritti eransi essi medesimi riservati. Dopo un secolo e mezzo di guerre, quasi tutte svantaggiose all'impero, dopo sessantaquattro anni d'interregno, questa costituzione fu sepolta nell'obblio, e l'imperatore venne risguardato come un monarca assoluto. Quando era riconosciuto dalla chiesa, consacrato e coronato dal sommo pontefice, quand'egli soggiornava in Italia ed innalzava il suo tribunale in una terra dell'impero, più non si supponeva che vi fosse alcun potere sulla terra, tranne quello del papa, che potesse sollevarsi contro di lui, verun diritto, verun privilegio, di cui non ne fosse egli l'arbitro e che non potesse confermare o annullare. Tutte le libere istituzioni dei popoli del settentrione si dimenticarono, e l'_imperatore sempre augusto_ venne risguardato come il legittimo rappresentante dei Cesari di Roma, antichi padroni del mondo, cui tutta la terra era, o doveva essere sottomessa. Enrico di Luxemburgo era un povero principe, il quale non aveva altra forza che quella del suo nobile carattere, generoso, cavalleresco; quindi non fu già in conseguenza d'una possanza reale, ma per la sola forza dell'opinione che questo principe riuscì a mutare lo stato dell'Italia; che a sua voglia abbassò o rialzò i tiranni ed i principi sovrani; che comandò alle repubbliche e distrusse le loro leggi ed i loro governi; che impose enormi contribuzioni, pagate senza resistenza; che finalmente unì sotto le sue insegne popoli, ai quali era stato fin allora straniero e che non pertanto credevansi tenuti di servirlo a proprie spese. Se tre o quattro repubbliche soltanto gli resistettero, ciò avvenne pel segreto sentimento d'aver mancato al loro dovere, poichè i loro storici e gli scrittori guelfi più zelanti della libertà avevano adottata l'opinione del loro secolo rispetto agl'illimitati diritti dell'imperatore.