Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 14

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Baschiera dei Tosinghi, giovane emigrato fiorentino, comandava il primo corpo che arrivò alla Lastra. Molti messaggi ricevuti dai Bianchi di Firenze lo incoraggiavano ad avanzarsi senza aspettare le truppe di Pisa e di Pistoja, e ciò ch'era ancor peggio, senza aspettare la notte, che avrebbe calmato quel calore soffocante che opprimeva gli uomini ed i cavalli, ed inoltre avrebbe permesso agli amici di Firenze di recarsi al loro campo. I Bianchi entrarono senza trovare resistenza per la porta di san Gallo, che in allora non era che la porta di un sobborgo, ed arrivarono fino alla piazza di san Marco, ove si posero in ordine di battaglia colla spada alla mano, ma colla testa coronata d'ulivo e gridando _pace! pace!_ Frattanto non essendo raggiunti dai Bianchi della città, spedirono un piccolo corpo per sorprendere la porta degli Spadai, ove provarono qualche resistenza. Di là la stessa divisione si avanzò verso il duomo, e si vide attaccata per le strade da que' medesimi che sarebbersi creduti pronti a secondare gli emigrati; sia perchè loro sembrasse l'impresa imprudente e mal condotta, oppure, come racconta il segretario fiorentino, perchè volevano bensì accordare la pace alle loro preghiere, ma non alle armi[223]. In questo frattempo, appiccatosi il fuoco ad alcune case vicine alla porta, i Bianchi ch'erano entrati in città, temettero di rimanere divisi dal corpo principale, e ripiegarono verso Baschiera sulla piazza di san Marco. I Bolognesi, rimasti alla Lastra senza fare alcun movimento, avuto avviso della loro ritirata e credendo rotta tutta l'armata ghibellina, ripresero subito la strada di Bologna. Invano Tolosato degli Uberti, che gl'incontrò, venendo co' suoi Pistojesi, tentò di ricondurli verso Firenze; essi vollero ad ogni modo abbandonare l'impresa. Intanto Baschiera sulla piazza di san Marco, più sostener non potendo l'eccessivo calore e la mancanza d'acqua, dovette dare il segno della partenza. Inseguito nella sua ritirata dai Fiorentini, perdette molta gente[224]: per tal modo la parte de' Bianchi che aveva quasi in pugno la vittoria, fu per una continuata serie d'errori compiutamente disfatta.

[223] _Machiavelli Stor. Fior. l. II._

[224] _Gio. Villani l. VIII, c. 72. — Dino Compagni Cronaca l. III. — Istorie Pistolesi anonime t. XI._

Fu precisamente all'epoca di quest'attacco disgraziato, che morì Benedetto XI. Mentre i cardinali erano chiusi in conclave per l'elezione del suo successore, credettero i Neri di poter dare compimento alle loro vendette senza timore di esserne impediti dall'arrivo di qualche nuovo paciere. I due governi di Firenze e di Lucca stabilirono perciò di occupare Pistoja, ov'eransi ritirati molti dei loro emigrati, ed ove dominava Tolosato degli Uberti, l'erede di quella famiglia in ogni tempo ghibellina, che aveva prodotto il magno Farinata. I Fiorentini differirono l'impresa di Pistoja al mese di maggio del 1305, e s'impegnarono a non abbandonarne le mura finchè la città non s'arrendesse. Fecero domandare un generale a Carlo II re di Napoli, il quale mandò loro Roberto di Calabria, suo figlio ed erede presuntivo, con trecento cavalieri aragonesi o catalani, ed un ragguardevole corpo di fanteria almogavara. Queste truppe spagnuole, non diverse da quelle passate in Grecia con Ruggeri di Flor, erano state licenziate da Federico di Sicilia, e prendevano soldo da tutte le potenze che volessero approfittare de' loro servigi.

Il duca di Calabria partì da Firenze il 22 maggio del 1305 alla testa delle milizie di quella repubblica, ed incontrò in vicinanza di Pistoja le truppe lucchesi. Le due armate si divisero i lavori dell'assedio ed alzarono ridotti di distanza in distanza mezzo miglio lontani dalle mura: dopo di che il duca fece bandire che accordava tre giorni di tempo per uscire di Pistoja a tutti coloro che non volessero essere considerati come nemici della Chiesa e del re di Sicilia; ma che dopo tale termine tutti coloro che rimarrebbero entro l'assediata città, verrebbero trattati di ribelli, e permesso a chicchessia sarebbe di ucciderli. Perchè i Pistojesi non avevano sufficiente provvisione di vittovaglie, approfittarono della concessione del duca di Calabria per far uscire dalla città molte bocche inutili[225].

[225] _Istorie Pistolesi anonime t. XI._

Pistoja è posta in un piano; era cinta di mura in allora assai forti e di poco esteso giro, con larghe fosse piene di acqua che ne impedivano gli approcci; le porte erano gagliardamente fortificate, e varj ridotti sostenevano le mura, di modo che l'arte degli assedj, essendo di que' tempi ancora troppo imperfetta, gli assedianti non potevano lusingarsi di prendere la città per forza. Perciò i generali guelfi cercarono di affamarla, e fecero scavare dall'uno all'altro ridotto larghe fosse che guarnirono di palizzate; ondechè terminato questo lavoro più non fu possibile di vittovagliare la città. I Pistojesi per interrompere i lavori facevano frequenti sortite e combattevano valorosamente, ma erano talmente inferiori di numero, che venivano sempre respinti con perdita. Tali scaramuccie erano spesse volte seguite da atti crudelissimi, troppo odiosi perchè se ne debba conservare la memoria. Un violento odio di partito ed un infinito numero di vendette personali s'aggiungevano all'animosità nazionale.

I Pisani mandavano bensì alcuni soccorsi di danaro, ma non si trovavano abbastanza forti per rompere la loro tregua coi Fiorentini, ed avanzarsi con un'armata capace di far levare l'assedio; ed i Bolognesi, poco affezionati a Pistoja, non si davano pensiero di soccorrerla. Frattanto Tolosato degli Uberti ed Agnello Guglielmini, rettori della città assediata, incominciando a scarseggiare i viveri, fecero uscire di Pistoja i poveri, i fanciulli, le vedove, e quasi tutte le donne di bassa condizione. Orribile spettacolo per i cittadini era il veder condurre alle porte le loro spose, darle in mano de' nemici, e chiudere le porte dietro di loro. Quelle che non avevano tra gli assedianti parenti, conoscenti o uomini generosi che prendessero le loro difese, venivano esposte agli estremi insulti; quelle sopra tutto infelicissime erano che cadevano in mano agli emigrati neri di Pistoja![226]

[226] _Cronaca di Dino Compagni, l. III._

(1306) Tosto che il cardinale di Prato giunse alla corte di Clemente V, lo richiese d'interporre i suoi buoni ufficj in favore degli assediati Pistojesi, tra i quali il cardinale aveva varj parenti; onde Clemente mandò ordine al duca Roberto ed ai Fiorentini di ritirarsi dall'assedio di Pistoja. Il duca ubbidì, ma i Fiorentini tennero fermo, e nominarono loro capitano Cante de' Gabrielli d'Agobbio, uomo senza pietà, quello stesso che aveva pronunciata sentenza di condanna contro Dante e contro i Bianchi esiliati da Firenze.

I governatori di Pistoja non lasciavano trapelare il segreto intorno allo stato delle vittovaglie, e continuavano a distribuire parchi, ma sufficienti viveri, onde mantenere i soldati abbastanza vigorosi per combattere. Avevano determinato, giunti che fossero alla fine delle loro provvisioni, di annunciarlo al popolo, e di fare in allora una sortita generale, nella quale o venderebbero ad altissimo prezzo le loro vite, o fors'anco colla forza che dà la disperazione, otterrebbero di rompere i nemici. Frattanto il papa, informato che i Fiorentini non avevano fatto verun conto de' suoi ordini, mandò, dietro le preghiere dei Pistojesi, il cardinale Napoleone degli Orsini in qualità di suo legato e di pacificatore della Toscana.

I Fiorentini, avutone sentore, cercarono di prevenirne l'arrivo; e sopra tutto volendo impedire che Bologna, dominata dai Bianchi, non si armasse in favore di Pistoja, mandarono ambasciatori, sotto pretesto di lagnarsi dell'assistenza che i Bolognesi davano ai loro nemici, ma in effetto per cercare di sollevare contro i Ghibellini, che avevano in mano il governo, il popolo che per antica abitudine era affezionato alla parte guelfa. Il cinque febbrajo riuscirono ad eccitare una prima sedizione che poi terminò con danno dei Guelfi; ma non perdettero coraggio. Si fece supporre al popolo che la città si fosse alleata coi Ghibellini di Lombardia, ed il popolo si riscaldò: il conte Tordino di Panico si pose alla sua testa, e, dopo un combattimento intorno al palazzo, furono esiliati tutti i Lambertazzi, atterrate le loro case, ed i Bianchi di Firenze, rifugiatisi in Bologna, costretti a cercarsi un altro asilo[227].

[227] _Istorie Pistolesi anonime t. XI. — Gio. Villani l. VIII, cap. 83. — Cronica miscella di Bologna t. XVIII. — Memor. Histor. Mathæi de Griffonibus p. 134. — Ghirardacci Historia di Bologna l. XV._

Il cardinale degli Orsini o trovavasi in Bologna quando scoppiò la rivoluzione, o vi giunse poco dopo, a stento si sottrasse agl'insulti della plebe ch'erasi accorta della sua predilezione per i Ghibellini e per i Bianchi, e dovette ritirarsi precipitosamente ad Imola. Ma il cardinale, partendo, scomunicò Bologna, la privò della sua università, e colla bolla che pubblicò, fece che tutti i professori e gli scolari l'abbandonassero per recarsi a Padova[228].

[228] _Ghirardacci l. XV._

Nello stesso tempo i Fiorentini fecero entrare in Pistoja un monaco, incaricato d'offrire onorevoli condizioni agli assediati. Prometteva che la città rimarrebbe libera, che non sarebbero distrutte nè le mura nè le case, che le persone ed i beni sarebbero protetti, e che i castelli del territorio pistojese non ne sarebbero staccati. I Pistojesi non potevano protrarre le negoziazioni; i viveri erano terminati, e l'indomani era il giorno destinato per l'ultima sortita. Accettarono le offerte condizioni, e Pistoja venne ceduta alle armi fiorentine e lucchesi il 10 aprile del 1306 dopo un assedio di dieci mesi e mezzo[229].

[229] _Dino Compagni Cronaca l. III. — Ist. Pistolesi anonime, p. 393._

Ma la convenuta capitolazione fu dai vincitori sfrontatamente violata, perciocchè i Fiorentini ed i Lucchesi si divisero tra di loro il territorio di Pistoja, e non lasciarono a questa città altro distretto fuorchè un miglio di raggio intorno alle sue mura; si riservarono l'elezione dei rettori, eleggendo alternativamente i due popoli, uno il podestà, l'altro il capitano del popolo; fecero colmare le fosse, demolire le mura, atterrare le torri dei Ghibellini, ed il tutto a spese del comune di Pistoja; finalmente ridussero alla disperazione gli sventurati Pistojesi, e fecero amaramente piangere sulla loro vittoria quegli stessi emigrati che avevano avuta la follia d'invocare le armi straniere per rientrare nella loro patria.

Vedendo il cardinale degli Orsini d'essere giunto troppo tardi per soccorrere Pistoja, pensò di vendicarla. A tale oggetto adunò in Arezzo, ov'erasi portato del 1307, mille settecento cavalli ed un ragguardevole corpo d'infanteria; ma egli non seppe approfittarne, nè distruggere l'armata fiorentina in un momento in cui, presa da timor panico, erasi da se medesima posta in fuga; di modo che avendo a poco a poco perduto il credito, fu costretto di abbandonare la Toscana. Lasciò nuovamente Firenze sotto l'interdetto, e rinnovò contro questa città la scomunica del cardinale di Prato; dopo di che tornò in Francia presso il papa, che allora trovavasi in grandissimo bisogno dell'assistenza di tutti i cardinali.

L'implacabile Filippo il bello perseguitava ancora la memoria di Bonifacio ch'egli aveva fatto morire disperato: voleva che il papa, con iscandalo gravissimo di tutta la cristianità, condannasse la memoria del suo predecessore; voleva che il pontefice l'ajutasse in pari tempo a far cadere tutte le sue vendette sopra un ordine di cavalieri religiosi, che, soli del clero francese, avevano anteposta l'autorità della chiesa a quella del re, ed avevano osato di rimanere dubbiosi se dovessero prestarsi alle sue volontà. Questi cavalieri avevano inoltre inasprito il monarca, manifestando il loro malcontento per le frequenti alterazioni e falsificazioni delle monete che ruinavano il popolo.

Clemente V non poteva accordare al re di Francia la prima domanda, non potendo condannare la memoria di Bonifacio per delitto d'eresia, nè far diseppellire le sue ossa per abbruciarle senza esasperare tutta la cristianità. Bonifacio erasi forse reso colpevole di molti delitti, ma la sua dottrina era sempre stata conforme a quella della Chiesa, facendone fede il sesto libro delle decretali da lui compilato. Inoltre un tale giudizio contro il capo della religione, quand'anche fosse giusto, era fatto per iscuotere la religione medesima: l'autorità di Clemente, dopo la condanna del suo predecessore, sarebbesi trovata in difetto nella sua sorgente medesima, perchè molti de' cardinali che lo avevano eletto, erano creature di Bonifacio: se questi era eretico, la loro nomina e l'elezione di Benedetto XI e di Clemente V erano nulle; e Clemente che cessava d'essere papa, più non aveva il diritto di condannare il suo predecessore. Tali furono le ragioni che il cardinale di Prato produsse innanzi al re, quando questi instava caldamente perchè il papa pronunciasse la sentenza, e che gli dichiarò ch'era la sesta delle sue promesse, quella di cui erasi riservato il segreto fino all'istante del suo compimento. Il cardinale, per accontentare Filippo, offrì di rimettere questo giudizio ad un concilio generale, il qual solo avea l'autorità di condannare il capo della chiesa[230].

[230] _Gio. Villani, l. VIII, c. 91._

Supponevasi che coloro che avevano ajutato Filippo nell'insulto fatto a Bonifacio, fossero quelli che instavano per abolirne la memoria. Clemente per appagarli, con una bolla delle calende di giugno del 1307, accordava piena ed intera assoluzione al re, al suo regno, ai suoi agenti, ed a tutti coloro che in qualunque modo potessero essere compresi nelle censure ecclesiastiche. Quest'assoluzione fu accordata a tutti senza condizione, tranne Guglielmo di Nogareto e Reginaldo Supino, ai quali il papa impose per penitenza una spedizione in Terra santa[231]. Nel susseguente anno pubblicò le lettere di convocazione del concilio ecumenico, che doveva adunarsi in Vienna del Delfinato il primo ottobre del 1310.

[231] _Bulla apud Rayn. 1307, § 10, et 11. t. XV. — Contin. Guillelmi de Nangis in D. L. Acherii Spicilegio, t. XI._

La proscrizione dell'ordine de' Templari, altra domanda di Filippo, pareva che non gli stasse meno a cuore che la condanna di Bonifacio; e Clemente V per una vile e crudele politica sacrificò un ordine che tanto onorava la cristianità, ed espose tanti illustri cavalieri ai più orribili supplizj, per salvare, non la memoria d'un morto, ma la sua propria autorità compromessa dalla procedura che gli si voleva forzatamente far intentare.

L'ordine de' Templari era stato fondato verso il 1128 da nove cavalieri francesi del numero di coloro che avevano accompagnato Goffredo Buglione[232]. Sebbene aperto a tutta la cristianità, il numero de' cavalieri francesi era maggiore di quello de' cavalieri di tutte le altre nazioni complessivamente presi; quasi tutti i grandi maestri erano stati francesi, ed in molte lingue erasi conservato ai cavalieri il loro nome francese, _frères du temple_ φρεριοι τȣ τεμπλȣ[233], _frieri del tempio_ senza tradurlo. Nel corso de' cento ottant'anni, che l'ordine aveva esistito, era stato un modello di cristiane e cavalleresche virtù; e nel formolario francese del ricevimento de' cavalieri, venivano avvisati dell'immenso sagrifizio che stavano per fare alla religione. «Voi non conoscete, gli si diceva, i rigorosi precetti dell'ordine; ed è cosa dura che voi che siete indipendente, vi facciate servo di altri. Rare volte vi accaderà di fare quello che voi volete; imperciocchè quando desiderate di essere al di quà del mare, sarete mandato al di là ec.» Dopo aver ricevuto dal candidato le promesse di ubbidienza, di castità, di fedeltà; dopo avere avuto sul di lui conto le più circostanziate informazioni, quello che presiedeva al capitolo doveva finalmente riceverlo e dirgli: «Noi vi ponghiamo a parte di tutti i beneficj della casa, vi promettiamo pane e legna, la povera vittovaglia della casa, e pene e fatiche assai[234].» Di fatti specialmente a quest'epoca l'ordine trovavasi in assai basso stato; imperciocchè cacciato dai Turchi da quella Terra santa che aveva valorosamente difesa il suo grande maestro, il venerabile Giacomo di Molay, erasi ritirato in Cipro col fiore de' Templari, ed in quell'isola stava preparando cogli ospitalieri di san Giovanni la conquista dell'isola di Rodi, che poi gli ospitalieri eseguirono soli.

[232] _Vita Honorii II ex MS. Bernar. Guidonis t. III, Rer. It. p. 422._

[233] _Pachymeris Hist. Andron, l. V, c. 12, t. XIII._

[234] Veggansi i documenti giustificativi annessi alla tragedia de' Templari.

Tali erano gli uomini che improvvisamente la mattina del 13 ottobre 1307 furono imprigionati in ogni angolo della Francia[235]; mentre che Giacomo di Molay, chiamato d'Oriente dal re, era venuto con piena confidenza a porsi in mano de' suoi carnefici. Sopra la deposizione di due malvagi, del priore di Montfaucon condannato per le sue dissolutezze a perpetuo carcere, e di Noffo Dei fiorentino, appiccato in appresso per altri delitti, furono accusati delle più ignominiose ad un tempo e più assurde scelleratezze[236]. Si pretendeva che rinnegassero la religione per la quale combattevano, che autorizzassero la più scandalosa e stomachevole dissolutezza; furono citati alcuni fatti che la storia non può più ricordare, ma che sono smentiti da se medesimi, e tutti questi generosi cavalieri vennero esposti ad orribili torture; loro si prometteva intero perdono ed anche quello dell'ordine, se confessavano le imputazioni che gli si facevano e moltiplicavansi i tormenti fino a cagionar loro la morte se si ostinavano a negarle. Molti cavalieri, vinti dal dolore, confessarono tutto quanto venne loro richiesto; ma quando vollero ritrattarsi, dopo essere usciti di sotto al carnefice, furono dichiarati eretici, recidivi e condannati al fuoco. Coloro, che alla tortura non avevano confessati i pretesi delitti dell'ordine, furono egualmente ritenuti colpevoli: erano preventivamente avvisati che l'ultimo supplicio sarebbe il castigo della loro ostinazione; e questo supplicio era terribile. Ascoltiamo Giovanni Villani, autore contemporaneo, che parla con orrore di tutta questa procedura. «In un grande parco chiuso di legname fece legare, ciascuno a un palo, cinquantasei de' detti Tempieri, e fece metter fuoco a piede, ed a poco a poco l'uno innanzi l'altro ardere, ammonendoli che quale di loro volesse riconoscere l'errore, il peccato suo, potesse scampare; e in questo tormento, confortati dai loro parenti e amici, che riconoscessero e non si lasciassero così vilmente morire e guastare, niuno di loro il volle confessare; ma con pianti e grida si scusavano, com'erano innocenti di ciò e fedeli cristiani, chiamando Cristo e santa Maria e gli altri santi, e col detto martorio tutti ardendo e consumando, finirono la vita[237].»

[235] _Contin. Guill. de Nangis apud Acheri Spicileg._

[236] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._

[237] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._

Un poeta francese offre adesso in qualche modo un sagrificio espiatorio alla memoria degli sventurati Templari, facendo spargere a' suoi compatriotti lagrime sui patimenti di que' cavalieri, sui delitti del re, del pontefice, de' loro giudici, de' loro persecutori. Aggiugnendo al merito poetico una rara erudizione, illustrò sommamente gli eroi che chiamò sulla scena. Ma gli stessi contemporanei de' Templari non lasciarono di attestarne l'innocenza: uno de' santi che venera la Chiesa, dichiarò calunniose tutte le accuse fatte a' Templari, le quali non furono inventate, egli dice, che dall'avarizia per ispogliare que' cavalieri de' moltissimi beni che possedevano[238]. Osserva l'annalista ecclesiastico, che quest'asserzione rendesi probabile quando si osserva che i consiglieri di Filippo erano scellerati impostori e calunniatori. Questo re, egli dice, che aveva invasi i beni delle chiese, che aveva oppressi i suoi popoli, che aveva adulterate le monete, spogliati tutti i Giudei del regno, e cercati altri vergognosi profitti che ancora più vergognosamente dissipava, ben potè essere tentato dalle ricchezze del tempio, di cui s'impadronì, dopo avere dichiarato colle sue lettere patenti che le avrebbe rispettate. Guglielmo Ventura, lo storico d'Asti, asserisce pure che questa persecuzione non fu eccitata che dall'invidia e dalla cupidigia di Filippo, il quale odiava i Templari, perchè questi religiosi avevano osato dichiararsi per Bonifacio nella lite tra il pontefice ed il monarca[239]. Molti altri antichi scrittori che si limitano a riferire con sorpresa così strane accuse, non sonosi astenuti dal giudicarle, che per rispetto al giudizio già emesso dalla chiesa nel concilio di Vienna, che del 1311 condannò l'ordine.

[238] _Sanctus Antoninus Arch. Florent. p. III, tit. 21, n.º 1. c. 1. Apud Raynald. ad an. 1307, § 12._

[239] _Chron. Astense Guillelmi Venturae t. XI._

Il concilio di Vienna abolì l'istituzione de' Templari in tutta la cristianità, dichiarando i loro beni devoluti all'ordine degli Ospitalieri. Questi beni, che in Francia ed in Italia erano già stati confiscati, furono comperati a caro prezzo dai cavalieri di san Giovanni, che si ruinarono con tale acquisto. Nelle Spagne furono aggiudicati agli ordini militari del paese; in Portogallo servirono a dotare il nuovo ordine di Cristo, formato dai Templari portoghesi, veri rappresentanti di quest'ordine illustre. Ma prima di passare questi beni in mano agli ordini religiosi, i sovrani vollero approfittarne, imitando tutti l'avidità del re francese e spogliandone i Templari, sebbene non insevissero come Filippo contro i cavalieri. A tale epoca l'ordine contava circa quindici mila cavalieri, che tutt'ad un tratto vennero tolti alla difesa di Cristianità[240]. Il grande maestro Giacomo di Molay fu dopo tutti gli altri e dopo la sentenza del concilio mandato al supplicio col fratello del Delfino del Viennese. Molay, sedotto dalle promesse, o cedendo all'orrore della tortura, pare che confessasse alcune delle imputazioni fatte all'ordine: ma quando fu sotto gli occhi del pubblico, si affrettò di ritrattare la confessione che gli era stata estorta coi tormenti, dichiarandosi meritevole della morte per avere ceduto alle istanze ed alle minacce del re[241]. Quasi tutti gli storici raccontano che nell'istante del supplizio, egli, o alcuno de' suoi cavalieri, citò al tribunale di Dio il papa ed il re, intimando loro di comparire entro un anno ed un giorno, per rendere ragione della loro tirannia, giacchè non eravi in terra altro tribunale che potesse giudicarli. Ambedue morirono di fatti entro l'indicato termine. Il signor Raynovard approfittò di questa tradizione:

«Ma in ciel si trova un tribunale augusto Che invano mai non implorò l'oppresso Mortale: a questo io ti domando, o papa. Ancor quaranta giorni! e già ti vedo Tremante comparir. Alle parole Tutti fremevan di Molay: ma quale Sorpresa, quanto orror, qual turbamento Ogni cuore occupò, quando soggiunse: O Filippo, o mio re, o mio signore! Invano io ti perdono, ancor di vita Poco ti resta, al tribunal di Dio Pria che l'anno si compia, o re, ti aspetto.»

[240] _Ferreti Vicent. l. III, t. IX._

[241] _Gio. Villani l. VIII, c. 92._

CAPITOLO XXVII.

_Affari di Firenze. — Regno e spedizione in Italia dell'imperatore Enrico VII di Luxemburgo._

1308 = 1313.