Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 13

Chapter 133,417 wordsPublic domain

La vergognosa condotta tenuta da Clemente e la vile sua ubbidienza a tutti i capricci della corte di Francia provarono abbastanza a quali scandalose condizioni aveva acquistata la tiara. Dopo avere introdotte nel sacro collegio tante creature di Filippo, rivocò tutte le censure fulminate contro di lui, de' suoi ministri e complici, annullò tutte le costituzioni di Bonifacio che potevano dargli qualche ombra; accordò al re Filippo la decima sul clero, e ne accordò delle altre al conte di Fiandra, affinchè con tale mezzo potesse pagare un tributo ai Francesi, autorizzò Filippo a prendere in nome della religione tutti gli Ebrei del suo regno il giorno della festa di santa Maria Maddalena, a confiscare tutti i loro beni ed a bandirli; finalmente prodigò bolle, prediche, indulgenze per formare una nuova crociata, la quale sotto la condotta di Carlo di Valois doveva conquistare l'impero di Costantinopoli, allora occupato da Andronico, figlio di Michele Paleologo: e la più importante ragione, allegata contro questo sventurato principe, era quella di non essere egli abbastanza forte per resistere alle armi turche, onde la sua disfatta aprirebbe l'Europa ai Musulmani[200].

[200] Bolla del 6 degli idi di marzo. _Raynald. § 6._

Quale più vergognoso motivo poteva addursi per attaccare Andronico? e se il papa era veramente intenzionato d'opporre una diga ai barbari, la sua politica non era meno falsa che ingiusta; poichè fulminando nuovi anatemi contro Andronico, il suo clero e la sua nazione[201], accresceva sempre più l'animosità che da molto tempo divideva i Greci dai Latini, e riduceva i primi a preferire il giogo musulmano a quello de' cattolici persecutori. Onde è chiaro che il papa non aveva altro oggetto che quello di soddisfare alla cupidigia ed all'ambizione dei principi della casa di Francia, di quel medesimo Valois che era stato suo mortale nemico: e purchè facesse cosa grata al re, egli non calcolava i funesti effetti della sua politica sul bene della Cristianità.

[201] Scomunica d'Andronico in data di Poitier, 3 degli idi di giugno 1307. _Raynald. § 7._

È per altro vero che la debole e sospettosa amministrazione d'Andronico esponeva tutta l'Europa alle maggiori calamità. La nazione, e forse in questo secolo il clero, in nome della nazione europea, avrebbe per avventura avuto il diritto di deporre questo principe imbecille; ma soltanto per sostituirgli un principe che, godendo l'amore e la confidenza de' suoi popoli, potesse fermare gli spaventosi progressi dei Turchi.

Il vecchio Andronico era succeduto a suo padre Michele Paleologo l'undici dicembre del 1282[202]: aveva mostrate alcune virtù private, che facilmente si trovano nel più debole sovrano; di quelle virtù che l'adulazione degli storici conserva alla posterità, coprendo i vizi che sempre le accompagnano in un carattere pusillanime. Egli non cominciò ad avere relazioni coll'Italia che in principio del XIV secolo. Prima d'allora, perduto tra gl'intrighi della sua corte e del suo clero, aveva distrutta con imprudente economia la flotta allestita da suo padre con enorme dispendio per difendersi dal re di Napoli[203]. Suo fratello, Costantino Porfirogeneta, che aveva eccitata la sua diffidenza, era stato imprigionato con tutti i suoi amici. Egli introdusse nell'impero gli Alani, che per sottrarsi al giogo dei Tartari avevano domandato un asilo nelle province dell'Asia, ma che riuscivano più dannosi a quelle province de' Turchi medesimi contro de' quali dovevano combattere[204]. Finalmente, dopo avere provocati questi ultimi, opponeva loro una così debole resistenza, che invadendo essi tutte le province dell'Asia, le avevano divise in pascialaggi, e cacciati i Greci oltre l'Ellesponto[205].

[202] _Nicephorus Gregoras Hist. l. VI. c. 1._

[203] _Niceph. Gregoras Hist. l. VI, c. 3._

[204] _Ib. l. VI, c. 10._

[205] _Id. l. VII, c. 1._

Tali furono gli avvenimenti de' primi vent'anni del regno d'Andronico il vecchio, quando del 1302 fattasi la pace tra i re di Napoli e di Sicilia, questi licenziò le veterane milizie che pel corso di venti anni avevano così valorosamente difesa la Sicilia contro i Francesi. Que' soldati collettizj di differenti paesi non avevano campi nè focolari che li chiamassero; ed accostumati a vivere insieme nella licenza, e talvolta di ladroneccio, temevano il ritorno dell'ordine e della tranquillità che la pace delle due Sicilie procurava all'Italia meridionale. Lo stesso spirito avventuriere de' soldati animava ancora i loro capitani; onde invece di disperdersi in differenti paesi, prendendo servigio, pensarono di tenersi uniti e di porre tutta l'intera armata al servigio del primo sovrano che volesse adoperarla[206]. In tale maniera ebbero cominciamento le compagnie propriamente dette di ventura. I capi di quest'intrapresa erano Ruggero de Fior, vice ammiraglio di Sicilia, Berengario di Entença, Ferdinando Ximenes de Arenos e Berengario di Rocafort, tutti personaggi assai distinti[207]. Il primo, sebbene nato a Brindes, era originario tedesco; era stato Templario, ed aveva rinunciato, si disse, a questa vocazione, dopo la presa di san Giovanni d'Acri, per dedicarsi interamente alle armi, o per dir meglio alla pirateria[208]. Gli altri erano _ricos hombres_ Arragonesi o Catalani.

[206] _Gio. Villani l. VIII. c. 50._

[207] _Hist. de Costant. de Ducange l. VI, c. 23._

[208] _Georg. Pachymeris Hist. Andron. l. V, c. 12._

I generali della compagnia di ventura offrirono i loro servigi ad Andronico, per ricuperare le province dell'Asia occupate dai Turchi, e furono accettati a braccia aperte. Andronico decorò Ruggero della dignità di gran duca, e gli diede per moglie la propria nipote. Sotto la condotta di questi capi passarono in Grecia circa otto mila uomini catalani ed arragonesi detti _Almogavari_[209]. Con tal nome indicavasi la fanteria spagnuola per lo più composta di Mori e di Cristiani. Questi soldati si acquartierarono a Cizica, ove vissero colle spoglie de' Greci ch'eransi incaricati di difendere. I diritti della guerra non esercitaronsi giammai con maggior barbarie in una città nemica[210]. Questa vita da assassino pareva tanto dolce agli Almogavari, che non volevano a niun patto lasciarla per andare contro ai nemici. A stento per altro si ridussero in primavera del 1305 a marciare contro i Turchi che avevano assediata Filadelfia. L'armata turca comandata da Ali Syras fu disfatta ad Aulax, mortalmente ferito il generale, e la potenza greca precariamente ristabilita al di là del Bosforo. Ma la licenza de' Catalani faceva ai Greci egualmente temere le vittorie e le disfatte. Andronico, che anche in Tessaglia era stato attaccato dai Bulgari, desiderava dividere la grande compagnia, onde avere il doppio vantaggio di renderla meno potente, e di opporre valorosi soldati ai due più temuti nemici. Invitò quindi Ruggero ad unire parte delle sue truppe a Michele Paleologo suo figliuolo. Ruggero, dietro tale domanda, passò il Bosforo, non con alcune truppe, ma con tutta la sua armata, e prese i quartieri d'inverno e si fortificò a Gallipoli[211].

[209] Esiste una relazione di questa spedizione, scritta sulle memorie di uno de' suoi capitani, intitolata: _Espedicion de Los Catelanos y Aragoneses contra Turcos y Griegos por D. Francisco de Moncada Conde de Osona_. Io non l'ho ancora veduta.

[210] _G. Pachymeris Hist. Andron. l. V, c. 21._

[211] _Ducange Hist. de Costan. l. VI, c. 31. — Niceph. Gregoras l. VII, c. 3. — Pachymeris l. VI, c. 3._

(1307) Tale era lo stato dell'Oriente quando Clemente V volle far rivivere i diritti di Carlo di Valois, sposo di Caterina di Fiandra, alla successione dell'impero de' Latini. Prima scrisse all'arcivescovo di Ravenna ed ai vescovi di Romagna, a quelli della Marca d'Ancona e dello stato di Venezia, come pure ai più vicini prelati della Grecia, perchè predicassero la crociata contro i Greci[212]. Proibì sotto pena della scomunica ad ogni principe cristiano l'alleanza con il Paleologo[213]; e fece ogni sforzo perchè prendesse parte in questa sacra guerra Federico di Sicilia. Voleva Federico, se gli fosse stato possibile, conservare qualche autorità sull'armata catalana che lo aveva servito tanto tempo prima di passare in Grecia; e perciò aveva mandato presso ai capi di quest'armata, già divisa dalle fazioni, l'infante Ferdinando di Majorica, suo cugino germano, per riunirla sotto i suoi ordini: di modo che se questo trattato riusciva, il re di Sicilia era quello de' principi latini che poteva più facilmente comandare alla Grecia. Per ultimo il papa scrisse pure ai Veneziani ed a' Genovesi per ridurli a secondare colle loro flotte l'impresa di Carlo di Valois[214].

[212] Sua lettera dei 2 degli idi di marzo. 1307. _Rayn._

[213] Bolla del 3 delle none di giugno. _ib._

[214] Lettera pontificia del 19 delle calende di febbrajo 1306. _Rayn. § 3._

Ma le due repubbliche non erano altrimenti disposte a far causa comune, intraprendendo per conto de' Francesi la conquista dell'Oriente. Pel corso di sette anni si erano battute con accanimento per l'esclusivo dominio dei mari. A questa guerra, cominciata dal 1293, aveva dato motivo una battaglia accidentale nel mare di Cipro tra quattro galere veneziane e sette navi mercantili dei Genovesi. L'odio nazionale e l'estrema gelosia dei due popoli aveano chiusa la via ad ogni accomodamento per un affare, cui i loro governi non avevano avuto parte, e ne' cinque susseguenti anni sforzaronsi di opprimersi vicendevolmente con formidabili apparecchi[215]. Nel 1295 i Genovesi posero in mare cento sessanta galere, ognuna montata da duecento venti uomini, tutti abitanti di Genova o delle due Riviere. Questa formidabile flotta rientrò in porto senza avere incontrato il nemico, dopo averlo inutilmente cercato nei mari della Sicilia. Nel susseguente anno le due flotte nemiche si cercarono di nuovo senza trovarsi; ma sessantacinque galere veneziane, comandate da Ruggero Morosini, vennero ad attaccare i Genovesi abitanti a Galata in faccia a Costantinopoli, i quali, non avendo bastanti forze per difendersi, si ritirarono tutti coi loro effetti nella capitale dell'impero greco, mentre i Veneziani incendiavano le loro case[216].

[215] _Ann. Gen. l. X. — Uberti Folietæ Hist. Genuens. l. VI._ — Gli annali di Genova, scritti per ordine pubblico da autori contemporanei, continuatori di Caffaro, terminano precisamente a quest'epoca. L'ultimo continuatore è Giacomo Doria, autore del decimo libro.

[216] _Niceph. Gregoras l. VI, c. 11. — Chron. Januers. Jacobi a Voragine t. IX, p. 56._

I Genovesi, protetti in questa circostanza da Andronico, strinsero sempre più l'alleanza che da molti anni gli univa ai Greci; mentre i Veneziani dichiararonsi apertamente nemici dell'impero. Ma la potenza di questi soffrì un terribile crollo l'anno 1298 per la battaglia di Corzola, o Corcira la nera, che terminò la guerra. L'ammiraglio genovese Lamba Doria erasi avanzato fino a quest'isola, posta in fondo dell'Adriatico, per incontrare Andrea Dandolo, il quale con una flotta di novantacinque galere non ricusò la battaglia. Fu questa lunga e sanguinosa; ma la vittoria si decise a favore dei Genovesi benchè alquanto più deboli di forze, tostochè quindici navi, staccate dall'ammiraglio Doria per avere il vento in poppa, attaccarono di fianco la flotta veneziana tutta impegnata col rimanente della squadra nemica. La disfatta fu così compiuta, che si salvarono appena dodici galere, avendone i Genovesi abbruciate sessantasei e condotte diciotto a Genova con sette mila prigionieri, tra i quali trovavasi l'ammiraglio Andrea Dandolo[217]. Dopo così terribile battaglia, le due nazioni, quasi egualmente snervate dalla vittoria e dalla sconfitta, acconsentirono a fare la pace, che fu segnata l'anno 1299 colla mediazione di Matteo Visconti, e restituiti i prigionieri da ambo le parti. Lo stesso anno fu pure conchiusa la pace tra i Genovesi ed i Pisani in conseguenza della quale avevano, dopo sedici anni di prigionia, ricuperata la libertà gli sventurati superstiti della disfatta di Meloria.

[217] _Ubert. Folietæ Gen. Hist. t. VI. — Marino Sanuto Vite dei Duchi di Venez. t. XXII. — Stor. Ven. di And. Navagero t. XXIII. — And. Danduli Chron. t. XII, p. II._

Siccome la pace non aveva spente le animosità de' Genovesi e de' Veneziani, doveva prevedersi che nella guerra di Oriente avrebbero abbracciato opposti partiti; e così appunto accadde. Il 19 dicembre del 1306 i Veneziani convennero con Carlo di Valois di equipaggiare una flotta che partirebbe da Brindisi in maggio del 1308, e porterebbe un'armata capace di ricuperare l'impero di Costantinopoli; promettendo inoltre di mantenere fino a quell'epoca dodici galere armate nei mari della Grecia per proteggere i partigiani dell'impero latino[218]. Intanto i Genovesi si univano con più stretti vincoli al Paleologo; lo avvisarono de' trattati che si andavano maneggiando dai Francesi e da Federigo di Sicilia coi Catalani, e lo persuadevano a mettersi in istato di difesa contro quella truppa mercenaria.

[218] Raccolta di documenti per la storia di Costantinopoli _p. 33_.

Per la morte di Caterina, sposa di Carlo di Valois, che gli dava un diritto all'impero, e fors'anco per l'esaurimento del suo tesoro, così vasti progetti di conquista andarono a vuoto. Ma sebbene il principe francese rinunciasse alla spedizione, e mancasse di parola ai Veneziani, non per ciò le due repubbliche lasciarono di prendere una parte assai viva in questa contesa; i Genovesi come alleati dei Greci, ed i Veneziani quali alleati de' Catalani, la di cui grossa compagnia di ventura, divenuta sospetta all'imperatore ed esosa ai sudditi, trovavasi con loro in aperta guerra. Ruggero de Fior venne assassinato dagli Alani che seguivano il figlio dell'imperatore, e Berengario di Entença cadde in mano de' Genovesi in un fatto d'armi presso Reggio di Calabria: onde la grande compagnia, privata da' suoi due capi, si assoggettò ad altri due da lei nominati; e formando una specie di regolare governo con un consiglio di reggenza, s'intitolò _armata dei Franchi in Tracia ed in Macedonia_[219]. Questa formidabile armata, collegatasi coi Turchi, saccheggiò tutte le province dell'impero greco, e dopo una serie di curiosi avvenimenti passò del 1311 nel ducato di Atene, che in allora apparteneva a Gualtieri di Brienne; ed essendosi inimicata col duca, lo sfidò a generale battaglia, nella quale fu ucciso con circa settecento cavalieri francesi, i discendenti degli antichi conquistatori della Grecia. Atene, Tebe e tutto il ducato, caddero in potere dei Catalani, i quali fissarono il loro soggiorno in quella provincia[220], in tempo che il figlio dell'ultimo duca francese, chiamato Gualtieri di Brienne come il padre, passava in Italia, ove lo vedremo in appresso diventare tiranno di Firenze; così per lo contrario, alquanto più tardi, un Fiorentino prese possesso del ducato d'Atene.

[219] _L'hueste de los Francos que reynan en Tracia y Macedonia._

[220] _Stor. di Costant. del Ducange l. VI, c. 7, ed 8. — Nicephor. Gregoras l. VII, c. 7. — Laonici Calcocondilae de rebus Turcicis l. I, t. XVI, Biz. Ven. p. 8._

Mentre in Ispagna, in Francia e fino in Grecia, Clemente V dava sicure prove della sua vile dipendenza da Filippo il bello, e della sua parzialità, la condotta da lui costantemente tenuta rispetto alle città toscane fu quella di pacificatore al tutto straniero alle fazioni guelfa e ghibellina, e più portato a favorire i Bianchi che i Neri, pel solo motivo che quelli erano esiliati e perseguitati. Per farli ripatriare Clemente fece, benchè inutilmente, i più lodevoli sforzi. Non era egli fino dalla fanciullezza stato nodrito ne' pregiudizj di quelle antiche fazioni, nè ve lo attaccavano le sue parentele. Sebbene i reali di Francia siano stati gli alleati dei Guelfi, Filippo, in tempo delle sue contese con Bonifacio, erasi unito ai Colonna ed al cardinal di Prato, che erano Ghibellini; e l'ultimo, cui Clemente V andava in particolar modo debitore della sua elezione, aveva sotto il pontificato di Benedetto XI avuta particolare cagione di essere scontento dei Neri che governavano Firenze. È d'uopo ripigliare questa parte della storia toscana, che abbiamo dovuto lasciare imperfetta per non rompere il filo degli altri avvenimenti.

Abbiamo detto che Benedetto XI desiderava di riconciliare i Bianchi ed i Neri, e che per tale motivo aveva mandato in Toscana il cardinale di Prato. Entrò questi in Firenze il 10 maggio del 1303, e dopo avere adunati tutti i cittadini nella piazza di san Giovanni, diede loro parte della pacifica missione di cui era incaricato e dell'autorità che il papa gli aveva data; poi chiese ai Fiorentini di rimettersi confidentemente alla sua mediazione. Il popolo cominciava ad essere mal soddisfatto del nuovo governo, e vedeva il pericolo dipendente da una discordia che guastava tutta la repubblica ed aveva omai ruinata la metà de' suoi cittadini; di modo che in un parlamento acconsenti di dare al cardinale piena _balìa_ per riformare la repubblica; non accordandogli soltanto i poteri necessarj per conchiudere parziali paci tra le famiglie nemiche, ma in oltre il diritto di nominare il gonfaloniere, i priori e tutti i magistrati fino al primo di maggio del 1304: la quale balìa fu in seguito prorogata per un altro anno. Il cardinale approfittò dell'affidatagli autorità per rappacificare, durante la sua dimora in Firenze, molte delle più potenti famiglie: rese più forte l'influenza del popolo sul governo, rinnovando i gonfalonieri delle compagnie; e di consenso de' nuovi priori ammise in città i deputati dei Bianchi per trattare col partito dominante. Trovavasi fra i primi Petracco dell'Ancisa padre del poeta Petrarca[221].

[221] _Cron. di Dino Compagni l. III. — Gio. Villani, l. VIII. c. 68._

Ma la cacciata de' Bianchi da Firenze aveva accresciuto a dismisura il credito dell'antica nobiltà guelfa, la quale vedeva di mal occhio i tentativi del cardinale per abbassarla di nuovo. Cercò quindi con fina avvedutezza d'indisporre contro di lui il popolo, e di preparare segreti ostacoli alla pace generale ch'egli meditava. Questa fazione falsificò una volta il suggello del cardinale, e spedì da sua parte ordine ai Bianchi ed ai Ghibellini di Bologna di venire in suo soccorso. L'avvicinamento di quest'armata eccitò l'indignazione del popolo in maniera, che il cardinale protestò invano di non aver avuto parte a tale chiamata ed invano ordinò ai Bolognesi di ritirarsi: la confidenza che si era con tanta fatica acquistata presso il popolo, fu in un istante perduta per sempre.

I capi dei Neri domandarono in appresso al cardinale di occuparsi della pace di Pistoja prima di terminare quella di Firenze. La parte Bianca dominante a Pistoja, dicevano essi, doveva accordare ai Neri le medesime vantaggiose condizioni, che i Neri dominanti a Firenze sono disposti di accordare ai Bianchi fuorusciti. Il cardinale, recandosi a Pistoja, passò per Prato, che, sebbene fosse la patria de' suoi maggiori, egli non aveva ancora veduta; ed il rispettoso e distinto accoglimento che gli fece quel popolo, accrebbe la gelosia dei Neri. I Guazalotti, capi di questo partito in Prato, ne fecero amara vendetta al suo ritorno da Pistoja, ove nulla aveva potuto ottenere. Gli fecero chiudere in faccia le porte della città e ne proscrissero i parenti ed i loro partigiani, che dovettero salvarsi colla fuga. Il cardinale irritato scomunicò la città di Prato ed accordò le indulgenze della crociata a coloro che prenderebbero le armi contro la sua patria. Rientrato in Firenze, non tardò ad accorgersi che l'accadutogli a Pistoja e Prato aveva distrutta in modo la sua riputazione, che, in occasione di una sommossa, la famiglia de' Quaratesi, vicina al palazzo da lui abitato, fece tirare contro la sua persona. Allora il cardinale volgendosi al popolo che lo circondava, gridò: «poichè voi volete essere in guerra e maledetti, ricusando di ascoltare il messaggiere del vicario di Dio; poichè non volete nè riposo nè pace, rimanetevi adunque colla maledizione di Dio e della santa Chiesa.» Partì il giorno 4 giugno del 1304, lasciando la città scomunicata, e Benedetto XI confermò a Perugia questa scomunica.

In Firenze tenne dietro alla partenza del cardinale una sedizione: mentre coloro che l'avevano forzato a ritirarsi, battevansi contro quelli che volevano la pace, un prete, chiamato ser Neri Abbati, appiccò il fuoco alle case dei Bianchi in due diversi luoghi della città. Questi, occupati trovandosi nella zuffa, non poterono fermare l'incendio, il quale, stendendosi rapidamente verso il centro della città, distrusse mille settecento case ne' quartieri occupati dai magazzini dei mercanti, cagionando un'immensa perdita a molte delle più ricche famiglie e specialmente ai Cavalcanti ed ai Gherardini, che furono al tutto ruinati[222].

[222] _Gio. Villani l. VIII, c. 71. — Dino Compagni Cronica, l. III._

In conseguenza della scomunica fulminata contro Firenze furono dal papa citati a Perugia dodici capi di parte nera con cento cinquanta cavalieri loro amici. Il cardinale di Prato scrisse allora ai Ghibellini ed ai Bianchi di Pisa, d'Arezzo, di Bologna e di Pistoja, essere questo il momento di sorprendere Firenze e di vendicarsi. Infatti i Bianchi si adunarono e s'avanzarono segretamente; ma gli emigrati fiorentini erano arrivati alla Lastra, due sole miglia sopra Firenze, coi Bolognesi, gli Aretini, ed i Romagnoli il 21 luglio 1304, in cambio del 23, ch'era il giorno destinato. Essi formavano un corpo di mille seicento cavalli e di nove mila uomini d'infanteria. Il conte Fazio doveva raggiugnerli da Pisa ed era già arrivato al castello di Marti con quattrocento cavalli; doveva arrivare da Pistoja Tolosato degli Uberti con trecento cavalli e molti pedoni, il quale prese la strada della montagna quand'ebbe avviso, che i suoi alleati erano giunti innanzi tempo presso a Firenze.