Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 12

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[185] _Chron. Est. t. XV. — Chron. Parm. t. IX. — Dante Aligh. Purg. c. VIII, v. 70, ec._ Il poeta rinfaccia a Beatrice le seconde nozze con soverchia amarezza. Sembra preferire i Visconti di Pisa, da più secoli sovrani di Gallura, ai Visconti di Milano, usurpatori che dovevano in breve essere abbattuti. Gli storici milanesi, e specialmente il Corio ed il Merula prendono da questi versi motivo di farne acerbi rimproveri a Dante. Abbiamo altrove osservato che, sebbene queste famiglie portassero lo stesso nome, non avevano però un'origine comune.

Lo Scotto non dimenticò tanta ingiuria; e, se vi frappose qualche indugio, no 'l fece che per ottenerne più strepitosa vendetta. Egli formò contro i Visconti una lega de' signori che governavano in Lombardia le città di secondo ordine. Il primo a prendervi parte fu Filippone, conte di Langusco, che già da alcuni anni erasi reso padrone di Pavia, cacciandone un altro tiranno, Manfredo Beccaria e la sua fazione. Anche Filippone quasi in egual modo dello Scotto era stato ingiuriato dai Visconti. Matteo aveva promessa sua figlia al figlio di Filippone; ma reso orgoglioso da più elevato parentado, gli aveva mancato di parola del 1302 dando alla figliuola un altro marito. Alberto Scotto trasse in seguito nella sua lega Antonio Fisiraga, tiranno di Lodi, Corrado Rusca, tiranno di Como, Venturino Benzone, tiranno di Crema, la famiglia Cavalcabò, che aveva somma influenza in Cremona, quella de' Brusati che dominava in Novara, e l'altra degli Avvocati che aveva la stessa preponderanza in Vercelli. Per ultimo si unì alla lega il marchese Giovanni di Monferrato, che il Visconti aveva spogliato de' suoi stati.

I confederati adunarono la loro armata nella Ghiara d'Adda; e quelli della Torre, esiliati da Milano già da 25 anni, si affrettarono di unirsi alla lega, siccome altri molti nobili milanesi, segreti nemici di Matteo, il quale ne fece imprigionare molti altri sospetti di voler passare al campo nemico. Tra gli ultimi non risparmiò Matteo il proprio zio Pietro Visconti; indi uscì di Milano alla testa di una parte delle sue truppe, avendo lasciato in città il figliuolo Galeazzo con due mila uomini per contenere i Milanesi, che invece di secondarlo andavano gridando libertà[186].

[186] _Ann. Mediol. anonimi t. XVI, c. 74. — Gal. Flammæ Manip. Flor. t. XI, c. 341. — Chron. Parm. p. 843. — Trist. Calchi Hist. Patriæ l. XVIII. — Bern. Corio delle Stor. Milanesi p. II. — Gior. Giulini Memorie della città e campagna di Milano t. VIII, l. LIX. — Georgii Merulæ Alexand. Antiq. Vicecom. l. VI. apud Grævium t. III, p. 118. — Paulus Jovius in Mathæum Mag. ib. — Petri Azarii Chron. de gestis in Lomb. t. XVI, c. 11. — Chron. Placent. t. XVI, p. 484, ecc._

La ribellione non tardò a scoppiare in campagna; onde il Visconti circondato di nemici, e non vedendo giugnere i soccorsi che aveva domandati al marchese d'Este, accettò la mediazione di alcuni ambasciatori veneziani e si fece a trattare co' suoi nemici. Durissime erano le condizioni che gli venivano offerte: tutti gli esiliati dovevano essere richiamati; e Matteo, rinunciando al supremo potere, doveva rientrare nella classe de' semplici cittadini. Matteo le accettò, e licenziata l'armata ritirossi nel suo castello di San Colombano. Prima che a Milano si avesse notizia di questa trattato, Galeazzo suo figliuolo era stato dal popolo ammutinato cacciato fuori dalle mura, e il ristabilimento della repubblica e della libertà proclamato. Con un decreto del popolo tutti i Torriani venivano richiamati in patria, e poco dopo con altro decreto esiliati tutti i Visconti.

Questa rivoluzione rinfrescò nell'alta Lombardia le fazioni guelfa e ghibellina che quasi eransi dimenticate. I Visconti risguardavansi come Ghibellini, Guelfi i Torriani; ma sì gli uni che gli altri in tempo della loro signoria non eransi nelle loro alleanze lasciati dirigere dallo spirito del rispettivo partito. Alberto Scotto per dare maggiore consistenza al nuovo governo ed alla propria autorità, si diede a vedere zelante partigiano de' Guelfi, proponendo una lega tra le città che lo avevano assistito contro i Visconti. In conseguenza di che i deputati di quelle città si unirono in luglio a Piacenza, ove si pubblicò l'alleanza tra Milano, Piacenza, Pavia, Bergamo, Lodi, Asti, Novara, Vercelli, Crema, Como, Cremona, Alessandria e Bologna. Alberto Scotto venne proclamato capo della lega; e nello stesso tempo, come pacificatore della Lombardia fu autorizzato a persuadere a tutte le città il richiamo de' loro fuorusciti, adoperando al bisogno anche la forza[187].

[187] _Chronic. parmense t. IX._

Ma la potenza d'Alberto non ebbe lunga durata, avendo la stessa lega, che fu sua opera, volte contro di lui le sue armi; perchè lo spirito di partito, ch'egli aveva ravvivato, era troppo violento per piegarsi a voglia sua come richiedeva la sua politica. I Guelfi s'adombrarono, vedendo che Alberto accoglieva ed accarezzava gli emigrati di ogni fazione. Perciò del 1303 lo costrinsero colle città d'Alessandria e di Tortona a lasciare la loro alleanza. Allora Alberto offrì ajuto ai Visconti per rientrare in Milano, di dove gli aveva egli stesso scacciati; ma quelle forze che avevano potuto ruinarli, non bastarono a rimetterli nel perduto stato. Per altro s'unì ai Visconti, ai signori di Mantova e di Verona, e per ultimo a Giberto da Correggio, che si era fatto allora nominare signore e difensore di Parma.

Del 1304 le truppe della lega guelfa vennero ad attaccare Alberto in Piacenza; e perchè questa città, ch'egli governava già da quattordici anni, era insofferente di più lunga signoria, si ribellò. I cittadini di Cremona e di Lodi, che non volevano esporre al saccheggio una città vicina e da lungo tempo loro alleata, si ritirarono, lasciando che Alberto combattesse come poteva contro i suoi sudditi. Tutta l'armata guelfa seguì l'esempio de' Cremonesi: ma per lo contrario Giberto da Correggio, ch'era venuto da Parma con due mila soldati in ajuto dello Scotto, entrò in città come mediatore, e consigliò l'amico a ritirarsi al più presto che potesse co' suoi figliuoli, onde sottrarsi alla furia degli ammutinati. Non era appena Alberto uscito di città, che l'amico tentò di farsi proclamare in suo luogo dai soldati che lo circondavano, signore di Piacenza. Ma il popolo, che non aveva scacciato un tiranno per darsene subito un altro, prese le armi, e ripetendo il grido degli Italiani liberi, _popolo, popolo!_ forzò Giberto a ritirarsi all'istante coi suoi cavalieri, senza aver potuto cogliere il frutto del tradimento meditato contro il suo alleato[188].

[188] _Chron. Parm. Synchron. t. IX, p. 852. — Chron. Placen. t. XVI, p. 485._

(1306) Anche le città di Modena e di Reggio ricuperarono due anni dopo la libertà. Nel 1289 Modena erasi data al marchese Obizzo d'Este, e del 1293 passò per diritto ereditario in dominio d'Azzo VIII suo figliuolo. Il 26 gennajo del 1306 il popolo prese le armi e cacciò fuori delle porte il podestà del marchese, sebbene avesse sotto i suoi ordini una guarnigione di settecento cavalli e di mille fanti; richiamò tutti i fuorusciti e ristabilì il governo popolare, manifestando la sua gioja per la ricuperata libertà con feste continue, alle quali i cittadini intervenivano ornati di cinture d'oro e di ghirlande di fiori[189]. All'indomani il popolo di Reggio, diretto dai gentiluomini ghibellini, prese egualmente le armi contro le truppe del marchese, e le costrinse ad uscire di città[190]. Dopo questa rivoluzione non rimaneva alla casa d'Este che la sola città di Ferrara, la quale le fu tolta due anni dopo, quando morì Azzo VIII, come tornerà in acconcio di parlarne nel susseguente capitolo.

[189] _An. Vet. Mutin. t. XI. — Chron. Est. t. XV._

[190] _Chron. Rheg. Gazatœ t. XVIII._

Tante rivoluzioni, eseguitesi in nome dei due partiti guelfo e ghibellino, potrebbero facilmente farci credere che recenti motivi di discordia avessero inasprite queste fazioni, e che l'imperatore ed il papa, pei di cui interessi pretendevano di combattere, avessero fatte nuove pratiche per mettere loro le armi in mano. Niente di tutto questo; che anzi Alberto d'Austria, re dei Romani, non si curando punto delle cose d'Italia, era assai lontano dal dare ajuto ai Ghibellini, ed osservava con indifferenza questa bella contrada del suo impero desolata dall'anarchia. Da ciò l'imprecazione di Dante contro di lui:

«O Alberto Tedesco, che abbandoni Costei che è fatta indomita e selvaggia, E dovresti inforcar li suoi arcioni, «Giusto giudizio dalle stelle caggia Sovra 'l tuo sangue, e sia nuovo ed aperto, Tal che il tuo successor temenza n'aggia. «Che avete tu e 'l tuo padre sofferto, Per cupidigia di costà distretti, Che 'l giardin de lo imperio sia diserto»[191].

[191] _Purgat. C. VI, v. 97._ — Alcuni commentatori videro in questa imprecazione il presagio della violenta morte d'Alberto d'Austria ucciso in maggio del 1308 da suo nipote Giovanni; onde si volle conchiudere che fosse scritto dopo: ma il caldo dell'imprecazione lo mostra dettato quando Alberto ricusò d'ajutare i Ghibellini.

Dall'altro canto il papa, lungi dal fomentare la discordia tra le nemiche fazioni, pareva che avesse dimenticato che la guelfa gli era affatto ligia; onde impiegava i consigli, l'autorità e perfino i più severi castighi spirituali per riconciliarle.

Nel 1303, dopo la morte di Bonifacio VIII, i suffragi de' cardinali eransi uniti in favore di Niccola, cardinale d'Ostia, oriondo di Trevigi. Le virtù ed i talenti lo avevano per gradi, da ignobile e povero stato, sollevato alla dignità di cardinale[192]. Egli prese il nome di Benedetto XI quando, soltanto quattro giorni dopo la morte di Bonifacio, fu proclamato papa (14 ottobre). A tale epoca non contavansi che diciotto cardinali, il più accreditato de' quali era Matteo Rosso degli Orsini, quello che aveva tenuto fino alla morte papa Bonifacio in una specie di prigione. Quattro cardinali suoi parenti gli davano in collegio la più grande influenza; ma pare che Matteo Rosso non cercasse di farsi nominare papa; ed è anzi probabile che cercasse di assoggettare la chiesa ad un governo aristocratico, privando il capo di tutta la sua autorità. Di fatti Benedetto XI non poteva sottomettere alla giustizia i cardinali ed i magnati potenti, che, circondati di satelliti, conquassavano la città di Roma colle loro passioni e non soffrivano il giogo delle leggi. I Colonna, sebbene ancora proscritti, erano tornati in città con un corpo di gente armata; altri non meno delinquenti signori non avevano paura del pontefice; il quale isolato in mezzo ad una procellosa corte, non aveva, per essere poveramente nato, nè parenti, nè naturali alleati che lo circondassero e fossero depositari del suo segreto. Vedevasi perciò sferzato a tollerare o dissimulare uno scandalo e dei delitti che il suo cuore detestava[193].

[192] _Raynaldi Ann. Eccles. § 45 ad an._

[193] _Ferreti Vicentini Hist. l. III, t. IX._

Benedetto dovette soggiacere a tale tirannide fino al cessare dell'inverno; ma avvicinandosi il caldo della state, del 1304, fece conoscere la sua intenzione di soggiornare in Assisi finchè durasse il cattivo aere di Roma. I cardinali si opposero risolutamente a tale viaggio, ed il papa avrebbe dovuto dimetterne il pensiero, se per qualche segreto motivo non prendeva a favorirlo Matteo Rosso degli Orsini. Col di lui favore uscì ben tosto di Roma, e passando per Viterbo e per Orvieto giunse a Perugia, ove fu ricevuto quale padre de' fedeli, e non più come il servitore de' cardinali. Colà prese con mano più sicura le redini della chiesa; e cercò di riconciliare i Bianchi ed i Neri di Firenze, ordinando al governo di quella repubblica di chiamare dall'esilio Vieri de' Cerchi: ma vedendo tornar vane le sue inchieste, fulminò la scomunica contro Firenze.

Si diceva che Benedetto per liberarsi dalla tirannia de' cardinali e de' grandi signori di Roma avesse risolto di portare la sede pontificia in Lombardia. Mentre doveva incessantemente occuparsi della propria sicurezza, mentre doveva far uso di tutta la sua autorità per ristabilire la pace ne' paesi in cui pensava di soggiornare stabilmente, non osava il papa di provocare l'inimicizia del più potente sovrano d'Europa, di un uomo che aveva di già mostrato di tenere per legittimi tutti i mezzi che potevano nuocere ai suoi nemici. Perciò Benedetto fece molte pratiche per riconciliarsi con Filippo il bello, e lo assolse co' suoi sudditi e ministri dalla scomunica in cui erano incorsi per avere sostenuti quelli che andavano a Roma, o vi mandavano danaro. È pure probabile che fossero colla stessa bolla assolti tutti coloro che avevano presa parte alla sacrilega prigionia di papa Bonifacio, tranne il solo Guglielmo di Nogareto[194].

[194] Questa bolla ed una lettera a Filippo il bello, datate amendue in Perugia il giorno tre degl'idi di maggio, sono riferite dal _Rayn. 1304, § 9 e 10_. — Due frasi incidenti, e che non hanno che fare con tutto il resto della bolla, assolvono, senz'addurne motivo, i complici della prigionia di Bonifacio. Io le credo aggiunte dopo redatta la carta. È cosa abbastanza nota che gli atti di questo pontefice e del suo predecessore furono adulterati sfrontatamente in tempo della dimora della corte in Avignone. Intere pagine furono levate dai registri papali, cancellate ed aggiunte delle linee, secondochè il re di Francia lo credette a sè vantaggioso.

Intanto Benedetto ondeggiava irresoluto tra la politica ed i doveri della sua carica: troppo grave era l'ingiuria sostenuta da Bonifacio e di troppo pericoloso esempio, perchè i suoi successori la lasciassero affatto impunita. Se Benedetto avesse ottenuta una perfetta indipendenza, non avrebbe ommesso di chiedere ragione a Filippo della sua sacrilega condotta. Manifestò pure scopertamente questa sua volontà in una nuova bolla datata in Perugia il 7 di giugno. «Abbiamo, egli dice, differita finora per giusti motivi la punizione dell'esecrabile delitto che alcuni scellerati commisero contro la persona del nostro predecessore, Bonifacio VIII di felice ricordanza. Ma non possiamo più oltre differire a levarci, o piuttosto Dio stesso deve levarsi con noi per castigare i suoi nemici, e scacciarli dal suo cospetto.» — Benedetto annovera ad uno ad uno coloro che aveva egli stesso veduto prender parte a tanta iniquità, fra i quali Guglielmo di Nogareto e quattordici gentiluomini, quasi tutti italiani: e dopo aver dipinto il loro misfatto co' più vivi colori, soggiugne: «Avendo dunque osservate le forme di diritto, dichiariamo che tutti coloro che abbiamo nominati e tutti gli altri che parteciparono allo stesso delitto, tutti quelli che colla propria persona concorsero agli attentati commessi in Anagni contro Bonifacio, e tutti quelli che diedero, per commetterli, soccorsi, consigli, favore, sono incorsi nella sentenza di scomunica pronunciata dai sacri canoni. Col consiglio de' nostri fratelli ed in presenza di tanta moltitudine di fedeli, li citiamo perentoriamente a presentarsi in persona avanti di noi prima della festa dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, per udire la giusta sentenza che coll'ajuto del Signore noi pronunceremo sui notorj attentati di cui abbiamo parlato»[195].

[195] La bolla è riferita dal _Raynald. 1304, t. XIV, § 13_.

Filippo il bello poteva ritenersi colpito da questa nuova bolla di scomunica, e non tardò ad accorgersi che il papa cominciava a credersi indipendente; onde concepì forse allora l'ardito disegno, che poi eseguì in tempo del primo interregno, di assoggettarsi interamente la corte pontificia: e l'odioso carattere di questo principe che Dante chiamò _la peste della Francia_, rende verosimile ogni delitto. Secondo Ferreto di Vicenza, storico contemporaneo[196], avvertito Filippo che il papa stava contro di lui preparando formidabili bolle, valendosi dell'opera di Napoleone, cardinale degli Orsini, e di Giovanni le Moine, cardinale francese, sedusse col danaro due scudieri del papa, i quali posero del veleno ne' fichi fiori che presentarono al padrone. Il pontefice sostenne otto giorni i tormenti del veleno che gli mangiava le viscere, e morì il 4 di luglio del 1304. Giovan Villani accusa di questo delitto i soli cardinali: e Francesco Pipino e Dino Compagni, altri coetanei, confermando le circostanze del veleno, non ardiscono nominare alcuna persona[197]. Il Raynaldo, nell'atto di dar principio alla scandalosa istoria de' papi francesi di Avignone, par che tema ad ogni istante di compromettersi, e sopprime quest'accusa di veleno, per lo meno abbastanza autentica per essere da lui confutata.

[196] _Ferreti Vicent. Hist. l. III, t. IX._

[197] _Gio. Villani l. VIII, c. 80. — Fran. Pipini F. Ord. Præd. Chron. l. IV, c. 48, t. IX. — Cronaca di Dino Compagni l. III._

Morto Benedetto XI, i cardinali, in numero di venticinque, adunatisi in Perugia, si chiusero in conclave; ma quando vollero passare all'elezione del papa, si divisero in due fazioni, dirette da due capi, ambedue della casa Orsini. Matteo Rosso Orsino, che aspirava egli stesso alla tiara, aveva nel suo partito il cardinale francese Caietano, nipote di Bonifacio VIII, e tutti quelli ch'erano attaccati a quel papa, alla sua famiglia ed all'antico partito guelfo. Napoleone degli Orsini, capo dell'altra fazione, era appoggiato dal cardinale Niccola d'Acquasparta di Prato e da tutti coloro ch'erano affezionati ai Colonna, al re di Francia, al Ghibellini. Dopo sei mesi di replicate inutili prove, i cardinali si persuasero che niuno dei due capi di parte e niuno dei membri del sacro collegio riunirebbe giammai i due terzi dei suffragi necessarj all'elezione.

(1305) Intanto i Perugini, intolleranti di tanto ritardo, cominciavano a minacciare i cardinali ed a minorare le razioni dei viveri. Bisognava finalmente uscirne in un modo o nell'altro, onde il cardinale di Prato propose al cardinale Caietano, capo della contraria fazione, un espediente che pareva conciliare i diritti di tutti, ed affrettare in pari tempo l'elezione. Da che si tentò finora invano d'unire i suffragi in favore di un Italiano, si provi, disse, a nominare un oltramontano: e acciocchè le due parti abbiano un'eguale parte in questa nomina, propongo che un partito presenti tre prelati, e che l'altro entro quattro giorni debba scegliere tra i proposti, oltre di che lasciò al cardinale Caietano ed alla sua fazione quella delle due funzioni che più le aggrada. La proposizione essendo accettata ed approvata da tutti i cardinali, se ne stese un atto che fu sottoscritto da tutti, ed il partito antifrancese scelse di presentare i tre prelati, credendosi in tal modo sicuro di avere un papa a modo suo, qualunque fosse l'eletto. Per essere più certo delle future loro disposizioni, presentò tre prelati notoriamente nemici del re Filippo, ponendo pel primo Bertrando di Gotte, arcivescovo di Bordeaux, che aveva gravi motivi di dolersi di Filippo e di Carlo di Valois suo fratello. Erano francesi anche gli altri due prelati.

Appena fu questa scelta comunicata al partito ghibellino, che il cardinale di Prato spedì un corriere a Filippo per informarlo della convenzione fatta tra i cardinali, e per consigliarlo a scegliere Bertrando di Gotte dopo essersene assicurato. Filippo, quand'ebbe ricevuto quest'avviso a Parigi l'undecimo giorno, partì subito per la Guascogna, invitando il prelato ad un abboccamento in una abbazia posta in mezzo ad una foresta presso a san Giovanni d'Angely, ove recaronsi ambedue con poco seguito: «udita insieme la messa, e giurata in su l'altare credenza, lo re parlamentò con lui con belle parole per riconciliarlo con messer Carlo di Valois; e poi sì gli disse: _Vedi, arcivescovo, io ho in mia mano di poterti fare papa, s'io voglio, e però sono venuto a te, perchè se tu mi prometti di farmi sei grazie, ch'io ti domanderò, io ti farò questo onore; e acciò che tu sia certo ch'io ne ho il podere_ trasse fuori e gli mostrò le lettere e le commissioni dell'uno collegio e dell'altro. Il Guascone convidoso della dignità papale, veggendo così di subito, come nel re era al tutta il poterlo fare papa, quasi stupefatto d'allegrezza, li si gittò ai piedi e disse: _Signore mio, ora conosco che m'ami più che uomo che sia e vuommi rendere bene per male; tu hai a comandare, e io ad ubbidire, e sempre sarò così disposto_. Lo re lo rilevò suso, e baciollo in bocca, e poi li disse: _Le sei speziali grazie che io voglio da te sono queste. La prima che tu mi riconcilj perfettamente colla chiesa, e facciami perdonare il misfatto ch'io commisi per la presura di papa Bonifazio. La seconda di ricomunicare me e miei seguaci. La terza che mi concedi tutte le decime per cinque anni del mio reame per ajuto alle spese fatte alla guera di Fiandra. La quarta che tu mi prometti di disfare e annullare la memoria di papa Bonifazio. La quinta che tu renda l'onore del cardinalato a messer Jacopoli e messer Piero della Colonna, e rimetterali in istato, e facci con loro insieme certi miei amici cardinali. La sesta grazia e promessa mi riserbo a luogo e a tempo, ch'è secreta e grande_. L'arcivescovo promise tutto per saramento in sul _Corpus Domini_, e oltre a ciò li diede per istadichi il fratello e due suoi nipoti; e lo re promise e giurò a lui di farlo eleggere papa.»

Tutta questa negoziazione era stata condotta col più profondo segreto, ed i cardinali Matteo Rosso e Caietano non sospettarono pure che il re di Francia conoscesse la loro convenzione. Trentacinque giorni dopo la partenza del suo corriere, il cardinale di Prato ricevette la risposta di Filippo e l'ordine di eleggere l'arcivescovo di Bordeaux. Dopo aver comunicato il riscontro al suo partito, fece prevenire l'altro d'essere disposto a pronunciare. In una generale assemblea furono notificate con nuovi giuramenti le precedenti convenzioni; indi il cardinale di Prato recitò un sermone sopra un passo della scrittura, ed in virtù dell'autorità conferitagli elesse papa messere Bertrando di Gotte, arcivescovo di Bordeaux. Allora fu secondo l'usanza intuonato il _Tedeum_, e con eguale allegrezza da ambo le parti, perchè ognuno credeva d'avere un papa tutto suo. Quest'elezione si pubblicò il 5 giugno del 1305 dopo un interregno di dieci mesi e ventotto giorni[198].

[198] Il racconto di _Gio. Villani l. VIII, c. 80_ viene confermato da sant'Antonino _p. III, tit. 21, c. 1_, ed adottato da Raynaldo, che riportò ne' suoi Annali uno squarcio dell'ultimo, _t. XV, p. I, Ann. Eccles._

O sia perchè Bertrando, che prese il nome di Clemente V, volesse far pompa della sua nuova dignità in su gli occhi de' suoi compatriotti, o che la maniera con cui i cardinali avevano trattati i due ultimi suoi predecessori gli facesse paura, o finalmente che il re Filippo si opponesse al suo viaggio, invece di recarsi a Roma, a seconda dell'invariabile costumanza della chiesa, invece di venire a dirigere la sua greggia, a prendere le redini del governo de' suoi stati, il papa sorprese tutta la Cristianità coll'ordinare ai cardinali di raggiugnerlo a Lione per la sua incoronazione, fissata nel giorno di san Martino del 1305. I cardinali furono malgrado loro costretti di ubbidire: il re di Francia, Carlo di Valois ed i principali baroni al di là delle Alpi, assistettero alla cerimonia della consecrazione; ed il 17 dicembre Clemente creò dodici nuovi cardinali, cioè Giacomo e Pietro Colonna deposti da Bonifacio, e dieci Francesi o Guasconi, tutte creature di Filippo il bello[199].

[199] _Ann. Eccles, Raynald. t. XV._