Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 11

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Da questo numero non isceglieremo che Guido Cavalcanti, poeta ad un tempo, filosofo e capo di partito. Boccaccio lasciò di lui scritto in una novella[167]: «Egli fu un de' migliori loici che avesse il mondo, ed ottimo filosofo naturale, leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto; ed ogni cosa che far volle ed a gentile uom pertinente, seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, ed a chiedere a lingua sapeva onorare, cui nell'animo gli capeva che il valesse. Ma Guido alcuna volta specolando, molto astratto dagli uomini diveniva. E perciò che egli alquanto tenea della opinione degli Epicurei, si diceva tra la gente volgare, che queste sue speculazioni eran solo in cercare, se trovare si potesse, che Iddio non fosse.» Le poesie di Guido, la sola delle sue letterarie fatiche a noi pervenuta, non appoggiano quest'accusa d'ateismo; ma n'era stato incolpato anche suo padre, e lo stesso Dante lo credette, poichè, malgrado la sua stretta domestichezza con Guido, pose Cavalcante Cavalcanti nell'inferno tra gli eretici epicurei a lato a Farinata degli Uberti, col quale parlando vede comparire il Cavalcanti:

«Allor surse alla vista scoperchiata Un'ombra lungo questa infino al mento: Credo che s'era inginocchion levata. «D'intorno mi guardò, come talento Avesse di veder s'altri era meco: Ma poi che 'l suspicar fu tutto spento, «Piangendo disse: Se per questo cieco Carcere vai per altezza d'ingegno, Mio figlio ov'è, e perchè non è teco? «Ed io a lui: Da me stesso non vegno: Colui che attende là, per qui mi mena, Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. «Le sue parole, e 'l modo della pena M'avevan di costui già letto il nome: Però fu la risposta così piena. «Di subito drizzato, gridò: Come Dicesti, egli ebbe? non viv'egli ancora? Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome? «Quando s'accorse d'alcuna dimora Ch'io faceva dinanzi alla risposta, Supin ricadde e più non parve fuora. . . . . . . . . . . . . . «Allor, come di mia colpa compunto, Diss'io, ora direte a quel caduto Che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto[168].»

[167] _Decamerone Giornata VI, Nov. IX._

[168] _Inferno c. X, v. 52._ e seg.

Dobbiamo per ultimo parlare degli storici del tredicesimo secolo, e di coloro che testimonj degli ultimi anni di questo periodo, comechè abbiano scritto nel quattordicesimo, devono risguardarsi come contemporanei. Niun altro paese del mondo ne produsse quanti l'Italia, ove difficilmente si troverà una città che non abbia il suo storico: ed alcune, come Fiorenza, Padova, ec. possono contarne quattro, cinque ed anche più: perciò dopo il regno di Federico II la storia prende un altro carattere; una profonda conoscenza dei fatti, una perfetta verità nei particolari, una ingenuità piena di grazia, un movimento che proviene dai più veri sentimenti, sono i caratteri di molti storici di quest'epoca: e questi tratti sono quelli che ne rendono aggradevole la lettura, quando ancora non si prenda veruno interesse ai fatti riferiti. Quanto diverse sono queste storie da quelle nojose cronache delle quali abbiamo dovuto valerci nel cominciamento del nostro lavoro, tra le quali ci sforzammo invano di trovare a grandi distanze qualche movimento di vita in mezzo alla più monotona aridità.

Le annotazioni, con cui abbiamo costantemente giustificate le nostre asserzioni, hanno dovuto far conoscere al lettore i nomi e le opere degli storici italiani di quest'epoca, onde diventerebbe inutile una nojosa enumerazione de' medesimi[169]. Ci limiteremo adunque a richiamare l'attenzione del lettore sopra uno o due di coloro che stabilirono la lingua della loro patria, e di coloro che, sempre impiegando la lingua dotta, si avvicinarono i primi all'eleganza ed alla purità de' classici latini che prendevano ad imitare.

[169] Possono leggersi intorno agli storici italiani, le prefazioni a cadauno di loro nella collezione del Muratori _Script. Rer. Ital._ ed i due capitoli del Tiraboschi _t. IV, l. II, c. 6. — t. V, l. II, c. 6._

Assai diverso è il merito di queste due classi di storici; l'ingenuità e la grazia appartiene esclusivamente ai primi, mentre gli altri, a fronte del maggiore studio e della più ricercata dottrina, non vanno esenti dalla affettazione e della pedanteria. Perciò sempre interessa la lettura del Villani; mentre Ferreto di Vicenza ed Albertino Mussato, malgrado l'amara satira del primo e l'eloquenza del secondo, riescono spesse volte nojosi e pesanti.

La lingua italiana, che Dante aveva fatto conoscere propria alla più sublime poesia, fu in pari tempo adoperata da Ricordano Malaspina, Giovanni Villani, Dino Compagni e dall'anonimo pistojese per iscrivere in dignitoso stile una corretta ed elegante prosa; di modo che anche al presente viene citata l'autorità grammaticale di questi scrittori che fa _testo di lingua_. Giovanni Villani, di tutti il più celebre, scrisse in dodici libri l'istoria patria dalla sua origine fino al 1348 in cui morì. Per farlo meglio conoscere abbiamo distesamente riportati alcuni suoi passi. Non è ben noto l'anno in cui nacque, ma del 1300, epoca del giubileo, doveva essere già adulto; ed oltre il viaggio di Roma fatto in quell'anno, racconta egli stesso i suoi viaggi fatti in Francia e ne' Paesi Bassi del 1302 e 1304[170], onde potè circostanziatamente raccontare le rivoluzioni di quegli stati, e le guerre di Filippo il bello col conte di Fiandra. Fu due volte priore nel 1316 e 1320; sostenne altre onorifiche magistrature ed importanti ambasciarie per la sua patria; militò nella guerra contro Castruccio; e nello stesso tempo, esercitando la mercatura, venne ruinato dal fallimento della famiglia Bonacorsi, e nella sua vecchiaja (1345) imprigionato per debiti[171]. Una vita così agitata somministrò a Giovanni nuove opportunità per istudiare gli uomini e per descriverli esattamente. Gli storici della Grecia avevano ancor essi corse tutte le carriere pubbliche e private; e sotto diversi rapporti il Villani può paragonarsi ad Erodoto.

[170] _Gio. Villani l. VIII, c. 58 e 78._

[171] _Elogi d'illustri Toscani di Pietro Massai t. I._

Si fa carico al Villani d'avere, senza mai citarlo, copiati lunghi articoli della storia di Ricordano Malespini, che giugne fino al 1280, epoca della morte di Ricordano: ed è verissimo che Villani l'andò qua e là copiando parola per parola, come nello stesso modo fu copiata la storia del Villani da Marchione di Coppo Stefani, il quale, dopo avere adottata l'opera del suo predecessore, la protrasse fino al 1385, epoca della sua morte[172]. Questo doppio plagio non risguardavasi allora come un furto letterario; ogni autore facendo una cronaca manoscritta per uso della propria famiglia o degli amici, occupavasi della autenticità de' fatti, che, rispetto ai tempi antichi, non poteva riferire che dietro l'altrui testimonianza, e non del merito che la propria scrittura poteva procacciargli presso al pubblico. Noi siamo sempre troppo facili a scordarci che l'invenzione della stampa mutò totalmente gli obblighi degli autori e le relazioni loro coi leggitori.

[172] Questa storia si pubblicò nel t. VII e seguenti delle _Delizie degli Eruditi Toscani da F. Idelfonso da San Luigi. Carmel. Scal. Firenze 1776_.

Nelle altre province d'Italia non erasi ancora adottato il dialetto fiorentino come lingua universale[173]; onde troviamo avere alcuni storici del XIII e XIV secolo adoperato nelle loro storie il dialetto del proprio paese, forse allora creduto elegante come il toscano, comechè al presente non venga usato che nel conversar famigliare. Un anonimo pisano, contemporanea del conte Ugolino e di Guido di Montefeltro, ci lasciò alcuni curiosi frammenti dell'istoria della sua patria, scritti in un dialetto pisano, che non è ora adoperato in verun luogo[174]. Matteo Spinelli di Giovenazzo, gentiluomo pugliese, il più antico di tutti gli scrittori volgari, fece uso ne' suoi giornali, che vanno dal 1250 al 1268, dell'idioma napoletano, quale press'a poco parlasi ancora al presente[175]. Egualmente lo storico di Cola di Rianzo scrisse verso la metà del quattordicesimo secolo il suo giornale in lingua romanesca, che s'avvicina assai più all'odierno dialetto napoletano che al moderno della plebe di Roma[176].

[173] Nè lo fu giammai, ma bensì la lingua volgare italiana, o _cortigiana_, come la chiamò Dante nel suo libro _De vulgari eloquio_. _N. d. T._

[174] _Fragmenta Hist. Pisanæ t. XXIV, p. 643._

[175] _Scrip. Rer. Ital t. VII._

[176] _Ant. Ital. Med. Ævi t. III, p. 251._ — Veggansi inoltre gli _Annali di Lodovico Monaldeschi_ scritti nel medesimo dialetto. _Script. Ital. t. XII, p. 529._

La barbarie dei dialetti che si parlavano nel rimanente dell'Italia, ed il rimprovero d'affettazione che sarebbesi dato ad un Lombardo o ad un Siciliano che avesse scritto nel dialetto fiorentino, costrinsero quasi tutti gli altri storici del tredicesimo secolo a fare uso della lingua latina. Ma mentre molti, non conoscendone altro migliore, si valevano del barbaro stile de' notari, alcuni distinti personaggi, ch'eransi interamente dedicati allo studio delle lettere, fecero risorgere, quasi in tutta la sua purità, la lingua degli oratori e de' poeti romani. Questi esclusero affatto dalle loro scritture i vocaboli tedeschi ed italiani adottati specialmente per le cose forensi, e si assoggettarono alla regola, che spesso degenerò in affettazione, di non adoperare espressioni che usate non fossero dagli scrittori del secolo d'Augusto. Devonsi ricordare come capi di questi ristoratori della lingua latina Giovanni da Cermenate, notajo milanese, Albertino Mussato di Padova e Ferreto di Vicenza[177]. L'eleganza del loro stile e le loro poesie storiche gli ottennero in quel secolo molta gloria. Oggi non saprebbesi ammirare questa sorta di scritture in una lingua morta, ove non incontrasi quasi mai il fuoco dell'originalità e l'impulso del genio, ma per lo contrario il solo penoso travaglio della imitazione. Nondimeno non devesi dimenticare che dobbiamo agli sforzi di questi letterati ed al pubblico entusiasmo per le loro opere, lo sviluppo del genio del Petrarca e del Boccaccio, ed in appresso, per le cure di questi due sommi uomini, il rinnovamento dell'antica letteratura. Senza di loro oggi non saremmo forse possessori dell'eredità degli antichi.

[177] _Script Rer. Ital. t. IX, p. 1223. — t. X, p. 1. — t. IX, p. 935._

CAPITOLO XXVI.

_Stato della Lombardia. — Affari della Chiesa; traslazione della santa sede in Avignone. — Assedio di Pistoja. — Condanna dell'ordine dei Templari._

1300 = 1308.

Ci siamo lungamente trattenuti quasi soltanto intorno alla Toscana. Quella somma importanza che gli storici fiorentini seppero dare ai loro racconti, il carattere veramente notabile de' loro compatriotti, e per più secoli la sempre crescente influenza della loro repubblica sulla politica del mondo incivilito, collocano Firenze sul davanti del quadro in ogni storia dei popoli d'Italia. Per la stessa ragione non si può scrivere la storia della Grecia senza farne centro la repubblica d'Atene e senza cercare le relazioni di tanti stati indipendenti con quella illustre città, in cambio di tener dietro alle particolarità delle interne loro rivoluzioni.

Però ne' primi anni del quattordicesimo secolo, la Lombardia e tutte le province d'Italia, poste al settentrione degli Appennini, furono agitate da rivoluzioni così grandi che tutta a sè richiamano la nostra attenzione. Ma quell'attenzione non ci conduce sgraziatamente a farci conoscere le particolarità che potrebbero sole darci una soddisfacente idea della più complicata storia del mondo. Quando si fissa la prima volta lo sguardo su questo tratto di storia, si rimane colpiti da quella medesima confusione che presenta un formicajo scompigliato: tutti gl'individui vedonsi animati da un rapido e continuo movimento; ignote passioni li fanno agire; s'incalzano, si attraversano, si sorpassano, si combattono; in modo che l'occhio non può tener loro dietro, nè distinguere gli uni dagli altri.

Ma la storia parziale, la storia circostanziata d'ogni città d'Italia, attribuisce dei nomi a tutti questi personaggi; ci palesa i segreti d'ogni carattere ed i particolari motivi che li fanno agire; sviluppa generose passioni, profondi pensieri, sublimi progetti, in cadauno di que' gruppi, di cui avevamo al primo colpo d'occhio così bassamente giudicato. Quanto più gli andiamo osservando, ci è forza persuaderci che in politica non può ammettersi grandezza relativa; e che tutte le volte che si disputa intorno alla libertà ed alla sovranità, o sia d'un villaggio, o dell'impero del mondo, gl'interessi sono sempre i medesimi, cioè i più grandi e più nobili di cui sia capace il cuor dell'uomo; i talenti sono i medesimi, e lo studio dell'uomo egualmente compiuto. Questa universale agitazione, questa vivacità delle passioni, quest'importanza d'ogni individuo, resero la storia d'Italia una inesauribile sorgente d'istruzione per gli eruditi. Non trovasi città che non abbia almeno tre o quattro storici, e spesso anche più; e ciascheduno storico diventa più interessante in ragione della maggior quantità di fatti minutamente circostanziati che racconta. La sola collezione degli scrittori italiani, dopo la caduta dell'impero di Occidente fino a tutto il secolo quindicesimo, comprende quelli di sessantotto città o province: si fecero a questa collezione molti supplimenti, senza però comprendervi le storie assai più voluminose de' tre ultimi secoli. La bibliografia storica del solo stato pontificio racchiude in un grosso tomo in quarto i nomi soltanto de' particolari storici di settantuna città tuttavia esistenti nello stato della Chiesa, e di sedici città, distrutte[178]. Alcuni secoli di continuata applicazione appena basterebbero per leggerli tutti.

[178] _Bibliografia storica delle città e luoghi dello stato pontificio._ Roma 1792.

Ciò che accresce la confusione rispetto alla Lombardia, si è che in sul cominciare del quattordicesimo secolo la maggior parte delle città erano governate da un signore o tiranno; giacchè gl'Italiani, in sull'esempio de' Greci, adoperavano questi due nomi come sinonimi; che nello stesso tempo un altro signore, cacciato dal soglio, tramava, nel paese del suo esilio, congiure contro la patria; l'uno e l'altro collegandosi a vicenda al partito de' nobili o della plebe, ai Guelfi o ai Ghibellini: dimodochè ogni principato presentava una perpetua scena di disordini e di rivoluzioni.

Impediva a questi stati il godimento di quel riposo che d'ordinario si ottiene da un governo monarchico, il non essere tale forma di governo guarentita da veruna legge, nè accreditata dalla pubblica opinione. Il capo dello stato altro ancora non era in faccia al popolo che il depositario d'un potere a lui confidato dal popolo medesimo; s'egli ne abusava, non veniva appoggiato da verun sistema d'ubbidienza passiva che potesse liberarlo dal rimprovero d'usurpatore e di tiranno; verun diritto ereditario era riconosciuto o supposto nella famiglia regnante. Pare che lo stabilimento dell'opinione di tale diritto non avrebbe dovuto incontrare troppe difficoltà in un paese, ove tante prerogative erano ereditarie, ove la nobiltà, anche a dispetto delle leggi, conservava tanta influenza, ove l'ereditaria trasmissione dei feudi avvezzava i vassalli all'ubbidienza. Era desiderabile che quest'opinione sì stabilisse; giacchè quando un popolo ha per sempre perduta ogni speranza di libertà, il riposo d'una regolare monarchia è forse il solo bene di cui possa godere. Ma i piccoli monarchi d'ogni città opponevansi essi medesimi alla opinione che il loro podere fosse ereditario, perchè questo diritto d'eredità avrebbe potuto ritorcersi contro di loro. Quelli che erano succeduti ad una repubblica, avevano abbassati nobili più antichi e più illustri di loro; quelli ch'erano succeduti ad altri signori, non avevano tenuto conto del diritto de' loro predecessori, perchè avevano interesse di negarlo. Dichiaravansi adunque mandatarj del popolo; non prendevano il comando di una città, sebbene conquistata coll'armi, senza farsi solennemente accordare dagli anziani o dalla assemblea del popolo, secondo che gli uni o gli altri erano più docili, il titolo ed i poteri di signore generale, per uno, per cinque anni, o a vita, e con un determinato soldo che doveva levarsi dalle entrate del comune. In tal maniera l'arcivescovo Ottone Visconti, che governava Milano, agevolò a suo nipote Matteo la strada della sovranità. L'anno 1287 lo fece dal popolo milanese nominare capitano per un anno; del 1290 gli fece confermare la stessa dignità dalle città di Novara e di Vercelli; e del 1294, dopo avere per lui ottenuto da Adolfo di Nassau, re de' Romani, il titolo di vicario imperiale in Lombardia, ottenne dal popolo un'autorizzazione per accettare questo titolo[179]. In conseguenza di tali precauzioni quando morì l'arcivescovo in età d'ottantott'anni, del 1295, suo nipote Matteo trovossi già investito del potere e non dovette superare veruna difficoltà per succedergli. Un signore affatto nuovo doveva avere maggior cura di farsi rivestire dallo stesso popolo dell'autorità principesca. Perciò, l'anno 1290, Alberto Scotto si fece nominare dall'assemblea del popolo di Piacenza capitano e signore di quella città[180]: così Giberto di Correggio, essendo entrato in Parma l'anno 1303 in qualità di pacificatore coi Cremonesi, dopo aver fatta nascere una sedizione e fatto gridare per le strade da' suoi partigiani, _viva il signor Giberto_, si diede pensiero di far adunare lo stesso giorno il grande consiglio, perchè lo proclamasse signore, difensore e protettore della città e popolo di Parma. Ricevette l'investitura della nuova dignità per mezzo della _consegnazione_ dello stendardo di Maria Vergine e di quello del carroccio, facendo tutto raffermare all'indomani[181] dal consiglio generale.

[179] _Trist. Calchi Hist. Patriæ l. XVIII._

[180] _Chronicon Placent. XVI, p. 488._

[181] _Chronicon parmense t. IX, p. 847._

Se tanto rispetto per la sovranità del popolo avesse potuto essere accompagnato da un eguale rispetto per la sua libertà, non v'ha dubbio che la Lombardia avrebbe trovata la sua felicità nella mescolanza di un governo monarchico colle forme repubblicane. Le magistrature popolari, i consigli, le assemblee nazionali che ancora esistevano, avrebbero bastato per temperare l'autorità monarchica, se i nuovi signori non si fossero data premura di avvilire questi corpi. D'altra parte il principe sarebbe stato mantenuto dalla guarenzia nazionale; egli avrebbe chiamato in suo favore le leggi; e la sua forza costituzionale sarebbe stata protetta da un popolo felice e libero. Ma di rado accade che gli usurpatori contemplino un così lontano avvenire; ogni ombra di resistenza divien loro odiosa, onde si affrettano di atterrare qualunque potere che ponga limiti alla loro autorità, sebbene sappiano che lo stesso potere si armerebbe per difenderli contro i loro nemici. I signori di Lombardia governavano dispoticamente, e perciò l'esistenza loro era breve come quella dei despoti. I parenti o gli amici erano i primi a cospirare contro di loro; i nemici gli attaccavano apertamente, e talvolta il popolo gli abbassava con quella stessa rapidità con cui gli aveva innalzati.

Nell'ultima metà del tredicesimo secolo il Piemonte era stato testimonio di due rivoluzioni che avevano precipitati due sovrani dall'apice della grandezza nella più miserabile delle umane condizioni. Bonifacio conte di Savoja, cui il _Guichenon_[182] dà pure i titoli di duca dello Sciabalese e d'Aosta, di signore di Bugey e della Tarentesia, di marchese di Susa e d'Italia, e di principe del Piemonte, non era, a dir vero, sovrano di tutti i paesi de' quali il suo storico gli dà con soverchia liberalità i titoli; ma univa alla Savoja ed ai vasti possedimenti al di là delle Alpi la signoria di Torino e di altre città del Piemonte. Però gli abitanti di Torino, stanchi del suo governo, cacciarono improvvisamente fuori di città i suoi ufficiali e gli dichiararono la guerra. Bonifacio, che allora trovavasi in Savoja, attraversò le Alpi, l'anno 1262, ed avanzatosi fino a Rivoli, per sottomettere i ribelli, venne colà sorpreso e fatto prigioniere dal repubblicani poc'anzi suoi sudditi; i quali lo custodirono incatenato fino alla morte, che lo tolse a tanta sventura l'anno susseguente, senza che gli sforzi de' suoi amici e della potente sua casa gli ottenessero la libertà.

[182] _Guichenon Hist. généalog. de la maison de Savoie t. I, c. 11._

Il marchese di Monferrato portava un nome forse ancora più illustre di quello de' conti di Savoja: l'origine dell'una e dell'altra casa è ugualmente nascosa nelle tenebre: ma le grandi imprese de' marchesi di Monferrato in Terra santa ed a Costantinopoli, il possedimento del regno di Tessalonica, loro accordato quando fu diviso l'Impero d'Oriente, e il fresco parentado di Jolanda, figliuola del marchese Guglielmo con l'imperatore Andronico Paleologo, aveva sollevato il marchese al rango de' più ragguardevoli principi italiani. Oltre i feudi, ch'egli possedeva per diritto ereditario, era, l'anno 1290, capitano e signore generale di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed Ivrea. Bramava di avere sotto di sè anche la città di Asti, la più bellicosa, la più ricca e commerciante repubblica del Piemonte. D'altra parte i Visconti, signori di Milano, adombrati dalla crescente sua potenza, favorivano sotto mano la città di Asti. Ma questa, non si accontentando del loro ajuto, cercò alleati fra gli stessi sudditi del marchese Guglielmo, ed offrì agli Alessandrini, che mostravansi omai stanchi del dominio del marchese, trentacinque mila fiorini se volevano discacciarlo e collegarsi con loro. Guglielmo, avvisato di queste pratiche, corse verso Alessandria; e, sebbene la città tumultuasse, osò d'entrarvi con debole accompagnamento, o perchè molto si ripromettesse della sua presenza, o perchè alcuni traditori gli avessero promesso l'ajuto d'un partito che poi rivolsero contro di lui. Guglielmo appena giunto avanti al palazzo del comune fu imprigionato; indi chiuso in una gabbia di ferro ed esposto al pubblico quale bestia feroce. Visse miseramente diciotto mesi in questa gabbia, nella quale morì di dolore l'anno 1292[183].

[183] _Guglielmi Venturæ Chron. Astense c. 14, t. XI. — Benven. de S. Georgio Hist. Montisf. t. XXIII, p. 403._

Una terza catastrofe doveva tra poco far maravigliare la Lombardia, dando una novella prova dell'instabilità del potere de' signori; fu questa la caduta della casa Visconti. Matteo, che n'era il capo, aveva approfittato della morte del marchese Guglielmo e dell'estrema gioventù di suo figliuolo Giovanni, per estendere la sua signoria sul Monferrato. Aveva colle armi sforzati i popoli a dargli il titolo di capitano generale della provincia nella città di Casal Sant'Evasio, che n'era la capitale: aveva in appresso obbligato il giovane marchese a ratificare l'usurpato potere con un trattato, in forza del quale ponevasi per cinque anni sotto la tutela del nemico della sua famiglia[184].

[184] _Trist. Calchi Hist. patriæ l. XVIII._

Matteo Visconti erasi intanto rinforzato con tali parentadi, che ben dovevano assicurargli una lunga prosperità: perciocchè nel 1298 aveva data sua figliuola in isposa ad Alboino della Scala, figliuolo d'Alberto, signore di Verona, uno dei più potenti capi del partito ghibellino; e nel 1300 ottenne per consorte di Galeazzo suo figliuolo una figlia del marchese Azzo d'Este, vedova di Nino di Gallura, capo de' Guelfi pisani. Questa principessa era stata promessa ad Alberto Scotto, signore di Piacenza; ma Matteo, che voleva ad ogni costo imparentarsi colla casa d'Este, signora a quell'epoca di Ferrara, Modena e Reggio, suppiantò il signore di Piacenza, e contrasse una stretta unione coi più potenti capi di parte guelfa in Lombardia[185].