Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 04 (of 16)

Part 10

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Questi capi d'opera dei Pisani, la bellezza dei marmi ch'essi portavano dal Levante per abbellire i pubblici edificj della loro patria, i monumenti dell'antichità che avevano opportunità di vedere ne' loro viaggi, fecero rivivere in questa città il gusto del bello e del grande, che poi si diffuse in tutta la Toscana[142]. I migliori architetti del tredicesimo secolo o furono Pisani, o allevati in Pisa. Suole risguardarsi come la prima maraviglia dell'arte di quest'epoca il tempio di san Francesco in Assisi, il quale, per testimonianza di Giorgio Vasari, fu innalzato da quel Niccola da Pisa che lavorò ancora nel duomo di Siena, e fu Maestro d'Arnolfo e di Lapo[143]. Arnolfo più celebre che il maestro, dal 1284 fino al 1300 in cui morì, diresse in Firenze le fabbriche della loggia e della piazza dei priori, della chiesa di santa Croce e di quella ancora più magnifica di santa Maria del Fiore. Quest'ultima non fu veramente terminata da Arnolfo, ma fu suo il primo pensiero della stupenda cupola, emula di quella di san Pietro in Vaticano. Lasciò, morendo, incominciata l'opera, senza indicare il metodo che voleva tenere per terminarla: ma il magnifico ardire di colui che progettò una tal cupola, mentre tutti gli altri uomini credevano impossibile il poterla chiudere, ed il sommo ingegno di quell'altro che la innalzò senza ponti, resero gloriosa la memoria di Arnolfo e di Brunelleschi[144].

[142] _Tiraboschi t. IV, l. III, c. 6, § 5._

[143] _Lettere Sanesi del Padre della Valle, t. I, p. 180_, citate dal Tiraboschi.

[144] Il Vasari nelle sue _Vite dei pittori_ racconta con ingenuità e sapore l'imbarazzo de' Fiorentini per condurre a fine la cupola di Arnolfo, gli assurdi progetti di tanti architetti e l'arditezza di ser Filippo Brunelleschi che sfidava tutti gli artisti del suo tempo. Michelangelo che innalzò la più grande di san Pietro, rese la più gloriosa testimonianza ai suoi predecessori, bramando che dal suo sepolcro a santa Croce stando aperte le porte della chiesa si vedesse la maravigliosa cupola d'Arnolfo e di Brunelleschi.

Nè meno sorprendenti furono i progressi fatti in questo secolo dalla scultura in bronzo ed in marmo, rinnovata dai Pisani, perfezionata dai Fiorentini. Fino nel 1180 Buonanno di Pisa fuse per il duomo della sua patria quella magnifica porta di bronzo che poi perì nell'incendio del 1596. Ma per quanto fosse bello questo lavoro, non aggiugneva di gran lunga alle porte del battistero di Firenze fatte da Andrea Pisano figliuolo dell'architetto Nicola. Si fecero queste del 1300 per uno degl'ingressi del battistero; vinte poi di lunga mano da quelle del Giberti poste ad un altro, le quali Michelangelo giudicava degne del paradiso; comechè non lasciano perciò di essere un maraviglioso testimonio del valore di Andrea nell'arte di lavorare i metalli. Si paragonino queste porte a quelle della basilica di san Paolo di Roma _fuor di mura_, lavoro de' tempi del magno Teodosio, eseguito dai primi scultori dell'impero, sotto gli occhi di sì grande monarca, quando gli artefici, ovunque si volgessero, vedevano maravigliosi modelli di antiche sculture. Le porte di san Paolo, non iscolpite in rilievo, ma soltanto incise, hanno le linee formanti il contorno delle figure ornate d'argento: malgrado però il sussidio della ricchezza questo lavoro prova l'estremo decadimento dell'arte[145]: per l'opposto le porte del battistero di Firenze sono di alto rilievo, e divise in iscompartimenti che formano altrettanti quadri di squisita bellezza. Tali sono gli effetti del despotismo e della libertà. Tra gli ornamenti del duomo di Firenze osservansi pure alcune statue di marmo dello stesso scultore; altre di Nicolò Pisano, suo padre, abbelliscono la faccia del duomo di Orvieto: ed il padre Guglielmo della Valle assicura che Michelangelo e Luca Signorelli hanno più volte studiati quei modelli[146].

[145] La Chiesa di san Paolo fu fondata dal grande Costantino, aggrandita da Teodosio l'anno 386, e terminata da Onorio nel 395, avendovi impiegati i materiali di altri edificj. Le più magnifiche colonne de' templi greci vi si veggono confusamente impiegate a sostenere il palco di una vasta capanna.

[146] _Tiraboschi t. IV, l. III. c. 6. § 6._

Il tredicesimo secolo produsse pure Cimabue e Giotto, che i Fiorentini risguardano come i ristauratori della pittura, sebbene Pisa, Siena, Bologna e Venezia, pretendano di avere avuti pittori più antichi e non inferiori a questi di merito. È probabile che alcuni pittori portassero in Italia nel dodicesimo secolo il barbaro stile della greca pittura d'allora, i duri contorni, le loro figure in profilo, le goffe ed assiderate loro attitudini. Tutti i quali difetti, a fronte della più barbara maniera degli antichi pittori italiani, venivano imitati ed ammirati come fossero maravigliose cose, se non altro a motivo della vivacità del colorito, e del fondo di oro, che dava qualche rilievo alle loro figure. Ci assicurano il Vasari ed il Baldinucci, che Cimabue, trovandosi in Firenze del 1240, apprese l'arte da alcuni di questi pittori greci; ma che ben tosto, spinto dal suo buon genio, abbandonò quegl'informi esemplari per seguire i migliori che gli presentava la natura. Fu egli il primo che seppe rappresentarla con alquanto di verità; e tutti gli antichi scrittori lo rappresentano come un uomo straordinario, che chiamò sopra di se l'universale ammirazione[147].

[147] _Dante Purg. c. XIX, v. 94. — Comm. Benven. Imol. ad locum. Ant. Ital. t. I, p. 1185._

Tra il 1270 ed il 1276 nacque a Colle di Vespignano presso Firenze da un povero contadino il suo maggior scolare, Giotto. Un giorno che guardando la sua greggia, stava disegnando sulla terra, fu veduto da Cimabue, il quale colpito dal suo ingegno lo condusse seco in città. «Sotto la direzione di tanto maestro, dice il Baldinucci, si fece a studiare caldamente e fece così rapidi progressi e così maravigliosi, che si può dire aver egli risuscitata la pittura. Egli cominciò a dare qualche vivacità alle teste ed a far loro esprimere qualche passione, l'amore, la collera, il timore, la speranza. Seppe piegare più naturalmente le vesti che prima non si faceva, e scoprì qualche regola degli scorti; finalmente diede alle figure una certa tenerezza, al maestro affatto sconosciuta[148].»

[148] _Baldinucci, Notizie dei professori del disegno t. I, presso il Tiraboschi t. V, l. III, c. 5, § 7._

Ma al di sopra di Cimabue, di Giotto, e di quant'altri artisti furono allora, deve collocarsi il poeta creatore che diede all'Italia la sua lingua, la sua poesia, la sola energia di cui sappia abbellirsi anche al presente; il poeta che riscaldò sempre ed inspirò tutti i sommi uomini della sua nazione, che diede il proprio carattere a Michelangelo, e che cinque secoli dopo la sua nascita formò Alfieri e Monti[149].

[149] Da uno straniero, comechè buon conoscitore della nostra poesia e de' nostri migliori poeti, sarebbe ingiustizia il pretendere esattissimo giudizio del carattere della nostra poesia e del merito de' nostri poeti. Dante fu il più energico e robusto poeta d'Italia, e ciò basta a giustificare il nostro storico. _N. d. T._

Dante nacque in Firenze del 1265 dalla famiglia guelfa degli Alighieri[150]. Suo padre Aldighiero degli Elisei era stato bandito cogli altri Guelfi dopo la battaglia di Monte Aperto, ma era tornato in Firenze prima de' suoi compagni, quando la città era governata dal conte Guido Novello. Morendo Aldighiero quando Dante era ancora giovanetto, fu dato in cura a Brunetto Latini, riputatissimo filosofo, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo, onde col di lui ajuto e del poeta Guido Cavalcanti, suo amico, apprese tutte le scienze allora conosciute, e l'antica letteratura tanto estesamente quanto lo permetteva la poca copia che allora si aveva de' libri classici. Dante aveva in gioventù visitati gli studj di Bologna e di Padova; e dopo esiliato si trattenne alcun tempo nell'università di Parigi per imparare la teologia[151]. Egli aggiungeva a quello delle lettere il gusto delle belle arti, onde fu amico di Oderigo da Gubbio e di Giotto pittori, come pure del musico Casella[152]. Nè l'amore dello studio lo deviò dalla carriera politica e militare, che a niun cittadino di uno stato libero è permesso di abbandonare. Fu nel 1289 alla battaglia di Campaldino, nella quale i Fiorentini ottennero così segnalata ma sanguinosa vittoria sugli Aretini; e nel susseguente anno militò pure contro i Pisani allora capitanati dal valoroso conte di Montefeltro[153].

[150] Parmi che i biografi di Dante non abbiano fatto attenzione che Guido Novello non abbandonò Firenze prima dell'undici novembre 1266, e che prima di tale epoca, e specialmente avanti la vittoria di Carlo sopra Manfredi, i Guelfi non erano rientrati. Converrebbe che il padre di Dante fosse stato richiamato dai Ghibellini.

[151] _Benven. Imol. Com. in Dantis Comoed. Proemium Ant. Ital. t. I, p. 1056._

[152] _Purg. c. XI, v. 79. — Ib. v. 88._

[153] _Memor. per la vita di Dante di Giuseppe Benvenuti, premesse al t. IV delle opere di Dante edite dallo Zatta, § 8 Ap. Tiraboschi t. V, l. III._

Coloro che due secoli dopo commentarono il suo poema, volendo in ogni cosa mostrarlo grandissimo, dissero ch'era a lui affidata in gran parte la fortuna della repubblica fiorentina. In una vita inedita di Dante, pretende Maria Filelfo che fosse incaricato di quattordici ambascerie, e che, tranne l'ultima, conseguisse sempre l'intento: tutti poi attribuiscono in gran parte ai suoi consigli la parte presa dai priori, di esiliare i capi delle due fazioni che dividevano Firenze. Ma di ciò niuna testimonianza troviamo presso gli autori contemporanei. Dino Compagni ch'era uno de' priori quando si fece la rivoluzione, e che circostanziatamente descrive le più minute cose, le pratiche, i discorsi, la leggerezza di tutti i Fiorentini allora più influenti, non ricorda altrimenti Dante come uno de' capi dello stato. Nè pure di lui parla Giovanni Villani, che viveva nella stessa epoca, ed era piuttosto parziale della parte dei Neri, siccome Dino lo era dei Bianchi. Lo stesso dicasi di Coppo de' Stefani[154] e di Paolino di Piero, altri scrittori contemporanei che scrissero cronache dei loro tempi[155], onde io inclino a credere che il solo fatto ben avverato della parte presa dal nostro poeta ai pubblici affari, è di essere stato priore dal 15 giugno al 15 agosto del 1299, come vogliono alcuni, e secondo altri del 1300[156]; che fu uno degli ambasciatori mandati a Roma dalla parte Bianca in gennajo del 1302; e per ultimo, che fu compreso in una sentenza d'esilio emanata nella stessa epoca contro seicento cittadini della sua medesima fazione. Viene in tale sentenza accusato d'avere venduta la giustizia, e ricevuto del danaro contro le disposizioni delle leggi; ma lo stesso rimprovero veniva fatto con eguale ingiustizia a tutti i capi del partito vinto. Canto dei Gabrielli era un giudice rivoluzionario che desiderava trovare dei colpevoli, e che si accontentava de' più leggeri indizj per condannarli. Questa sentenza è un curioso documento del costume di que' tempi di mescolare l'italiano al latino; ed è così barbaramente dettata, che pare appositamente fatta per offendere il fondatore dell'italiana letteratura[157].

[154] _Delizie degli Eruditi toscani t. X, Rub. 234._

[155] _Supplem. in Etruriæ Script. t. II, p. 51. ec._

[156] Questi priori erano Noffo di Guido, Neri di Mes. Jacopo del Giudice, Neri d'Arrighetto Doni, Bindo di Donato Bilenchi, Ricco Falconetti, Dante Alighieri, Fazio da Miccio Gonfaloniere, e ser Aldobrandino d'Uguccione, loro notajo. _Delizie degli Eruditi toscani t. X._ da Campi.

[157] Ecco la sentenza quale viene riferita nel libro delle _Riformagioni_ negli archivi di Firenze. — _Condemnationes facte, per Nobilem et Potentem militem, Dom. Cantem de Gabriellis Potestate Florentie MCCCII._ Dopo alcuni altri: _XXVII Januarii. Dom. Palmerium de Altovitis de Sextu Burghi, Dantem Allagherii de Sextu Sancti Petri Majoris, Lippum Becchi de Sextu Ultrarni, Orlandinum Orlandi de Sextu Porte Domus_.

«Accusati dalla fama pubblica, e procede ex officio, ut supra de primis, e non viene a particolari, se non che nel Priorato contradissono la venuta Domini Caroli, e mette che fecerunt baratterias, et acceperunt quod non licebat, vel aliter quam licebat per leges, et caet: in libras octo millia per uno, et si non solverint fra certo tempo, devastentur et mittantur in commune, et si solverint, mihilominus pro bono pacis stent in exilio extra fines Tusciae duobus annis. _Delizie degli Eruditi Toscani t. X, monumenti n.º 4. p. 94._ — Il Tiraboschi riferisce una sentenza aggravante, pronunziata dallo stesso Canto il 10 marzo dello stesso anno, condannando Dante ed i suoi compagni, venendo presi, alla morte.

Invano cercò Dante di rientrare in patria. Gli si fece un imperdonabile delitto d'avere nel 1304 tentato cogli altri fuorusciti di parte Bianca di sorprendere Firenze; di essersi collegato strettamente colla fazione ghibellina, e d'avere fatto istanza all'imperatore Enrico VII di Luxemburgo di prendere in Italia la difesa del suo partito. Per ultimo, siccome il suo carattere estremamente irritabile, e la sua inclinazione alla satira lo avevano reso non meno odioso che formidabile ai suoi nemici, del 1315 fu riconfermata la condanna di perpetuo bando: onde dopo avere viaggiato assai in tutte le parti d'Italia, si stabilì finalmente alla corte di Guido da Pollenta, Signore di Ravenna, ove morì nel settembre del 1321, in età di cinquantasei anni. Nel suo immortale poema si fa profetizzare da Cacciaguida suo trisavolo, la miseria e la dipendenza degli estremi suoi giorni, tanto umiliante per un'anima intollerante e fiera com'era quella di Dante.

«Tu lascerai ogni cosa diletta Più caramente, e questo è quello strale Che l'arco dell'esilio pria saetta.» «Tu proverai siccome sa di sale Lo pane altrui, e come è duro calle Lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»

Si fa ancora predire dallo stesso Cacciaguida le nimicizie che si procaccerà coll'amarezza de' suoi rimproveri; ma queste considerazioni cedono a quelle della gloria.

«E s'io al vero son timido amico, Temo di perder vita tra coloro Che questo tempo chiameranno antico[158].»

[158] _Paradiso Canto XVII._

Il poema di Dante che gli acquistò sì gran nome, è il racconto, come ognun sa, d'un misterioso viaggio a traverso all'inferno, al purgatorio, al paradiso; fissa l'epoca di tale viaggio dal lunedì santo del 1300 fino al giorno di Pasqua, quando il poeta aveva trentacinque anni; scorre i due primi regni dei morti sotto la direzione di Virgilio, e quello del paradiso in compagnia di Beatrice dei Portinari, che, da lui amata in gioventù, era morta del 1290. Questo poema diviso in cento canti, ciascuno di circa cento cinquanta versi, non è meno sorprendente per gli animati maestosi quadri di questo paese degli estinti che pone sotto ai nostri occhi, quanto per la profonda sensibilità di alcuni episodj e per la ricchezza delle idee e delle cognizioni che fa supporre nell'autore. Abbiamo già prodotti in quest'opera molti passi di Dante, nè egli può essere giudicato che sopra il suo poema.

Due scrittori nati prima che Dante morisse, i quali lo commentarono, ed erano a portata più che tutt'altri di conoscere la sua storia, affermarono che Dante compose i primi canti prima dell'esilio[159]. Parmi cosa assai difficile che trovar si possano autorità di tal peso che distruggano quelle di Giovanni Boccaccio e di Benvenuto da Imola. Le prove desunte dallo stesso poema, che il marchese Maffei, Flaminio del Borgo ed altri addussero contro l'asserzione dei due contemporanei di Dante, non possono troppo valutarsi; imperciocchè non è a dubitare che il poeta non abbia in diversi tempi ritoccato il suo poema, ed aggiunti in varj luoghi versi analoghi alle cose de' tempi in cui faceva que' pentimenti. Il più dilicato squarcio del poema, il commovente episodio di Francesca da Rimini, mostra i riguardi che Dante credeva dovuti a Guido da Pollenta, padre dell'infelice Francesca, e suo ultimo ospite e protettore[160]. Nel primo canto dal verso 101 al 111 trovasi una predizione relativa alla futura grandezza di Cane della Scala, che Dante non ha potuto scrivere prima del 1318, quando Cane fu nominato capo della lega ghibellina. Tutti i commentatori, niuno eccettuato, supposero che si cominci a scrivere un poema dal primo verso, e si prosegua fino all'ultimo senza mai tornare a dietro; lo che essendo vero, ci obbligherebbe a conchiudere che Dante incominciò il suo poema tre soli anni prima di morire, quando non aveva più tutto il vigore della robusta virilità per idearne il vasto piano, quando la sua mente non era più riscaldata dagli insegnamenti di Brunetto Latini, morto del 1294, nè più era incoraggiato ad intraprendere quell'immenso lavoro dal suo amico Guido Cavalcanti, morto avanti l'esilio di Dante l'anno 1302[161].

[159] _Giovanni Boccaccio vita di Dante dalla p. 47. ediz. fiorent. del 1723, e nel suo comment. Infer. cant. 8. — Presso Flam. del Borgo p. 45. — Benven. Imolens. Comment. cant. 8. v. 1._

[160] _Infer. cant. V, v. 73 e seg._

[161] L'episodio del canto X dell'Inferno di Cavalcante Cavalcanti prova che, quando Dante lo scrisse, Guido, suo figliuolo, era ancora vivo. _N. d. T._

Una particolarità riferita da molti autori coetanei appoggia il racconto del Boccaccio intorno all'avere Dante abbozzati i primi sette canti del poema avanti d'essere esiliato. Egli sapeva che la copia lasciata a Firenze non era solamente stata veduta da Dino Frescobaldi e da Dino Compagni, che gliela rimandarono, ma inoltre da molte altre persone, alle quali fece del 1304 nascere il pensiere d'una festa affatto strana. Solevasi d'ordinario festeggiare in Firenze il primo giorno di maggio. «In fra le altre cose gli abitanti di san Priano mandarono un bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo, dovesse essere il dì di Calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno all'Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e fecionvi la somiglianza e figura dello 'nferno con fuochi ed altre pene e martorj con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, ed altri, i quali avevano figura d'anime ignude, e mettevangli in quelli diversi tormenti con grandissime gride e strida e tempeste, la quale parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere, e per lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini; e il ponte pieno e calcato di gente, essendo allora di legname, cadde per lo peso con la gente che v'era suso; onde molta gente vi morìo e annegò in Arno, e molti se ne guastarono la persona, sì che il giuoco da beffe tornò a vero com'era ito il bando, che molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo[162].» I due storici che raccontano quest'orribile festa, non nominano Dante, ma non può chiamarsi in dubbio che la lettura de' primi canti del suo poema speditigli da Fiorenza appunto in quest'epoca, non abbiano suggerito il pensiero di rappresentare ciò ch'egli aveva così bene dipinto all'immaginazione, ma che non doveva mai presentarsi ai sensi.

[162] _Gio. Villani l. VIII, c. 70. — Marchione di Coppo de Stefani. Delizie degli Eruditi toscani t. X, l. IV, Rubr. 243._

Non v'ha dubbio che la ricorrenza del giubileo non consigliasse a Dante di scegliere l'anno 1300 per il misterioso suo viaggio, sia che scrivesse il poema prima o dopo tale epoca. Un propizio istante per visitare il vasto impero dei morti era quel punto che divideva un secolo dall'altro e gli uomini di due generazioni: oltre che in tale festa secolare eravi qualche cosa che colpiva l'immaginazione, e la forzava a rivolgersi al passato. Bonifacio VIII, appoggiandosi a pretese tradizioni, accordò un'indulgenza plenaria per tutti i peccati a coloro che, essendo confessati, visiterebbero quindici giorni di seguito le chiese di san Pietro e san Paolo in Roma. I soli Romani, perchè non avevano il disagio del pellegrinaggio, dovevano visitarle trenta volte di seguito. Tutti i venerdì e tutte le feste esponevasi all'adorazione de' fedeli il sudario di Cristo, raccolto da santa Veronica. Sebbene Bonifacio, come abbiamo già osservato, ispirasse poco rispetto al mondo cristiano, non si lasciò per questo da tutti i fedeli di essere nel pieno convincimento dell'efficacia delle indulgenze ch'egli accordava; e da ogni parte della Cristianità, gli uomini d'ogni rango, s'affollavano a Roma per partecipare a queste grazie spirituali. Giovanni Villani, che fu uno de' pellegrini, assicura che durante tutto l'anno trovaronsi costantemente a Roma duecento mila forastieri, che giugnevano, visitavano e ripartivano per lasciar luogo ad altri[163]. Questa moltitudine di forastieri che univansi in un sol luogo da tutte le parti del mondo, che si premevano, si urtavano, per disporsi a presentarsi avanti al supremo giudice, viene vivamente rappresentata da quella sempre nuova gente, che Dante vedeva affollarsi per passare l'Acheronte.

«Ed avanti che sien di là discese, Anche di qua nuova schiera s'aduna[164].»

[163] _Gio. Villani l. VIII, c. 36._ — Ritornato il Villani da questo viaggio colla fantasia ancora calda dall'avere veduta la presente generazione sfilare sotto i suoi occhi, prese a scrivere la sua storia.

[164] _Inferno c. III, v. 116._

È pure incerta l'epoca in cui si pubblicò la Divina Commedia. Abbiamo veduto che Dante vi fece nuove addizioni l'anno 1318, e che forse continuò a farne fino all'epoca della sua morte. Prima del ritrovamento della stampa, l'epoca in cui un'opera diventava di pubblico diritto non era segnata come al presente, e le opere di Dante erano, non v'ha dubbio, conosciute da moltissimi prima che le avesse rivedute per l'ultima volta. Racconta Franco Sacchetti che il popolo cantava in Firenze i versi della Divina Commedia prima dell'esilio del poeta, il quale non potea frenare la sua collera contro un maniscalco o un asinajo che gli sfigurava cantando[165].

[165] Franco Sacchetti fiorentino, nato del 1335, morì verso il 1400, onde la sua testimonianza intorno all'epoca della pubblicazione della Divina Commedia deve molto valutarsi. — Avendo l'asinajo interrotto la recita dei versi per gridare _arri_ agli asini. Dante lo percosse, dicendo, _codesto arri non vi misi io_. _Nov. LII e LIII._

A fronte della severità de' Fiorentini verso Dante e dell'ingiusta loro sentenza, dopo la di lui morte, la pubblicazione del suo poema lo sollevò al posto che meritava di occupare. Ovunque si prese a glossarlo; ed i suoi proprj figliuoli, Pietro e Giacomo, furono i primi ad arricchirlo di note. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, adunò del 1350 i sei più dotti uomini di tutta l'Italia, due teologi, due filosofi e due antiquarj fiorentini, affinchè scrivessero un commentario sulla Divina Commedia[166]. A Firenze del 1373 si fondò una cattedra per commentare Dante, ed il Boccaccio fu il primo professore di questa nuova scienza; come Benvenuto da Imola fu il primo che la professasse nell'altra cattedra istituita in Bologna. I Fiorentini chiesero più volte, e sempre invano, le ceneri di Dante ai successori di Guido da Pollenta; coniarono medaglie in suo onore, e coronarono solennemente d'alloro la sua statua nel Battistero.

[166] _Tiraboschi t. V, l. III._

Dante raccolse nel suo poema così svariate cognizioni, che basterebbe egli solo a provare i progressi che a' suoi tempi avevano fatto le scienze e la filosofia; ma non pochi altri tennero la stessa strada: e sebbene tra questi e Dante si ravvisi la differenza che sempre distingue il genio dai talenti, non è peraltro che non provino anche questi quanto l'amore dello studio e l'ambizione della gloria delle lettere fosse allora universale; e che se Dante s'innalzò al di sopra del suo secolo, fu perchè s'innalzò sopra l'umana natura.