Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
Part 27
Ma in quanto pure al confinare si andò questa volta più in là che fosse mai per l’addietro, perchè alla crudele ragione di Stato si aggiunsero in maggior copia i motivi personali e gli odii privati. Chiedevano per favore i confinati come si chiede gli uffici,[237] o gli patteggiavano abbandonandosi l’uno all’altro gli amici e i parenti. Francesco Guicciardini, tornato da Roma, riusciva fra tutti spietato in quest’opera del confinare; perchè odiando gli Stati popolari, aveva egli in mente una sua forma di Governo a cui si credeva spianare la via: in Firenze lo chiamavano Ser Cerrettieri, che fu il Bargello del Duca d’Atene. Primi andarono a confine cinquantasei dei più scoperti in favore della libertà o che avessero insultato il Papa. Tra i più eminenti erano Iacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi, Silvestro Aldobrandini. Zanobi Bartolini, per avere prima disertato la parte dei Medici, corse pericolo anche della vita, ma gli giovò l’essersi poi accostato a Malatesta, per lui adoperandosi Baccio Valori, natura incerta, che per amicizia o per danari fu a molti benigno; talchè il Bartolini, ottenuto allora di andare a Roma, tornò quindi in grazia. Michelangelo Buonarroti da principio si tenne nascosto, ma fatto poi rassicurare da Clemente, tornò all’opera delle sepolture nella Sagrestia di San Lorenzo. In seguito e dentro gli ultimi mesi di quell’anno crebbe il numero dei confinati fin’oltre a centocinquanta, fermatosi allora per l’interposizione di Cesare stesso. Durava il confine tre anni la prima volta, e fu osservato dal maggior numero per la speranza del ritorno; ma dopo i tre anni, a pochi o a nessuno fu tolto, mutando a molti i luoghi; i quali variavano, taluni dovendo rimanere in villa, tra essi non pochi per tutta la vita loro; ma i più condannati a stare in luoghi insalubri o disagiati e sparsi e lontani, fuori anche d’Italia; talchè non avendo curato il confine, furono ribelli. I beni di questi andarono al Fisco; tornarono agli antichi proprietarii i beni de’ ribelli fatti dal passato Governo, e quelli delle Arti e degli Spedali o luoghi pubblici e quegli degli ecclesiastici, dovendo i compratori restituirgli senza compenso alcuno delle somme per essi pagate. Grande era il bisogno che aveva di danaro il nuovo Stato, per il che i debitori del Comune furono angariati a pagare subito: coloro invece che avessero crediti accesi per danni ricevuti o per altro titolo pertinente alla difesa, perderono il credito essendo notati come libertini o come Piagnoni. I frutti del Monte furono ridotti ai due quinti, con la rovina di molte famiglie e di vedove e pupilli che avevano su quello il loro sostentamento.[238]
Così per gran parte nella città di Firenze mutarono gli uomini, mutarono le ricchezze; talchè, a guardarla nella istoria pare che a un tratto la città intera mutasse carattere. Lo stesso avviene a chi oggi guardi tutta insieme l’istoria d’Italia, nella quale ai tempi oscuri suol darsi principio dalla caduta di Firenze. Venezia, che essendo presso che sola rimasta libera, divenne allora più italiana, raccettò e fece sicuri poi molti degli esuli fiorentini. Abbiamo gli Statuti d’una Confraternita di questa nazione, fondata prima da coloro che pei commerci abitavano Venezia, ma poi cresciuta pel grande numero dei fuorusciti e riformata nel 1556: quel santo vecchio d’Iacopo Nardi era Governatore della Confraternita e forse autore dei nuovi Statuti.[239] Di maggior tempo era la colonia dei Fiorentini sulle rive del Rodano, dove i nuovi esuli trovarono molti antichi avversari della Casa Medici e altri esuli andati prima che sorgesse questa Casa; non poche famiglie piantate in Avignone pel soggiorno dei Papi o che in Lione tenevano banchi e industrie fiorenti, diedero ai loro casati desinenza francese e vi acquistarono qualche lustro.[240]
Fuori di Firenze non venne fatto al nuovo Stato di usare rigori perchè in nessun luogo aveva trovato resistenza, salvo in Arezzo, città dove sono le volontà subite e dove un atto inconsiderato aveva data occasione ad altri disegni. Dappoichè Arezzo, come dicemmo, si fu ribellata, un certo da Bivigliano soprannominato il Conte Rosso la teneva in custodia ed ai voleri del Principe d’Orange, il quale sperava d’averla in premio delle sue fatiche e farsene un feudo: questi essendo morto, v’entrarono gli Spagnoli per conto del Papa, il quale alle suppliche degli Aretini per la indipendenza, rispose essere egli fiorentino e amare la gloria della sua patria; dipoi avendo avuto in mano il Conte Rosso, lo fece impiccare in Firenze come ribelle e traditore. In Pisa non venne certo dal popolo dei Pisani il breve ostacolo che ivi trovarono il Vitelli e il Maramaldo, ma dalla virtù di un Capitano Michele da Montopoli che vi restò ucciso. Nelle altre Provincie, le terre minori quasi da per tutto avevano accolto i Commissari pontifici per affezione al nome dei Medici. La dominazione d’un popolo libero è sempre dura sopra le terre suddite, perchè fu prodotta dagli odii scambievoli e ha più moltiplici le oppressioni: ma un Principe guarda più all’intero Stato, dove a lui giova che sia eguaglianza. Inoltre i popoli del dominio, soliti a portare il peso e il danno delle tante mutazioni e delle guerre, senza il beneficio della libertà, desideravano un governo che sopra ogni cosa cercasse la quiete. Grande era il bisogno che ne avevano le città smunte e vessate dal succedersi delle soldatesche; tra le altre Volterra, presso che deserta. I campi rimasti senza cultura e senza braccia soffersero anche dalla intemperie delle stagioni, le quali andarono contrarie due anni; alle miserie della fame si aggiunsero i morbi. Un Magistrato che si chiamò dell’Abbondanza, fu istituito a provvedere d’allora in poi affinchè i viveri non mancassero per tutto lo Stato.
Baccio Valori col grado di Commissario generale aveva il governo della città e da principio la mente del Papa; era venuto a risiedere in casa Medici, dove tutte le faccende facevano capo, ivi radunandosi un nuovo Magistrato degli Otto di Pratica, dove Clemente aveva posto i suoi più stretti e confidenti. Questa come reggia era guardata da soldati tedeschi, i quali per maggior sicurezza occupavano anche la chiesa vicina di San Giovannino: il Commissario quando usciva fuori aveva una guardia. Anche il Palagio pubblico era ben guardato da’ Tedeschi per impedire ogni tumulto popolare, e perchè dalla Signoria non si pensasse nè praticasse alcuna cosa contro al Governo, dovendo questa essere ivi a ornamento e per apparenza. La Balìa, che era prima di dodici, fu accresciuta in più tempi, nominando essa medesima Aggiunti o Arroti che si accostarono ben tosto ai centocinquanta, dalla confermazione dei quali avevano forza tutte le leggi; e queste da essi erano ratificate sulla parola d’un Cancelliere che le poneva loro innanzi. Il Cancelliere Francesco Campana, letterato di qualche nome, scriveva poi nel libro chiamato il _Cronista di Palazzo_, quello che più occorresse o che piacesse ai reggitori. Si fece ancora uno squittinio, al quale avendo chiamato un numero di dugento, lasciarono imborsare tutti quei nomi che tra essi avendo vinto il partito, potessero quindi essere estratti agli uffici di dentro e di fuori, eccetto però a quelli di più importanza che si davano a mano e a piacimento del Papa e di chi per la Casa dei Medici teneva il grado in Firenze.[241] Tali ordini soddisfacevano bene all’ambizione di molti cittadini minori, ma non empievano l’ingordigia di pochi maggiori.
Oltre al Guicciardini erano in Firenze, venuti da Roma, i due altri capi di parte Medicea, Roberto Acciaioli e Francesco Vettori: di questi tre, nessuno era interamente devoto a Clemente, nè a lui bene accetto, vagheggiando essi un governo d’ottimati piuttosto che il regno d’un Giovane spurio a cui dovessero ubbidire. Già si adontavano di sottostare a Baccio Valori e del recare che egli faceva tutta la somma dei negozi in Casa i Medici, levando credito al Palagio. Questi dissidii erano in Firenze, e altri disgusti incontrava il Papa dentro alla stessa sua famiglia, dove il vecchio Iacopo Salviati difendeva le forme libere nella patria sua; e quanto madonna Clarice tenesse a vile quei due intrusi Giovani, si è già veduto. Il loro figlio Giovanni e gli altri due Cardinali Ridolfi e Cibo, nati anch’essi da una figlia di Lorenzo, si mostrarono poi sempre poco aderenti al principato. Era un altro parente stretto di Casa Medici, Filippo Strozzi, amico incerto e al Papa sospetto, ma che per sè amando le ricchezze e i piaceri della vita e le culture d’un felice ingegno, voleva piuttosto avere amici che partigiani e godersi gli splendori di un alto grado senza i pericoli; nè quanto a sè, avrebbe mai altro cercato.
Col fine dell’anno 1530 parve a Clemente che la Città, quasi rinnovata, fosse ridotta in termini da non si potere muovere altrimenti; al quale effetto era stata seco tutta la parte Medicea. Rimaneva ora che egli si spiegasse quanto alla forma da dare al Governo intorno a che aveva tutti quei mesi tenuto chiuso il volere suo, meno fidando negli altrui pareri e più sicuro dei suoi propositi dacchè a lui erano entrati nell’animo più forti passioni. Della famiglia sua non diede licenza ad alcuno di andare a Firenze; la piccola Caterina ordinò subito che gli fosse mandata in Roma; il che lungamente aveva desiderato, e già pensando come avviarla a sorti maggiori. I grandi amici della sua Casa, nei quali pareva da principio che stesse il governo, col trarre a sè gli odii avevano fatta la parte loro; non rimaneva oggi che dare ad essi un premio e fare che si allontanassero da Firenze. Ebbe il Guicciardini la luogotenenza di Bologna, e Baccio Valori andò presidente della Romagna; i quali gradi tennero entrambi per tutta la vita di Papa Clemente. Mandò in Firenze come suo rappresentante lo Schomberg, Arcivescovo di Capua, tedesco a lui tutto devoto e senza passioni nè ambizioni cittadine, sebbene pratico di Firenze fino da quando il Savonarola lo aveva vestito frate in San Marco, e grato abbastanza perchè facile alle udienze, diligentissimo nel curare le private faccende e nel fare che tutti avessero eguale giustizia. In questo mentre giunse ad un tratto il Cardinale Ippolito dei Medici, partito da Roma senza saputa del Papa. Non si poteva egli dar pace di avere scambiato con un cappello di cardinale il principato, al quale si era creduto prescelto; e venne a tentare se una qualche dimostrazione di cittadini fermasse in quelle dubbiezze l’animo di Clemente. Ma questi subito mandò dietro al giovane incauto Baccio Valori che gli tolse ogni speranza, nè alcuno in Firenze per lui si era mosso: quell’atto però fu contro ad Ippolito principio degli odii implacabili che lo perderono, essendo egli più atto a destare gli altrui sospetti che a stare in guardia dalle insidie. Ma come quegli che era liberalissimo e di dolce indole e leggiera, si contentò quando per la morte di Pompeo Colonna potè avere dal Papa il vicecancellierato ed altri molto ricchi benefizi.[242]
Era da un pezzo scaduto il termine dei quattro mesi dentro ai quali, secondo l’accordo, doveva l’Imperatore pronunziare il Lodo intorno al Governo della città di Firenze: nè forse il Papa lo aveva sollecitato, non volendo egli che il suo diritto paresse muoversi da una Capitolazione, ma invece che fosse chiesto Alessandro per signore con voto solenne dalla città istessa. La Balìa frattanto fece una provvisione per la quale aggregò a sè il Duca Alessandro de’ Medici, che avesse inoltre la facoltà di risedere con il grado di Proposto in tutti i Magistrati, compreso quello dei Priori: in quel partito, nel numero di ottantaquattro cittadini radunati, furono dodici fave bianche del no. In seguito, per deliberazione degli Otto di Pratica, fu assegnato al Duca un Piatto di ventimila ducati l’anno, avendo egli ai suoi ordini e a suo carico i soldati di Alessandro Vitelli e di Rodolfo Baglioni figlio di Malatesta, i quali avevano la guardia della città.[243]
Nel mese di maggio 1531 Carlo V pubblicò il Lodo che dava lo Stato di Firenze ad Alessandro dei Medici allora Duca di Città di Penne, al quale aveva sposata per quando fosse fuori della pubertà Margherita sua figlia naturale: la data era del 27 ottobre 1530, perchè fosse dentro ai quattro mesi, termine assegnato dalla Capitolazione, a cui si riferisce l’atto imperiale, riconoscendo Ferrante Gonzaga avere in quella tenuto le parti dello stesso Imperatore. Il quale altresì richiama quello che fu da lui promesso al Pontefice nello accordo di Barcellona; e quindi statuisce che in avvenire i Magistrati della Repubblica sieno eletti ed istituiti nel modo stesso come solevano prima che fosse da Firenze cacciata la Famiglia dei Medici; che il Duca stesso ed i successori suoi per linea primogenita mascolina in perpetuo, ed estinta questa, altri della Famiglia dei Medici, nell’ordine istesso, abbiano facoltà e obbligo d’intervenire in quei magistrati, talchè la forma sia di Repubblica della quale il detto Alessandro dei Medici debba esser capo, mantenitore e protettore. Annunzia Carlo essere egli venuto in Italia col fine di restituire ad essa la pace, rialzare i diritti manomessi dell’Impero, e togliere di mano alle plebi la cosa pubblica perchè fosse governata da uomini nobili e più degni. Ma in quella scrittura la forma è sempre di una concessione, talchè pei Curiali tedeschi ha essa il titolo d’Investitura data di proprio moto e con la pienezza della imperiale potestà. Le stesse differenze tra la sostanza e la forma abbiamo scôrto nei Trattati che la Repubblica fiorentina ebbe con l’Imperatore Carlo IV e poi con Roberto, e ultimamente con Massimiliano, e che non avevano avuto altro effetto che lo sborso di poche migliaia di ducati a quei Cesari bisognosi; ma sempre portavano titolo di Privilegi pei quali in perpetuo i Magistrati della Repubblica erano dichiarati vicari imperiali. Di queste finzioni legali in Italia erano solite di appagarsi le imperiali Cancellerie fino dalla pace di Costanza, e come allora i Potestà, così erano quindi eletti dal popolo i Magistrati a governare sovranamente senza ingerenza nè saputa dell’Imperatore. Medesimamente il Duca Alessandro, eletto una volta, trasmetteva la sovranità nei discendenti suoi e in tutta la Casa dei Medici, non era feudatario dell’Impero, nè ad esso legato per titolo alcuno. Questo era il vero, e per tal modo si reggevano d’allora in poi generalmente gli Stati d’Italia in faccia all’Impero, sebbene libertà o principati, stando alle formule imperiali, non fossero altro che privilegi o concessioni da perdersi per fellonia, e muniti di penalità contro a chi negasse di riconoscerli e prestare a quelli ubbidienza.[244]
Nei giorni istessi il Duca Alessandro, con licenza dell’Imperatore, lasciata la Corte, venne in Italia lentamente, e si trattenne in Pisa ed in Prato avanti di fare l’entrata in Firenze. Quivi giunse quasi ad un tempo Giovanni Antonio Muscettola, oratore Cesareo in Roma e portatore dell’imperiale rescritto: alla solenne promulgazione del quale essendosi prima fermato il giorno e la cerimonia, si radunava la Signoria il dì 6 luglio 1531 nella Sala che poi fu chiamata dei Dugento, dove entrati il Duca, il Muscettola e il Nunzio del Papa andarono a sedersi, avendo in mezzo il Gonfaloniere, dai due lati i Priori e tutti a destra e a sinistra poi gli altri Magistrati. Parlò il Muscettola, richiamando le colpe commesse dalla Repubblica fiorentina contro l’imperiale Maestà, che irata giustamente contro alla città di Firenze avrebbe ad essa dato condegno gastigo, se la Santità del Papa, interponendosi, non avesse placato l’animo dell’Imperatore infino al punto di ottenere per la patria sua non che il perdono di Cesare, ogni più eccelso favore. Letta quindi la Bolla o Breve, così lo chiamavano, baciò l’imperiale Sigillo d’oro, il quale poi fu fatto girare fra tutti i Magistrati che nel modo stesso giurarono obbedienza a quel decreto. Il Gonfaloniere Benedetto Buondelmonti rispondeva al Commissario parole di grazie mescolate con lacrime d’allegrezza, come quegli che tutto devoto ai Medici usciva dalla torre di Volterra dove il Governo popolare lo aveva rinchiuso. In mezzo a questi non tutti sinceri tripudii si trovò pronto sotto alle finestre del Palagio un altro popolo a gridare _Palle Palle, viva i Medici, viva il Duca_. Questi, tornato alle sue case, fu visitato nel giorno istesso dalla Signoria; nel quale atto d’ossequio era l’abbandono dell’autorità sovrana la quale spettava a quel Magistrato. Il Duca però con l’andare tratto tratto a sedere in mezzo ad esso manteneva quelle apparenze di libertà che l’imperiale Rescritto aveva espressamente confermate, ma che non potevano, come ingannevoli e contradittorie, a lungo durare.[245]
Andavano quindi a Carlo V, che dimorava allora in Brusselles, ambasciatori per la città di Firenze Palla Rucellai e Francesco Valori, il primo dei quali orando in latino dinanzi all’Imperatore, disse: eglino essere inviati a lui dal Senato della Città loro a rendere grazie per gli innumerevoli beneficii da lui recati alla città istessa, come sempre per l’addietro aveva essa avuto in costume verso i di lui predecessori. Averla egli tolta dalle mani di artefici e di uomini di bassa lega e scellerati, avere ai Nobili restituito il grado e gli averi, e ai buoni la patria, ponendo questa sotto al Governo di quei più degni ed onorati, nei quali è giusto che risieda e sia mantenuto. Rendeva grazie all’Imperatore sopra ogni cosa dell’aver egli costituito il Duca Alessandro, Genero suo, perchè avesse questi e in perpetuo i successori suoi il sommo grado e la tutela della città, _come lo avevano avuto i suoi maggiori_. Non accennò alla Capitolazione tenendosi cauto nel tempo medesimo di non riconoscere un diritto dell’Impero sulla città di Firenze. Lodò a cielo Carlo V per la pace fatta co’ Veneziani e con lo Sforza, e per l’assetto dato all’Italia da lui rialzata e ordinata quando era essa in fondo d’ogni miseria. Ma fin dal principio della orazione il Rucellai richiama sempre le antiche usanze, facendo a Carlo intendere che la Signoria del Duca non dovesse portare alla distruzione delle antiche immunità, che il Lodo stesso dell’Imperatore voleva mantenute.[246] Questo era il concetto di Palla Rucellai, e tale sarebbe stato il desiderio di molti. In quanto a lui quando ebbe veduto farsi Alessandro, principe assoluto, e dopo chiamarsi un altro Principe nello stesso modo, contrastò solo e virilmente con atti magnanimi alla più accorta politica d’altri, per sè dichiarando che non voleva più nella Repubblica nè duchi, nè principi, nè signori.
Ma invece Clemente VII indugiava sempre aspettando gli fosse chiesto quel ch’egli bramava, fare Alessandro signore libero in Firenze. Con questo pensiero aveva cercato il parere degli uomini più eminenti; ma era una scherma nella quale essi con fargli paura diversamente s’ingegnavano di condurlo ad una forma di governo misto, dove un consiglio di pochi Ottimati, sostegno al Duca, potesse anche servirgli di freno. «Abbiamo per inimico un popolo intero,» scriveva Francesco Guicciardini; ed il Vettori afferma che «al nuovo Stato erano avversi da non potersi mai conciliare, novanta su cento dei giovani usati con le armi indosso a essere padroni della città, e in casa comandare al padre ed a tutti e avere licenza d’ogni cosa: poi v’erano gli uomini avvezzi a sedere nel Gran Consiglio, e a’ quali pareva troppo bella cosa disporre col loro voto dei sommi magistrati: vi erano gli ambiziosi di tutti i colori, i quali vorrebbero i primi gradi, nè si poteva tanto in là fidarsene. In tale città più non valevano i modi usati da Cosimo e da Lorenzo, perchè essi poterono tirare su uomini nuovi che gli aiutassero a conservare lo Stato; ma oggi il Gran Consiglio era la città intera, contro alla quale la parte dei Medici non può difendersi, una volta che il Papa sia costretto dai patti a serbare questo nome vano di libertà. Quindi se alcuni magistrati hanno a restare, è necessario tôrre via quelli ai quali l’universale era più solito ubbidire, com’è in primo luogo la Signoria: questa sopra ogni cosa bisognerebbe levare di Palazzo, e con essa anche le campane per disusarne il popolo affatto. Poi tenere una buona guardia e bene pagata, benchè altri dicesse più che una guardia d’armati valere un Bargello; poi levare le armi ai cittadini e _non lasciarle portare a persona, ma ridurre gli uomini alle arti ed ai piaceri; e Lorenzo non studiò in altro_. Questi fu maestro anche nell’artifizio di maneggiare gli squittinii, i quali (se dovessero continuare) bisognerebbe affidare ad uomini segreti, che non la guardassero per il sottile; ma, chiunque avesse vinto il partito, non imborsassero se non quelli i quali giovano allo Stato: lasciando però qualche speranza al maggior numero che senza questo non pagherebbero le imposizioni.» Ma tutto ciò non bastava, se non si aggravasse la mano sopra altri sospetti, massime dei più giovani; il che andando contro alle intenzioni di Carlo V, Roberto Acciaioli consiglia che il Papa, scrivendo in Corte ad Alessandro, faccia motto di congiure che si tramassero in Firenze, perchè la notizia spargendosi preparasse l’animo di Cesare a tali violenze. Intanto però non mancare mai di camminare destramente al fine ultimo, che è _d’impoverire chi ci può far male, ed a chi non è dei nostri non fossi fatto beneficio alcuno, eccetto quelli sono necessari per trarre da loro più utile e più frutto si potesse: avendo rispetto però a tenere la Città viva per potersene servire e che le industrie non si allontanassero_. Questi consigli sono di Francesco Guicciardini, il quale poi sempre cerca di legare a Casa Medici alcuni uomini e famiglie tanto strettamente che _lei senza loro, nè loro senza lei, non possino vivere_: al che gioverebbe rendergli odiosi all’universale con le Provvisioni, le quali fossero a pro loro aggravio pubblico. Luigi, fratello di Francesco, con l’andare in tutto ai versi del Papa, cercava riscattarsi dell’essergli dispiaciuto nel 1527.[247]
Poteva Clemente andare al suo fine se il Duca recasse una imperiale investitura; ma scrive il Vettori non l’otterrebbe, «perchè l’Imperatore è uomo giusto, e nella Capitolazione che fece Don Ferrando con la città, promise conservare la libertà.» Aggiunge poi, che «il Papa ne sarebbe biasimato da tutti gli uomini, e soprastandoli un Concilio, non credo fossi a proposito di Sua Santità incorrere in questa nota; perchè quello è seguito insino al presente si può molto ben difendere e scusare per molte ragioni, ma il pigliarne il titolo non si potrebbe escusare.[248]» Nè il Papa stesso avrebbe gradito che in mano sua il Principato di Firenze divenisse un Feudo imperiale; ma col pigliare sopra di sè tutto il carico della mancata fede sapeva bene d’andare a genio di Carlo V, e ciò gli bastava. Quanto a uno Stato dove gli Ottimati avessero parte, niun altro poteva essere più odioso nè in sè più discorde; nulla in Firenze lo preparava; ed è un governo fra tutti difficile a congegnare, laddove invece ai popoli stanchi degli eccessi popolari è ovvio passare sotto al principato di un uomo solo. Queste cose Clemente sapeva; i principi hanno sui loro ministri questo vantaggio, che posti al centro, distendono sopra le cose all’intorno più ampio lo sguardo e in sè più sicuro, perchè sempre vôlto a un solo pensiero. Sapeva poi che i Fiorentini poco erano atti a mantenere i forti propositi incontro agli agii d’una vita ornata e tranquilla,[249] e che un Medici con le cittadine tradizioni della Casa aveva in sè forza bastante a penetrare, quasi uomo per uomo, dentro a questo popolo per discioglierlo e farne sua cosa. Per queste ragioni deliberò il Papa d’imporre egli stesso quella forma di governo che dare voleva alla città di Firenze.