Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
Part 26
Fermata la bozza, mandò Malatesta a confortare la Signoria che non dubitasse di accettare quel partito di rimettere i Medici; perchè opererebbe egli sì, che fosse mantenuta quella condizione di conservare la libertà: risposero, ingiungendo a lui di combattere come era suo obbligo. Aveva Malatesta non solamente oltrepassato ma tradito il suo mandato, quando chiamato ad essere Capitano della Repubblica, non aveva fatto in dieci mesi altro che sempre negoziare coll’inimico, e ora disponeva della città come di sua roba, e di suo arbitrio ne regolava le sorti avvenire. Ma egli esclamando, essere qui a difendere Firenze non a distruggerla, e che non soffriva farsi autore della desolazione d’una tanto nobile e ricca e tanto da lui amata città, diceva pubblicamente avere proposito di chiedere buona licenza e partirsene: al che uniformandosi il Colonna, scrissero insieme alla Signoria con parole molto ossequiose, chiedendo licenza quando il partito di combattere si volesse mandare ad effetto. Rispose la Signoria col dare ad essi onorevolmente per iscritto la chiesta licenza; la quale essendo a Malatesta recata da un Andreolo Niccolini, quegli, infermo com’era di male francioso, gli tirò parecchie pugnalate, dopo alle quali gli fu a stento levato di mano. In questa ira che accecava Malatesta è tutto l’arcano delle intenzioni sue, potendo rimanere dubbio se egli o temesse perdere il grado che lo faceva innanzi a Clemente comparire arbitro di Firenze, o se piuttosto non vedesse cadere a terra un suo disegno per cui la Città con l’intervento dell’Imperatore venisse ad un qualche ragionevole componimento. Al quale effetto avrebbe egli condotto le fila che furono rotte dalla morte dell’Orange, e forse andavano ad un qualche più segreto pensiero di questo: certo è che in mezzo a quei tumulti, Malatesta si fece da molti udire dicendo come tra sè, «non essere Firenze stalla da muli, ma che l’avrebbe egli salvata ad ogni modo.» Di questo accenno ai due bastardi di Casa Medici pensi ognuno come più gli aggrada, e a quelle parole in apparenza tra sè borbottate potrebbono darsi molte e molto varie spiegazioni.
Ma ciò in qualunque modo sia, Malatesta da questo punto, senza più cercare coperta nè scusa, dovette mutare non so bene se io dica l’animo o le apparenze. La Signoria, udita l’ingiuria a lei fatta nella persona del Niccolini, comandò a tutti l’armarsi e andare contro alle case di Malatesta e contro ai nemici. A questo effetto chiamò in Piazza i Gonfaloni; ma tali erano di già il tumulto e la confusione d’ogni cosa, tanto a un ardire male consigliato si era già in molti mescolata la paura, che dei sedici Gonfaloni, otto soli comparvero nella Piazza. Dentro al Palagio, Ceccotto Tosinghi dimostrò in Consiglio per la vecchia sua esperienza militare, che nulla poteva tentarsi oramai: per le cui parole lo stesso Gonfaloniere, che si era armato, tornò indietro. E già Firenze pigliando aspetto di città sforzata, non si vedeva e non si udiva più che un gridare per l’imminenza dei mali estremi, un ricoverarsi nelle chiese, un aspettarsi l’esterminio della sua casa ciascuno e della sua famiglia. Imperocchè Malatesta in quel tempo aveva mandato Margutte da Perugia a rompere la Porta a San Pier Gattolini, e a Caccia Altoviti che v’era a guardia comandato da parte del Generale che se ne partisse; aveva già fatto entrare Pirro Colonna dentro ai Bastioni e rivolte le artiglierie contro alla città stessa, minacciando che metterebbe dentro gli Imperiali, se le bande della Milizia venissero avanti.
Ma intorno a lui già molti erano accorsi o antichi Palleschi, o nuovi e pentiti adoratori di Casa Medici, o stanchi o prudenti o paurosi; di quelli insomma che fanno ad un tratto mutare l’aspetto alle città in trambusto, mettendo col numero negli altri paura. Non pochi vi erano disertori della stessa milizia e uomini già provetti in gran parte delle famiglie maggiori e più ricche, i quali tutti insieme ed armati si andarono a raccogliere sulla Piazza di Santo Spirito, da essi scelta per la vicinità del nuovo alloggio di Malatesta. Figurava in capo agli altri un Alamanno de’ Pazzi; vi erano Giovan Francesco degli Antinori detto il Morticino, stato dei primi e dei più feroci per la libertà, e tra gli altri molto rumoroso Pier Vettori che nelle lettere poi acquistò fama; vi erano alcuni della famiglia e della parentela di Niccolò Capponi, il quale non si era creduto condurre le cose a tal fine. Giungevano essi al numero forse di quattrocento, tra loro essendo antichi odiatori dello stato popolare e molti di quei leggiadri giovani che sono il fiore delle città doviziose, i quali in Firenze anelavano da cittadini salire al grado e al titolo di cavaliere, presentendo in sè già quei tempi che hanno nome di giocondi perchè nulla è in essi di serio e di forte. Ma questi già erano la parte che dominava: Bernardo da Terrazzano, Commissario della milizia di quel Quartiere, vi corse subito a pregarli tornasse ciascuno al suo Gonfalone; ma fu ributtato con aspre parole, e fin della vita dai più temerari minacciato. La Signoria vi mandò Rosso dei Buondelmonti, chiedendo ciò solo che mostrando la città divisa non disturbassero gli accordi; al quale dissero, che non conoscevano altra Signoria nè altro Signore che Malatesta: e questi, a casa del quale era andato il Terrazzano, alla sua volta gli disse, che stava con quei giovani e che non conosceva altra Signoria. Bene entrambi avevano giudicato; e la libertà Fiorentina, come se allora si fosse guardata in seno, conobbe giunta la sua fine.
La sera medesima il Consiglio e la Pratica, radunati in fretta, rendettero per minor male il bastone a Malatesta, e al solo Zanobi Bartolini l’autorità del commissariato. Era il Governo già tutto in mano di questi due; Zanobi andava chiamato in Palazzo, dove non senza qualche difficoltà gli Ottanta crearono quattro Ambasciatori i quali andassero nel Campo a trattare con don Ferrante e col Valori, intesi già prima di queste cose con Malatesta: erano essi Bardo Altoviti, Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari, quello che fu ambasciatore in Roma a Clemente; i quali ebbero autorità di capitolare con la condizione che la Città rimanesse libera e che dei fatti di questi mesi non si tenesse memoria alcuna. In Piazza rimanevano alcuni armati, ma i più risoluti; tra’ quali Giovacchino Guasconi che vi condusse tutta intera la sua Compagnia, ed il Busini che di queste cose diede minuto ragguaglio. Questi essendosi raccolti sotto alla Ringhiera dei Signori, mentre di quelli di Santo Spirito alcuni venivano in arme nella Piazza, poteva una zuffa tra essi appiccarsi, e i soldati entrati dentro parteciparvi con grave pericolo della città. Nulla però avvenne; ed al tornare dei Commissari con la Capitolazione, già era in Firenze Baccio Valori divenuto con Malatesta signore ed arbitro d’ogni cosa.
I Capitoli furono questi: «In primis: Che la forma del Governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà; che i sostenuti dentro Firenze o in altre parti del Dominio per amicizia con la Casa dei Medici, si abbiano immediatamente a liberare, e i fuorusciti e banditi sieno _ipso facto_ restituiti alla patria e beni loro; che la città paghi all’Esercito ottanta mila scudi a brevi scadenze; che sieno dati in potere di don Ferrante, per sicurtà dei pagamenti da farsi, quelle persone che saranno nominate da lui medesimo fino al numero di cinquanta o di quel manco che piacesse alla Santità di Nostro Signore; e che le fortezze di tutto il dominio sieno ridotte in potere del Governo che si avrà a stabilire da Sua Maestà; che il signor Malatesta ed il signor Stefano Colonna, rinunziato il loro impegno con la Città, giurino in mano del Commissario Cesareo di restare con quelle genti che a loro Signorie parranno nella città, infino a che siano adempiute tutte le presenti convenzioni dentro al termine de’ quattro mesi soprascritti; che qualunque cittadino fiorentino, di che grado o condizione si sia, volendo, possa andare ad abitare a Roma o in qualsivoglia luogo liberamente e senza esser molestato in conto alcuno, nè in roba nè in persona; che tutto il Dominio e Terre acquistate dal felicissimo esercito abbiano a tornare in potere della Città di Firenze; che l’Esercito, pagato che sia, abbia ad uscire dal Dominio al possibile dentro il termine di otto giorni; che sia fatta generale remissione di tutte le pene, e che dal canto di Nostro Signore e suoi parenti ed amici sieno dimenticate tutte le ingiurie ricevute da qualsivoglia cittadino, usando con loro come buoni cittadini e fratelli; del che personalmente fanno promessa don Ferrante Gonzaga per conto dell’Imperatore, e Bartolommeo Valori per conto del Pontefice; che sotto la stessa promessa, ai sudditi e vassalli di Sua Maestà o della Santità Sua che si fossero fatti rei di disobbedienza per avere portato le armi contro ai loro Signori, sia fatta generale remissione e restituzione dei beni e della patria loro.» Queste cose furono stipulate nel Campo Cesareo ai 12 agosto; ma quanto valessero accordi siffatti, ben tosto si vidde.[231]
CAPITOLO XI.
FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA.
Ma fino all’ultimo la Città mantenne almeno il suo onore, avendo nel nome del Papa e di Cesare avuto promessa di rimanere libera e signora nell’antico dominio, e che i Medici non vi entrassero come vincitori. Le quali cose ai loro amici dispiacquero; e parve il danaro scarso, e quell’arbitrio dato a Carlo V riusciva sospetto. Ma dentro Firenze già erano i soldati; per le strade i Côrsi di Malatesta, ai quali era prima vietato mostrarsi, facevano guardia la notte, nè alcuno della città ardiva uscire di casa. Non erano ancora tornati dal Campo gli Ambasciatori, che una mano di quelli da Santo Spirito venuti in Piazza, comandarono alla Signoria che rilasciasse coloro che per essere tenuti amici dei Medici erano in più tempi stati rinchiusi in vari luoghi, taluni essendovi da oltre a dieci mesi, dei primi e più nobili della città. Il Busini, che gli vide uscire, dice che parevano con certi barboni, romiti allevati nella Falterona; veramente non credo avessero troppo dolce vita in tutti quei mesi. Furono poi rotte le Stinche, dov’erano gli ostaggi d’Arezzo e di Pisa. In breve, il grido mediceo di _Palle_ si cominciò a udire in vari luoghi, e la città mostrava già una nuova faccia.
I primi giorni era ogni cosa governata da Malatesta; il Palagio fu serrato, ed i Signori facevano quello che era ordinato da lui: diedero essi pubblicamente licenza ad ognuno di deporre le armi e di andare ad attendere alle botteghe e case loro; Malatesta prese a poco a poco l’ubbidienza di tutti i soldati ch’erano in Firenze; quell’atteggiarsi da vincitore bastò a mostrarlo anche traditore. Baccio Valori stava in casa seco, e le parole di ambedue suonavano sempre che volevano libertà, e che l’Imperatore acconciasse lo Stato egli. Avevano a lui da principio nominati Ambasciatori che poi non andarono: al Pontefice fu mandato in poste Bartolommeo Cavalcanti per ottenere che il numero di cinquanta ostaggi, dato per sicurtà delle paghe, fosse ridotto a venticinque. Si radunava per l’ultima volta il Gran Consiglio, da cui fu commesso alla Signoria di nominare cinque cittadini che provvedessero il Governo di centomila ducati per essere tra sei mesi rimborsati da cento cittadini, e i cento poi da trecento; questi ultimi essendo fatti creditori sopra le prime angherie che si porrebbero. Dovevano i cento e i trecento essere anch’essi nominati dalla Signoria, come al Pontefice, cioè (scrive il Capello) come al signor Malatesta, parrà: ed un’altra Provvisione avevano fatta di quaranta mila ducati per fare subito entrare nella città vettovaglie. Qui era estrema la carestia; le carni mancavano, delle altre derrate il prezzo eccessivo. Molti in città e nel distretto furono i morti di fame, di peste e di stento; per tutto il Dominio i saccheggi e i guasti fatti dai soldati amici e nemici non lasciarono immune alcun luogo. Ai morti in guerra si aggiunsero le uccisioni dei contadini; sommava il numero dell’une e delle altre a molte migliaia, ma troppo incerte sono le cifre che danno gli storici, le quali noi crediamo inutile registrare.
Ai 20 d’agosto Baccio Valori accordatosi con Malatesta, senza del quale nulla si faceva, mandò in Piazza quattro bande di soldati Côrsi con l’arme e fece, preso che ebbero i canti, suonare la campana grossa di Palazzo a Parlamento. Al quale convennero io non so quanti; che poco importava, non essendo i Parlamenti per tutto il corso della Repubblica altro che bugìe di libertà finta a benefizio della forza. La Signoria scese contro voglia in ringhiera, e con le forme consuete e con le solite acclamazioni fu eletta una Balìa di dodici cittadini i quali avessero facoltà quanta l’intero Popolo di Firenze. Allora scoppiava il grido di Palle Palle; e Baccio Valori con seguito di parenti e amici dei Medici, a cavallo, andò come trionfalmente alla Nunziata, d’onde, udito messa, tornò a casa di Malatesta. La Balìa, dopo avere la sera stessa rimesso i Medici, depose tutta l’antica Signoria, creando al modo solito per due mesi nuovo Gonfaloniere un Giovanni Corsi venuto da Roma. Privò delle usate facoltà l’ufizio dei Dieci e mutò quello degli Otto, nel quale entrarono i più nemici all’antico Stato. Mandava un bando, che niuno andasse per la città in arme, e niuno potesse uscire fuori delle porte, essendo queste guardate altresì da soldati, da famigli de’ nuovi Otto e da birri del Bargello. Uscì poi bando severissimo, che tutte le armi fossero consegnate; che furono grande numero, essendo tutta in Firenze la gioventù armata. Posero un altro accatto, con la dichiarazione che non dovesse cadere sopra gli amici dei Medici, e che non fosse nè meno di uno scudo per testa, nè più di cento: andavano gli eletti a ciò casa per casa, e a discrezione loro imponevano da un fiorino d’oro infino a dodici. Nella Balìa furono messi Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini; che era vecchia arte, perchè non paresse che il nuovo Stato volesse in tutto disfare l’antico.[232]
Era inteso per la Capitolazione, che assicurati i Capitani del pagamento degli ottantamila scudi promessi all’esercito, lascerebbero entrare in Firenze liberamente la vettovaglia; ma invece l’assedio continuava peggiore di prima, imperocchè soldati e capitani per avarizia e per superbia volevano subito essere pagati, e intanto impedivano l’entrata dei viveri; talchè alla Città stavano innanzi due pericoli, morirsi di fame e andare a sacco; nè il Papa stesso da Roma sapeva come provvedere. I cittadini più facoltosi non si ardivano per anche tornare in Firenze da Lucca o da altri luoghi, dov’erano fuorusciti. Poi si voleva che tutto il carico venisse a cadere sui vinti, ma il modo riusciva lento; cosicchè avendo imposto ai più ricchi tra questi la somma di cinque o settecento o mille scudi, andassero questi ostaggi nel campo finchè non l’avessero pagata: prima gli tennero in Palagio chiusi in quelle stanze dalle quali erano usciti i Palleschi, poi si mandavano all’esercito perchè ivi distribuiti come prigionieri tra’ Capitani, si riscattassero ciascuno del proprio; questi anche accettavano in pagamento drappi e oro filato stimati a vil prezzo. La Balìa inoltre pose un carico ad altri quaranta cittadini di mille scudi per ognuno, e sempre tra quelli che erano stati dei più ardenti a voler la guerra.
Avvenne allora che nel Campo nascesse una zuffa tra Spagnoli e Italiani, cresciuta bentosto in una vera battaglia, nella quale dalle due parti morì grande numero: l’odio era nel fondo dei cuori degli Italiani, che troppe avevano ingiurie da vendicare e ai quali doveva cadere sul capo la stessa vittoria. Ma Ferrante Gonzaga che vedeva gli Spagnoli avere la peggio, e che ad ogni modo voleva finirla, chiamò i Tedeschi in aiuto agli uomini della nazione del suo Signore, e quelli vi andarono di grande animo: in breve ora Tedeschi e Spagnoli con la superiorità del numero assaltarono il campo degli Italiani, e postili in fuga li saccheggiarono. Malatesta e Baccio Valori vedevano dalle mura e dagli orti dove insieme alloggiavano quello spettacolo; onde fatto mettere in armi tutti i soldati, si trova che avessero prurito di fare dar dentro anch’essi, e rompere tutto il campo degli stranieri: se non che Baccio Valori si oppose, pensando che la rovina di quell’esercito sarebbe rovina dello Stato dei Medici. Quindi i Colonnelli degli Italiani, passato Arno, si ritrassero sotto i monti di Fiesole dove erano alloggiati gli Spagnoli chiamati Bisogni; i quali senza aspettargli si ricovrarono al campo dei loro. Il che portò che gli Italiani lasciassero entrare tutti i viveri che da quella parte venivano dentro nella città affamata, e furono essi i più facili a pigliare il pagamento e i primi che licenziati si dipartissero.[233]
Per gli articoli dell’accordo, Malatesta doveva rimanere con tremila fanti due mesi alla guardia della città ed a sicurezza degli impegni presi da ambe le parti. Il Papa gli aveva con due Brevi reso grazie dell’operato da lui a conservazione della Città e a proprio benefizio del Papa istesso, che gli mandava uomini a trattare intorno alcune difficoltà insorte. Ma tosto di poi gli fece sapere essere sua mente che egli sgombrasse con tutte le sue genti la città due giorni dopo a che fosse partito l’esercito dei Tedeschi e degli Spagnoli, che il Commissario Baccio Valori confidava saldare al più presto. Il che non piacendo a Malatesta, scrisse una lettera a Clemente, nella quale mostrava il pericolo di lasciare senza guardia la città prima che i soldati stranieri, sempre avidi del sacco e male ubbidienti ai loro capi, si fossero allontanati; e che fuori anche di questo potevano gli Italiani rimasti, per essere pagati ultimi, unirsi al Maramaldo che intanto disertava le terre vicine guardando a Firenze. Per questi motivi pregava volesse la Sua Santità lasciarlo in Firenze tutto il tempo dei due mesi che era stabilito per sicurezza di tutte le cose convenute, nonostante che egli Malatesta, quanto a sè, non bramasse altro che andarsi a riposare nella città sua e quivi attendere a guarirsi. Ma il Papa gli fece di nuovo significare che vuotasse la città; per il che ai 12 di settembre (Stefano Colonna già essendosi prima tornato in Francia) Malatesta si partiva co’ suoi Perugini, portando seco molto danaro per il lauto trattamento che la Città gli aveva fatto, e alcuni cannoni avuti in dono dal nuovo Stato. In Perugia era nelle sue mani tutta la potenza dei Baglioni; ma il Papa frattanto aveva mandato legato in quella città il Cardinale Ippolito dei Medici, il quale attendendo ivi a esercitare la potestà pontificia, Malatesta così male affetto com’era del corpo e dell’animo si viveva in una sua villa, nella quale moriva negli ultimi giorni del seguente anno. Aveva mandato per le Città e nelle Corti chi lo scusasse o si chiamasse anche pronto a difenderlo con la spada in mano dalla taccia di traditore: della quale chi volesse interamente purgarlo dovrebbe mostrare che sia lecito a chi ha giurato e sempre fa mostra di difendere una parte, servire a quell’altra.[234] Prima che egli avesse lasciato Firenze, convenne pagare in fretta i suoi Côrsi: ma intanto gli eserciti si allontanavano, e Baccio Valori fece venire nella città il Conte di Lodrone con duemila Lanzi che ivi fecero buona guardia.[235]
Allora tornarono in grande numero gli usciti che stavano in Roma o che per mostrarsi neutrali si erano trattenuti in Lucca o altrove; e allora si pose mano alle persecuzioni e alle vendette. Ne aveva già dato il primo segnale Malatesta non appena fermato l’accordo: imperocchè Frate Benedetto da Foiano che predicando la libertà sapeva d’avere anche offeso la persona stessa del Papa, essendo fuggito in quei primi giorni ma poi scoperto da Malatesta, fu da lui mandato a Roma in dono a Clemente, che lo fece morire per lunghi stenti nel Castel Sant’Angelo, secondo che scrivono i suoi medesimi partigiani. I quali è vero che sogliono spesso primi commettere gli atti odiosi, e poi gettarli addosso ai loro padroni: ma pure nessuno potrebbe assolvere Papa Clemente, a cui l’uso della potenza e del comando aveva l’animo indurito; e i lunghi strazi d’irose passioni, e quelli stessi male compresi della coscienza, si erano tradotti in desiderii di vendetta nemmeno placati dopo la vittoria. Gli Otto, che avevano il carico d’inquisire e il diritto di giudicare in cose di Stato, fecero pigliare Francesco Carducci, Iacopo Gherardi e Bernardo da Castiglione, e subito poi Luigi Soderini e Giovan Battista Cei; i primi come autori principali della ribellione e della guerra, gli altri due per ingiurie pubbliche al Papa ed alla Casa dei Medici: furono tutti cinque esaminati con la tortura, poi decapitati; il che sarebbe pure avvenuto a Raffaello Girolami, anch’egli preso e accusato d’avere impedito gli accordi, se ai preghi di Ferrante Gonzaga non gli fosse stata mutata la pena in una prigione perpetua nel fondo della Torre di Pisa dove egli moriva e, come al solito fu detto, di morte affrettata. Era come si è veduto Commissario in Pisa Pier Adovardo Giachinotti, che fino all’ultimo non voleva credere alla Capitolazione:[236] mandato a scambiarlo Luigi Guicciardini, lo fece alla lesta dannare e uccidere. Tutti questi avrebbono potuto fuggire, ma tale avevano essi una fede che si credevano coperti, oltrechè dalla Capitolazione, dalla bontà stessa della causa loro e dal diritto. Nei Medici era entrato per contrario il sentimento d’essere in Firenze signori legittimi; e quindi osarono fare condannare a morte come rei quei loro nemici che più temevano; il che nelle altre mutazioni non si era mai fatto, bastando allora di togliere ai vinti la patria.