Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 8
Ma non cessavano le offese, perchè cessasse la guerra; gli odii restavano e i sospetti, e i disegni concetti prima si maturavano più in segreto; nè mai le paci in quella età davano quiete, poichè le bande di soldati licenziati seguitavano per conto loro correndo le strade a fare guasti ed imporre taglie pel riscatto delle terre, al che d’ordinario tenevano mano coloro medesimi che prima gli ebbero assoldati. Parve quindi necessario ai Fiorentini, conchiuso appena l’accordo del quale assai si dolevano, di nuovo ristringere coi Bolognesi e coll’Estense e col Signor di Padova l’antica lega; cui s’aggiunsero alcuni Signori delle terre della Chiesa, e quello di Mantova in sugli occhi del Visconti, che in modo crudele ne faceva rappresaglia dentro alla stessa Toscana. Piero Gambacorti usava ogni industria durante la guerra a schermirsi dal Visconti, pur sempre restando fedele amico alla Repubblica, per le cui forze si manteneva nello Stato, costretto però fin anche a impedire le mercanzie tra Pisa e Firenze, quando Iacopo del Verme girava in arme attorno a Pisa. Finita la guerra, a lui parve essere sollevato, ma ignorava l’infelice quello che in casa gli si tramasse. Era il popolo di Pisa come sempre ghibellino, così da gran tempo in molta paura della Repubblica di Firenze: ciò dava gran presa ai disegni del Visconti, il quale si aveva guadagnato ultimamente Iacopo di Appiano, scellerato uomo, che lo stesso Gambacorti si aveva allevato in grembo e fattolo suo cancelliere e confidente d’ogni più occulto pensiero suo. Alle denunzie ripetute che lui mostravano traditore non volle credere il buon vecchio: infine l’Appiano armatosi un giorno sotto colore di difesa contro ai Lanfranchi nemici suoi; quindi alla scoperta sotto agli stessi suoi occhi, facea trucidare colui dal quale teneva egli tanti benefizi e tutto l’essere suo. Pigliava poi subito la signoria di Pisa, tenendola ai cenni di Giovanni Galeazzo, che mandovvi anche soldati suoi.
In Firenze era, come vedemmo, da oltre dieci anni il reggimento nelle Arti maggiori, e i savi uomini e discreti si rallegravano al vedere tornata l’antica e buona forma della Repubblica, esclusa la plebe, e a ogni Arte dato il luogo suo, in quelle essendo la preminenza che più valevano pel sapere e per la ricchezza, e che alle altre davano il lavoro: scrive un cronista, che pareva essere tornati in via di verità. Ma già era il tempo dei governi popolari trascorso, e un secolo s’appressava di costumi signorili, d’imprese più vaste che voleano governi stretti, di forze raccolte in mano di pochi: nelle Arti maggiori sorgeano famiglie insieme capaci d’in sè comprendere tutta la Repubblica, battuti gli uomini che tiravano alla parte popolare o fosse a studio d’ambizione o per amore di egualità. La riforma dell’87 manteneva nei pochi lo Stato con la formazione delle Borse e col rigore degli squittinii pressochè tali da impedire l’incertezza delle tratte; ma perchè fosse governo stabile, mancava tuttora una forza che bastasse contro ai ritorni frequenti sempre delle popolari sedizioni, e che agli uomini del Palagio in ogni evento si assicurasse il dominio della Piazza. Quello che Giano della Bella aveva fatto nel 1293 armando il popolo contro a’ grandi, volevano ora cento anni dopo contro al popolo i nuovi ottimati, usciti da esso e da lui tuttora non bene divisi; patrizi in abito cittadino costretti cercare giù nel popolo le armi, non che i titoli e il diritto, e pur sempre essere popolani.
Era tratto pei mesi di settembre e ottobre 1393 Gonfaloniere di giustizia Maso degli Albizi, nato da un fratello di Piero che aveva sì alto levata la grandezza di quella famiglia: la memoria dello zio e quella stessa crudele morte che egli incontrava con dignità, davano a Maso aderenze grandi; e bene era egli uomo da usarle, avendo appreso nel lungo corso dei cittadini rivolgimenti come per mezzo del popolo si possa il popolo governare; uomo tutto fiorentino e sopra ad ogni altro capace a reggere quello Stato secondo che davano le condizioni di esso, le quali giammai non ebbe in animo di alterare. A’ 9 di ottobre, s’udì che avevano due sbanditi rivelato certe intelligenze di dentro con quelli che erano in Bologna, a fine di rendere lo Stato al popolo delle ventiquattro Arti. Di tali pratiche ve n’è sempre là dove sieno fuorusciti, e una denunzia viene in punto quando più giovi a chi governa farsi arme e scusa di un pericolo a meglio opprimere gli avversari. Allora essendo per quell’accusa tre artigiani presi e tormentati, dissero cose _vere e non vere_, e nominarono come fautori di quel trattato Cipriano ed altri degli Alberti che rimanevano in città: i quali essendo subito dati al Capitano che gli esaminasse, nulla confessarono. La domenica veniente, 19 ottobre, suonò a parlamento, al quale andarono molti giovani di grandi famiglie: fu data balìa prima a trentaquattro cittadini e poi ad altri in maggior numero eletti in Palagio dai Signori e dai Collegi, e i più da coloro che erano in sulla piazza, forse mille uomini che se ne stavano serrati presso alla ringhiera, dove i Signori erano scesi; costoro gridavano: «questo vogliamo, e questo no.» Elessero Capitano di guardia Francesco Gabbrielli d’Agubbio (famiglia che sempre si vede chiamata a fare le opere più violente); ordinarono che si potesse dai Signori e dai Collegi soldare più genti d’arme che prima non fosse lecito, ed imporre per via di prestanza danari senza che il partito andasse ai Consigli. Le borse antiche si rivedessero, e se alcuno fosse tratto per Gonfaloniere che non piacesse, altri fosse posto in luogo suo, ma rimanendo egli dei Priori; tra i quali fossero tre almeno di quelli scritti nel borsellino: il Gonfaloniere di giustizia, perchè avesse più autorità, vollero fosse in età almeno di 45 anni, il quale termine fu d’allora in poi tenuto fermo: il magistrato di Parte guelfa tornasse com’era prima del 1378, salvochè non avesse un Gonfaloniere suo, ma fosse retto da Capitani come era in addietro; e mantenuta la provvisione di quell’anno, per cui si toglieva a quel magistrato l’odioso diritto dell’ammonire o condannare chicchessia per ghibellino, che fu cagione di tanti scandali;[73] ma che non era più necessaria, lo Stato essendo oggimai tolto di mano al popolo degli artefici. Al quale effetto usarono anche un’altra industria; giovani nobili o _gentiletti_ si facevano matricolare nelle arti minute, e in quelle così veniano ad _essere principali_.[74]
Ma qui ebbe principio una molto violenta persecuzione durata più anni contro a quella famiglia degli Alberti che prima era stata toccata con tanta riserva o quasi timidità, talchè uno solo d’essi, ma il più famoso, moriva in esiglio. Ora, qualunque si fossero gli odii di parte o più veramente quei personali di Maso degli Albizi, quanti rimanevano degli Alberti, eccetto un solo co’ suoi discendenti, ebbero bando a distanze grandi, chi in qua chi in là, in Rodi, in Fiandra, a Barcellona; costretti dare malleverie o sodamenti per l’osservanza del confino e pagare multe; con proibizione di vendere i beni loro o di obbligarli in modo alcuno, perchè mentre gli uomini avevano bando, gli averi di nulla gravati restassero a discrezione della Repubblica.[75] In seguito vennero fatti di popolo molti di famiglie grandi, ma che attenevano personalmente ai nuovi ottimati; tra’ quali Bettino da Ricasoli, che nel 78 si era mostrato nell’ammonire così ostinato e poi era stato uno dei ribelli: molti del popolo vennero fatti grandi, ed altri banditi o dannati a carcere perpetua, e uccisi taluni. Ma quello che fu poi tutto il nerbo di quello Stato il quale pigliava allora solido fondamento, fecero il Comune soldasse trecento fanti e dugento balestrieri genovesi, i quali abitassero vicini alla piazza e di quella stessero alla guardia: scrissero poi due mila cittadini atti nell’arme e dei loro più confidenti, ai quali diedero una sopravesta con l’insegna della Parte guelfa; questi divisi per gonfaloni aveano loggie dove al bisogno si radunasse ciascun gonfalone, ed ai non iscritti in quella milizia era vietato portare armi, pena la testa.[76] A benefizio ed a richiesta dell’Arte della lana, ch’ebbe gran mano in questi fatti,[77] e nella quale erano gli Albizzi potentissimi, si decretò che per cinque anni fosse proibita l’entrata dei panni forestieri, eccetto d’alcuni pochi luoghi designati.
Mentre si facevano tali cose e in mezzo al rumore durato più giorni, una parte degli artefici ch’erano armati in sulla piazza piena di gente andarono a casa del Capitano del popolo, e tolto il pennone tornarono in piazza gridando «Viva il Popolo e le Arti:» ma gli altri, corsi loro addosso, fecero ad essi gridare «Viva il Popolo e Parte guelfa;» al che negandosi due di quelli, furono morti; e nella piazza più non s’udì altro che una voce. I Priori per la meglio avevano dato l’insegna dei Guelfi e quella del Popolo a due molto cari ed autorevoli cittadini, Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, i quali non erano interamente di parte loro, ma si tenevano di mezzo e non volevano ricadere nelle Arti minute. Allora di queste andarono molti a Vieri de’ Medici, che rimaneva con un Michele de’ parenti di Salvestro; volevano togliesse l’insegna del Popolo, che tutti sarebbero andati con lui, dicendo che meglio d’ogni altro cittadino la doveano aver loro due: ma benchè molti si adoprassero a questo effetto, ed in più modi, ricusò Vieri e stette a casa, o fosse in lui poca ambizione o bontà o prudenza. Ma fu tenuto che se i Medici avessero allora voluto essere cogli artefici, molti scoprendosi che non si ardivano, era gran pericolo che la città non rimanesse _sotto le branche di quella famiglia_: parole quasi divinatrici in bocca di tale il quale non vidde dipoi quelle branche davvero stringere la Repubblica.[78] Così finivano i due mesi memorabili del gonfalonierato di Maso degli Albizi; e pe’ due che furon ultimi dell’anno 1393 veniva tratto gonfaloniere, o piuttosto scelto, Niccolò da Uzzano, grande cittadino, il quale vedremo per molti anni insieme con Maso governare quello Stato che a senno di pochi reggeva dipoi, non senza gloria, la Repubblica.
Rimanevano da umiliare o da percotere due soli, Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, che da principio diedero mano a quello Stato, ma pure voleano governo più largo, e a quella setta non aderivano la quale infine era venuta ad occuparlo. Il Gianfigliazzi, perchè era uomo che si contentava tenersi di mezzo, avea promesso ad un Alberti una sua figlia; del che adombrandosi quei dello Stato, gli Otto di guardia gli comandarono con gravi minaccie disfacesse il parentado, ed egli ubbidiva: ma la fanciulla amava il giovane ed altri non volle: talchè abbassato messer Rinaldo ch’ebbe gran biasimo della rotta fede, ed egli essendo poi negli uffici anche adoperato da chi reggeva, diedero questi consentimento che il matrimonio si facesse. Ma di altra tempra e di ben altra autorità era Donato Acciaioli, il più eminente cittadino che avesse Firenze sì per la famiglia che il gran Siniscalco aveva levata sopra alle private condizioni, e sì per il grado che tenea Donato nella Repubblica, dove le maggiori ambascerie o commissariati ed i negozi di più rilievo a lui venivano confidati; l’acquisto d’Arezzo teneano che fosse opera sua. Franco ne’ consigli, severo ed anche aspro talvolta riprenditore, non temeva egli l’egualità perchè sicuro in sè medesimo, che tra gli eguali sarebbe primo: i suoi contrari invidiosamente lui chiamavano duca e principe. Nei primi tempi si teneva egli non alieno dallo Stato, e fu anche nel 1395 Gonfaloniere, e andò a Milano ambasciatore. Ma sul principio del 96 veduta la setta vie più ristringersi con la esclusione dei meno amici o confidenti, e accadendo quella volta essere tratta una Signoria dov’erano tali cui l’Acciaioli credeva potersi fidare, a lui parve essere momento da riformare lo Stato ampliando le borse con la restituzione di coloro che n’erano stati di recente tolti via, sebbene fossero meritevoli. Si apriva di questo con taluni de’ Priori e con un figlio del Gonfaloniere di casa Ricoveri; ma quelli risposero, come spauriti, non essere cose le quali fossero da toccare; e il giovine al padre riferì il tutto. Al Gonfaloniere e agli altri parve che il caso volesse rimedio, ed ai capi della setta parve da cogliere l’occasione. Fu eletta una pratica di Dodici cittadini, ed uno era (consueta astuzia in questi casi) Donato stesso; il quale chiamato con gli altri in Palagio, vi andò; ma tutti presente lui si riguardavano come da uomo di già sospetto, e uno disse apertamente che il male era dentro e che doveasi prima tôrre. Fu quindi rinchiuso nella camera del Frate, e gli altri andavano e venivano, e chi in un modo e chi nell’altro lo consigliavano; amici falsi lui stringevano a confessare la colpa. Qui varie e dubbie relazioni lasciano incertezze intorno a quel fatto, e non mancò chi la disse guerra incontro mossagli per invidia.[79] Donato istesso, in una lettera che dipoi scrisse alla Signoria, non bene si vede se non potesse dei fatti suoi dire ogni cosa, o non volesse troppo allargarsi nell’accusare i potenti che l’oppressero, o quei più bassi che lo tradirono: forse irritato e messo al punto, aveva egli minacciato venire alle armi; forse i paurosi a lui devoti e i più avventati gli consigliavano di munirsi, e intanto andavano per città spargendo voci di sedizione. Tra’ suoi contrari, i più feroci voleano fosse dannato a morte; e vi ha chi dice avere egli scampato la vita col rendersi in colpa e domandare perdonanza in ginocchioni senza cappuccio davanti a’ Signori. Ebbe egli invece confine a Barletta per venti anni; e la Signoria scriveva pubbliche lettere al fratello di lui Agnolo Acciaioli, ch’era Cardinale, escusandosi della necessità in che era stata di dare bando al principale suo cittadino, per avere egli cercato, e (quando in altro modo non si potesse) per via della forza, mutare lo Stato e gli ordini della Repubblica. Con l’Acciaioli furono condannati Alamanno di Salvestro ed altri dei Medici, ed artefici di minor conto.[80]
Tra gli sbanditi erano molti rotti alle zuffe cittadinesche, dall’esiglio inferociti, e pronti ad ogni temerità. La Lombardia n’era piena, e molti spiavano in Bologna le occasioni; otto dei quali (v’era un Adimari dei Cavicciuli, un Ricci, un Medici, un Girolami) chiamati da uno dei Cavicciuli di dentro, dopo essere due dì stati occulti in Firenze, uscirono insieme per uccidere Maso degli Albizzi, la cui morte si credevano bastasse a mettere la città in arme. Avevano spie, dalle quali udito che Maso era entrato da San Piero nella bottega d’uno speziale, corsero quivi; ma non trovatolo, e per la via stessa tornando indietro in Mercato Vecchio, uccisero due giovani figli di cittadini a loro nemici; e ritrattisi di quivi pure, per la grande calca si fermarono nella Loggia degli Adimari che aveva nome la Neghittosa, gridando al popolo che gli attorniava: «Serrate le botteghe, e seguitateci; chè non pagherete più prestanze e non avrete più guerra.» Non bastò; ed essi ch’erano andati giù per la via de’ Servi, quando ebbero avviso di gente armata che là muoveva, si rifuggirono in Santa Maria del Fiore, quivi entrati per le tetta delle nuove costruzioni; e là rinchiusi ed assediati, furono presi la sera, e tosto decapitati a piè dei loro palagi stessi.
Qui ai tempi precorrendo per non dividere la materia, narreremo come in appresso avendo un altro dei Cavicciuli rivelato avere saputo da un altro dei Ricci d’una più vasta congiura che s’ordiva con gli usciti, furono presi gli accusati, dai quali si seppe come dovessero molti rientrare in Toscana segretamente e pel greto d’Arno invadere la città; dove uccidendo i fanti che stavano a provvigione della Repubblica, avriano comodo d’ammazzare i reggitori, ed a foggia loro mutare lo Stato. Su di che essendo gli accusati presi, ebbero mozza la testa, salvo uno cui fu perdonato alle lacrime del padre, onorato cittadino che da Venezia corse a pregarne in ginocchioni la Signoria. Dipoi uno degli Alberti che si tenea quieto, ma fu denunziato da un monaco il quale diceva avergli tenuto mano, ebbe condanna ma non della testa perch’egli negava, sebbene il monaco molto lo aggravasse. Allora volendo a tali pratiche porre un termine, fecero balía di novanta cittadini, quindi altra balía, per le quali ebbero bando sei degli Alberti e sei dei Ricci e due dei Medici, tre degli Scali, due degli Strozzi, Bindo Altoviti, un Adimari e molti di plebe: con essi anche furono chiamati ribelli i Conti di Bagno e quei di Modigliana e gli Ubertini, i quali s’erano un’altra volta levati contro alla Repubblica. Dipoi furono messi a sedere tutti i Medici, tranne pochi, e tutti i Ricci, e più Alberti confinati.[81] Ma contro a questa famiglia si trovano pel corso di più anni estese o aggravate le condanne, poi fatte comuni a quanti portassero quel nome, del quale nessuno infine poteva, senza essere ucciso per taglia di mille o più fiorini, farsi trovare dentro alle dugento miglia dalla città di Firenze; aggiungendo che nessuno di questa famiglia il quale fosse in età di sedici anni o che in avvenire a quella giugnesse, potesse in Firenze rimanere. Tutte le case degli Alberti si vendessero, togliendo da quelle le armi della famiglia, e la loro loggia fosse rasata a terra: chi togliesse donna degli Alberti o in quella casa ponesse una figlia, pagasse di pena mille fiorini d’oro: niun cittadino o suddito della Repubblica potesse nel raggio di dugento miglia farsi loro socio di commercio o fattore; e quando fosse, dovesse ritirarsi dentro a sei mesi. Continuava quella persecuzione per tutta intera un’età d’uomo: quando poi furono morti quei vecchi nei quali vivevano più fieri gli odii della parte loro, e quando gli Alberti non più si temevano, vennero questi gradatamente riabilitati.[82] Ora è da tornare ai fatti esterni della Repubblica.
Era morto sul principio del 1394 presso Firenze in Polverosa Giovanni Aguto, molto onorato dalla Repubblica:[83] la quale vedeva i migliori capitani tutti stare col Visconti, e fra tutti erano i più insigni Alberico e Giovanni da Barbiano. Guerreggiava questi su quel di Ferrara con Azzo da Este contro al marchese Niccolò, al quale avevano i Fiorentini mandato soccorso d’oltre quattrocento lance; le quali unite alle forze del signor di Faenza Astorre Manfredi, ponevano assedio al castello di Barbiano, lungamente prolungandosi in quelle parti la guerra. Da un’altra banda, alcune compagnie di fuorusciti Perugini entrate in Toscana si erano messe intorno a Gargonza, e con l’appoggio dei Senesi, molto infestavano Val di Chiana: in Pisa l’Appiano fortificatosi con aiuti più o meno palesi di Giovan Galeazzo minacciava Lucca, la quale si venne più a ristringere co’ Fiorentini. Per le quali cose bene era guerra tra le due parti, ma perchè a Firenze giovava stare sulle difese, ed al Visconti l’occulta guerra soleva fruttare assai meglio della campeggiata, gli ambasciatori andavano e venivano scambiando le accuse, ma senza cessare le professioni della amicizia; tantochè infine si foggiò anche un simulacro di lega, con la solita bugia d’opporsi alle bande dei venturieri, quasichè fossero essi soli la cagione per cui la pace veniva turbata. Frattanto Giovan Galeazzo s’era fatto duca di Milano, avendo comprato cotesto titolo per moneta dall’abietto imperatore Vinceslao, che da principio aveva offerto ai nemici del Visconti il poco valido suo aiuto.
La Repubblica, mentre onorava per ambasciatori il nuovo Duca nelle magnificenze di Milano, più era sollecita a cercargli nimicizie; frequenti andavano gli oratori nei vari Stati anche d’oltremonti, e Coluccio Salutati scriveva lettere infiammate, sì che il Visconti soleva dire che la penna di Coluccio era a lui peggio che una spada: i mercanti fiorentini sparsi pel mondo attizzavano odii contro al tiranno di Lombardia. Ma nell’Italia non erano forze bastanti ad essergli contrappeso, e quindi Firenze dovette sè fare centro di ogni cosa, usando le industrie e l’acutezze degli ingegni, e confortata dall’antiveggenza di quei mancamenti che la gran possa del suo nemico in sè medesima troverebbe.[84] In Puglia il giovane Ladislao, figlio rimasto del re Carlo di Durazzo sotto la tutela di Margherita sua madre, avea da combattere la sparsa guerra dei Baroni di parte contraria; e i Fiorentini, ai quali premeva fortificare quel Regno, a lui cercavano l’amicizia del Papa, levando via certi scandali e salvatichezze ch’erano nate tra loro, e procurando il maritaggio di Giovanna sorella di lui con Sigismondo novello re d’Ungheria, perchè ricongiunte insieme le forze di quei due Regni, assicurassero lo Stato di Napoli contro alla parte che favoriva gli Angiovini di Provenza. Andarono a questo fine ambasciate a Roma, e a Gaeta dove era Ladislao, o a Buda dell’Ungheria: dal Papa nemmeno ebbero il soccorso che Bonifazio poteva dare, essendo gran parte delle terre della Chiesa ribelli, da poi che gli stessi Fiorentini le avean chiamate venti anni prima a libertà; e ora prestavano questi mano contro al Papa ai Perugini, mentre che Roma tumultuando si governava pei suoi Banderesi.[85] Cercato avrebbe Bonifazio a sè difesa contro al Visconti da una lega che a lui sarebbe parsa potente abbastanza, qualora Venezia in quella fosse intervenuta; e i Fiorentini in questo mezzo a lui dispiacevano chiamando aiuti dai Re francesi che mantenevano l’osservanza dello scismatico d’Avignone e lui studiavansi di promuovere. La Repubblica inviava quell’anno 1396 ambasciatore a Parigi Maso degli Albizzi, cui si aggiunse poco di poi Buonaccorso Pitti; dopo lunghi negoziati a’ 29 settembre strinsero lega, che fu di nome, col re Carlo VI alienato della mente: ma di Francia non veniva pure un soldato,[86] ed i Fiorentini doveano scusarsi appresso al Papa ed a Ladislao col dire che, aveano in tutto salvato le ragioni loro nelle condizioni dell’accordo; e mandarono a Venezia Niccolò da Uzzano perchè dichiarasse che nella lega con Francia non voleano fare nè per l’Antipapa nè per il Duca d’Angiò, _nè contro alla libertà_ d’Italia.[87] Bene il Visconti opponeva ai Fiorentini _meglio essere che gli Italiani si tengano Italia, che lasciarci pigliare piede ai Francesi_;[88] ma egli frattanto cercava condurre il Re dei Romani ed altri principi Alemanni contro a’ Francesi,[89] che nell’Italia di già avevano messo piede per altra via; imperocchè Genova, cui tanto mare ubbidiva ma che di sè stessa non bene tenne la padronanza, temendo cadere un’altra volta sotto al Visconti, s’era data al Re di Francia.