Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3

Part 21

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Questo fu il tempo nella città di Firenze dei più splendidi edifizi. Prima d’allora i palagi pubblici e più assai le chiese avevano aggiunto al fiero stile dei rozzi secoli qual cosa di più italiano, dove le classiche reminiscenze s’intravedevano, poi fatte palesi nel Campanile di Giotto: aveva l’Orcagna disegnata ad arco tondo la grande sua Loggia. Ma nell’aprirsi del quattrocento erano entrati nella giovinezza tre grandi ingegni, dei quali ci siamo riservati a dire per ultimo: le forme del bello già educavano anche per mezzo della scrittura la mente agli artisti, ai quali nel tempo stesso divenivano grande studio i monumenti dell’antichità, dimenticati per lunghi secoli nella stessa Roma. Ed era Firenze allora in grande fortuna e splendore, cresciuta di stato e meglio ordinata che in altri tempi mai, fiorente di molto diffusa ricchezza per le manifatture di seta e pei lavori d’oro e d’argento; i maggiori artisti uscivano spesso dalle botteghe d’orificeria.

Era della fabbrica di Santa Maria del Fiore condotta a termine la navata, e alzati i quattro grandi pilastri su’ quali doveva posare la Cupola: questa intendevano fare a somiglianza del Pantheon d’Agrippa; ma farla girare su base ottagona aveva grandissime difficoltà, e molto se ne disputava, quando si fece innanzi tale uomo che pensò altro modo, e compiè un’opera di cui non aveva lasciato esempio l’antichità. Filippo di Ser Brunellesco [n. 1379], d’illustre casato ma di piccola fortuna, prima nella bottega d’un orafo imparò il disegno, e lavorando di quell’arte, presto divenne eccellente in legare pietre fini, e nei lavori di niello, e figurette d’argento e bassirilievi. Ma il grande suo ingegno molto inclinato alla speculazione si diede bentosto alle combinazioni della meccanica, tantochè fece di mano sua buoni orologi, avanzò la scienza della prospettiva, e la insegnò ad altri, piacendosi molto dell’immaginare cose ingegnose e difficili; esercitò l’arte della scultura, facendo in quella opere che sono anche ai dì nostri molto ammirate. Ma più che ad altro sentiasi nato all’architettura, e credo pensasse fin dai primi anni alla Cupola del Duomo, perchè nel 1401, venduto un poderetto che aveva, si condusse a Roma, e dimoratovi lungamente, altro non faceva che esercitarsi dietro agli antichi edifizi, e cercarne sotterra le rovine, studiando i modi a girare le vôlte, ed i congegni delle pietre ed ogni parte delle costruzioni. Alternò fino al 1417 la dimora tra Roma e Firenze, dove interrogato circa la Cupola, fece prevalere il suo consiglio di cavarla fuori del tetto, sottoponendole un fregio o tamburo di quindici braccia che avesse per ognuna delle otto faccie un occhio grande. Già fino dal 1407 si erano cominciate a costruire le tre grandi tribune intorno al coro, ciascuna con le cinque sue cappelle, e si chiuse l’anno 1420 la terza tribuna. Filippo intanto, che tutti quelli anni avea studiato segretamente e preparato il suo modello, cominciò a dirne ed a mostrarne qualcosa agli uficiali preposti all’Opera; i quali per mezzo de’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, in Lamagna, in Inghilterra ed in Ispagna, aveano chiamato a concorrervi i più sperimentati e valenti ingegni che fossero in quelle regioni: questo almeno si legge. Nel marzo del 1420 si tenne un Consiglio generale, dove ciascuno dei maestri, presentato il suo modello, e fattesi le più strane proposte sul modo di volger la Cupola, il Brunelleschi mostrò e difese il suo concetto che parve cosa impossibile ad eseguire; ond’egli irritato e per le bestiali cose che furono dette, s’infervorò tanto da essere creduto pazzo e dai donzelli sarebbe stato fatto portare di peso fuori della sala. Documenti certi mostrano poi come un mese dopo venendosi più seriamente a trattar seco, il Brunelleschi mettesse in iscritto l’istruzione per eseguire il suo modello, su di che l’opera gli fu allogata. Voltare la Cupola con nuovo ardimento, senza armature che la reggessero durante la costruzione; farla salire a sesto acuto, il che era darle una maggiore e più terribile elevatezza di sentimento; sovrapporre alla Cupola interna un’altra fuori, in modo che fra l’una e l’altra si cammini; collegare insieme le due cupole con morse di pietra, e assicurare tutta la fabbrica facendo girare le faccie di quella sopra il tamburo con una forte incatenatura di ventiquattro travi di quercia fasciate di ferro: questo fu il disegno che il grande architetto potè condurre ad esecuzione, facile a lui che nella mente aveva da prima ogni cosa preveduto. A’ dì 7 agosto del 1420 si cominciò a murare, e nell’anno 1434, che fu di sì grande mutazione nelle cose di Firenze, fu chiusa la Cupola: mirabile opera sopra ogni altra non solamente dei tempi antichi ma dei moderni, perchè quella che il Buonarroti fece in Roma, piantata più in alto, non ha in sè stessa maggiore ampiezza, e meno intende verso il cielo. Anche il disegno della Lanterna è del Brunelleschi; se non che l’opera andò in lungo, ed egli intanto dirigeva altri edifizi, tra’ quali le chiese di Santo Spirito e di San Lorenzo; ed a Luca Pitti fece il disegno del Palazzo che poi finito ed ampliato assai, divenne reggia ai principi di Toscana. Moriva Filippo l’anno 1446.

Donato, più spesso appellato Donatello, trovò la scultura rimasta indietro alle Arti sorelle, e la condusse tanto innanzi da potere essa prestare ogni cosa che a lei chiedessero il genio e l’anima dell’artista. Quasi coetaneo al Brunellesco, era egli andato seco in Roma a fare pratica sulle antiche statue; non però divenne imitatore degli antichi, seguendo piuttosto la propria sua indole, che nulla aveva del romano e non abbastanza del greco sentire. Non ebbe chi lo agguagliasse quanto alla intelligenza del vero, ed alla scienza dei movimenti, ed al possesso di tutti i mezzi dell’arte e alla maestria dell’esecuzione; ottimamente riuscì ad esprimere gli affetti comuni, ma giunse di rado alle profondità del sentimento, e nelle forme non parve intendere a ideale bellezza: fu tale insomma, che portò l’arte della scultura fino alla eccellenza, ma egli medesimo non ne toccò il colmo. Vero è però che il grande artista superò sè stesso nella statua di San Giorgio, una di quelle che adornano l’imbasamento dell’edifizio d’Or San Michele; qui pare la bella persona muoversi dentro al marmo, ed un’espressione dignitosa è nelle fattezze di quel nobile soldato. In quella faccia del Campanile che sta di contro a San Giovanni, è in alto una nicchia con entro la statua di un uomo calvo; questa Donatello solea chiamare il suo Zuccone, mostrando amarla più d’ogni altra cosa sua, e nel guardarla diceva ad essa motteggiando: parla, che ti venga la malora. Fu eccellente nei bassorilievi, e osò primo nei moderni tempi fare una statua equestre in bronzo, che i Veneziani decretarono al Gattamelata, e sta in Padova sulla Piazza di Santo Antonio. Vissuto a lungo, è grande il numero dei suoi lavori; ma egli semplice e modesto, e trascurato del molto danaro che avea guadagnato, non soffrì mai di abbandonare la sua bottega nè il grembiule di artigiano.

Di rado avviene che ad un artista sia dato raccogliere in una sua opera quanto egli abbia in sè d’eccellenza ed egli medesimo passarne il segno. Ma ciò si vidde in Lorenzo Ghiberti, che figlio di un orafo valente, avendo bentosto superato il padre, si diede a gettare figure in bronzo e a lavori di tal sorta con molta sua lode: si esercitò ancora nella pittura che gli fu di grande aiuto (come vedremo), alle altre sue opere. Era Lorenzo di età giovanissima quando i Consoli dei Mercanti deliberarono fare al tempio di San Giovanni una Porta in bronzo a somiglianza di quella che Andrea Pisano aveva fatta cento anni prima; e, come era buona usanza in Firenze, chiamarono artisti che facessero a concorrenza ciascuno una storia sul disegno di quelle d’Andrea. Fra molti anche il Brunelleschi e Donatello presentarono per saggio la storia loro; ma, essi medesimi consenzienti, fu data l’opera al Ghiberti, che riescì bellissima; e fu grande progresso nell’arte: se non che essendosi nello spartimento delle storie voluto seguire il disegno del vecchio artista, parve nell’insieme essere qualcosa che non aggiungesse l’eleganza cui gli occhi già s’erano esercitati in Firenze. Ma nelle figure tutti ravvisarono quanto Lorenzo valesse: talchè non appena finita la prima, gli diedero a fare la Porta maggiore che sta in faccia al Duomo. Di questa null’altro è a dire, se non che ogni cosa è bello di quanta bellezza è capace l’arte; nè mai gli antichi avean fatta opera somigliante. In essa le dieci grandi storie sono quanto alle figure ed alle composizioni quadri veri da stare accanto ai più eccellenti; pare a guardarli, vedervi dentro il colore. La grazia, la verità e la varietà delle mosse, le invenzioni e la maravigliosa esecuzione delle cornici di foglie e frutta che girano attorno alla porta, la perfetta proporzione e l’armonia di tutta l’opera, tali si mostrano, che il Buonarroti la chiamò Porta degna del Paradiso. Io non ricordo avervi mai posati su gli occhi, che io non dicessi in me medesimo: qui è perfezione. Mentre il Ghiberti attendeva quasi per tutta la vita a queste due opere, altre ne fece pure lodatissime; l’arca storiata di San Zanobi in Santa Maria del Fiore, e tre delle grandi statue in bronzo che stanno attorno ad Or San Michele. Era egli anche stato dato compagno al Brunelleschi nell’opera della Cupola, ma parve non essere altro che d’impaccio, e dovè ritrarsene. Lasciò alcuni Commentarii intorno ai suoi studi: mai non aveva abbandonato l’arte sua prima, e di oreficeria lavorò sempre; il che gli dava grossi guadagni. Fece a Martino V un bottone da piviale con gioie e figure d’oro in rilievo; ad Eugenio IV una mitra di trasmodante ricchezza e di bellissimo artificio. Dovemmo tacere di lui e del grande e vario numero degli artefici, tante opere insigni di cui si abbellivano i forzieri dei privati, le case, le ville e le cappelle ornate a quel tempo nel quale in Firenze parve risedere il fiore del bello. Queste cose erano state prima che le arti e le lettere sentissero la protezione di Casa Medici.

LIBRO QUINTO.

CAPITOLO I.

LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. — ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA. — CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI BORGO SAN SEPOLCRO E DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.]

La Balìa dalla quale fu richiamato Cosimo de’ Medici continuava sino alla fine del mese d’ottobre, che fu anche il termine della Signoria; alla quale succedette per gli ultimi due mesi dell’anno, e co’ Priori tutti fatti a mano, Giovanni Minerbetti Gonfaloniere. I confinati dalla Balìa troviamo che giunsero al numero di trentuno: e quanto importasse a fortificare quello Stato, fu in quei primi giorni ordinato con le asprezze consuete, ma insieme con manco rispetti a quelle forme di libertà che prima soleano tenersi solenni: la plebe e Cosimo s’intendevano, e a questo ed ai suoi premeva che niuno s’alzasse all’intorno, che la Repubblica non avesse nè capi autorevoli nè forti e sinceri e veramente liberi magistrati. Agli Otto di guardia avevano dato balìa di sangue, la quale valeva contro a chi tentasse novità o che solamente sparlasse; e taluni per discorsi fatti, o vennero uccisi o andarono in bando.[286] Il quale fu esteso infino a dieci anni per quei confinati che prima erano a più breve tempo; vietato lo scrivere ad essi lettere o riceverne; fatte leggi molto strette, con grandissime difficoltà a che potesse mai vincersi nei Consigli e nei Collegi la restituzione dei fuorusciti o ribelli, tantochè di trentasei fave ce ne volevano trentaquattro. Pigliando motivo o pretesto dall’avere gli sbanditi rotto il confine, molti di loro fatti ribelli erano condannati nelle persone e nella roba, le terre e le case vendute a vil prezzo agli amici dello Stato nuovo; e intanto gli avversi che rimanevano in città, o quelli dei quali non fossero chiari, venivano aggravati co’ balzelli più che non potessero portare; così erano astretti a finire nella miseria o farsi clienti a quella famiglia che tanti sapeva co’ doni acquistarne, e che piacevasi di cercare ne’ luoghi più bassi i fondamenti della grandezza sua: Cosimo de’ Medici tirava su molti delle arti minori a farsi abili a’ maggiori ufizi; e soleva dire, che due canne di panno rosato bastano a fare un uomo dabbene, gli antichi avendo egli messi fuori. Le famiglie quasi intere dei Peruzzi, dei Rondinelli, dei Guasconi, dei Castellani, dei Corsi, e molti dei da Ricasoli, dei Frescobaldi, dei Bardi, furono rimossi da ogni ufficio, e messi nel numero dei Grandi o a quello restituiti. Da un’altra parte, togliere via gli antichi ordini contro ai nobili o si temette potesse spiacere al popolo degli artefici, o parve migliore consiglio procedere in questo pure alla spicciolata, e così rompere gli antichi consorzi e tutti gli ordini di persone. Di quel consiglio si disse autore Puccio, cui sempre si attribuivano i pensieri più sottili: e a questo modo i grandi non tutti, ma gradatamente il maggior numero fatti popolani, divennero abili ad esercitare i magistrati, però con divieto per dieci anni dalla Signoria. Perdeano il diritto che prima avevano di sedere un certo numero, comunque piccolo, del loro ordine in molti uffici e magistrati; ai quali veniano eletti di rado, confusi com’erano ora nel numero e sgraditi ai popolani: così era aperta ad essi pure una sola via, servire alla parte che tutto poteva. Dalle arti minori e dalle congreghe degli artefici minuti infino alle stirpi tenute maggiori d’autorità o di sangue, i Medici ebbero ogni cosa tramutato, rimescolato, diviso: poterono bene serbare le forme della Repubblica, della quale erano i nervi disciolti e le resistenze triturate e fatto polvere ogni cosa.[287]

Intanto gli esigli continuavano; ogni giorno quasi che rimanea di quell’anno aveva il suo numero di nuovi sbanditi: i nomi ci restano di ottanta o circa, la maggior parte dei più chiari e con essi non pochi oscuri; v’è infino certa Madonna Apollonia pazza: sbanditi di molte famiglie sinanche i bambini nelle fasce e i nascituri. Ben altre volte andarono in bando per grandi frazioni, o tutti insieme come nel settantotto, i primi uomini dello Stato; ma erano balzi prodotti dall’urto di forze contrarie: qui un freddo proposito deliberato, costante; e Cosimo a quelli che lo accusavano di guastare così la città, soleva rispondere: Meglio città guasta che perduta; malvagia parola, e indice d’animo tirannesco. Non poche famiglie rimasero trapiantate nelle città del Reame e di Lombardia; molte ne andarono a fondare case di commercio in sulle rive del Rodano ed a Lione massimamente, dove ci avverrà di ritrovare per tutto il corso dell’Istoria nostra una colonia di fuorusciti, nemici costanti della Casa Medici: non poche di queste famiglie durarono ivi ed in Provenza fino ai giorni nostri, o vi rimangono tuttavia. Di tante male opere nessuna però fu iniqua al pari del bando dato a Palla Strozzi, la cui modestia e civile temperanza parve essere stata cagione che fosse Cosimo restituito: contro a quel buono e preclaro cittadino uscì la sentenza ai 10 novembre; e da quel giorno gli onesti scôrsero alla parte regnatrice mancato il freno anche della vergogna. Il savio Agnolo Pandolfini che, poco avendo amato gli Albizzi, vagheggiava sempre e aveva forse anche sperato da Cosimo un qualche ritorno alla civile egualità, si chiuse in villa dopo all’esiglio dell’amico suo, veduto non essere altro da fare che il buon massaio. Andò Palla Strozzi a Padova in bando per dieci anni, quando ne aveva egli sessantadue: gli fu rinnovato due volte il bando per altri dieci anni; udiva la morte dei figli suoi, esuli anch’essi in altri luoghi, ed egli sanissimo di mente e di corpo, cristianamente tranquillo e consolato dall’amicizia dei dotti uomini e dalla cultura delle greche lettere, moriva compiti gli anni novantadue, e quando moriva Cosimo dei Medici; del quale non credo sia questa contata tra le opere fatte a incremento degli studi e a maggior gloria della città sua.[288] Quel grande artefice di questi fatti, Averardo dei Medici, era morto in Firenze a’ 5 dicembre, avendosi poco goduto il ritorno e le sperate grandezze e le vendette spesso da lui (come tenevasi) consigliate.

In fine a’ _Ricordi_ lasciati da lui si vanta Cosimo dell’avere quanto a sè posto freno alle vendette, e che nei due mesi del gonfalonierato ch’egli assunse il primo gennaio 1435 non fosse alcuno tolto di vita. Bene crediamo noi le passioni dei suoi partigiani più delle sue fossero astiose e cupide; ma è poi vero che tirarsi addosso le parti più odiose è sorta d’ossequio dai clienti solita usare al padrone, ad essi giovando mantenergli quella forza la quale proviene dalla opinione della bontà. Contuttociò noi troviamo in quel tempo altri essere sbanditi o fatti ribelli, e v’ebbero pure condanne a morte, sebbene alcuni per intercessione di Cosimo avessero la vita salva.[289] Ma sei ribelli, i quali avendo rotto il confine si ritrovarono insieme a Venezia, richiesti secondo i patti della Lega per mezzo di un Lodovico da Verrazzano mandato a tal fine a quella Signoria, furono resi, e in Firenze ebbero tagliata la testa.[290] Dipoi un Guadagni, figlio a quel Bernardo che fu Gonfaloniere nel 33, da Luigi di Piero Guicciardini consegnato a Orlando dei Medici tesoriere della Marca, fu privato anch’egli di vita: Bernardo medesimo, dalla Capitaneria di Pisa chiamato in Firenze per esservi giudicato, era morto sulla via per caso oscuro e subitaneo.[291] Ai cittadini era imposto sotto gravi pene consegnare le armi che avevano in casa; il quale ordine da un Niccolò Bordoni essendo pigliato in beffa,[292] e di lui sapendosi avere con altri tenuto discorsi contro allo Stato, vennero tutti presi; ed avrebbero perduto la vita, se non che ad istanza di Papa Eugenio il Potestà contro ad essi pronunziava minore condanna; ma questa poi venne per un secondo giudizio iniquamente aggravata, e lo stesso Potestà fu per Consiglio di popolo casso d’ufficio: dal che si vidde in Firenze cominciare la tirannide, poichè desideravano fare sangue e forzare i rettori.[293] Vennero scoperte pure altre congiure, delle quali una era condotta da certo Frate, cui era stato promesso e tolto il vescovado d’Arezzo: tenevano in questa la mano il duca Filippo Maria Visconti e Niccolò Piccinino, che per motivo di salute dimorava allora ai Bagni di Petriolo nel Senese. Dal quale fu detto pure altra congiura essere ordita contro al Papa, che essi voleano pigliare e quindi trafugare in quel di Lucca, di dove andasse nelle mani del Visconti. Un Vescovo di Novara, che stava in Firenze per conto del Duca, dopo avere intinto in quella congiura, pentito, ne fece la confessione ad Eugenio; e un Riccio, principale autore, fu appeso alle forche, ed un Bastiano Capponi, che n’era partecipe, decapitato sulla porta del Bargello.

Aveva la Repubblica brighe frequenti dai Ricasoli che, stando in mezzo co’ loro castelli tra essa e i Senesi, si difendevano volteggiando in qua e in là con le accomandigie. Due anni prima un Egidio da Ricasoli avea voluto dare ai Senesi il castello della Leccia o Monteluco nel Chianti.[294] Ora Galeotto, signore di Brolio, lasciava occupare quella sede principale di loro famiglia da messer Antonio Petrucci senese, nemico perpetuo dei Fiorentini; i quali, mandatovi gente con artiglierie, ebbero a patti Brolio e lo tennero in nome della Repubblica.[295]

Continuava col Papa e i Veneziani la lega, sebbene le forze di questa fossero abbattute, siccome vedemmo, dall’armi del Duca presso Imola, avanti la ritornata in Firenze di Cosimo de’ Medici. Dopo la quale fu confermata per altri dieci anni la lega in Venezia, essendo ivi andato a questo effetto ambasciatore Neri di Gino e il Papa tuttora in Firenze dimorando, Francesco Sforza, che fu eletto Capitano di tutta la Lega, si mosse a purgare le vicinanze di Roma dalle armi del Fortebraccio, le quali dicemmo averle occupate. Fu questi pertanto necessitato ritrarsi; al che i Romani cercarono accordo col Papa, e consentirono di ricevere un suo Commissario; mentre il Fortebraccio, rinchiuso in Assisi con tutte le forze sue, era ivi oppugnato da Francesco Sforza, facendosi guerra dalle due parti molto grossa e lunga e dubbiosa: tantochè il Duca di Milano, temendo per sè la vittoria dei collegati, mandava ordine a Niccolò Piccinino entrasse in Toscana a divertirne le forze. Contro del quale mosse pertanto il Conte Francesco, avendo lasciato alla cura d’un fratello suo l’assedio: incontro al quale usciva impetuoso il Fortebraccio; e vintolo e preso, andava sicuro all’acquisto delle terre della Marca. Ma il Conte Francesco minacciato in quel possesso, e non sofferendo rimanere senza signoria che fosse sua propria, tornò contro al Fortebraccio; il quale fu vinto e preso e ferito, e della ferita si morì. Dopo di che il Papa riavute le terre del Patrimonio e di Romagna, e il Conte Francesco la signoria della Marca, si fece la pace tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini, e lega con patto dovesse ciascuno andare eziandio contro a chi dei quattro avesse rotta la confederazione.[296] Col ritrarsi di Romagna le armi del Duca, essendo fuggito Batista da Canneto, tornava in Bologna la parte dei Bentivogli.

Era morta la reina Giovanna di Napoli, avendo lasciato erede nel regno Renato d’Angiò della famiglia di Provenza, e privato della successione il re Alfonso Aragonese; il quale essendo allora in Sicilia, e chiamato da taluni baroni del Regno, nonostante che il maggior numero tenesse le parti angiovine, venne accompagnato da molti principi; e fermata la sede in Capua, mandò l’armata ad assaltare Gaeta che si teneva per i Napoletani. Chiederono questi aiuto a Filippo; ed egli persuase facilmente ai Genovesi, ch’avea in ubbidienza, armare il possente naviglio loro incontro a quello del re Alfonso; il quale raccolto molto numero di navi, ed egli medesimo salito sopra una di queste, cercava animosamente la battaglia. La quale avvenne nelle acque di Ponza con isconfitta del re Alfonso, che vi rimase prigione col Re di Navarra e grande numero di principi e signori,[297] egli avendo ceduto la spada a Giacomo Giustiniani capitano genovese. Per questa vittoria pareva Filippo fatto signore di tutta Italia; ma tosto gli effetti nacquero diversi dalla opinione; imperocchè il Duca avendo fatto venire, con dispiacere dei Genovesi, Alfonso a Milano, questi troppo grande prigioniero per un tale uomo qual era Filippo, fattosi ad un tratto suo consigliero, gli mostrò avere egli male combattuta Casa d’Aragona per condurre Napoli in potestà d’uno di quei principi francesi i quali ambivano già fino d’allora il ducato di Milano. Poterono tanto siffatti argomenti sull’animo di Filippo, ch’egli rinviava a Genova Alfonso con grande onore e tutto suo amico, comandando ai Genovesi restituirgli le navi perchè sopra quelle tornasse nel Regno. Voleva Filippo così anche abbassare la città suddita, che parevagli essersi fatta troppo grande per quella vittoria. Coteste sono arti lodate di regno; ed a lui fruttarono che i Genovesi per subita ribellione, ucciso il Governatore che stava pel Duca e cacciate in pochi giorni le armi di questo e presi i castelli, scuotessero il giogo che odiavano, essendosi dipoi stabilmente rivendicati in libertà.[298]