Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3

Part 2

Chapter 23,574 wordsPublic domain

Lorenzo capo effettivo dello Stato. — Venuta in Firenze del Duca di Milano: grandi sontuosità, grandi feste. — Consigli del Popolo e del Comune aboliti. Consiglio dei Cento, nel quale entravano i più fidati: pure difficoltà grandi a far passare le nuove leggi, a scemare il numero delle Arti, a vendere i beni della parte Guelfa che diventò Magistrato per la cura delle opere pubbliche. Fiducia riposta da Casa Medici negli Accoppiatori che presiedevano alle tratte. Bargello per il contado con uomini armati. — Ribellione dei Volterrani offesi da Lorenzo per un suo privato interesse: grande radunamento di forze contro a quella città che si rende a patti, violati crudelmente dai vincitori. — 1471. Sisto IV nuovo papa, e sua famiglia. — Pratiche per fare Giuliano cardinale: sua giostra. — Nuovi ordini a vie più stringere il governo: cessa il Capitano del Popolo, l’Esecutore degli Ordini di Giustizia ridotto a Bargello, imposte al Potestà le sentenze ch’egli deve pronunziare. — Uccisione di Galeazzo duca di Milano, 26 dicembre 1476. — Sisto IV. Girolamo Riario. Francesco dei Pazzi. Offese di Lorenzo contro alla famiglia dei Pazzi. — Francesco Salviati arcivescovo di Pisa. — Iacopo dei Pazzi capo di questa famiglia. — Francesco s’intende in Roma con Girolamo Riario, ed essi fanno il Papa consentire alle pratiche per una mutazione di Stato in Firenze. — Apparecchi alla esecuzione della congiura. Venuta in Firenze del giovane cardinale Raffaele Riario. I congiurati si fermano nel pensiero d’uccidere i due fratelli in Duomo la domenica 26 aprile 1478. — Francesco dei Pazzi trafigge a morte Giuliano: Lorenzo da due altri congiurati ferito nel collo, si rifugia in sagrestia. — L’arcivescovo Salviati con altri va in Palagio per occuparlo; Iacopo de’ Pazzi con una frotta di armati viene in Piazza, ma niuno lo segue; molto popolo amico ai Medici accorre. Dentro al Palagio i congiurati sono presi; l’Arcivescovo con altri appiccato alle finestre, dalle quali è il rimanente gettato in Piazza. Lorenzo dalle finestre di casa sua si mostra al popolo. La plebe infuria. Francesco dei Pazzi colto nel letto suo è condotto in Palagio ed appiccato con gli altri; quanti dei Pazzi trovarono, tutti uccisi. Il vecchio Iacopo de’ Pazzi, colto nella fuga, è portato ad appiccare anch’egli in Palagio: la plebe fa del suo cadavere nefando ludibrio. — Condanne contro alla famiglia dei Pazzi. — Di Giuliano dei Medici nacque un figlio che divenne poi Clemente VII.

_Capitolo_ VI. — GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A NAPOLI. [AN. 1478-1480.] 380

Contegno di Sisto IV dopo avuta la notizia di quei tristi fatti: più tardi le ire si accendono in Roma e in Firenze. Breve di scomunica e di persecuzione contro a Lorenzo dei Medici; la città è interdetta: richiami e scritture contro al Breve; Lorenzo invoca soccorso dai Principi della cristianità. — Cominciano le ostilità: Breve del Papa, a cui risponde pubblicamente Lorenzo in Palagio. Gli è data una guardia di dodici armati. — Guerra in Toscana. — Proposta del Papa rigettata. Favore di Luigi XI per Lorenzo: negoziati in Italia e fuori. — Diviene la guerra sempre più difficile: la città stracca, minaccia voltarsi contro a Lorenzo. Questi, mancandogli alleati certi, delibera arditamente di gettarsi in braccio al re Ferrando suo nemico. — 6 dicembre 1479. Espone in Pratica ristretta il suo consiglio e parte per Napoli: varie impressioni di questo fatto nella città, che rimane quieta. — Lorenzo in Napoli si guadagna favore in Corte e nella città. Lunghezze del Re; partenza improvvisa di Lorenzo, alla quale tiene dietro il trattato della pace. Letizia in Firenze. — Il Duca di Calabria venuto a Siena fa mostra di volerne occupare la signoria. — I Turchi in Otranto; al che Alfonso lascia la Toscana, andato a combatterli con sua molta gloria. — I Fiorentini mandano a chiedere assoluzione, la quale il Papa solennemente concede.

_Capitolo_ VII. — GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI PACE UNIVERSALE. — MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.] 403

Balía eletta senza le forme consuete di Parlamento. Formazione di un Consiglio Maggiore con autorità sovrana. A questo o a parte di esso appartenga la scelta dei minori uffici. — Ordine dei Settanta, anch’esso permanente e da rinnovarsi dentro sè stesso: aveva le attribuzioni d’un Senato da stare a fianco della Signoria: da questo dovevano uscire gli uffici più rilevanti. — Riforma del ridotto a imposizione progressiva. — Provvedimenti circa al Monte Comune e a quello delle Doti, nei quali il servirsene che i Medici facevano di continuo aveva condotto grandi disordini. — Liberazione d’Otranto. — Guerre del Papa e dei Veneziani contro Ferrara, e del Duca di Calabria unito a Lodovico Sforza e ai Fiorentini nel Patrimonio e nella Romagna e in Lombardia. — Pratiche per la convocazione di un Concilio. — Pace separata di Sisto IV. — Dieta in Cremona dei collegati contro a’ Veneziani, dove andò Lorenzo dei Medici. — Pace di Bagnolo. Morte di Sisto IV, 1484. — Mutazioni in Siena col favore di Lorenzo. — Guerra co’ Genovesi per Sarzana e acquisto di Pietrasanta. — Congiura in Puglia dei Baroni, e guerra intorno a Roma; indi pace. — Sarzana riacquistata: Lorenzo de’ Medici in campo. — Uccisione di Girolamo Riario; moti nella Romagna. — Grande favore di cui godeva in Roma Lorenzo: maritaggio d’una sua figlia con Franceschetto Cibo. Giovanni de’ Medici fatto Cardinale. — Pace universale in Italia. — Grandezza e fama di Lorenzo. — Sua famiglia. — Sue arti di Governo. — Come si giovasse del denaro pubblico; cerca di rinnalzare Pisa. — Di quante cose fosse centro la Casa Medici, e quali uomini vi convenissero. — Malattia e morte di Lorenzo. Parvero con lui avere termine le felicità d’Italia.

_Capitolo_ VIII. — SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO REPUBBLICANO DI CASA MEDICI. [AN. 1434-1494.] — LA LINGUA TOSCANA DIVIENE ITALIANA. 430

Ampliazione degli studi. I Greci in Firenze: Accademia Platonica iniziata nei tempi di Cosimo. — Marsilio Ficino. — Francesco da Diacceto continuatore della sua scuola. — Cristoforo Landino: suoi libri latini. — Leone Battista Alberti scrittore ed artista. — Sant’Antonino. — Giannozzo Manetti dotto in ebraico. — Segretari della Repubblica, Matteo Palmieri, due Marsuppini, Bartolomeo Scala, due Accolti. — Filippo Bonaccorsi, Paolo Cortese. — San Bernardino da Siena predicatore popolare. — Enea Silvio Piccolomini, papa col nome di Pio II; suo vario ingegno e sue opere. — Paolo Toscanelli consultato dal Colombo; suo gnomone. — Cenni sopra Leonardo da Vinci, Fra Luca Pacioli. — La pittura dopo Giotto. — I Ghirlandai, i due Lippi, Benozzo Gozzoli, Sandro Botticelli. — Andrea del Verrocchio: Mino da Fiesole e altri scarpellini che divennero scultori. I due da San Gallo, il Sansovino e il Cronaca, architetti. — Un poco più tardi. Fra Bartolommeo da San Marco e Andrea Del Sarto segnano il colmo nell’antica scuola della pittura fiorentina. — Maso Finiguerra, il Botticelli e Antonio Pollaiolo incisori in rame. Oreficeria, miniature in cartapecora. — Poesia sul finire del quattrocento. Feo Belcari, il Burchiello. Il _Morgante_ di Luigi Pulci. — Angelo Poliziano. Girolamo Benivieni. — Lorenzo de’ Medici.

I letterati del quattrocento poco stimavano il volgare e poco l’usavano. Nemmeno ai sommi del secolo precedente facevano grazia: scrivevano latino o latineggiavano l’italiano. — La lingua nell’uso familiare progrediva, nell’uso dei dotti si era impoverita. — Non era il toscano mai stato parlato in modo solenne così da rendersi autorevole a tutta l’Italia: quindi nei libri mancò il magistero che viene ad essi dalla parola viva; e mancò a questa l’autorità e quella maggiore cultura che viene dai libri. — La sola Toscana ebbe cultura che bastasse fin dal principio della lingua a svolgerla in tutta l’ampiezza sua: nelle altre provincie più era da fare, e quello che si fece rimase dialetto. I dialetti grecizzanti delle provincie meridionali si discostavano dal toscano meno di quelli nei quali era mistura celtica. — Alla fine del quattrocento era già nata la stampa, che fu nuovo organo alla diffusione della parola: si fecero in varie città d’Italia edizioni dei sommi toscani. — Da questa provincia uscivano intanto libri atti a farsi popolari, come il Morgante e i libri italiani del Landino. Allora si cominciò a scrivere per tutta Italia in lingua toscana: questa deve tra i non Toscani all’Ariosto l’essere divenuta universale alla nazione. — Niccolò Machiavelli e Francesco Berni scrittori sommi. — Ma subito dopo l’Italia decadde; il nostro livello tra le altre nazioni discese ad un tratto: il popolo di Toscana meno operando, inventava meno; mancò la fiducia, mancò lo stimolo alle volontà; v’era in Italia poco da fare. — Mancò nei libri quello che si impara fuori dei libri; vennero i letterati, sparve il cittadino. — La lingua toscana non tenne mai signoria vera. Quello era il tempo dei grammatici che sono i fisiologi della lingua, come i fisiologi sono i grammatici della vita: viveano le lettere di basse facezie e nobiltà false. — Più tardi la scuola di Galileo rialzò la Toscana per oltre un secolo. — Ma quando in Italia si cercò l’unione anche nel fatto della lingua, apparve in questa la mancanza d’un’autorità sovrana ed egualmente da tutti ubbidita. — La lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli Italiani.

APPENDICE DI DOCUMENTI.

I. Provvisione del 21 luglio 1378, approvata nei consueti Consigli a’ 21 e 22 471 Altra Provvisione dell’11 settembre 1378, approvata c. s. a’ dì 11 e 12 476 Altra del 28 settembre 1378, approvata il 28 e 29 480 II. Provvisione del 21 gennaio 1381 dall’Incarnazione 487 Altra Provvisione dello stesso giorno 488 Altra Provvisione come sopra 490 Altra Provvisione come sopra ivi Provvisione del 22 gennaio 1381 dall’Incarnazione 492 Altra Provvisione de’ 23 gennaio 1381 come sopra 496 Altra del 24 gennaio ivi Provvisione del 27 febbraio 1381 come sopra 499 Provvisione del 15 marzo 1381 dall’Incarnazione approvata negli opportuni Consigli a’ dì detto e a’ dì 16 502 III. Parlamento generale del 19 ottobre 1393 504 Provvisioni della Balìa, creata nel suddetto Parlamento, de’ 20 ottobre 1393 507 Altre Provvisioni della Balìa, come sopra, de’ 21 ottobre 514 IV. Lettere della Signoria concernenti all’acquisto e alla conservazione di Pisa. 1402-1407 518 V. Ordine degli Uffici della Repubblica di Firenze 524 Descrizione delle feste di San Giovanni 531 VI. Elenco delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per il Comune di Firenze 535 VII. Tre lettere della Signoria di Firenze a Neri Capponi, oratore a Siena, per il caso di Brolio. Ottobre 1434 542 VIII. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli mandato suo al re Ferrando. Risguarda le cose di Città di Castello, tenuta da Niccolò Vitelli 544 IX. _Confessione_ di Giovan Batista da Montesecco relativa alla Congiura de’ Pazzi 547 X. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli mandato suo al re Ferrando; scritta mentre Lorenzo era tuttora a Napoli e il Re si vedeva già inclinato ad accordarsi con lui. Febbraio 1480 559 XI. Lettera contenente le istruzioni e consigli di Lorenzo de’ Medici al figlio Giovanni, quando fatto Cardinale, andava a Roma nel marzo 1492 564

STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.

LIBRO QUARTO.

CAPITOLO I.

TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO. [AN. 1378.]

Abbiamo sul fine del precedente Libro, dov’è rimasta la narrazione dei fatti civili, mostrato come le due contrarie parti andassero innanzi ciascuna per sè, fatte all’ultimo più temerarie, e dividessero la Repubblica. Mentre era delitto parlare d’accordi e osservare l’Interdetto, dal canto loro i Capitani della Parte guelfa nei due mesi di settembre e ottobre 1377 più infierivano nelle ammonizioni, le quali ruppero ogni freno quando la parte che voleva la guerra col Papa non valse a reggere nel proposito: da quel tempo fino a luglio 1378 leggo essere state ottantasette le ammonizioni, che spesso colpivano intere famiglie.[1] Aveano trovato i Capitani un cotal modo pel quale venivano a rimanere in ufficio durante un anno, essi o i più stretti aderenti loro; quel fare le borse donde traevansi gli uffici, e poi sovente nemmeno starsene alla sorte, facilitava gli arbitrii: uno era tratto dei Ventiquattro, dai quali secondo la Riforma del 66 dovevano essere approvate le sentenze, e se non piaceva, levarsi una voce tra i preposti allo squittinio: «Io l’ho veduto andare in villa:» la polizza era rimessa dentro; e così via via, finchè non uscisse tale che fosse a grado loro. Guidava la Parte una consorteria di pochi, dei quali i nomi si trovano registrati: Lapo da Castiglionchio, anima e capo di tutta la setta. Avevano anche fatto un Gonfalone con l’antica arme del re Carlo, ed a portarlo un Gonfaloniere che fu Benghi Bondelmonti; ripigliavano le antiche forme che inaugurarono la Repubblica, quasichè volessero tutta ora metterla nella Parte. Le sentenze pronunziavano di notte, o fosse per ischifare tumulti, o ad accrescere il terrore pigliando sembianza di segreto tribunale. Nessuno poteva tenersi sicuro, e non bastava essere guelfo (come dicevano) più di Carlomagno; ai caporali quando passavano, ed ai cagnotti o _aguzzetti_ loro, un trar di berretta più che alla Signoria: gli impauriti cercavano riscattarsi o per moneta o per favore, e facendo parentadi o disfacendoli, per avere scampo a sè stessi o protezione.

A chi legga queste cose ed i cronisti generalmente abominare la _furia dell’ammonire_ come una proscrizione che desse nel sangue, potrebbe sembrare che un divieto di quella sorta non fosse cosa pari al terrore ch’ella ispirava, ed agli effetti che ne seguirono. Ma era entrata la vita pubblica in questo popolo così addentro, che a non avere parte allo Stato pareva essere come nulla.[2] Inoltre le leggi non avevano imparato per anche a difendere l’universale dei cittadini e fare a tutti le parti eguali: tenere lo Stato importava pagar meno; ed era mestieri procacciarsi l’amicizia d’un qualche possente a fine di avere sorte più equa nella distribuzione di quelle gravezze, le quali erano personali.[3] Invano più volte si aveva cercato formare una Tavola o Catasto delle possessioni per via di portate che ognuno facesse dei propri suoi beni, ma fu attraversato dai più ricchi perch’erano sempre i più favoriti; e ad ogni passo nacquero tali difficoltà, che il provvedimento buono fu abbandonato come impossibile. Infino dal secolo XIII era stato tentato l’Estimo degli immobili, o almeno comandato; ed una prova ne venne fatta l’anno 1355, la quale al solito riuscì male.[4] Aveva anche il Duca di Calabria nel 1326 ordinato stimare l’entrata che avesse ciascuno così degli stabili come dei mobili e guadagni; ma pur questa diede luogo a grandi lagnanze, nè in tale modo fu ritentata.[5] Vedremo or ora intorno a ciò una petizione, la quale però aspettò ancora una cinquantina d’anni prima di avere adempimento.

Era l’entrata della Repubblica, siccome vedemmo, trecento migliaia di fiorini d’oro all’anno: le spese ordinarie, quaranta migliaia di fiorini, senza contare la spesa dei soldati e le opere pubbliche: ma non bastava l’avanzo alle imprese del Comune, dove andavano quelle ingenti somme, le quali ci è occorso in più luoghi di notare: a queste era molto frequente necessità sopperire per via di prestanze e imposte sopra alle ricchezze dei mercanti o di altri singoli cittadini. Aveano cercato modi, a dir vero, non male acconci per l’assegnazione della somma che ognuno dovesse pagare secondo le facoltà sue. Partivano in quattro ciascun Quartiere della città, come era per le Compagnie, nominando per ciascuna divisione sette _settine_ di probi uomini, le quali dovessero ognuna da sè determinare la somma che fosse da imporre, a loro giudizio, per ogni capo di cittadino. Le liste venivano dipoi trasmesse ai frati Romitani di Santa Maria degli Angeli o ad altri frati, i quali dovevano da ogni _settina_ togliere via le due maggiori e le due minori tassazioni, pigliando il medio che resultasse dalle tre altre, e il medio poi di tutte le _settine_ a questo modo insieme sommate; questa era la quota di che ciascuno venìa gravato.[6] Si trova che il primo debito della Repubblica fosse creato inverso gli anni 1222-26 a tempo dei Consoli, e quando era tuttavia sotto l’Imperiale soggezione; ma questo debito, che avea d’interesse venticinque per cento all’anno, pare che fosse mano a mano diminuito ed in quarant’anni estinto. Ma era contuttociò impossibile che non v’entrasse l’arbitrio, e ai renitenti veniva fatta intimazione a pagare, andando per ultimo fino a guastare le case: al che non si venne per avere fatte condizioni da tirare co’ larghi profitti la cupidigia dei prestatori. Chi dava cento aveane merito un danaio al mese, che è il frutto del cinque; ma per ogni cento scrivevano altre due centinaia in assegnazioni sulle gabelle, talchè la rendita annuale veniva nel fatto a essere del quindici. Fecero insino dal 1345 un libro dov’erano descritti per alfabeto i nomi de’ cittadini ch’aveano prestato; gli chiamarono i Libri del Monte, nel quale vennero a purgarsi i debiti vecchi ch’avea la Repubblica: montava la somma a fiorini 503,864.[7] Provvidero anche alla diminuzione successiva dei debiti del Monte, formando con certe assegnazioni di gabelle sulla farina e sul pane quella che ora si chiama Cassa d’ammortizzazione, la quale si vede ch’esisteva già nell’anno 1369; nel quale tempo furono tratti da quella i danari che si doveano pagare all’imperatore Carlo IV, con che però fossero immediatamente rimborsati. E nell’anno 1371, elessero Quattro ufficiali deputati alla sopraindicata _diminuzione dei debiti del Monte_, i quali avessero facoltà di comprare cartelle o titoli di credito da chi volesse farne la vendita, prescrivendo le condizioni ed il modo.[8] Ordinarono che i danari del Monte fossero esenti da ogni condannagione nè potessero per alcun titolo essere staggiti, nemmeno per dote, nè far si potesse contro a quelli esecuzione: ma le vendite o le trasmutazioni dei crediti iscritti sul Monte fossero libere a ciascuno per semplice carta di notaio, e gli scrivani del Monte ponendo sul libro il nome del nuovo creditore sottentrato alle medesime condizioni. Frequenti erano tali vendite, variando il prezzo come variavano i mercati; e l’interesse del danaro pe’ grossi guadagni che si avevano dal trafficare tenendosi alto infino al venti per cento e più:[9] sembra le vendite dei capitali iscritti sul Monte ordinariamente si facessero in tal modo, che il cento di capitale si avesse per trenta, scendendo il prezzo fino al venticinque; e nei peggiori momenti, fino al quindici e al disotto. Ma qui è da notare che il primo sovventore avea dalla Repubblica triplicato il capitale e l’interesse; il che avvenne a questo modo. Sul Monte erano danari dal tempo del Duca di Calabria (1327) a ragione di cinque per cento l’anno; ed era pena la testa chi desse o pigliasse più di cinque per cento l’anno, ed era pena la testa chiunque parlasse, proponesse o mettesse partito di muovere o mutare l’interesse o il capitale del Monte. Poi alla guerra de’ Pisani l’anno 1362 non si trovava chi volesse prestare a cinque per cento, e chi era sforzato se ne teneva gravato forte; ma danari bisognavano: laonde ser Piero di ser Grifo notaio delle Riformagioni, che era uomo molto saputo in tali cose, trovò questo modo; che a chi prestasse cento fiorini ne fosse scritti trecento, cosicchè di cento avesse quindici di frutto: fu chiamato il Monte dell’uno tre.[10] In tanto variarsi del privato e del pubblico capitale non vuolsi tacere come avessero inventato gli ingegni sottili dei Fiorentini quello che oggi suole appellarsi Gioco di Borsa: compravano il titolo com’era sul libro a un dato prezzo da pagarsi in capo ad un anno; poi voltatolo il compratore in testa sua, più volte vendeva o ricomperava nel corso dell’anno, secondo che il prezzo dei crediti sul Monte o rincarasse o rinvilisse: talchè la Repubblica, cercando frenare (com’io credo) il tristo gioco, pose gabella due per cento ad ogni permutazione.[11] A Firenze era usuale vizio l’usura vorace, ch’è fomite alle civili guerre, e a quella andavano molti capitali tolti alle arti e alla mercatura.

Così erano cause potentissime di turbazioni a questo popolo di Firenze, oltre all’arbitrio esercitato dai pochi su’ molti nel distribuire le gravezze, il troppo grasso e la smodata cupidità di ricchezze, e per gli ingordi guadagni e il largo vivere, agitato incessantemente questo popolo sin giù nel fondo dai molti e rapidi rivolgimenti della fortuna. Pei quali in breve non si trovavano più famiglie di anticata ricchezza, e il terzo erede non possedeva i beni lasciati dall’avolo suo;[12] gli antichi grandi ridotti a vivere della cultura del suolo e il maggior numero poveramente in contado, ruinati essi ed i contadini dalle guerre e dalle gravezze.[13] Ma in Firenze le calamità pareano crescere questo popolo, tirando in su la più bassa plebe ai godimenti e alle ambizioni di città libera e opulente. Quindi negli antichi e maggiori cittadini era un continuo temere la plebe, e in questa un levarsi su su da cento anni, bramosa d’invadere ed agguagliare ogni cosa e di occupare i primi luoghi. Abbiamo già scritto come la peste del 1348 avendo fatto che i superstiti si ritrovassero ad un tratto ricchi, i lavoranti cessassero dagli usati mestieri o rincarassero le mercedi, volendo per l’abbondanza dei guadagni per sè ogni più cara e delicata cosa, con generale irrequietezza e disordine nel comun vivere. Il quale durava, per testimonianza di Matteo Villani, tuttora nel 1362; nulla potendo le leggi che ad ogni tratto si rinnovavano, sempre inutili a contenere le spese dei mortori e delle nozze e gli abbigliamenti delle donne; continuando quel grasso vivere, sebbene in quegli anni fosse una grande carestia, in mezzo alla quale «festeggiava e vestiva e convitava il minuto popolo come se fossero in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.[14]» E nonostante che i rettori con le gabelle ed i cari prezzi ai quali avean fatto salire ogni cosa s’ingegnassero di porre un freno in bocca al popolo, questi non se ne curava, portando le spese allegramente e andando innanzi in quel suo vivere scioperato. Lo stesso Matteo, comunque fosse buon popolano, si lascia andare a molto dure parole quando scrive, che a frenare l’ingrato e sconoscente popolo più utile era la carestia che la dovizia. Tanto era in quelli anni accesa la guerra tra ’l grasso popolo e il minuto.