Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3
Part 14
Erano capi di quel governo Maso degli Albizzi, Gino Capponi, Niccolò da Uzzano, co’ quali stavano Bartolommeo Valori, Matteo Castellani, Palla Strozzi, Lorenzo Ridolfi, Nerone di Dionigi Neroni, Lapo Niccolini; altri minori giù giù scendendo formavano come la piramide di quello Stato. Maso degli Albizzi venne a morte l’anno 1417, forse della peste frequente in quel secolo e che era di nuovo entrata in Firenze:[167] nato l’anno innanzi la mortalità del 1348, avea nel vigore della giovinezza veduto molte cose avverse, le case sue abbruciate, lo zio decapitato, sè stesso bandito, parte de’ suoi consorti sciamati aver preso altre armi ed altro cognome. Richiamato a casa dappoichè l’impero fu tolto di mano ai Ciompi, tutte le cose se gli voltarono in favore: ed egli rimase come principe nella città, tenendo quel grado non solamente dalla ricchezza e autorità della casa, ma dalla prudenza sua e da quella civile modestia, per la quale fu contento essere grande più che parere; talchè il suo nome, che indi rimase lungamente celebrato, si trova confuso infinchè egli visse a quello degli altri più qualificati cittadini. Avea scelto per impresa un Bracco col muso serrato, la quale vedevasi incisa sopra al suo sepolcro in San Pier Maggiore: con essa voleva significare, che non si debba fare rumore innanzi al tempo.[168] Il quale precetto osservava egli costantemente, e lo Stato andava senza divisioni che apparissero: le offese che altrui recasse velava, poi con le piacevolezze temperava; contento impedire agli altri d’offenderlo, faceva le viste d’ignorare i mali umori i quali egli avesse destati in altrui; gli amici dubbi provvedeva non gli divenissero aperti nemici. Gino Capponi gli fu denunziato come se volesse mutare lo Stato; Maso rinviava l’accusatore alla Signoria, la quale gli fece mozzare il capo: tra quei che reggevano non parve mai rotta l’unione, vivevano sempre tra loro familiarmente.[169]
Moriva nel 1421 anche Gino Capponi: a questi sopravvisse Niccolò da Uzzano, sebbene già vecchio. Questi non si era levato sì alto per la potenza della casa, la quale rimasta fino allora nei castelli, non avea sèguito in città, ma pei servigi da lui prestati alla Repubblica lungamente; nè credo Firenze avesse mai cittadino che lo agguagliasse per la grande autorità dal senno di lui esercitata nei Consigli, frenando i più audaci e a sè conciliando col mite animo gli avversi. Girava il partito sì tosto che avesse Niccolò parlato, egli essendosi prima inteso con gli altri potenti, dai quali poi fosse fatto vincere il parere che insieme avessero accordato. Imperocchè «molti erano eletti agli ufizi e pochi al governo,» questo risedendo in quanto alla forma dei Collegi e ne’ Consigli; dove si veniva però a cose fatte nelle botteghe, negli scrittoi e nelle cene dei maggiori cittadini; degli altri essendo pressochè inutile la parola, concessa a mostra di libertà.
Il quale stato della Repubblica ci viene descritto da Giovanni Cavalcanti, autore di storie[170] che assai volte adopreremo. Abbiamo da esso la viva pittura di un Consiglio di richiesti al quale intervenne. «Il Gonfaloniere, uomo di dolce condizione e di grossa pasta, avendo in principio fatta la proposta e quindi messosi a sedere, lette le carte, chi disse una cosa e chi un’altra; erano i pareri assai differenti: mentre la turba consigliava, Niccolò da Uzzano dormia fortemente e nulla udiva di quelle cose, non che le intendesse. Infine, o che il sonno avesse in lui finito il suo corso o che lo avessero tentato perchè si svegliasse, tutto sonnolento salì alla ringhiera, ed esposto quello che fosse da fare, gli altri confermarono il suo detto.» Il Cavalcanti, di casa grande, era in quel numero come Capitano della Parte guelfa e non come cittadino stimato nè accetto al Palagio, dove pare sedesse allora la prima volta. «L’ingrata e plebea moltitudine (così egli scrive) niente o poco ci volevano alle preminenze del Comune in compagnia, e ci tenevano addietro, dicendo che avevamo a purgare la potenza ed i peccati de’ nostri antichi, se peccati erano; e se pure alcuno di noi eleggevano, sceglievano uomini disutili e molli, che stavano ristretti agli scamuzzoli di sotto le loro mense.» Questo l’antico nobile chiama modo tirannesco e non vivere politico nella città di Firenze.[171]
Era nella parte popolare venuto in grandezza Giovanni dei Medici chiamato di Bicci, non del ramo stesso dal quale uscirono Salvestro e Vieri, ma ebbe da questo ereditata la temperanza, e fu dell’altro meglio avveduto e più fortunato. Trovossi da giovane in povertà, essendo la casa dei Medici battuta con le altre della parte popolare: aveva poi fatto a sè medesimo la fortuna sua col mercatare, esercitando l’arte del Cambio felicemente, così da essere divenuto non che il più ricco cittadino di Firenze, forse anche d’Italia. Vecchio, ora godevasi la grazia popolare che aveva dal nome e dalle ricchezze e che egli nutriva con quell’accortezza che ha sede nell’animo, disposto ai savi e miti consigli e in tutto alieno dalle violenze. Fuggendo le sêtte, in Palagio non andava se non chiamato; e fondò così alla sua casa una grandezza per sè non cercata. Riammesso a godere gli uffici della Repubblica e avendo la mano nelle maggiori faccende, usciva Gonfaloniere l’anno 1421; al che fu scritto che Niccolò da Uzzano avesse in animo di attraversarsi: ma fatto è che il gonfalonierato suo passava innocuo e tranquillo.[172]
Motivo alle accuse contro alla parte dominatrice erano le guerre, le quali dicevasi da questa accese e mantenute a fini privati; intollerabili le prestanze, che sempre cadevano disugualmente sugli avversi e sopra il grosso dei cittadini quieti e senza parte, laddove a’ pochi ed agli aderenti loro venivano i guadagni e la gloria delle imprese, e il sèguito che si faceva ogni dì maggiore per le accresciute necessità. Quindi grandissime le lagnanze. «L’uno nominava chi era stato la cagione della sua gravezza, dicendo: e’ sa bene che mi è impossibile pagare sì sconcia cosa: s’egli appetiva il mio luogo, perchè non me lo chiedeva egli in vendita? e per meno del giusto pregio glielo avrei dato. L’altro diceva: e’ m’annoverano i bocconi, e, non che mi voglino lasciare il bisogno, ma mi niegano il necessario, solo per indurre la mia famiglia a disonore e peccato.» I luoghi, cioè le possessioni appetite, dovevano essere massimamente quelle dei grandi; o almeno a queste io credo accenni con più passione il Cavalcanti, che abbiamo noi finquì trascritto.[173] Le quali accuse molto aggravarono per la guerra contro a Ladislao; e Maso degli Albizzi ebbe taccia di avere condotta alla oppressione de’ suoi contrari la falsa pace che precedette alla morte di quel Re.[174] Laonde nel 1411 fu ordinato un altro Consiglio, ch’ebbe nome del Dugento perchè si compose di dugento cittadini, senza del quale non si potesse far guerra nè cavalcata fuori del dominio, non fare leghe nè confederazioni, non tenere stipendiati più di cinquecento lance e mille cinquecento tra balestrieri e palvesari, non pigliare in nome del Comune terra o fortezza, e non ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Di queste cose vinto che fosse il partito nella Signoria, doveva proporsi al Consiglio del Dugento; e in questo approvato pe’ due terzi almeno, andare a un Consiglio di cento trentuno, che si componeva de’ Collegi e di altri ufficiali e di cittadini aggiunti, e poi al Consiglio del Popolo, e in ultimo a quello del Comune.[175] Era, come ciascun vede, un rendere più che mai difficile ed incomodo quel già sì intricato roteggio della Repubblica; ma erano infine gli uomini stessi che sempre deliberavano, perchè al Consiglio del Dugento doveano essere imborsati quelli che fossero stati essi o i padri loro ne’ maggiori uffici dopo al 1381, o come diceano veduti, cioè tratti a quelli uffici, o solamente chiamati abili e imborsati.
Dopo la morte di Giovanni Galeazzo era co’ Visconti cessata la guerra per un tacito consentimento tra le due parti, e per l’impotenza nella quale erano di rinnovellarla i due figli lasciati dal Duca in età minore: vedemmo dipoi lo Stato disfatto, ed essi medesimi senza libertà della persona oppressi da quegli stessi condottieri che gli tenevano in tutela. Ma ucciso nell’anno 1412 il maggiore figlio Giovanni Maria, portento di crudeltà in età ancora quasi imberbe, Filippo Maria pigliò la corona ducale rialzandone assai la potenza, nè occorre a me dire per quale serie d’iniquità: brutto del corpo e basso di animo, teneva nel resto delle qualità del padre suo, ma senza quel tanto ch’esse avevano di magnifico. Per vari modi e con artifizi lenti usando l’ossequio che aveva Milano alla casa dei Visconti, e bene sapendo valersi de’ condottieri che assai di buon grado s’acconciavano con quella casa, aveva nell’anno 1419 racquistato al suo dominio presso che tutte le città Lombarde, teneva assedio contro a Brescia venuta in mano dei Veneziani, ed avea disegni sopra Genova, della quale era Doge Tommaso di Campo Fregoso, cittadino egregio, valente ed abile a difenderla. Per tale impresa importava al Duca non tenere ostilità dalla Repubblica di Firenze, dove egli mandava grande ambasciata con la richiesta di fermare con patti solenni la pace durata tra loro più anni: e i patti erano, che nè egli s’ingerisse nelle cose di qua della Magra e del Panaro, nè i Fiorentini al di là. A quella proposta si divisero i pareri, e nei Consigli della Repubblica fu molto grave disputazione;[176] prevalsero quelli che volevano la pace, avendoli mossi l’ingordigia di Livorno, per cui giovava lasciare Genova nelle strette. Pareva che fosse glorioso dividere i Fiorentini col Duca la parte d’Italia la quale è posta di qua dal Po, siccome avendo racquistata Brescia divideva egli co’ Veneziani la parte al di là: godeansi avere libero il campo e consentito alle ambizioni cui si erano molto i Fiorentini lasciati andare; ed ai caporioni dello Stato pareva, qualora Filippo Maria mancasse ai patti, potere a lui più giustificatamente muovere guerra, nè si direbbe che l’aveano fatto per comandare e per arricchirsi. Qui pure l’esempio della Repubblica di Venezia seduceva quelli ottimati; quasi che avessero eguale la forza dei chiusi Consigli, e un popolo docile al pari di quello, e pingue l’erario delle entrate d’oltremare con poco bisogno d’aggravare i cittadini.
Siffatte ambizioni gonfiavano, dopo gli acquisti recenti, assai l’animo dei Fiorentini, i quali tendevano a rotondarsi lo Stato: e mentre il reame di Puglia, invaso dagli Angiovini di Provenza che Martino V vi ebbe chiamati, invaso poi tosto dal re Alfonso d’Aragona cui s’era Giovanna dissennatamente confidata, non potea reggersi in sè stesso; e mentre che in quelle bruttissime guerre i due grandi condottieri Braccio e Sforza erano implicati, finchè vi trovarono ambedue la morte; i Fiorentini tenevansi libero il mezzo d’Italia, sul quale avevano in quelli anni distese le braccia. Dei piccoli Principi che allora cingevano gli Stati della Repubblica, non pochi si erano dati ad essa in protezione. Da un lato i Marchesi del Monte Santa Maria ed i Conti Guidi di Dovadola, non che gli ultimi resti dei Tarlati; e in Romagna gli Alidosi, nell’Umbria i Trinci di Foligno, erano anch’essi raccomandati della Repubblica; cui s’era dato con egual titolo Guid’Antonio conte di Montefeltro e d’Urbino, con tutte le terre in sua dipendenza. Aveva, siccome vedemmo, in tutela gli Appiani di Piombino, dove ciascun anno andava per ivi amministrare il governo uno dei più qualificati cittadini di Firenze; e molti dei rami in cui dividevansi i Malespini di Lunigiana venivano anch’essi in dipendenza della Repubblica; potendosi dire così veramente che ella distendesse in fatto il dominio sino al fiume della Magra. Facevansi tali accomandigie generalmente per cinque o sei o per dieci anni, dopo dei quali, se nulla accadesse, venivano rinnovate.[177]
Frattanto le armi del Duca di Milano aveano costretto Genova a darsegli in potestà; così che però i cittadini da sè governassero le cose di dentro come facevano per l’innanzi. Per quell’accordo Tommaso di Campo Fregoso ebbe la signoria di Sarzana; la quale città essendo posta di qua della Magra, parve essere stato da Filippo rotto il confine che per la pace egli medesimo avea posto (siccome dicevano) tra la potenza lombarda e la libertà toscana. Aveva egli anche per accordo col Legato di Bologna mandato sue genti a difendere quella città contro all’assalto dei Bentivogli; che fu tenuta come un’altra e più manifesta violazione della pace. Dal che cercava egli di scusarsi per ambasciatori mandati a Firenze; ma intanto negava l’entrata in Milano a quelli che aveangli i Fiorentini inviato, dicendo veniano di luogo ammorbato, per essere in Toscana allora la peste.[178] In questo mezzo accadde che Giorgio Ordelaffi signore di Forlì lasciasse morendo il figlio Tibaldo sotto la tutela di Filippo, la quale parendo sospetta alla madre, ch’era di casa degli Alidosi, trafugò in Imola il fanciullo; ma fu costretta restituirlo, dappoichè il popolo di Forlì preferì stare alla osservanza del testamento dell’Ordelaffi; e il Duca volendo non al tutto discuoprirsi, mandava le genti del Marchese di Ferrara ad occupare la terra. Su questo in Firenze per lunghe consulte fu deliberato di muovere guerra, sebbene a molti paresse il farla pericoloso, e nulla potervi la Repubblica acquistare per la vicinità della Chiesa; talchè d’ogni impresa, comunque felice, non altro avrebbesi che l’aggravio. Giovanni de’ Medici si legge avere biasimato quella guerra e insieme con lui Agnolo Pandolfini; ma pure Giovanni fu coll’Uzzano tra i primi Dieci creati a fine di governarla. Elessero questi Pandolfo de’ Malatesti capitano, il quale muovendo all’espugnazione di Forlì, trovò che le genti del Duca guidate da Agnolo della Pergola, avendo occupata Imola e mandato l’Alidosi prigione in Milano, facevano forza per avere Zagonara, castello pel quale era loro necessario aprirsi la via a soccorrere Forlì. Muovevano pertanto contro alle duchesche le genti dei Fiorentini per lungo cammino e fatto malagevole dalle pioggie, tantochè giunsero a Zagonara co’ cavalli stracchi: e la pioggia seguitava, che non più i campi si conoscevano dalle vie; ed essi per dare l’assalto ai nemici erano costretti andare nel fango sino alle ginocchia. Carlo Malatesta, ch’era lì a’ fianchi di Pandolfo suo fratello, e contro al parere di Lodovico degli Obizzi aveva persuaso quella mossa, valorosamente combattendo su un grosso cavallo, invano incuorava i suoi che stavano in troppo grande disavvantaggio contro a’ nemici freschi e ordinati in forte sito. La rotta fu grande; Carlo Malatesta preso, Lodovico degli Obizzi ed uno degli Orsini morti; fuggiva Pandolfo col suo siniscalco Niccolò da Tolentino.[179]
Di quella rotta fu molto grande in Firenze lo sbigottimento, e più nei maggiori cittadini che temevano per sè, come quelli che avevano addosso tutto l’odio della guerra e il carico d’una impresa fallita, che pagare bisognava facendo danaro per via di prestanze, cui non sapevano come provvedere. Avevano imposto, per un così detto prestanzone rinnovato più volte nel corso di pochi mesi, novecento migliaia di fiorini d’oro;[180] ed inventato un Monte nuovo per le fanciulle e per i fanciulli da maritare, dove i superstiti guadagnassero sopra le somme decadute per le morti di coloro sul capo dei quali erano stati posti in comunanza, che è modo vizioso e meritamente riprovato.[181] Chiamarono quindi un Consiglio di richiesti più largo che prima non fossero soliti, perchè non bastava empirlo di quelli che assentivano ogni cosa, ma quando è bisogno che paghino tutti, bisogna che tutti pure siano rappresentati. Degli uomini antichi prima non volevano sapere, ma ora sforzati si volsero a quelli che avevano ributtato; ed era tra gli altri Rinaldo Gianfigliazzi, che da quarant’anni figurava nello Stato, vecchissimo allora ma sempre vigoroso così da essere adoprato pure in quegli anni nelle ambascerie; ed uomo di mezzo, come noi vedemmo, e voce da essere ascoltata. Nel Consiglio erano molti giovani, dai quali nulla non si cavava: si alzò Rinaldo e rinfrancò gli animi non meno a speranza di salute che a difesa di giustizia; disse il segreto di quelle guerre: «Voi non avete perduto nulla del vostro, anzi hanno perduto coloro che erano creditori de’ vostri soldi, co’ quali medesimi soldi ne avrete altrettanti più freschi e più forti, perchè _chi ha del pane, mai non gli manca cane_. Solo in una cosa consiste il vostro rimedio, cioè di non volere che le borse degli uomini impotenti abbiano a pagare quello che non vi si trova e non vi è rimaso. A chi ha da pagare si pongano le gravezze e si risquotano. È più ragionevole difenda il Comune chi ha gli onori e gli oneri del Comune, che chi è escluso dagli onorevoli luoghi della Repubblica. Soldisi gente a piè ed a cavallo, e stiesi alle difese.[182]» Chiamarono venti cittadini a porre le nuove gravezze, per le quali veniva il carico degli uomini potenti cresciuto di cinque soldi per lira: ai quali pareva essere entrati in disperato laberinto, vedeano la guerra andare in lunghezza, e gli spendii dovere uscire dalle loro borse: chiederono sgravio, il quale più volte fu messo a partito e molta pugna se ne fece, ma non si potè mai vincere per alcun modo, perchè gli artefici e il numero dei cittadini di poco stato erano cagione che non si vincesse. Veduto il che, cercarono rendere odiosa la gravezza; e diedero autorità ai messi e berrovieri di portare arme; e degli oltraggi che facessero ai debitori del Comune non si potesse conoscere. Dal che avvennero disordini gravi; ed un Francesco Mannelli, tra gli altri, fu ferito sconciamente.
Delle Arti che prima erano forza della città, cadute al basso (come vedemmo) le Capitudini, rimanevano le Confraternite religiose, antica e sempre molto vivace istituzione che in ogni tempo mantenne in Firenze le forme e gli ordini popolari. Più tardi i Medici, fatti principi, assai penarono a ridurle pazienti e docili alla servitù: ma ora stavano contro gli ottimati, in quelle facendosi congreghe segrete, e lì si sfogavano le ire popolari, e ordivansi trame contro allo Stato. Cosicchè furono insino dall’anno 1419 levate via e chiuse le Compagnie laicali in città e fuori per un miglio attorno, con pene rigorose. Dessero i libri e le scritture al cancelliere del Comune, i mobili venduti e distribuito il danaro ai poveri; i luoghi che fossero atti si riducessero ad abitazione, gli altri si serrassero; e se alcun prete o religioso fomentasse simili adunanze, vollero che fosse procurato col Papa di privarlo de’ benefizi e mandato fuori del dominio.[183] Ma perchè tutti questi rigori, secondo il solito, non bastavano, troviamo in quest’anno 1426 trattarsi del modo come impedire che risorgessero congreghe siffatte contro ai termini delle provvisioni poste.[184]