Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8
v. 848):
_Se dominae largis Mathildis subdidit alis;_ _Quae veluti dignum valde carumque propinquum_ _Mox suscepit eum, laudans ut rex vocitetur._ _Illus tractat patrem sic, Hister ut Aman;_ _Abstulit uxorem sibi primitus, et modo prolem._
[320] _Conradus — patri suo rebellans, venit ad P. Urbanum, et solutus ab excommunicatione, in Longorbardia regnavit contra Patrem._ DODECHIN., a. 1093 (nel PISTORIO, I).
[321] _Nimioq. dolore effectus, se ipsum, ut ajunt, morti tradere voluit, sed a suis praeventus ad effectum pervenire non potuit_: BERNOLDO, _Chron._, a. 1093.
[322] Il FLOTO reputa che i vizî attribuiti ad Enrico IV sieno menzogne inventate da preti fanatici e da ribelli; certo che non aveva fondamento tutto quello che si andò divulgando. Il GIESEBRECHT crede che l’imperatore sospettasse di un adultero amore fra la sua donna e il figliuolo.
[323] BERNOLDO, a. 1094: _D. Papa Romae prope S. Mariam novam in quadam firmissima munitione morabatur_; e più esattamente la lettera dell’Abate di Vendôme (VIII, lib. I; SIRMOND, _Op._, III, 641): _Audivi — dom. P. Urbanum in domo Joannis Fricapanem latitare, et contra Guitbertistam haeresim viriliter laborare_. Da santa Maria Nova sono date alcune Bolle di Urbano: JAFFÉ, p. 459.
[324] Il celebre Abate ne scrive: _Eum pene omnibus temporalibus bonis nudatum, et alieno aere nimis oppressum inveni_; e si paragona a Nicodemo che in secreto visitò il Signore. In ricompensa ebbe il cappello cardinalizio del titolo di santa Prisca, e per tre secoli gli Abati di Vendôme si appellarono cardinali. Vedansi anche le _Ep._ IX e XIV.
[325] Fra i pellegrini che visitarono in questo tempo Roma, si tien nota, nell’anno 1092, di Erico re di Danimarca. Ma egli non venne per impulso religioso, bensì per una sua lite contro l’arcivescovo di Amburgo: BARON., ad. a. 1092.
[326] È cosa sollazzevole, oggidì, attendere alla serietà e alle elaborate ragioni con cui il GIBBON afferma la inanità delle Crociate. Assai bene dice il MILMAM in una nota che egli appone a quel passo: _the crusades are monuments of human folly! but to which of the more regular wars of civilised Europe — will our calmer reason appeal as monuments either of human justice or human wisdom_...
[327] I brevi e disadorni discorsi di Urbano sono raccolti nel MANSI, XX, 821. Per l’importanza del loro argomento, onde andò commossa la storia universale, superano le orazioni di Demostene e di Cicerone.
[328] Quest’è il poema _Histor. Gestorum Viae Hierosol._ (DUCHESNE, IV, 892). Molti dei popoli italiani ivi citati non sono che figure poetiche, e la rassegna dell’esercito vi è imitata sul modello di Virgilio. Quantunque anche genti lombarde abbiano seguito il vessillo di Raimondo, nessuno di nazione italiana ottenne nominanza nella Crociata, e il Tasso inventò di pianta il Rinaldo per adulare Alfonso di Este. LUPO annovera sotto la bandiera di Boemondo alcuni Conti e più di cinquecento cavalieri, e in una dubbia lettera di Urbano ad Alessio, vien detto che Boemondo fosse partito _cum septem millibus delectae juventutis italicae_ (MANSI, XX, 660).
[329] PETR. DIACON., IV, c. 11, descrive il cammino di questa terza spedizione. FULCHERO, nel DUCHESNE, IV, 820. TUDEBODUS, _Histor. de Hierosol. Itinere_, ibid. p. 778, e _Belli Sacri Historia_, c. 5.
[330] FULCHERI CARNOTENSIS _Histor. Hierosolymitana_, I, 820: _satis proinde doluimus, cum tantam nequitiam ibi fieri vidimus. Sed nil aliud facere potuimus, nisi quod a Domino vindictam inde fieri optavimus_. Il WILKEN è assai inesatto quando narra di questa spedizione.
[331] BERNOLDO, ad a. 1097: _D. Papa — nativitatem Dom. Romae cum suis cardinalibus gloriosissime celebravit, quippe tota urbe Rom. pene sibi subjugata, praeter turrim Crescentii, in qua adhuc latitabant Wibertini_. Vedasi eziandio l’ANON. ZWETLENSIS, nel PETZ, _Thesaurus_, I, p. III, 386.
[332] Ne fa oscuro cenno DONIZONE; e PIETRO DIACONO, IV, c. 49, ne ebbe conoscenza: _Math. comitissa, H. Imperatoris exercitum timens, Liguriam et Tusciam provincias Gregorio papae et S. R. E. devotissime obtulit. Unde in primis cauta seminandi inter pontificem et imp. odii initium fuit_.
[333] BERNOLDO. a. 1095. La leggenda che raccoglie il VILLANI (lib. IV, c. 21) intorno a Guelfo ed a Matilde, ha assai dell’ameno, ma anch’egli direbbe essere stata Matilde a ripudiar Guelfo.
[334] BERNOLDO, a. 1099 (egli comincia l’anno dal Natale): _D. Papa nativitat. Dom. cum magna pace celebravit; nam et castellum s. Angeli cum aliis munitionib. in sua potestate detinuit, omnesq. emulos suos in civitate — satis viriliter aut placavit aut vi perdomuit_. Il Catalogo di CENCIO dice: _castrum sci. Angeli a Romanis captum est in festo s. Laurentii; castrum ipsum traditum est Petro Leonis in vigilia s. Bartholomaei_: dunque ai 24 di Agosto.
[335] La Bolla è data: _Salerni 3 Non. Junii, Ind. VII_ (piuttosto dev’essere VI) _Pont. D. Urbani II, XI_ (MANSI, XX, 659). Da essa deriva la così detta monarchia di Sicilia, che, com’è noto, fu soggetto di controversia fra i Papi ed i Re di Napoli e di Spagna.
[336] FLORENTII WIGORNIENSIS _Histor._ (_M. Germ._, VII, 565): _Urbanus P. 3 hebdomada paschae magnum concilium tenuit Romae — Eos quoque anathematis vinculo colligavit, qui pro ecclesiasticis honorib. laicor. hominum homines fierent_. Egli divietò dunque qualsiasi rapporto feudale ai cherici. I canoni del Sinodo sono raccolti nel MANSI (XX, 962).
[337] _Nonnullos cives urbis, quorum ingens multitudo propter fidelitatem Imperatoris ipsi Papae erat infesta_: così dice (BARONIO, ad a. 1098) Eadmero, compagno di Anselmo di Canterbury, il quale fu a Roma negli ultimi tempi di Urbano, e alla cui vita i Romani attentarono in odio al Papa.
[338] PAND. PISAN., p. 352; _Urbanus — apud eccl. s. Nicolai in carcere in domo Petri Leonis IV Kal. Aug. animam deo reddidit, atque per Transtyberim propter insidias inimicorum in eccl. B. Petri — corpus ejus delatum est_.
[339] Liemaro di Brema, Dietrich di Verdun, Rapotone conte palatino di Baviera, il boemo Wratislao, Bennone di Osnabrück sono questi amici, i cui nomi la storia registra con menzione gloriosa. Vedi lo STENZEL, I, 609.
[340] La fedeltà tedesca dedicò alle sue tristi sorti un toccante lamento nella ben nota _Vita Heinrici IV_ (ed. WATTENBACH, _Mon. Germ._, XIV).
[341] Nel _Tetralogus_ WIPONIS (_M. Germ._, XIII, 251; WATTENBACH, _Fonti storiche di Germania_, p. 223):
_Tunc fac edictum per terram Teutonicorum,_ _Quilibet ut dives sibi natos instruat omnes_ _Litterulis, Legemque suam persuadeat illis_ — _Hoc servant Itali post prima crepundia cuncti,_ _Et sudare scholis mandatur tota juventus._
[342] DAMIANI, _Ep._ 8, _lib. VIII, ad Bonumhominem legis peritum Caenatensem: non ignoro quia cum mea epistola grammaticorum saecularium manibus traditur... rhetoricae venustatis color inquiritur, et capitosos syllogismorum atque enthymematum circulos mens curiosa rimatur_. Ben potrebbe questo solo dimostrare, che la rettorica e la dialettica non erano studî ignoti agli Italiani di quell’età.
[343] _Ep. beatissimo fratri Michaeli Guido per anfractus multos dejectus et anctus_, nel MABILL., _Annal. Bened._ IV, 324, e nel MITTARELLI, _Annal. Camald._, II, p. 4, App. — Tedaldo vescovo, che die’ ricetto a Guido, era fratello di Bonifacio margravio.
[344] Guido dice: _Roma morari non poteram vel modicum, aestivo fervore in locis maritimis ac palustribus nobis minante excidium_. E un Cardinale scriveva: _scio — quod duae causae sunt ignorantiae vestrae, una quod aegritudo loci extraneos, qui vos doceant, hic habitare non sinit, alia quod paupertas vos ad extranea loca ad discendum non permittat abire_ (ATTO CARD., _prooem. Capitularis ad canonicos eccl. s. Marci_, nel MAI, _Scriptor. vet. nov. Collect._, VI, 60, II, e nel GIESEBRECHT, _de Litter. stud._, p. 17).
[345] _Concil. Harduin._, T. VI, p. I, 1580: _ut omnes episcopi artes litterarum in suis ecclesiis doceri faciant_. TIRABOSCHI, III, 248.
[346] TIRABOSCHI, III, 255: egli lo dimostra fondandosi sull’ASSEMANNO, _Praefat. ad vol. I Catal. Bibl. Vatican. LVI_. Nel secolo undecimo trovasi il primo Tedesco che sia stato bibliotecario della Chiesa romana: fu Pilgrimo arcivescovo di Colonia, nel 1026.
[347] _Deest antiquarius_ (con questo nome di già Cassiodoro appellava i copisti) _qui transcribat. Sed cur — queror incuriam, cum non modo quispiam quae scribo transferre, sed nec celeri quidem vacet lectione percurrere_... BARON., ad a. 1061, n 47.
[348] _Ep. Henrici Clerici ad Stephanum_: nel MONTFAUCON, _Diar. Ital._, p. 81.
[349] Amato, che fiorì sotto Desiderio, scrisse la Storia dei Normanni, conservatasi soltanto in una traduzione di francese antico, ed edita dal CHAMPOLLION-FIGÈAC, a Parigi, nel 1835, con questo titolo: _L’ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par Aimé moine de Mont-Cassin_. Di tale opera si giovò Leone, che, nato della casa dei Conti de’ Marsi, fu frate sotto di Desiderio, e morì da cardinale vescovo di Ostia, dopo il 1115. Per suggerimento di Oderisio abate, egli scrisse la Cronica di Monte Cassino, dagli incominciamenti fino al 1075. La publicò per primo ANGELO DELLA NOCE (a. 1665); indi fu edita dal MURATORI, finalmente con grande accuratezza dal WATTENBACH, _Mon. Germ._, IX.
[350] _Destructio Farfensis; De diminutione Monasterii; Quaerimonium ad Imperatorem_: furono scampate dal BETHMANN nelle _Historiae Farfenses, Mon. Germ._, XIII.
[351] Quest’è il celebre Codice (_Vatican. 8487_), che, caduto Napoleone, tornò felicemente di Parigi. Per valore istorico non v’ha che lo pareggi se non se il _Registrum_ di PIETRO DIACONO che si conserva a Monte Cassino; diffusamente tratta di esso il BETHMANN (l. c.). La Sessoriana di Roma ne possiede copie imperfette di mano del FATTESCHI. Questo abate, che insieme col GALLETTI fu assai benemerito della storia di Roma nel medio evo, vi attinse in parte la sua opera eccellente sui Duchi di Spoleto.
[352] La _Chronica Farfensis_ (il cui originale esiste a Farfa parimenti del _Liber Emphiteuseos seu Largitorium_) trovasi nel MURATORI, II, 2. Gregorio la condusse fino all’anno 1105.
[353] _Orthodoxa defensio imperialis, de investitura, scripta nomine congregationis Farfensis sub Heinr. Imp._ (BETHMANN l. c., p. 558. Egli ne vide la scrittura soltanto in un _Cod. Saec. XV_).
[354] Il _Registrum Sublacense_ conservasi in quell’abazia: La Sessoriana di Roma ne possiede un apografo del FATTESCHI. I frati di Subiaco non sono gente amica delle scienze, e da dopo la rivoluzione del 1859 il loro archivio è tornato del tutto inaccessibile, perocchè essi abbiano rimpiattato tutti i loro documenti.
[355] _Fecit in specu ecclesiam pulcherrimam et firmam cooperta cripta: Chron. Sublacense_, p. 932; MURAT., _Scriptor._, XXIV.
[356] _Cod. Vatican. 3833_ (unicum) dell’incominciamento del secolo duodecimo. In otto pagine comprende la prefazione già stampata dal BALLERINI: _beatissimo atque aplico viro Pont. D. Papae Victori III. Deusdedit exiguus prbr. titulus apostolorum in eudoxia_. Questo Codice fu testè edito da monsignor PIO MARTINUCCI, secondo prefetto della Vaticana: _Deusdedit presbyteris cardlis Tit. apostolor. in Eudoxia Collectio canonum e cod. Vat. edita_, Venet., 1869.
[357] Cataloghi in mscr. parecchi; e di essi per la maggior parte ho già fatto nota nel Vol. III. Il _Cod. Vatican. 1984_ torna di maggior giovamento per il principio del secolo duodecimo. Su di esso vedasi il PERTZ, _Archiv._, V, 80 e diffusamente il BETHMANN, _Archiv._, XI, 841. Le sue varie parti derivano da compilatori partigiani dell’Impero de’ tempi di Enrico III, di Enrico IV e di Enrico V, che difesero i diritti della corona. — Di gran pregio è il lavoro del WATTERICH, il quale ha nuovamente edito le _Vitae Pontificum Romanor._, dalla fine del secolo nono al termine del secolo decimoterzo (Lipsia, 1862).
[358] _Vita Gregorii PP. VII_, con note del MABILLON (ed. MURATORI, III, p. I, 314-351). L’Autore, discacciato di Regensburg da Enrico IV, visse in Roma, ma scrisse soltanto intorno al 1128; il suo componimento è cosa assai mediocre. La scrittura dello scismatico cardinale BENNONE, intitolata _Vita et Gesta Hildebrandi_ (del principio del secolo duodecimo), non è che un opuscolo (_pamphlet_).
[359] L’originale dei Regesti di Gregorio è conservato nell’archivio Vaticano. Stampati da dopo l’anno 1591, ricevettero soltanto al tempo nostro emendamenti critici per opera del GIESEBRECHT; indi furono corretti su quel fondamento colla egregia edizione che ne fece il JAFFÈ, nel Vol. II della sua _Bibliotheca_. I Regesti di Gregorio VII non sono che il piccolo avanzo delle sue lettere, e ne comprendono quattrocento. — Dei Regesti dei Papi fino ad Innocenzo III si conservarono soltanto quelli di Leone I, di Gregorio I, di Giovanni VIII e di Gregorio VII.
[360] Il Damiani medesimo condannò, come Gregorio I, le regole di Donato, e ammonì i monaci che non istudiassero la grammatica. Vedi gli _Opuscula_, XIII, c. II; _Ep._ VIII, lib. VIII, dove dice: _mea grammatica Christus est_; e sì ch’egli era un grammatico addottrinato.
[361] BONIZONIS _ad Amicum sive de persecutione ecclesiae libri 9_, edito dall’OEFELE, _Rer. Boicar. Scriptor._, II, 794, indi dal JAFFÈ, nel Vol. II della sua _Bibliotheca rer. Germanicar._ BONIZONE raccolse anche le Decretali in dieci libri, cui prepose come introduzione uno schizzo della storia pontificia, che lo ZACCAGNI (_Mscr. Vatic. 7143_) erroneamente intitolò _Chronica de Rom. Pontif. Gestis_, donde il MAI ne fece publicazione. Su di BONIZONE hanno scritto diffusamente lo STENZEL e il GIESEBRECHT.
[362] La lettura di opuscoli (_brochures_) del tempo nostro (da dopo il 1859) servirà di documento a’ nostri nepoti, sì come per l’epoca della controversia delle investiture noi usiamo delle scritture intorno a quella compilate. Dopo l’opuscolo _Le Pape et Le Congrès_ videro la luce di tali libricciatoli a centinaja, la più gran parte in Francia. Nessuno di quegli scritti potè dir cosa alcuna che sapesse di novità.
[363] Ingiustamente il partito avverso tacciò Pasquale di simonia. Le accuse ne sono contenute nell’_Excerptum Epistolae directae Heinrico Imp. a Guarnerio principe Anconitano_ (nella _Cronica_ di SIGBERTO, a. 1105).
[364] _Vita_ di Pasquale scritta da PIETRO PISANO (PAPEBROCH, _Propyl. Maji_, VI, c. 6, p. 203): _expulit eum ab Alba; defectio Albae exterruit eum ab urbe_. Intendasi Albano, non già Alba nel Piceno, ed anche PIETRO PISANO manifestamente vuol dire di Albano, e non di Alba. Nel duomo di Albano si conserva il frammento di un’iscrizione, in cui è detto che Pasquale die’ premio alla città per la sua fedeltà: è stampato nel RICCI, _Memorie di Albano_ (Roma, 1787, p. 198) e nel GIORNI, _Storia di Albano_ (Roma, 1844, p. 232). Parimenti Urbano II ricompensò Velletri confermando la giurisdizione della Città sul suo territorio (Bolla segnata: _Rom. VIII Id. Julii Ind. XII, A. 1089_; trovasi nel BORGIA, _Velletri_, p. 204).
[365] Documenti raccolti nel _Reg. Farf._ segnano l’era di Clemente III ancor nel mese di Gennaio 1100; nell’Ottobre non più. In ORDERICO VITALE (DUCHESNE, _Histor. Normannorum Scriptores_, p. 762) sono riferiti questi versi che Pietro Leone, cardinale, componeva contro di Guiberto:
_Nec tibi Roma locum, nec dat Wiberte, Ravenna;_ _In neutra positus, nunc ab utraque vacas._ _Qui Sutriae vivens male dictus Papa fuisti,_ _In Castellana mortuus urbe jaces._ _Sed quia nomen eras sine re, pro nomine vano_ _Cerberus inferni jam tibi claustra parat._
Il Cardinale non pronosticava allora che sarebbe anch’esso divenuto antipapa (Anacleto II). AMADESI, _Chronotax._, II, 193. — La scrittura _De miraculis Wiberti Papae qui et Clemens_ trovasi nel _Cod. Udalrici_, in EKKARDO, n. 173. Più tardi Pasquale II fece dissotterrare le ossa di Guiberto e gettarle nel Tevere, per farla finita co’ suoi miracoli: DODECHINI, _Appendix_, nel PISTORIO, I.
[366] _Cod. Vat. 1984_. Alberto fu dapprima difeso dal romano _Johannes Ocdoline filius_ e dal cardinal Romano, in un palazzo presso a san Marcello; indi fu tradito. Questi fatti avvennero durante la prima metà dell’anno 1101. Uno de’ due Antipapi fu tradotto in bando alla Cava, l’altro a san Lorenzo presso Aversa.
[367] _Petrus de Columna Cavas oppidum de jure b. Petri invaserat_ (PETRUS PISANUS, c. 8, p. 203).
[368] Di questo castello è fatta menzione primamente in un Diploma di Enrico III, a. 1047. In una carta di donazione data da Pietro di Tusculo, ai 26 Dicembre 1066, v’è questa sottoscrizione: _Amato vir magnus judex de Castello de la Colonia_ (GATTULA, _Hist. Casin._, I, 235). — Nel 1074, ai 13 di Marzo, Gregorio VII cedette al convento di san Paolo _medietatem Castelli quod vocatur Columpna_ (_Bullar. Casin._, T. II, 108). Il NIBBY reputa che l’odierno Colonna sia l’antico _Labicum_, ma il signor PIETRO ROSA di Roma, che è il più profondo conoscitore della topografia del Lazio, onde egli sta componendo una carta eccellente, m’assicura che _Labicum_ deva essere l’odierna Rocca Compatri. — L’UGHELLI (T. X, 119) registra i Vescovi di _Labicum_ dall’anno 619 fino all’anno 1111 soltanto, ma il GIORGI, _De Cathedra Episcopali Setina_ (p. 18) afferma, che il Vescovato di _Labicum_ fu unito a quello di Tusculo soltanto nel 1231.
[369] Il COPPI lo spiega acconciamente (_Mem. Colonn._, p. 28) valendosi di un documento dei 24 Settembre 1078 (GATTULA, I, 236), in cui _Petrus fil. Dom. Gregorii nobiliss. Romanor. Consulis piae memoriae_ dona a M. Cassino una chiesa prossima a Monte Porzio; ed egli dimostra che Colonna e M. Porzio appartenevano ad un solo signore. È manifestamente questo Pietro, cui Pasquale tolse Colonna.
[370] _Dom. Papa Cavas recepit: Columna et Zagarolum oppida juris illius (cioè Petri) sapienter expugnata, prudenter sunt capta_: PETR. PISAN., c. 8. — Il PETRINI (p. 111) si vale di un documento dell’anno 1053 (_Reg. Subl._, fol. 78), in cui la contessa Imilia, _habitatrix in Palestrina_, dona dei beni a Subiaco per la salute spirituale dei suoi eredi, del suo defunto sposo Donadeo, del _quondam Joannis qui vocabatur de Benedicto_, e della _domina Hitta_ (già moglie di quel margravio Giovanni). Il detto scrittore crede, senza alcun fondamento, che Imilia fosse sorella di Giovanni, e la fa madre di Pietro Colonna, che le sarebbe nato di un secondo marito: di ciò il COPPI dubita. Stando a documenti conservati a Subiaco, Donadeo era della famiglia di Crescenzio prefetto (a. 1036). Con Giovanni margravio, nipote di Stefania (morto prima del 1053) si sciolse il _Pactum_ conchiuso nel 970 (Vol. III, pag. 454). Certamente Pietro Colonna, qual parente di Emilia, vantò pretese su di Palestrina, di cui più tardi s’impadronì. — In tempi posteriori si favoleggiò che i Colonna venissero di Germania a Roma: in un manoscritto che si conserva nella biblioteca Chigi (n. II, 31, p. 154) il favoloso capostipite della famiglia riceve nome di Stefano, e il compilatore dice: «la contessa Emilia donna de Palestrina sello piglio per marito.»
[371] Nicolò II aveva scomunicato gli Anconetani, che nel 1060 erano già iti in decadenza, e il Damiani implorò che si assolvessero (_Ep._ I, VI). Sulla signoria di Guarnerio vedasi il PERUZZI, _Storia di Ancona_, I, 267, 275. Il FATTESCHI fa vedere che Guarnerio nell’anno 1095 era duce di Spoleto e margravio di Camerino. — _Reg. Farf._, fol. 1177: _anno IV Heinrico IV imperante et Guarnerio Marchione mense Jun. Ind. IV_ (deve dire VII, A. 1114). Al fol. 1179, l’abate Beraldo ricorre al _Dux et Marchio Guarnerius_ contro rapitori di beni del monastero. Viene poi un editto di Guarnerio; il suo suggello lo rappresenta a cavallo, armato di spada e col berretto frigio. I suggelli degli antichi _Duces_ longobardi di Spoleto li rappresentano per la più parte che impugnano la bandiera.
[372] La _Cronica_ di Fossa Nova (nel Lazio) dice (_ad an. 1105, Ind. XIII_): _Marchion venit Romam consentientibus quibusd. Romanis, et elegit Adanulphum in Papam Silvestrum ad S. M. Rotundam infra Octavam S. Martini, sed sine effectu reversus est_. EKKEHARDO, ad a. 1106, cade in errore, e di poco s’accorda SIGBERTO (a. 1105), il quale però offre buone notizie particolareggiate, riportando il frammento di una lettera di Guarnerio. Esattissimo è il _Cod. Vat. 1984_, il quale sa anche dell’elezione di «Maginulfo», avvenuta nel Panteon. Giusta la lettera di Pasquale indiritta ai Francesi, in data dei 26 Settembre, dal Laterano (_Cod. Udalr._, n. 239), il JAFFÈ dimostra che Maginulfo fu eletto ai 18 di Novembre, e fuggì ai 20.
[373] _Berto caput et rector Romanae miliciae_, dice SIGBERTO, ed è quegli stesso che il _Cod. Vat. 1984_ chiama Berizone. Ad occasione di questa pugna, si tien nota del _templum romuly ante domum judicis Mathilde_ (che probabilmente è la basilica di Costantino), dell’_arcum aure_ (secondo l’_Ordo Romanus_ è un arco di entrata nel foro di Nerva), dell’_arcum triumfale_ (di Costantino), della _sedem solis — circlo majore_.
[374] _Callidus Papa, Henricum adolescentem filium Henrici Imp. adversus patrem concitat, et ut Ecclesiae Dei auxilietur admonet_: HERIMANUS _in narratione restaurationis Abbatiae S. Martini Tornacensis_ (D’ACHERY, _Spicileg._, XII, n. 83; PAGI, _Critica_, a. 1106, n. 1).
[375] Si sottomise anche Parma donde erano sorti due Antipapi. Affine di indebolire l’arcivescovo di Ravenna, furono tolti alla sua giurisdizione i cinque Vescovati dell’Emilia, di Piacenza, di Parma, di Reggio, di Modena e di Bologna. La potenza di Ravenna cadde con Guiberto, quantunque Gelasio II nell’anno 1119 abrogasse il decreto di Guastalla (RUBEUS, _Hist. Rav._, V, 321). Nel FANTUZZI (IV, 247) trovasi un notevole documento del 1130, in cui l’Arcivescovo di Ravenna ricompare nella pienezza della sua autorità sopra del Vescovo di Bologna.
[376] PIETRO PISANO, c. 11. Quelle città erano Ponte Celle e Montalto (vicin Corneto nella _Maritima superior_). Fu grave errore andar cercando quest’ultima sul mare Adriatico, invece che sul mare di Tuscia.
[377] Il _Chron. Sublacense_ (MURAT., XXIV, 939) scrive _Effidis_ a vece di _Affile_. Intorno ad Affile (in PLINIO e in FRONTINO) vedasi l’_Analisi_ del NIBBY. Nel _Cod. Albini_, fol. 138, e in CENCIO, fol. 115, vi si riferisce un compendio dei perduti Regesti di Pasquale: contratto di cessione di _pontie et effides_, dato ai 7 _Id. Sept._; testimonî: _Raynaldus Senebaldi. Octavianus. Oddo fil. Johis de Oddone_ (entrambi Crescenzî discendenti di Ottaviano e di Rogata). _Petrus de Rofrido. Rofridus de Ceperano. Romanus de Scotto. Huguizon fil. Petrus de Leone. Cincius Johis de Crescentio_.
[378] Dai Regesti di Pasquale, CENCIO trasse il _pactum cum Ninfesinis_, senza data. Ne tengo nota a causa de’ rapporti feudali dei quali vi si parla: _Hec sunt que facient Nimphesini. Fidelitatem scil. B. Petro et Dno PP. Paschali ejusq. Successoribus. — Hostem et parlamentum, cum Curia preceperit. Servitium quod assueti fuerunt facere, et placitum et bannum faciant B. Petro et PP._ Pagano la _Quarta_ a misura del _Modius_ romano; a san Martino son soggetti al _Glandaticum_ (servitù di pascolo pei majali); alla festa di san Tomaso contribuiscono _bonos bradones_ (pagnotte di sugne e di grasso). _De carico uniuscuiusque Sandali solvant denarios VI. Fidantiam_ (tributo) _in unoquoque anno in mense Madji libr. XXX de papia bonas_. Vengono dopo statuizioni sul _plateaticum_ o tributo di mercato, che gli stranieri devono pagare alla Curia (del ministero pontificio); indi sul _Foderum_ ecc. Devono demolire le mura, nè possono costruirne di nuove senza permesso della Curia. Testimoni: _Petrus Leonis. Petrus de Franco. Leo de dno petro Leonis. Ubicio. Seniorictus. Benincasa piscatore. Constantinus dapifer. Zoffo de caiaze. Gisalfo. Romanus de Calvo. Vgizzonius de Joha[=n]e Tinioso. Paganus_. — A torto questo documento non fu registrato nel _Cod. Diplom._ del THEINER.
[379]
_Nobilis urbs sola Mediolanum populosa_ _Non servivit ei; nummum neque contulit aeris_ (DONIZO II, 18).
[380] _Heinricus Dei gr. Romanorum Rex Consulibus et Senatui, Populo Romano, majoribus et minoribus gratiam suam cum bona voluntate: Cod. Udalr._, n. 257.
[381] La lettera di Federico arcivescovo di Colonia, indiritta a Ottone di Bamberga, analizza assai bene le conseguenze delle investiture: _Cod. Udalr._, n. 277.
[382] Il trattato dato ai _II Non. Febr. in atrio B. Petri in eccl. b. Mariae quae dicitur in Turri_ (_Cod. Vat. 1984_) denota così le regalie: _civitates, ducatus, marchias, comitatus, monetam, teloneum, mercatum, advocatias regni, jura centurionum et curtes que manifeste regni erant cum pertinentiis suis, militia et castra regni_. Similmente il _Cod. Udalr._, n. 262, 263, e il _Chron._ EKKEHARDI, a. 1111. Il _Cod. Vat. 1984_ trasse le _Cartulae Conventionis_ dal Registro di Pasquale, e quasi testualmente le riferì PIETRO DIACONO. Parimenti ALBINO, CENCIO e il Card. Aragon. compendiarono tutti questi istromenti.
[383] Per suggerimento dell’Autore, abbiamo ommesso, nella traduzione di questa pagina, una nota che trovasi qui posta nell’originale. (N. del T.)
[384] _Dimittat ecclesias liberas cum oblationibus et possessionibus, quae ad regnum manifeste non pertinebant_. Il Papa chiedeva dunque a quel tempo «libera Chiesa» accanto allo Stato; oggidì vien detto: «libera Chiesa in libero Stato.» Il secondo _Pactum_ è registrato nel _Cod. Vat. 1984_, e nel _Cod. Udalr._, 263.
[385] _Patrimonia et possessiones b. Petri restituet et concedet sicuti a Carolo, Lodovico, Heinrico et aliis imperatoribus factum est, et tenere adjuvabit secundum suum posse_: ibid.
[386] Senza saperlo, il conte Cavour ha indiritto contro a Pio IX le ragioni di Pasquale II: «Se la Chiesa potrà una buona volta liberarsi da tutte le pastoie delle cose secolari, e separarsi mediante certi confini dallo Stato, non solo la sua indipendenza diverrà meglio assicurata, ma la sua autorità più efficace, poichè non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finchè il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla podestà spirituale, l’autorità temporale. Il principio della reciproca indipendenza della Chiesa e dello Stato deve essere inscritto in modo formale nel nostro Statuto, deve far parte integrante del patto fondamentale del nuovo regno di Italia.» _Discorso_ del CAVOUR, detto ai 25 Marzo 1861, ad occasione di un’interpellanza sulla questione romana.
[387] _Non erit in facto aut consilio, ut dom. Papa perdat papatum romanum vel vitam, vel membra, vel capiatur mala captione, aut per se aut per submissam personam_: formula d’uso, a quel tempo, nei trattati con Principi, con città, con vassalli, come lo dimostrano le formule giuratorie raccolte in CENCIO. Mallevadori del Papa furono Gualfredo, nipote suo, e i Pierleoni.
[388] _Praebuit rex assensum, sed eo pacto, quatinus haec transmutatio firma et autentica ratione, consilioque vel concordia totius ecclesiae ac regni principum assensu stabiliretur; quod etiam vix autem nullo modo fieri posse credebatur_: EKKEHARDO. — _Quod tamen nullo modo posse fieri sciebat_, dice Enrico del Papa in una lettera raccolta nel _Cod. Udalr._, n. 261 (DODECHINI, _Append._, p. 668).
[389] _Deliberata est itaque ei ecclesia, et omnes munitiones circumquaque sitae_: PETR. PISAN., c. 14. — Il san Pietro era munito di trincee; il castel Sant’Angelo era sempre in mano dei Pontificî.
[390] SIGBERTO, a. 1111; DODECHINI _Append._ p. 668. _Cod. Udalr._, n. 263: _Privilegium Pascalis Papae. Et divinae legis_ etc.
[391] _Lectis publice privilegiis, tumultuantibus in infinitum princibus pre aecclesiarum spoliatione ac pre hac beneficiorum suorum ablatione_: EKKEHARDO. E vedasi la vivace descrizione che ne dà la _Cronica di Reichersberg_, p. 239 (nel LUDEWIG, T. II). Così essa, quanto SIGBERTO, OTTONE DI FRISINGA (_Cron._, VII, 14), la _Ep. Heinrici_ (_Cod. Udalr._, 262) e DODECHINO non fanno menzione che de’ soli Vescovi: _Universis in faciem ejus resistentibus, et decreto suo palam haeresim inclamantibus, scil. episcopis, abbatibus, tam suis quam nostris et omnibus ecclesiae filiis_.
[392] _Habent enim aliquid simile cum nivibus suis; nam statim ut tacti calore fuerint, in sudorem conversi deficiunt, et quasi a sole solvuntur_, dice a questo proposito PIETRO DIACONO (IV, c. 39) dell’indole germanica, con giudizio strano e contrario al vero. Per lo contrario i Tedeschi si pregiano di tempra virile e ferma nei propositi.
[393] PETRUS DIACON., c. 39. MANSI, XXI, 59. Lettera di Giovanni cardinale (_agens vice Domini Pascalis Papae vincti Jesu Christi_) a Riccardo vescovo di Albano: _post haec omnes unanimes contra eum juraverunt, uno animo, una voluntate pugnare_.
[394] Così ne lo descrive con vivi colori la _Cronica di Reichersberg: Clerici tenere educati funibus trahebantur ab equitibus, quos illi, ut poterant, sequebantur per plateas, luto profundo ac tenaci vix emergentes_. È senza dubbio un’esagerazione quel che dice PIETRO DIACONO, che il Papa fosse tratto in catene.
[395] PETR. DIACON. e il _Cod. Vat. 1984_, che lo ricavano dal Registro di Pasquale: _aput castellum Trebicum; aput Corcodilum_, che certo è Corcollo o _Corcurulum_, l’antica Querquetula, Corcotula, nel Lazio. Vedi il NIBBY, _Analisi_.
[396] PETR. DIAC. — Non è che una favola la narrazione di ORDERICO VITALE (X, 762) che duemila Normanni venissero in aiuto di Roma, e battendo Enrico lo cacciassero. In questo tempo principi de’ Normanni erano Roberto di Capua (1106-1120) succeduto a Riccardo II fratel suo, e Guglielmo di Puglia figlio di Rogero, che era morto a Salerno in Febbraio dell’anno 1111. In Sicilia era morto nel 1101 il gran conte Rogero, fratello del Guiscardo, e gli era successo Rogero II.
[397] _En cogor — pro Ecclesiae pace ac liberatione id perpeti, quod ne paterer, vitam quoque cum sanguine profundere paratus eram._ In condizioni pari Pio IX s’avrebbe anch’egli doluto cogli stessi lamenti? o avrebbe continuato a ricantare il suo _non possumus_?
[398] _In agro juxta pontem Mammeum: Cod. Vat. 1984_. Di già nell’anno 1030, questo ponte aveva nome di _pons Mammi_ (NIBBY, _Analisi_, II, 579); ed è incerto se si chiamasse così da Mammea, madre di Alessandro Severo. Ivi è il confine fra il Lazio e la Sabina. Il campo _Septem Fratrum_ deve corrispondere all’odierno Castell’Arcione, nove miglia distante da Roma, dove un tempo esisteva la chiesa di santa Sinforosa, madre di sette figliuoli ch’ebbero martirio al tempo dell’imperatore Adriano. ESCHINARDI, _Agro romano_, p. 236; VIOLA, _Storia di Tivoli_, II, 125.
[399] _Actum 3 Idus Aprilis 3 feria post Octava Paschae Ind. IV._ Entrambe le formule giuratorie, tratte dal Registro di Pasquale, sono riferite nel _Cod. Vat. 1984_, in CENCIO, nel CARD. ARAG., nel _Cod. Udalr._ n. 264, nei _Mon. Germ. Leges_, II, 71. Fra i mallevadori del Re si trova eziandio _Guarnerius comes. Et regnum et Imperium officii sui auxilio tenere bona fide adjuvabit_. PIETRO DIACONO, c. 40. vi aggiunge benanco _patriciatum_.
[400] _Regnum vestrum sanctae Ecclesiae singulariter cohaerere, dispositio divina constituit. — Cod. Udalr._, n. 265; _Mon. Germ. Leges_, II, 72; MANSI, XXI, 65. OTTONE DI FRISINGA dichiara addiritura che il Privilegio fu _extortum per vim_.
[401] _In exemplum patriarchae Jacob dicentis ad angelum: Non dimittam te nisi benedixeris mihi_: EKKEHARDO. Sembra che la comparazione fosse tolta dalla perduta Istoria di DAVID SCOTO, come si rileva da GUGLIELMO MALMESBURY (_De Gestis Reg. Anglor._ V, 166); infatti egli usò delle notizie date da DAVID, dicendo però che questi non fu dappiù di un semplice panegirista. A tale proposito il BARONIO grettamente sbriglia la sua stizza contro il vivace Cronista. — Enrico adesso volle ed ottenne che fosse data sepoltura cristiana al padre suo: EKKEHARDI _Chron._
[402] _Romani patricii occurrerunt cum aureo circulo, quem imposuerunt imperatori in capite et per eum dederunt sibi summum patriciatum Romanae urbis, communi consensu omnium._ W. MALMSB. v. 167.
[403] Ne abbiamo notizia da questo documento: _Actum Idibus Aprilis 5 feria post octavas Paschae, Ind. IV. Haec sicut passi sumus, et oculis nostris vidimus, et auribus nostris audivimus, mera veritate conscripsimus_. Così dal Registro di Pasquale nel _Cod. Vat. 1984_, donde lo ricavò il CARD. ARAGON., 363.
[404] PIETRO PISANO esagera: _discedente — Henrico Romam pax rediit — viguit autem pax annis plus minus novem, posteris vix credenda, quam profecto vidi tantam, quantam et timidus bubulcus exoptat, et audax perhorrescit latro, ut quisque locum depositum tueretur_. Questi furono anni di tranquillità per Italia, ma non per Roma che presto tornò in fiamme.
[405] Lettera violenta di Brunone a Pasquale, in PIETRO DIACONO, c. 42, e nel BARONIO, ad a. 1111, n. 30. Ivi è registrata anche la sua lettera al Vescovo di Porto. Pasquale lo costrinse a deporre la sua dignità di abate. Brunone morì a Segni nel 1123, ed è sepolto in quel duomo.
[406] Il mansueto Ivone respinse l’opinione che l’investitura fosse eresia, poichè non era _error in fide_. Difese il Papa contro di Giovanni di Lione, ricordando argutamente di Noè: _Potius pudenda patris nostri nudabitis, quae publicanda non essent in Gath, nec in compitis Assalonis, deridenda exponetis, quam post dorsum ea velando benedictionem paternam nobis acquiratis — — Sic Petrus trinam negationem trina confessione purgavit, et Apostolus mansit: Cod. Udalr._, n. 281: MANSI, XXI, 78.
[407] Gerardo di Angoulême, che compilò la sentenza definitiva, protestò il _Privilegium_ essere un _pravilegium_. Gli atti ne sono registrati nel MANSI, XXI, 50. FLORENTII VIGORN. _Hist._ (_Mon. Germ._, VII, 566). Notizie staccate v’hanno nel PAGI, a. 1112, n. II. — FALCONE dice senza sutterfugi: _Papa Paschalis faciens Romae synodum fregit pactum, quod fecerat cum Henrico Rege_. Soltanto il Concilio non osò di pronunciare la scomunica.
[408] Pasquale pensava più nobilmente del BARONIO, il quale non gli sa perdonare che non ispergiurasse subito: _Apostolicae constantiae succisis nervis — nimis tenax custos praestiti, immo per vim et metum extorti, juramenti — magnam ipse sibi notam inussit_.
[409] Addì 3 Maggio, lamenta che Civita Castellana, Corcollo, Montalto, Montacuto, Narni rifiutassero obbedienza, e spera che gli sieno ristorati _Perusia_, Gubbio, _Tuder_, Orvieto, _Castellum Felicitatis_, il Ducato di Spoleto e la Marca di Fermo (_Cod. Udalr._, n. 266). Ai 26 Ottobre 1111 si duole de’ suoi persecutori: _Cervicem adversus nos erexerunt, et intestinis bellis viscera nostra collacerant, et multo faciem nostram rubore profundunt_: biasima le violenze di Enrico contro alle Chiese, e il modo tirannico onde si trattavano gli ostaggi. Questa lettera dà una chiara idea delle lotte che si combattevano nell’animo del Papa: _Cod. Udalr._, n. 271.
[410] Il Concilio di Vienne senza tanti riguardi dà del sempliciotto al Papa: _Scriptum illud, quod rex a vestra simplicitate extorsit, damnavimus_. La epistola sinodale mette in aperto tutta la collera infiammata de’ Vescovi: BARON., ad a. 1112
[411] È una fiaba che i Romani mandassero seicento ambasciatori a Bisanzio; il tempo fu nel Maggio dell’anno 1112: PIETR. DIACON., IV, 46. Della legazione fa cenno anche la lettera dell’Abate di Farfa, in cui questi avvisa Enrico delle astuzie del Papa: _Cod. Udalr._, n. 256.
[412] Primamente andò nell’inverno del 1112 a Benevento, dove elesse Landolfo _de Graeca_ a contestabile. Qui è la prima volta che nelle terre pontificie s’oda menzionare il titolo di _Comestabulus_. FALCONE dà a questo officio anche nome di _Rectoraticum, aut aliquam Baliam publicam_ (p. 84). — Riguardo alla infeudazione normanna vedansi il _Chron. Fossae Novae_, a. 1114, e ROMUALDO, ad a. 1115: _apud Ciperanum in eccl. S. Paterni Guilielmus Dux devenit ligius homo Papae Paschalis_. Se si stia a FALCONE, l’infeudazione si estese al _Ducatus Apuliae, Calabriae et Siciliae_: PIETRO DIACONO, c. 49, non parla più di Sicilia, ma probabilmente il Duca delle Puglie teneva ancora quest’isola in conto di feudo suo.
[413] Le terre di Matilde erano state per la massima parte già comprese nella donazione di Pipino. Da dopo di Carlo la Chiesa pretese a Spoleto, ed al tempo de’ Carolingi possedette la Tuscia romana, ma questa nel secolo decimo fu per la maggior parte congiunta al Margraviato di Toscana. Corneto e _Tuscana_ appartenevano omai all’Impero, dacchè i Margravî e Matilde, o loro _Missi_, tennero dei _Placita_ in quelle terre. _Reg. Farf._, n. 579 e n. 799: _in castello et turre de Corgnito in finibus maritimanis territorii et comitatus Tuscanensis_. Anche Civitavecchia fu soggetta al governo di Goffredo di Toscana (ANNOVAZZI, _Storia di Civitavecchia_, Roma, 1853, cap. II, 224). Soltanto nel secolo decimoquarto si usò il nome _Patrimonium_ per denotare la Tuscia romana, ma in prima, col nome di _Patrimonium S. Rom. Eccl._ era appellato tutto il territorio da Radicofani a Ceperano (CENNI, _Monum._, II, 210). Erroneamente si fecero derivare dall’eredità di Matilde quelle terre, che più tardi furono chiamate _Patrimonium_. Chi soprattutto sa dire che cosa fosse siffatta eredità?
[414] Fuor di DONIZONE, in alcuni versi di concetto indeterminato, e di PIETRO DIACONO (III, c. 49), in una fugace considerazione, nessun contemporaneo fece nota di questa donazione, della quale d’altronde non si può muover dubbio. PETR. DIACON., _ann._ 1077 — _Mathilda comitissa — Henrici imp. exercitum timens Liguriam_ (così puranco chiamavasi la Lombardia) _et Tusciam provincias Gregorio papae et R. E. devotissime obtulit. Unde inprimis causa seminandi inter pontificem et imp. odii initium fuit_. — Il documento della donazione fu stampato in prima dal LEIBNITZ, _Rer. Brunsw._, I, 687, indi diligentissimamente dal CENNI (_Mon._, II, 238), che lo trasse da ALBINO e da CENCIO, e lo illustrò con una dissertazione di aridissima erudizione. L’originale non esiste, ma nelle cripte del Vaticano si conserva il suo frammento marmoreo, chè la donazione fu incisa in una lapide, e questa collocata nel san Pietro. L’importante frammento fu ricomposto egregiamente dal SARTI e dal SETTELE (_App._ a DIONISIO, _Sacrar. Vat. Basilicae Criptar. Monum._, Tab. VII). Il SARTI crede che la inscrizione in marmo abbia servito di originale non soltanto al codice di ALBINO (è nella biblioteca Ottoboni), ma a tutti gli altri esemplari di scritto.
[415] La Bolla di Innocenzo II, degli 8 Giugno 1133, che investì Lotario II, sua vita durante, dei beni componenti la eredità di Matilde, parla soltanto dell’_allodium bon. mem. Comitisse Mathildae, quod utique ab ea b. Petro constat esse collatum_. E soltanto agli allodî (chiamati _Terra, Domus, Podere, Comitatus_) deesi riferire la donazione.
[416] Solamente più tardi i Papi osarono di muover pretesa sui feudi imperiali. Ancor prima Spoleto e Camerino erano stati dall’Imperatore dati in feudo a Guarnerio II. Rabodone per primo ottenne il Margraviato di Toscana; indi, nel 1119, lo ricevette Corrado di Svevia (CIANELLI, _Memorie e documenti del Principato lucchese_, I, 159). Nel 1136 ebbelo in feudo Enrico il Superbo della casa de’ Guelfi; coll’assentimento del Papa, egli ricevette anche gli allodî di Matilde.
[417] _Feci autem ut homo, quia sum pulvis et cinis!_ sclamò lo sventurato Papa nel Concilio. Ma Brunone di Segni si sdegnò perciocchè egli svelasse la nudità del Papato, e incollerito gli diè dell’eretico. Allora Giovanni di Gaeta, che più tardi diventò Gelasio II, proruppe con grande ira: _Tunc hic et in concilio, nobis audientibus, Romanum Pontificem appellas hereticum? — Ad hoc patientia domini Papae, horrendo heresis nomine pulsata, expergefacta est_. — In EKKEHARDO.
[418] Gli atti del Concilio sono registrati in EKKEHARDO. Il Papa fu trattato prettamente da _simplex_. Il tragico stato di lui ch’era avvinto da un giuramento e le cabale o le collere dei Cardinali che lo attorniavano, ne formano uno dei più commoventi episodî della storia del Papato.
[419] _Praefectus — indutus manto precioso, et calceatus zanca una aurea, i. e. una caliga, altera rubea — juxta dom. Papam collateraliter nullo medio equitante incedit: Ordo Roman._ di CENCIO, nel MABILLON, p. 170. Qui si usa dei nomi di _zanca_ e di _caliga_, in pari senso di calzatura e di panni di gamba, nella foggia che spesso si vede usata in quadri fiorentini antichi. Riguardo al vestimento del Prefetto vedasi il CONTELORIUS, _de Praefecto urbis_, p. 3. La figura che è disegnata sulla tomba di _Petrus de Vico_, a Viterbo, porta in capo una mitra che somiglia ad una pina.
[420] Dell’importanza della Prefettura a questo tempo discorre GEROH DI REICHERSBERG: _Grandiora urbis et orbis negotia — spectant ad Rom. Pontificem sive illius vicarios — itemque ad Rom. Imperatorem sive illius vicarium urbis Praefectum, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet Dominum Papam, cui facit hominum et Dom. Imperatorem, a quo accipit suae potestatis insigne, scilicet exertum gladium_ (BALLUZIUS, _Miscell._, V, 64. GEROH scriveva intorno al 1150).
[421] Stando a FALCONE ed a PIETRO PISANO, il Prefetto morì nel Marzo; soltanto una glossa marginale di antica data, apposta al _Cod. Vat. 1984_, dice: _A. XVII Pontif. Paschalis secundi PP. Ind. VIII_ (piuttosto IX) _mense aprilis die II obiit Petrus prefectus_.
[422] PIETRO PISANO, c. 18, narra vivacemente di cotali fatti, come quegli che vi prese parte. E FALCONE, p. 90: _Praefectus urbis Romae mense quidem Martio obiit, post cujus mortem civile bellum terribiliter exortum est, eo quod Romani audierant, quod Petrus filius Leonis Apostolici consilio filium suum Praefectum ordinare vellet_. ORDERICO VITALE (XII, 861) dice che il vecchio Pierleone era odiatissimo (_quem iniquissimum foenatorem noverunt_, cioè i Franchi nel Sinodo di Reims).
[423] _At ille non contentus termino, ea die Praefecturalia, a quibus potuit, in se compleri fecit_: ossia si fece installare in officio da’ Magistrati (PETR. PISAN., c. 19); e così si parla di _laudes praefectoriae_ e di _applausus comitiorum_.
[424] Scene eguali di quelle che DINO COMPAGNI descriveva avvenire a Firenze, _Cod. Vat. 1984: unde orte fuerunt pugne multe et omicidia et pestilentiae magne, turres a fundamentis dirute; hac plures domora dissipate, et ecclesiae depredate, ac clerici capti_. PETR. DIACON., IV, c. 60, e FALCONE DI BENEVENTO.
[425] Del teatro di Marcello ho fatto nota anche in documenti del secolo decimo (Vol. III, pag. 461): durava ancora il _Forum Olitorium_, e financo ivi esisteva tuttavia l’elefante di bronzo o di marmo.
[426] In queste ruine si cerca il tempio della Pietà, che Roma republicana ebbe edificato ad onore di una donna romana, la quale nutrì col suo petto il padre condannato. PLINIO, VII, c. 36: _Et locus ille eidem consecratus Deae C. Quinctio, M. Acilio Coss. Templo Pietatis exstructo in illius carceris sede ubi nunc Marcelli theatrum est_. BECKER, _Manuale_ ecc., p. 603. — Il NARDINI, il VENUTI, il NIBBY, il CANINA, il BUNSEN hanno fatto studio della antichità di quel luogo, fra loro disputando. — La diaconia era appellata _in Carcere_ dalla prigione di Stato del decemviro Appio Claudio. Diggià sul principio del secolo duodecimo si disse _in carcere Tulliano_, e ciò erroneamente, avvegnachè la prigione edificata da Servio Tullio fosse in vicinanza del Campidoglio. La Storia di questa diaconia compilata dal CRESCIMBENI (è in manoscritto che si conserva dal Cardinale di quel titolo) mi ha prestato di poco ajuto.
[427] La _Graphia: In elephanto templum Sibille, et templum Ciceronis, ubi nunc est domus filiorum Petri Leonis. Ibi est carcer Tullianus, ubi est Eccl. s. Nicholai_. Ivi nelle vicinanze evvi il ponte dell’isola (_pons judaeorum_); al di là esisteva il ghetto antico. In questo vecchio quartiere dei Pierleoni s’entra per un arco d’ingresso che è di fronte al palazzo Savelli; la strada «Porta Leone» è forse così appellata dal nome dei Pierleoni. La fornace che trovasi in quel sito (sta scritto sopra alla sua porta: _n. VIII, Prioratus del sole_) era in origine una torre, ed ha ancora una finestra medioevale. Nelle case si rilevano tracce di torri antiche; così in quelle ai numeri 122, 137, 130, dove oggidì gli Ebrei macellano bufali.
[428] _Ptolemaeo donavit Ariciam, caeteris aurum et argentum_: PETR. PISAN., c. 19. Il JAFFÈ (n. 3489 a) dice che Alessandro II infeudasse Aricia ai Malabranca, ma quest’è un errore. Fu Alessandro III che, nel dì 9 Giugno 1178, a _Conrado Gregorio et Petro fidelibus nostris filiis bone memorie Malebrance_, confermò l’investitura di Aricia, già posseduta dal padre loro: THEINER, _Cod. diplomat. dominii Temporal._, I, n. XXXI.
[429] _Sicque Apostolicus ipse tranquillitate inventa Romam securus habitavit_, dice FALCONE DI BENEVENTO: su di che possono vedersi le considerazioni del GIESEBRECHT, III, p. 1164.
[430] È degnissimo di nota ciò che narra PIETRO PISANO (c. 21): _Plebs, populusque Rom. triumphum tibi instituit. Coronata urbe Rex et Regina transivit per medium: magnus apparatus, parva gloria. Huic nullus Patrum, nullus Episcoporum, nullus catholicus sacerdos occurrit; fit ei processio, empta potius, quam indicta_.
[431] PIETRO PISANO (c. 22), che toglie frasi a prestito da Sallustio e da Livio. — Egual concetto dell’Impero ebbe il Barbarossa.
[432] _Et praefecturam per aquilam confirmavit dudum nominato praefecto: Cod. Vat. 1984_. Il giovine Prefetto, come il padre suo, aveva nome Pietro, e durò in carica fino al tempo di Onorio II (_Papa Honorio et Petro tunc temporis urbis prefecto_: documento dell’anno 1148, n. 57, nel GALLETTI, _del Primic._). È assai strano caso che tanti Prefetti si chiamassero tutti con nome Pietro.
[433] PETR. DIACON., IV, c. 61: _Ptolemaeo illustr. Octavia stirpe progenito, Ptolemei magnific. consulis Romanor. filio, Bertam filiam suas in conjugio tradidit_. Nessun Cronista del resto narra di questo maritaggio, quantunque PIETRO non possa averselo inventato di suo capo. Tuttavolta, nell’anno 1141, Leone figliuolo di _Petrus Leonis_ compare da suocero di Tolomeo (NERINI, n. 8, App.: _Dns Tholomeus Curie se representavit cum Dno Leone Petri Leonis socero ejus_...): dunque Berta doveva a quel tempo essere omai morta. Più tardi vedremo un Imperatore bizantino dar la sua figliuola in isposa a un Frangipane.
[434] Documento di Tolomeo I, dato per Gaeta, dei 9 Febbraio 1105 (FEDERICI, p. 463). A Monte Cassino ne vidi l’originale che è notevole per la duplice scrittura che contiene. Tolomeo II accordò anche al monastero, libertà di traffici nei suoi possedimenti. _In nom. Dom. anno ab Incarn. ejus 1130 mens. Jun. Ind. VIII. Ego Ptolemaeus dei gr. Romanorum consul filius quondam bone mem. Ptolemaei — concedo — ut cassinenses fratres et res eorum et homines pro utilitate monasterii secure atque quiete eant atque redeant per terram et per mare hiis locis, in quibus dominium habeam, et in portibus nostris ut secure ibi applicare possint — — _(_Reg_. PETRI DIACONI, n. 604 nell’archivio di M. Cassino). Uno dei porti di Tolomeo era Astura, che egli aveva tolta al convento di san Bonifazio in Roma (NERINI, p. 190, 394).
[435] Trecento cavalieri normanni occuparono _Pylium_ (Piglio), furono respinti nel _Castrum Acutum_ (Monte Acuto presso Anagni) e tornarono a casa malconci: PIETR. DIAC., VI, c. 61; PIETR. PISAN., c. 24.
[436] _Cod. Vat. 1984: Postea vero fideles dicti pontificis insimul cum comites scil. Petro Columpnae ac Raynaldo Sinebaldi clam revocaverunt illum, sed non fuit ausus manere in civitate_. Il partito avverso era padrone del Campidoglio, di dove era dato assalto alla _Ripa_ (case dei Pierleoni presso al Tevere), e teneva in poter suo il san Pietro, donde si moveva all’assalto del castel Sant’Angelo.
[437] _Cod. Vat. 1984: cum festinatione perrexit per transtiberim aput castellum S. Angeli et cepit pugnare contra basil. S. Petri, quia praefectus cum consules illam retinebat cum balistis_...: PETR. PISAN., c. 25.
[438] PETR. PISAN., c. 25: _ut caverent dolos in execratione Guibertinorum ac enormitatis Teutonicae. — Cod. Vat. 1984: octavo die sue reversionis — obiit apud cast. S. Angeli in domum juxta eream portam et sepultus est in basilica constantiniana, quia consules non permiserunt eum in bas. b. Petri sepeliri — Obiit in vigilia b. Vicentii et Anastasii nocti temporis_, ossia ai 21 di Gennaio.
[439] PIETRO PISANO enumera alcuni edificî di Pasquale, fra cui _S. Maria in regione Areolae_ (_Arenolae_, riva di sabbia, donde ebbe origine il nome _Regola_), che si mutò nell’odierno _in Monticelli_. I musaici del san Clemente e della santa Maria in Monticelli sono ancora del tempo di Pasquale.
[440] _Vita Gelasii II_ scritta da PANDOLFO PISANO, nel MURATORI, III, 1, colle aride postille di COSTANTINO CAJETANI; edita indi più correttamente dal PAPEBROCH, _Propyl. Maji_, VI. Se si stia al CAJETANI, padre di Gelasio fu Crescenzio duce di Fundi; egli fa risalire la famiglia fino a Docibile di Gaeta, e avventuratamente ancor più in su, fino agli inevitabili Anicî ed ai Giulii.
[441] _Credentes locum tutissimum, veluti qui Curiae cedit, in monasterio quodam, quod Palladium dicitur, infra domos Leonis et Cencii Frangipanis — convenerunt: Vita_, c. 5.
[442] PANDOLFO fu testimone di questo fatto, e lo descrisse vivacemente. Cencio, sbuffante come un drago, _more draconis immanissimi sibilans — accinctus tetro gladio — valvas ac fores confregit, ecclesiam furibundus introiit: inde custode remoto Papam per gulam accepit, distraxit, pugnis calcibusque percussit, et tamquam brutum animal intra limen ecclesiae acriter calcaribus cruentavit; et latro tantum dominum per capellos et brachia, Jesu bono interim dormiente, detraxit, ad domum usque deduxit, inibi catenavit et clausit_ (c. 6). Probabilmente nella _turris cartularia_, presso l’arco di Tito.
[443] Eccone il passo degno di nota: _Petrus Praefectus Urbis, Petrus Leonis cum suis, Stephanus Normannus cum suis, Stephanus de Petro cum suis, Stephanus de Theobaldo cum suis, Stephanus de Berizone cum suis, Stephanus Quatrale cum suis, Bucca Pecorini cum suis, Bonesci cum suis, Berizasi cum suis, Regiones XII Romanae civitatis, Transtiberini et Insulani arma arripiunt cum ingenti strepitu Capitolium ascendunt_ (_Vita_, c. 6).
[444] _S. Papa levatur, niveum ascendit equum, coronatur, et tota Civitas coronatur: per viam sacram_ (la odierna via Lateranense che sale dal Colosseo) _gradiens, Lateranum ascendit..._ (c. 7). Cencio se la levò liscia, _pedes ejus amplexans, clamat irremissius: Domine miserere. Et sic peccatis nimiis exigentibus, ut iterum ecclesiam elatis cornibus ventilaret, evasit_.
[445] FALCO, a. 1118. — _Cod. Vat. 1984: cum festinatione Romam petit cum paucis militibus, die veneris ante quadragesima misit nuntios ad consules ut exirent obviam ei. Sabbatum vero ante quadragesima ingressus est porticum S. Petri_. L’iscrizione posta sulla tomba di Gelasio dice assai giustamente dell’Imperatore:
_Sed quia rege fuit non praecipiente levatus_ _Horrendum fremuit princeps..._ (MURAT., III, I, 416).
[446] L’antica famiglia dei Bulgamini deve per conseguenza aver dimorato in uno dei portici che erano in quel luogo. Epitaffî di persone _De_ VVLGAMINEIS trovansi ancora in _S. Barbara Librariorum_, dell’anno 1496, e nel Panteon, dell’anno 1530 (GALLETTI, _Inscript. Class._, XVI, 8, 48).
[447] Ed anche nobiluomini romani, fra’ quali PIETRO DIACONO (IV, c. 64) nomina financo il Prefetto della Città: di questo io dubito.
[448] Pregevolissima è a questo punto la descrizione che dà PANDOLFO, il quale da _Ostiarius_ accompagnò il Papa; nell’angustia del suo animo, ei credette che i Tedeschi avessero avvelenato il ferro delle frecce. _Ad portum usque descendimus. Coelum et terra et mare ubique — adversum nos conjuraverunt — mare ac Tiberis — Petri vicario rebellabant — Alamanorum barbaries tela contra nos mixto toxico jaciebant: minitabantur etiam, nos intra aquas natantes pinnaci (piceo?) igne cremare, nisi Papam et nos in eorum manibus redderemus_.
[449] _Cepit Dom. Hugo Cardinalis — Papam nostrum in collo, et ad castrum S. Pauli Ardeam de nocte sic portavit_. L’antica Ardea di re Turno apparteneva adesso per una metà all’Abazia di san Paolo: nel 1130 Anacleto II la cedette a questo convento per intiero.
[450] Settecentoventinove anni dopo tale fuga a Gaeta si ripetè anche da Pio IX.
[451] Stando a LANDULPH. JUNIOR, _Hist. Mediol._, c. 32, Burdino fu eletto addì 9 Marzo. Gelasio, nella sua lettera ai Vescovi delle Gallie (MANSI, XXI, 166), dice che fullo quarantaquattro giorni dopo l’elezione di sè scrivente, locchè corrisponderebbe ai 10 di Marzo. Questo giorno (_VI Id. Martii_) è fissato eziandio dal _Chron. Fossanovae. — Cod. Vat. 1984: consecrarunt eum romanum antistitem in die veneris de quatuor tempora quae sunt de mense martio_. — Burdino era probabilmente nativo di Limoges in Aquitania. Vedi la _Vita_ di lui scritta dal BALLUZIO (_Miscell._, III, 471), pregevole apologia di un Antipapa: GUGL. MALMSB. (V, 169) loda le doti del suo animo.
[452] PANDOLFO gli pone in bocca questo lamento: _ecce de recidivo vulnere recidimus in typum antiquum_. Leggasi la lettera che Gelasio scriveva a Conone di Preneste. _dat. Capuae Id. April, Cod. Udalr._, 293; MANSI, XXI, 173.
[453] PIETRO DIACONO e PANDOLFO scrivono _Turricula_ (così indubbiamente trovasi nel _Cod. Vat. 3762_, fol. 165): io reputo che sia Torrice presso a Frosinone, e non già Torricella nella Sabina o vicino al Trasimeno, siccome suppone il WATTENBACH in nota alla _Cronica di Monte Cassino_ (_Mon. Germ._, IX, 792). Anche il PLATINA lesse in alcune antiche Croniche che l’Imperatore pose a guasto la Campagna latina, ed in questo luogo egli trapiantò _Turriculum_. La mossa di Enrico non potè toccare che il Lazio, dove andava per incutere temenza ai Normanni.
[454] Io credo che in ciò avesse parte la questione riguardante la rocca Circea. Gelasio aveva comandato ad Ugo cardinale di restituirla a quelli di Terracina. Ma LANDOLFO a questo proposito dice: _Tunc Papa vellet multum, quam reddi nimis inconsulto praecepit, Circaeam arcem habere. Igitur dux et principes cum baronibus rediere_. Probabilmente il Duca di Gaeta aveva voluto impossessarsi della rocca.
[455] _Latuit dom. Papa melius quam hospitatus est in ecclesiola quadam, quae S. Maria in Secundocerio dicitur, intra domos illustr. viror. Stephani Normanni, Pandulphi fratris ejus, et Petri Latronis Corsorum_ (c. 12). Quella chiesa era situata nella Regione detta Ponte; però il GALLETTI (_del Prim._, p. 89) la pone nei pressi di santa Maria _in Gradellis_, non lungi dal Palatino, dappoichè così sembri denotarlo un documento che è nel NERINI, n. 27.
[456] Predicati di Papi scismatici erano questi: _statua in Ecclesia; monstrum in cathedra Petri; testaceum idolum in cruentis manibus plasmatum; bestia de apocalypsi_...
[457] Il padre di questo Crescenzio era (se si stia a COSTANTINO CAJETANI, p. 370) Marino duce e console di Fundi, fratello di Gelasio. Il JAFFÉ inesattamente determina l’Agosto o il Settembre per il tempo in cui avvenne l’assalimento. La festa di santa Prassede cade precisamente ai 21 di Luglio.
[458] PANDOLFO fa che le fazioni combattano intorno al povero Papa, come i Greci e i Trojani attorno al cadavere di Patroclo: _Papam cupit iste tenere, iste tuetur eum: miles utrumque cadit. Turbae ruunt, pedites saliunt muros_... (c. 13).
[459] Le donne avevano visto il Papa _solum, tamquam scurram, per campos — quantus equus poterat, fugientem. — Demum intra campos S. Pauli Ecclesiae adiacentes fessus tristis, et ejulans inventus est et reductus_.
[460] Nota il BARONIO a questo proposito, che i Papi, trovandosi in angustie, furono sempre soliti a fuggire in Francia: _adeo ut si quis dicat, portum Rom. Ecclesiae fluctuantis naviculae Petri Galliam esse, non mentietur_.
[461] _Princeps et clypeus omnium pariter Curialium, Stephanus Normannus, collaudantibus omnibus Protector et Vexillifer — nimis efficaciter ordinatur, et ad urbis custodiam cum jam dictis aptatur_ (c. 15). Vedasi come d’un tratto l’acerbo nemico di Pasquale si fosse mutato da quello di un tempo; nè per fermo tal cosa accadde senza che lo si satollasse con molti beni della Chiesa.
[462] Questo stesso Bello torno a trovare nella notevole _Charta plenariae securitatis inter Cajetanos et Bellum Romanum_, a. 1124: ma di ciò più tardi.
[463] FALCONE DI BENEVENTO dice essere stata immensa la copia d’oro e d’argento che in Francia gli fu donata. — Anche oggidì non passa giorno, che, sotto nome di denaro di san Pietro, non affluisca oro ed argento nei forzieri di Pio IX; e molto di quello contribuisce la Francia meridionale, che è di parte legittimista.
[464] Le lettere del clero romano sono registrate nel _Cod. Udalr._, 294-299, e nel MARTENE, _Veter. Scriptor. Collectio_, I. 644 segg., massimamente al 647. Gli avvenimenti sono narrati nella _Vita Calixti_ di PANDOLFO (PAPEBROCH, c. 1) e da FALCONE, p. 92: _Illico cardinales cum eo_ (ossia con Pietro vicario) _manentes, pluresque Romanorum fidelium convocans, Capitolium ascendit, ibique literas missas ostendit, et legi praecepit_. Mandarono la loro adesione anche Ugo cardinale, legato a Benevento, e quell’arcivescovo Landolfo.
[465] Il PAGI e il JAFFÉ credono che la consecrazione avvenisse di già ai 9 di Febbraio, come per fermo dicono i Cronisti: ma può essersi mai data una tal cosa, se prima si aspettarono i messaggi da Roma?
[466] La relazione del Concilio, compilata da HESSONE SCOLASTICO, fu da ultimo edita nei _Mon. Germ._, XIV, 422. Il Papa sciolse financo i sudditi dal loro giuramento.
[467] Lettera di Brunone all’Imperatore (nel BOWER, _Annal. Trevir._, II, lib. XIII, 14): _Jam vero cum urbe relicta ad oppida Romani territorii tu arma transtulisti, et Robertus Capuae princeps pro Gelasio armatus Romam iniisset, ego cum Domino meo Maximo_ (Burdino) _noctes et dies excubans, in tuo servitio, sub armarum pondere steti_... Roberto non può essere entrato in Roma che dopo fuggito Gelasio.
[468] _Cod. Vat. 1984: Accepta pecunia tradiderunt eam (basilicam S. Petri) Petro Leonis, qui fidelis erat Calixti pape, cum omnibus ejus munitionibus_. Ne è incerta la data.
[469] Così ne è descritta l’entrata da Egino abate di santo Ulrico in Augusta, che accompagnò il Papa da Rosella a Roma (CANISIUS, _Antiquae Lection._, II, 240). _Jam enim quis illius terrae concursus? Quantus omnis sexus et aetatis apparatus — Caesar, si superesset indignans miraretur, Tullius forsitan attraheretur — Coronatus — per medium deducitur civitatis, plateis auro, gemmis pretiosissimis undique adornatis_. La data è dei _III Nonas Junii_, come nella lettera di Calisto, indiritta a Stefano suo legato a Treviri (BROWER, II, 16), nella quale il Papa in brevi tratti descrive il ricevimento che ebbe. Anche FALCONE parla del giubilo di Roma, e ANSELMO, _Contin. Sigeberti_, dice: _Ab omni Senatu et populari turba gloriose excipitur_.
[470] Nella lettera detta di sopra Calisto nomina fra coloro che prestarono omaggio a lui e alla Chiesa (_clientelaribus sacramentis_), queste persone: _Petrus Leonis in magno hominum omnis ordinis coetu_, il Prefetto e i suoi fratelli, Leone Frangipani, Stefano Normanno. _Neque ab horum sese studiis impigra parendi voluntate, Petrus Columna, caeterique nobiles Romanorum secrevere._
[471] FALCONE vide e descrisse l’entrata del Papa a Benevento. I ricchi Amalfitani avevano ornato tutte le vie di tappeti e di cose preziose: _infra ornamenta vero thuribula aurea et argentea cum odoribus et cinnamomo posuerunt_. E facevasi gazzarra con _tympana, cymbala, lyras sonantes_.
[472] _Cod. Vat. 1984._ FALCONE, a. 1121, pone per data i _IX Kal. Majas_. La lettera con cui Calisto annuncia ai Vescovi di Gallia la caduta di Burdino, è data da Sutri, ai 27 di Aprile. SUGERII, _Vita Ludovici Regis_ (DUCHESNE, IV, 310). ANON. CASSINENSIS, _Chron._, a. 1121. La _Vita Calixti ex_ CARD. ARAG. dice esplicitamente che Burdino, montato sul cammello, precedette il Papa; però EKKEHARDO celebra a gloria di questo, che salvasse la vita del prigioniero. Da Janula, Onorio II, nell’anno 1124, lo fe’ tradurre a Fumone: PIETRO DIACONO, IV, 86. Non è probabile che Gregorio VIII tuttavia promulgasse Bolle dalla sua prigione; è poi affatto dubbia la cronologia di quelle che sono riferite dal LIVERANI, _Opere_, vol. 4, 467.
[473] _Hic pro servanda pace turres Centii, domus tyrannidis et iniquitatis, diruit et ibidem non reparari praecepit; Vita di Calisto_ scritta da PANDOLFO, c. 4. Dei Conti di Ceccano egli parla al c. 5.
[474] I due celebri documenti: _Ego Henricus — dimitto; Ego Callistus — concedo_, sono registrati nel _Cod. Udalrici_, 305, 306, nella _Cronica_ di EKKEHARDO, a. 1122, nel BARONIO (con qualche variante; però egli trasse la carta imperiale dall’autografo vaticano, sul quale da ultimo la stampò il THEINER, _Cod. Diplom. Temp._, I, n. XII), ed in molti altri luoghi.
[475] Potrebbesi chiedere quale delle due parti fosse la vincente, ma ben deesi rispondere coll’HALLAM: _It is manifest from the events that followed the settlement of this great controversy about investitures, that the see of Rome had conquered_ (_Europe during the middle ages_, I, c. 7). La storia della questione delle investiture fu per la prima volta scritta dal celebre ex gesuita MAIMBOURG, nella sua _Histoire de la decadence de l’Empire après Charles Magne et des differends des Empereurs avec le Papes au sujet des Investitures_ (Paris 1679): e a confutarlo in seguito di tempo il NORIS, che fu più tardi cardinale, compilò la sua _Istoria delle Investiture_ (Mantova 1741).
[476] _Comperivi tale, tantumque pacis firmamentum infra Romanam urbem temporibus praedicti Apostolici advenisse, quod nemo civium, vel alienigena arma sicut consueverat, ferre ausus est_: FALCO, p. 99. Così similmente ROMUALDO, a. 1121, e GUGLIELMO DI MALMESBURY, lib. V, 169.
[477] _Hic etiam derivavit aquam de antiquis Formis, et ad portam Lateranensem conduxit, ibique lacum pro adaquandis equis fieri fecit: Vita ex_ CARD. ARAGON. Quanto meschine fossero in Roma a questo tempo le opere di lavori publici si pare da ciò, che vien qui celebrato come impresa grande l’aver costruito fuor di porta Lateranense una vasca da abbeverar cavalli. Il solo PLATINA dice: _moenia urbis instaurat_.
[478] _Concil. Lateran. I, Canon. XIV (Ecclesias a laicis incastellari). Canon. XVI (Si quis Romipetas)_: MANSI, XXI, 285.
[479] Non erano che figure isolate, senza che avessero fra loro un’azione composta. Il PANVINIO (_de 7 Ecclesiis Urbis_, pag. 173) chiama addirittura _foedissima pictura_ i dipinti della cappella: così parimenti nella sua inedita _Descrizione del Laterano, Mscr. Vatican. 6110_. Tutte le notizie relative a questa cappella furono raccolte insieme dal GATTULA, _Hist. Cassin._, I, 362. I versi posti sotto di Burdino, dicevano così:
_Ecce Calixtus honor patriae, decus imperiale,_ _Burdinum nequam damnat, pacemque reformat._
[480] Così le favole raccolte nel _Mscr. Vatican. Ottobon. n. 2570_ (del sec. XVI), che contiene un opuscolo di CASTALLO METALLINO, _De nobilibus Romanis_. Quell’autore si giovò del mscr. del PANVINIO, _De Gente Fregepana lib. IV_ (di cui esiste un esemplare nella bibl. Angelica). Anche il PANVINIO gitta via il suo tempo a voler dimostrare che i Frangipani scendevano dalla gente Anicia; e ALBERTO CASSIO, uomo d’altra parte pregevole per assai meriti, ha con ridevole audacia compilato l’albero genealogico degli Anicî, dai primissimi inizî fino giù a Mario, ultimo dei Frangipani (1654). Vedansi le sue _Memorie di S. Silvia_, cap. VI.
[481] Scrivevasi _Fregapane, Frayapanus, Frajapanis, Frajampane, Phrigepanius, Frangipane, Frangenspanem_. Nella donazione di Matilde vien detto: _in praesentia Centii Frajapanis_, che è il figliuolo di Leone. In santa Cecilia nel Transtevere esiste un’antica lapida mortuaria coll’iscrizione: S. IOHIS FRAIAPANIS (marito di donna Bona e padre di Cencio secondo). Un’altra lapida, che è in quella stessa chiesa (vi sono rappresentati l’imagine del morto e lo stemma con quattro leoni rampanti, disposti in quattro quarti, ma senza il pane), dice: HIC IACET GVIDVTIVS FRAYAPANVS CVIVS AIA REQVIESCAT IN PACE. Da Cencio il PANVINIO fa derivare il ramo della famiglia _De Gradellis_; nel NERINI (n. XXVIII) compare, nell’anno 1243, un _Oddo Frejapanis de Gradelle_, e vien detto: _in porticu Gallatorum ante Eccl. S. Mariae de Gradellis_. Nei MIRABILIA si nota: _Ad Gradellas fuit Templum solis_; ed è possibile che ivi s’intenda parlare del _Septizonium_. Il _Porticus Gallatorum_ del medio evo ben è il _Porticus Gallae_, di cui parla PIETRO PISANO (_Vita Paschalis II_, c. 16): incerto è poi se lo si debba far derivare dalla chiesa di santa Galla.
[482] Nel secolo duodecimo i Frangipani signoreggiarono la Regione del Colosseo. In un documento dei 10 Marzo 1177 (che esiste nell’archivio lateranese) si sottoscrivono: _Bernardus Gregorii de Gregorio, Petrus Roberti, Joannes Mancinus, Andreas Scriniarius, Sasso Oddonis de Saxo, Joannes Cincii, Joannes Judex, Romanus de Bonella, Joannes Adulterinus, Gregorius Lovaci, Jordanus Albertucius, Nicolaus della Scotta, Nicolaus Sarracenus, Cencius Vetulus, Stephanus Pelliparius, Laurentius Caput Vacae, Joannes Capocius, Nicolaus Octaviani, Bovacianus Romani de Ranucio, Petrus Romani, Nicolaus Joannis Micini, Bovo Todorelli, Joannes Tinessus Gaudens. Dicono: nos omnes suprascripti homines pro nobis et aliis hominibus regionis Colossei — auctoritate dominor. de Frangenspanibus quicquid juris — habemus in coena domini in oblationibus altaris majoris Eccl. Lateran._, e precisamente ne fanno cessione ad alcuni canonici di quella basilica (_Mscr._ PANVINII, p. 254).
[483] Di questi fatti narra PANDOLFO, da testimonio oculare, nella _Vita Honorii_, c. 2. Vedi eziandio il CARD. ARAGON. e PIETRO DIACON., IV, c. 83.
[484] PIETR. DIACON., IV, 83. Sull’origine e sulla patria di Onorio II vedasi il LIVERANI, _Lamberto da Fagnano_ (Macerata, 1859), pregevolissima monografia.
[485] _Lothario ill. et glor. Romanor. regi, consules romani et alii principes salutem et prosperitatem. Nos in servitio et fidelitate b. Petri et domini P. Honorii persistimus, et quod placet ei amamus_ (è l’ultima volta che i Romani parlano così)... _Nos interim diligenti studio operam dabimus, quatenus — pop. Rom. ad te sicut decet honorifice suscipiendum sit paratus_ (senza data); _Cod. Udalr._, n. 351. Indarno tentò Corrado di avvicinarsi a Roma: vedine il JAFFÉ, _Storia dell’Imp. tedesco sotto di Lotario_, Berlino, 1843, p. 71.
[486] GIANNONE, II, X, c. 10. Della morte di Guglielmo (_VIII. Kal. Aug. 1127_) parla FALCONE, p. 101, il quale con ingenuità e con vivezza descrive eziandio l’arrivo di Rogero e gli avvenimenti che vennero dopo. Vedi anche ALEXANDRI ABBATIS TELESINI, _Historia de rebus gestis Rogerii Siciliae Regis_, lib. I, c. 4 (MURATORI, V).
[487] Così fin d’ora i Papi protestarono, lor guerre politiche esser guerre sante, e perciò di autorità divina ne impartirono indulgenze. _Ex auctoritate et B. M. virginis, et Sanctor. Apostolor. meritis, talem eis impendit retributionem, eorum videlicet, qui delictorum suorum poenitentiam sumpserint, si in expeditione illa morientur, peccata remisit, illorum autem, qui ibi mortui non fuerint, et confessi sunt, medietatem remisit_: FALCO, p. 104.
[488] ROMUALD. SALERNIT., p. 264 (MURAT., VII).
[489] La preziosa _Cronica di Fossanova_ sparge luce su queste piccole guerre combattute nella Campagna. Essa nomina terre che ancor durano in quel paese de’ Volsci, _Supino, Magentia_ (Maenza presso Piperno), _Aqueputia_ (Torre Acquapuzza), _Roccasecca, Julianum, S. Stephanum, Prosseum_ (Prossedi), _Tertium_ (Pisterzo), _S. Laurentum_. Onorio conquistò questi luoghi, ed eziandio Trevi e Segni (CARD. ARAGON.).
[490] Così ne dà notizia la lettera degli Anacletani a Didaco di Compostella (FLOREZ, _España Sagrada_, XX, 513), ed è facile che sia cosa vera: _per laicorum manus mortuus miserabiliter defertur sicut vilissima bestia in claustrum trahitur, et in vilissimum sepulcrum immergitur_. Di Onorio non v’ha in Roma monumento alcuno. San Crisogono nel Transtevere, edificato a nuovo nel 1128, è monumento di Giovanni di Crema, cardinale, che fu il vincitore di Burdino, ed ebbe da quella chiesa il suo titolo. SEVERANO, _Memorie_, p. 314.
[491] BENIAMINO DI TUDELA, _Itinerarium_ (Lugduni, 1633, p. 10): _Hic ducenti ferme Judaei viri honorati, nemini tributum pendentes, inter quos suos habet magistros Papa Alexander_. Egli appella il rabbino Geiele (_trans Tiberim habitans_) _Papae minister, juvenis formosus, prudens ac sapiens — in aula Papae — ipsius facultatum administrator_: e dice che Natano, zio di lui, aveva scritto un libro «Aruch». Vedi da ciò che gli Israeliti in Roma si occupavano anche di lettere. — Beniamino trovò a Marsiglia 300 Ebrei di sesso maschile, a Capua 300, a Napoli 500, a Salerno 600, ad Amalfi 20, a Benevento 200, a Melfi 200, a Taranto 300, ad Otranto 500, a Messina 200, a Palermo 1500, e 2000 nel sobborgo di Pera a Bisanzio.
[492] Nell’anno 1020, a causa di un terremoto. Il Papa fece impiccare alcuni Ebrei: ADEMARO, _Hist._, III, c. 52. — L’_Ordo Romanus_ di CENCIO (_saec. XII_) nomina la loro _Schola_ per ultima fra le diciassette, che nei dì festivi ricevevano un donativo di denaro: _Judaeis viginti solidos provesinorum_. Nelle processioni pontificie eglino si postavano _juxta palacium Cromacii, ubi Judaei faciunt laudem_, non lungi da Monte Giordano (MABILLON, _Mus. It._, II, 143).
[493] La invettiva di ARNOLFO (_Mon. Germ_., XII, 711) contro di Anacleto II, indiritta a Girardo legato del Papa nelle Gallie, dice: _Cujus avus cum inaestimabilem pecuniam multiplici corrogasset usura — circumcisionem baptismatis unda dampnavit. — Factus dignitate Romanus — dum genus et formam regina pecunia donat, alternis matrimoniis omnes sibi nobiles civitatis ascivit_. Anche BENZONE (II, c. 4), che di persona conobbe a Roma Leone, scrive: _Leone, originaliter procedente de Judaica congregatione_. SAN BERNARDO, _Ep_. 139: _Judaicam sobolem sedem Petri occupasse_. E così la lettera di Gualtiero arcivescovo di Ravenna (MANSI, XXI, 434) chiama lo scisma di Anacleto: _Judaicae perfidiae heresis_. — Il BARONIO (a. 1111, n. 3) trasse da un Codice di Monte Cassino (che contiene i poemi di ALFANO) un epitaffio che questo Arcivescovo compose pel nobile romano Leone, fondatore della casa Pierleona:
_Hic jacet in tumulo Leo vir per cuncta fidelis_ _Sedis Apostolicae tempore quo viguit._ _Romae natus, opum dives, probus et satis alto_ _Sanguine materno nobilitatus erat._ _Prudens et sapiens, et coelo pene sub omni_ _Agnitus et celebris semper in Urbe manens._ _Virgo ter senis fuerat cum sole diebus_ _Quando suum vitae finierat spatium_.
Forse questo Leone fu sepolto in santo Alessio, ed è sua la iscrizione (nel GALLETTI, VII, n. 4): HIC REQVIESCIT CORPVS DOP[=N]I LEONIS CONSVL’ ROMANORUM. Il Rotschild del medio evo, creato barone romano dal Papa indebitato!
[494] Il _Chron. Maurin_. (DUCHESNE, IV, 376): _Leo a Judaismo pascha facient ad Christum, a Leone baptizari et ejus nomine meruit intignati. Hic vir — in Curia Romana magnificus, genuit filium Petrum, magnae famae, magnaeque potentiae post futurum_. — ORDERICO VITALE (p. 861) motteggia sulle fattezze ebraiche di un nipote di Leone, che nell’anno 1119 intervenne al Sinodo di Reims: _nigrum et pallidum adolescentem, magis Judaeo vel Agareno, quam Christiano similem_: era fratello di Anacleto, il quale pure, se si creda ad ARNOLDO, aveva faccia di ebreo.
[495] Soltanto allora che il figliuolo di Pier Leone diventò papa i Cronisti cominciarono a parlare di sua origine israelitica. Le _Vitae_ dei Papi non ne fanno parola, e BENIAMINO di TUDELA, cui senza dubbio avranno parlato in Roma di Anacleto, ne tace per ragioni facili a comprendersi — ANSELMO, continuatore di Sigberto, appella Pietro: _altitudine sanguinis glorians_. I _Gesta Treveror._ (_Mon. Germ., X_, 200): _facione nobilium Romanorum, quorum ipse propinquitate pollebat_. EADMERO, _Hist. Novor._, VI, 137: _erat enim filius Petri praeclarissimi Principis Romanor_. ROMUALDO lo chiama: _filium Petri Leonis nobilem civem Romanum_.
[496] I favoleggiati _Comites Montis Aventini_ (tradotto ii nome in tedesco) diventarono i conti di Absburgo. Sono ghiribizzi dei tempi del SANSOVINO, del VOLATERRANO, del CRESCENZI, dello ZAZZERA, di ARNOLDO WION, del PANVINIO, del KIRCHER ecc. I Pierleoni credettero con fermo convincimento alla loro parentela con casa d’Austria. Nella chiesa di santa Maria della Consolazione v’è una iscrizione dell’anno 1582, che dice: _Lucretia de Pierleonibus Luce de Pierleonibus J. V. D. Filia nobilissima Romanorum et Austriae gentis sola relicta_ etc. In questo modo l’ultima erede del casato strombettava tuttavia le glorie de’ suoi avi. Ella pose in san Paolo una pomposa epigrafe anche al fondatore della sua famiglia, e vi è detto: _Sepulcrum Petri Leonis Montis Aventini Comitis ex Anicia mox Pierleonia stirpe_ etc.
[497]
_Te Petrus et Paulus servent Petre Leonis,_ _Dent animam coelo quos tam devotus amasti,_ _Et quibus est idem tumulus sit gloria tecum._
L’UGONIO lesse tuttavia a’ suoi dì un’altra iscrizione assai caratteristica di quel tempo; io non la rinvenni più:
_Praeterit ut fumus princeps seu rex opulentus,_ _Et nos ut fumus pulvis et ossa sumus._ _In tantisque bonis pollens Petrus ecce Leonis,_ _Respice quam modico nunc tegitur tumulo._ _Vir fuit immensus quem proles, gloria, census_ _Sustulit in vita, non sit ut alter ita._ _Legum servator, patrie decus, urbis amator,_ _Extruxit celsis turribus astra poli._ _Omnia praeclara mors obtenebravit amara,_ _Nominis ergo Dei gratia pareat ei._ _Junius in mundo fulgebat sole secundo,_ _Separat hunc nobis cum polus hicque lapis._
La iscrizione di Lucrezia Pierleonia (NERINI, p. 395) fissa l’anno della morte di lui al 1128: erroneamente il BARONIO al 1144, chè omai, in una lettera del 1130, Anacleto chiama il padre suo _bone memorie_. Più tardi i sepolcri della famiglia furono collocati in parte nella chiesa di san Nicola _in Carcere_, e in parte nel sant’Angelo _in Pescaria_, dove, prima che questa chiesa fosse demolita, io vidi fuor della sua porta un sasso, con sopra in musaico lo stemma della famiglia, che rappresentava un leone rampante, a scacchi e con tre fasce.
[498] Vedi EADMERO, VI, 137 e ERNALDO ABATE (_Vita S. Bernardi, Opera_, II, c. 1, 1107, ed. MABILLON): la invettiva di ARNOLFO lo taccia perfino d’incesto colla sorella Tropea. Vedansi altresì le pari accuse nella lettera di Manfredo vescovo di Mantova a Lotario (nel WATTERICH, II, 275, che la trasse dal NEUGART, _Cod. Dipl. Alem._, II, 63). Da altra parte, SAN BERNARDO indirisse ad Anacleto, quand’era tuttavia cardinale, una lettera in cui loda le sue virtù di ecclesiastico: trovasi nel JAFFÈ, _Stor. dell’Imp. ted. sotto di Lotario_, p. 89.
[499] _Cod. Udalr._, 346. La lettera degli Anacletani a Didaco afferma che dapprima si avesse convenuto di far l’elezione dentro della chiesa di santo Adriano; ciò essendo stato impedito dai raggiri di certi vescovi, s’avrebbe deliberato di unirsi per l’elezione nel san Marco, ma poi in secreto quella si compieva nel san Gregorio. Il SUGERIO (_Vita Lodovici Grossi_, p. 317) dice solamente, che s’avesse deciso di congregarsi insieme nel san Marco. _Qui locus quasi umbilicus Romae est_, nota l’annuncio che gli Anacletani ne diedero a Lotario (BARON., a. 1130, n. 17). Troppo prossime al san Marco erano le torri dei Pierleoni; il partito avverso ne stava in temenza, e Pietro manifestamente metteva in giuoco tutti i mezzi, massime il suo denaro, per essere eletto. Da ambe le parti si agì disonestamente.
[500] Pietro di Porto gridò agli avversarî: _Siccine didicistis Papam eligere? in angulo, in abscondito, in tenebris, in umbra mortis — contempto canone — me inconsulto Priore vestro_, laddove gli Anacletani avrebbero fatto la elezione _in luce, in manifesto_ (lettera ai quattro vescovi suburbicarî che avevano votato per Innocenzo: BARON., n. IX). In termini opposti parlano il _Cod. Udalr._, n. 346, l’annuncio dell’elezione che gli Innocenziani spedirono a Lotario (n. 352) e il manifesto d’Innocenzo stesso (n. 353: MANSI, XXI, 428), nel quale Anacleto è dipinto come un tiranno sitibondo di sangue.
[501] ANSELMO, _Contin. di Sigberto: Gregorius privilegium electionis ab Honorio papa adhuc vivente consensu quorundam cardinalium sibi usurpat; Petrus altitudine sanguinis glorians, domum Crescentii invadit, caedibus, hominum rapinis, incendiis grassatur_. Il _Chron. Maurin._ dice del partito di Innocenzo: _Nimis festinanter, ut a quibusdam dicitur, pontificalibus induunt insignibus_, precisamente perchè Pietro manifestamente aspirava al papato (p. 376).
[502] _Palladium_ (_Pallara_), e i Cardinali appongono questa data: _Apud Palladium XII Kal. Mart._ (18 Febbraio) — _post haec palladium, in quo Dom. noster, P. Innocentius — resiedebat, aggreditur_ (_Cod. Udalr._, 352). Fu consecrato papa in santa Maria Nuova, ai 23 di Febbrajo (PAGI, a. 1130, n. V, e JAFFÈ); e in quello stesso giorno fullo Anacleto in san Pietro.
[503] I nemici di Anacleto dissero che egli saccheggiasse le chiese, e _Judaeos ajunt esse quaesitos, qui sacra vasa, et imagines deo dicatas audacter comminuerent_ (_Vita S. Bern._, II, c. 1). Le lettere della parte contraria sono registrate nel _Cod. Udalr._, 345, 352, 353 e nel CARD. ARAGON. I biografi posteriori de’ Papi dicono che si corrompesse il popolo mercè di quella rapina. Certo che di siffatti eccessi furono commessi, sebbene Pietro di Porto neghi: _depraedationem illam et crudelitatem, quam pretenditis, non videmus_ (lettera ai quattro Cardinali vescovi).
[504] Prima annunciò al Re tedesco il suo esaltamento, e gli chiese che venisse a Roma: _Trans Tyberim V Id. Maji_ (_Cod. Udalr._, 353).
[505] Le Biografie pontificie appellano il padre suo con nome di Giovanni di Transtevere; il suo epitaffio posteriore dice: _de domo Paparescorum_. Una famiglia _De Papa_ o _Paparoni_ trovasi omai nel secolo decimo; nell’anno 975 un _Johes de Papa de septem viis_; nel 1079 un _Oddo de Papa_. E al tempo di Benedetto VIII: _Joh. qui Paparone vocor_ (GALLETTI, _Mscr. Vatic. 8042_, ove discorre di questa famiglia). Pertanto io dubito delle considerazioni del PANVINIO (_Storia della famiglia Mattei_, mscr. nell’archivio della famiglia dei principi di santa Croce), il quale soltanto da Innocenzo II fa derivare il nome della famiglia _De Papa_: e precisamente egli dice che fondatore di essa sia stato Guido, il cui figlio Giovanni fu padre di Innocenzo II. Quella famiglia s’avrebbe chiamato anche col nome Romani, e da dopo il 1300 ne sarebbero stato un ramo i Mattei. — Le tombe dei Papareschi erano in _S. Jacobus de Septimiano_. — Cortigiano di Innocenzo II fu _Romanus de Papa_ (documento dei 4 di Aprile 1139, MANSI, XXI, n. 542), figlio di cui fu _Cencius Romani de Papa_, con molta discendenza (MURAT., _Ant. It._, II, 809). Le torri dei Papareschi erano, tuttavia nel secolo decimoquinto, in vicinanza di santa Maria in Transtevere, la quale Innocenzo II con molta magnificenza aveva restaurato. A. 1442: _contrata quae dicitur li Papareschi in parochia S. Calisti_ (_Mscr. Vat. 8051_, 125).
[506] Le trentotto lettere di Anacleto sono contenute nel bel Codice a pergamena che si conserva a M. Cassino (n. 159 del _saec. XIV_). Da un altro Codice le pubblicò CRISTIANO LUPO (T. VII, _Oper._, Venet. 1724). Ad eccezione delle prime, questi frammenti di lettere (la più parte senza data) non hanno valore storico.
[507] _Dat. Romae apud S. Petr. Kal. Maji_, come sta scritto nel Codice di Monte Cassino. Invoca la ricordanza dell’antica amicizia del Re, massime fra questo _et b. m. patrem meum. — Sane clerus omnis Rom. individua nobis charitate cohaeret; Praefectus urbis, Leo Fraiapanis cum filio et Cencio Fraiapane et nobiles omnes ac plebs omnis Romana consuetam nobis fidelitatem fecerunt_. Nella lettera dei Romani, data ai 18 Maggio, e nella seconda di Anacleto il Prefetto è appellato Ugo: al tempo di Onorio prefetto era ancora Pietro (GALLETTI, _del Prim._, n. 57). Può darsi che Ugo fosse il fratello di Anacleto, oppure un Frangipane, ma ciò non si può rettamente chiarire. Siccome dal documento che trassi dal CONTELORIUS, il Prefetto che era in officio nel primo anno di Anacleto II è chiamato Uguccio, io preferisco credere che fosse Uguccione fratello di Anacleto.
[508] La seconda lettera, _apud S. Petrum Idib. Maji_, dice che egli possiede tutta Roma in beata pace, e che nel giovedì santo ha pronunciato la scomunica contro di Corrado. Fa seguito una lettera indiritta alla Regina, zeppa di nauseante unzione, nel tempo stesso che vi si caricano di villanie i cardinali Almerico e Giovanni di Crema. Pari contumelie contiene la lettera de’ Cardinali.
[509] _Domino Lothario glorioso ac triumphatori Romanorum regi, Hugo prefectus urbis, et fratres ejus_ (così e non già _frater_ è scritto nel _Cod. M. Casin._ ed in LUPO), _Leo Frejapane, et Cencius frater ejus, Stephanus de Tebaldo, Albertus Johannis de Stephano, Stephanus de Berizo, Berizo frater ejus, Henricus fil. Henrici de sco Eustachio, Octavianus frater ejus, et reliqui Rom. urbis potentes, sacri quoque palacii judices et nostri consules et plebs omnis Romana salutem et gloriam et de hostibus universis victoriam... Acta Romae feliciter XV Kal. Junii_. Reputo perciò che _Hugo prefectus urbis et fratres ejus_ qui significhino i Pierleoni, i quali altrimenti sarebbero stati ommessi in questa enumerazione.
[510] FALCO, a. 1130; PETR. DIACON. IV, c. 99. Il Diploma di investitura è dato: _Benevent., per man. Saxonis S. R. E. presbyteri Cardinalis, V Kal. Octobr. Ind. IX, anno Dom. Incarn. 1130, Pont. Dom. Anacleti II Papae anno I_ (BARONIO, n. LII). Vi si sottoscrivono fratelli e parenti di Anacleto: _signum man. Petr. Leonis Romanor. Consulis... Rogerii fratris ejus... Peter Uguiccionis filii... et Petri Leonis de Fundis_. Uguccione era fratello di Anacleto. Se si creda a ORDERICO VITALE, XIII, p. 898, re Rogero avrebbe benanco sposato una sorella di Anacleto: _filiam Petri Leonis, sororem Anacleti Pontificis uxorem duxit_. Però può darsi che ciò non sia vero; Rogero ebbe mogli parecchie. Anacleto addirittura lo investì anche di Capua e di Napoli.
[511] L’età di Gregorio VII e delle Crociate fu feconda di ordini monastici. Fo cenno della fondazione dei Certosini, avvenuta per opera di Brunone di Colonia, canonico di Reims (la _Chartreuse_ vicino Grenoble, 1084): chiamato da Urbano II in Italia, Brunone si ritirò in una solitudine delle Calabrie, dove morì nel 1101: la sua istituzione fu favorita dal grande conte Rogero. — Norberto fondò i Premonstratesi (Premontré presso a Laon) intorno al 1120; Bertoldo, calabrese, in sul 1156, costituì i Carmelitani sul monte Carmelo. — Ordini cavallereschi: i Gioanniti fondati da mercanti amalfitani e confermati da Pasquale II nel 1113; i Templarî fondati intorno al 1118 e confermati da Onorio II; i cavalieri teutonici fondati nel 1190.
[512] _Plenitudinem imperii in eadem Romana civitate, sicut decebat, offerens_: DODECHINO, nel PISTORIO, a. 1131.
[513] _Pisani et Januenses — cum navali exercitu Romam venientes, Civitatem veterem, Turrim de Pulverejo, et totam Marmoratam eidem Pont. subjugarunt_: CARD. ARAGON., p. 435. Il _tota_ si confà tanto poco al piccolo luogo della Marmorata (sì come effettivamente sta scritto nell’originale _Cod. Vat. 1437_), che io correggo in _Maritimam_. Che Pulverejo o Pulverea sia forse un corrotto di San Severo, oppure che sia Palo? — _Civitas vetus_ ed anche _vetula_ (_Reg. Farf._, n. 1098, a. 1084), ed ormai nell’anno 1072: _civitas Veccla_ (_Reg. Farfa_, n. 1097).
[514] _Vita S. Norberti_ (_Mon. Germ._, XII, 701), e la Enciclica di Lotario (MANSI, XXI, 483; _Mon. Germ._, IV, 81; PAGI ad a. 1133. n. VII).
[515] FALCO, a. 1133. — _In manu non magna — tantillum exercitum_, dice SAN BERNARDO, _Ep._ 139.
[516] _Apud Eccl. S. Agnetis castrametati sunt. Occurrentibus autem ei Theobaldo Urbis praefecto, ac Petro Latronis cum aliis nobilibus_: CARD. ARAGON., p. 435. Ugo dunque era morto o uscito d’officio. La _Vita di san Norberto_ dice: _Castra primum in monte Latronum — collocavit_; e dev’essere stato un colle fuor di porta Nomentana, forse dove oggidì si va a cerca del _Mons sacer_. D’altronde io non mi so che d’una sola _Fossa Latronis_ vicino al san Paolo, dove, non dapprima ma più tardi, accampò l’esercito. Oltracciò: _in monte Aventino castrametati fuimus_, dice Lotario stesso nella sua Enciclica, la quale fa conoscere dei negoziati prolungati che si tennero con Anacleto.
[517] Il _Nonas Junii_, secondo il CARD. ARAGON. Si tenne convito sull’Aventino, precisamente nel palazzo di Ottone, presso a san Bonifazio. La _Cronica di Reichersperg_ perciò erroneamente dice di Lotario e di Richenza: _ordinati sunt ab Innocentio P. in eccl. S. Bonifacii_. Di lì mosse la processione. Il giuramento che fu prestato, assistenti Cencio Frangipane, Ottone nipote suo ed altri, è registrato nel BARONIO (a. 1133, n. II) e nel THEINER (_Cod. Dipl._, I, n. XIV) che lo trassero da CENCIO. In segno di gratitudine, Innocenzo fece più tardi dipingere nel Laterano il quadro della coronazione, e arditamente vi scrisse sotto questi versi:
_Rex stetit ante fores jurans prius urbis honores,_ _Post homo fit Papae, sumit quo dante coronam._
[518] Il _Pactum_ (tratto da CENCIO) trovasi nel MANSI (XXI, 392) e nel THEINER, _Cod. Diplom._ (I, n. XIII): _dat. Laterani VI Id. Junii_. Il Papa si stipulò il reddito annuo di cento libre d’argento.
[519] Solevasi allora dire de’ Papi: _pulsus ab Urbe, ab Orbe excipitur._ San Bernardo scrisse ai Pisani congratulandosene con loro: _Assumitur Pisa in locum Romae, et de cunctis nobilibus terrae ad Apostolicae sedis culmen eligitur — Tyranni siculi malitiae Pisana constantia non cedit_ (_Ep._ 130). Vedasi anche il TRONCI, _Annali di Pisa_, a questo anno.
[520] _Vita S. Bernardi_, lib. II, c. 2. Non v’era miracolo, per quanto fosse difficile, che desse imbarazzo a un santo di questa fatta: e una volta, annojato da uno sciame di mosche che non volevano sbrattare una chiesa, le scomunicò, ond’esse caddero morte tutte: _Muscas dedicatione ecclesiae (Fusniacum) molestas excommunicavit, et omnes extinctae sunt_ (l. c. XI).
[521] _Inventa sunt privilegia_ (nel campo di Rogero), _in quibus Petrus Leonis ipsam Romam et ab inde usque Siciliam totam ei terram concesserat, et advocatum Rom., Ecc., et Patricium Romanorum et Regem illum statuerat: Cod. Udalr._, n. 380. — Nel JAFFÉ, n. 5972, che la trasse dal FLOREZ, _España Sagrada_, XX, 550, trovasi la lettera di Anacleto, data ai 22 Aprile 1134 dal Laterano, nella quale scrive che Innocenzo, dopo ritiratosi Lotario, era fuggito nottetempo a Pisa, e ch’egli coll’ajuto di Rogero si apprestava a esterminare _illos perjuros nostros, Leo Fraiapanem_ ecc.
[522] _Est Caesaris propriam vendicare coronam ab usurpatore Siculo_: S. BERN., _Ep._ 139.
[523] Perciò si venne a disputa fra Enrico e il Papa, come, ad esempio, per conto di Viterbo, di cui una metà aderiva ad Innocenzo, l’altra metà ad Anacleto. Sutri, come residenza antica di Guiberto e di Burdino, teneva le parti di Anacleto. Vedasi l’ANNAL. SAXO, p 773, il quale dà alla Tuscia romana il nome di _Romania_, e la distingue dalla Campania.
[524] OTTONE DI FRISINGA. _Chr._ VII, 19: _apud Albam suburbia civitatis sibi resistere nitentis, ante expugnaverat_ (intendesi _Henricus dux_). — _Romam quidem ingredi noluit ne in Romanor. negotiis impediretur_: FALCO, p. 120. Degna di esser letta è la narrazione di questo Cronista, che tornò allora a Benevento dopo tre anni di esilio. Neanche in Benevento entrò Innocenzo, poichè egli stavasi in tema. — Probabilmente avvenne in questo tempo la impresa dei conti di Ceccano. Il conte Giovanni prestò al Papa il giuramento feudale (_fecit et ligium hominium_), e ne fu investito col simbolo di un calice (_cum cuppa argentea deaurata_). Questo atto degno di nota è registrato nella _Storia de’ Frangipani_ del PANVINIO, p 217: manca nel _Cod. Diplom._ del THEINER.
[525] Trenta giorni stettero fra loro disputando l’Imperatore ed il Papa per l’investitura delle Puglie; alla fine quegli tolse in mano la bandiera dall’asta questi dalla lancia, e la porsero a Rainolfo: scenata indecorosa per l’Imperatore. FALCO, a. 1137, p. 122; ROMUALDO, p. 189; OTTONE DI FRISINGA, _Chr._, VII, 20.
[526] _Ipse in civitate (S. Germani) coronam circuli patricialis accepturus remansit_: PETR. DIACON., IV, c. 119. — _Rex Lotharius — ab ingressu abstinuit urbis Romae, quia duorum de sede Apost. contendentium prelia et seditiones nequivit compescere_: SIGEB., _Contin. Gembl._, ad a. 1137. — Ai 3 di Ottobre Innocenzo fu a Tivoli, indi accompagnò Lotario a Farfa: _post hec data et accepta honorifice ab imperatore et principibus licentia, papa remeavit in sua_ (ANNAL. SAXO, a. 1137, p. 775).
[527] SAN BERNARDO, _Ep._ 147. — _Cadaver ejus in latebris sepelitur, et usque hodie fovea illa a catholicis ignoratur: Vita S. Bern._, II, 7. — _Occulte sepultus_: CARD. ARAGON., p. 436. — Di lui tiene tuttavia ricordanza in Roma un’iscrizione che esiste in san Lorenzo in Lucina: _Anno Dni M.CXXX anno vero Dompni Anacleti Sedi Pape Primo Indict. VIII Mense Madio D. XX quinta dedicata est haec Ecla_... Più tardi riferirò di una Bolla di Anacleto concernente il Campidoglio; faccio qui nota di un’altra, finora non conosciuta, riflettente la basilica dei XII Apostoli, cui egli concede la chiesa di santo Abbaciro: _datum Romae apud S. Petrum per manum Saxonis S. R. E. Praesbr. Card. et Cancellar. VIII Kal. Maji in die octava. Anno dnicae Incarn. M.CXXX Pontificatus autem Anacleti Papae II anno primo_. Questa Bolla, sottoscritta da diciassette Cardinali, trovasi nel _Mscr. Vatican. 5560_ (_Storia della basilica dei XII Apostoli_, del VOLATERANO).
[528] _In octavis Pentecostes ipsa die complevit Deus desiderium nostrum: Ecclesiae unitatem, et urbi dando pacem. Nam illa die filii Petri Leonis omnes simul humiliaverunt se ad pedes D. Papae, et facti homines ejus ligii etc._: S. BERN., _Ep._ 320. — VITA S. BERN., II, c. 7. — FALCO, p. 125: _fratres Anacleti — cum D. Innoc. Papa pacis firmamentum composuerunt_. — CARD. ARAGON., p. 436. — _Innocentius autem immensa in filios Petri Leonis et in his qui eis adhaerebant pecunia profligata illos ad suam partem attraxit_: PETR. DIACON., IV, ultimo capitolo.
[529] Nel 1142, Leone Pierleone e Pietro figliuol suo furono i delegati del Papa in Sutri: _Ego Caccialupus Sutrine civitatis dei gr. judex auctoritate et precepto domni Leonis Petri Leonis et Petri filii ejus civitatis Sutrine presidis, a domno Innocentio II Papa delegatorum, in quorum presentia populus Sutrinus causa justitiam faciendi congregatus erat_... (MITTARELLI, III, n. 257). Qui viene a galla l’officio dei Delegati: ma allora erano nobiluomini romani, non monsignori.
[530] _Vita S. Bern._, II, c. 7, e MANRIQUE, _Annales Cistercienses_, a. 1140, c. VIII. Una inscrizione più moderna posta nel portico della chiesa del convento chiama Innocenzo II _ex Familia Anicia Papia et Paparesca nunc Mathaeia_. — Agli Anicî in Roma non si rinuncia; sono la idea fissa di alcune famiglie romane. — Vorrebbesi che di già Carlo Magno avesse donato all’Abazia dodici città della maremma Tusca; e di esse leggonsi i nomi sotto le loro imagini, cadute dal tempo, presso la porta d’entrata. Il monastero appartiene ancora oggidì ai Cisterciensi. L’Ughelli, che fu un tempo colà da abate, ed è l’autore dell’opera intitolata _Italia Sacra_, è sepolto in quel vaghissimo eremo.
[531] Questo monastero, celebrato più tardi per la sua bella chiesa di stile romano-gotico, fu fondato intorno al 1036 dai Verulani, e vuole la tradizione che si edificasse sopra terre appartenute a C. Mario (perciò appellato _Casa Marii_). Forse a’ tempi di Eugenio III ebbe monaci Cisterciensi di Chiaravalle. RONDININI, _Brevis Historia Monasterii S. Mariae et Sanctor. Johis et Pauli de Casaemario_, 1707. — L’anno 1861 posero quartiere nel convento le bande del Chiavone; lo presero d’assalto i Piemontesi, ma per felice ventura la chiesa ne uscì salva.
[532] OTTONE DI FRISINGA, _Chr._, VII, c. 23. È appena credibile che i Vescovi raccoltivi giungessero a mille. Fra i Decreti del Concilio (MANSI, XXI, 523) comprendesi la proibizione data ai preti _leges temporales, et medicinam gracia lucri temporalis addiscere_; il principio dell’inviolabilità del clero dalla mano de’ laici; il divieto dei tornei di cui allora incominciava l’andazzo: _detestabiles autem illas nundinas vel ferias, in quibus milites e condicto convenire solent, et ad ostentationem virium suarum et audaciae temerariae congrediuntur, unde mortes hominum_... (n. XIV). Ai morti in torneo si negava sepoltura cristiana (Concilio di Reims, a. 1157, _Canon. IV_).
[533] Dirittamente dice a questo proposito il MURATORI: «A cui (Innocenzo) e agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel versetto del Salmo: _Hi in curribus et hi in equis: nos autem in nomine Dei nostri invocavimus_».
[534] La _Cronica di Fossa Nova_ parla anche del Prefetto; _tunc Papa et praefectus, et Dux Robertus cum multis venientes apud S. Germanum — et facta est redemptio tacenda_. Ai 4 Aprile 1139 Teobaldo si nomina ancora come prefetto, in un documento nel quale l’Abate di san Gregorio cita Odone de Polo a presentarsi davanti il Concilio (MANSI, XXI, 542). Ivi pure si parla del figlio del Prefetto che fu noto a’ tempi di Pasquale; infatti vi è detto: _Oddo misit ad dom. Papam Petrum de Antegia, et Petrum Petri praefecti filium_.
[535] Questi fatti sono narrati esattamente da FALCONE: se si stia a lui, avrebbesi condotto il Papa prigioniero _X die stante mensis Julii_; dunque, a conto suo, nel dì 22 Luglio. La Bolla dell’investitura: _Quos dispensatio_, è data ai _VI Kal. Aug._ (MANSI, XXI, 396).
[536] I documenti raccolti nei _Monum. Regii Neapol. Archivii_ registrano, ancora fino alle ultime, l’êra imperiale bizantina. L’ultimo Duca di Napoli era morto, vassallo di Rogero, omai nell’anno 1137, in vicinanza di Ragnano. Nell’Agosto 1139 vennero a Benevento gli ambasciatori di Napoli a far soggezione a Rogero: FALCONE, a. 1139; GIANNONE, XI, c. 3. — Rogero fece misurare la periferia di Napoli; allora il suo circuito contava 2363 passi (FALCONE, p. 132). — Gaeta, da dopo il 1062, dipendeva da Capua, sebbene avesse Duchi suoi proprî fino a Riccardo Bartolomei in sul 1135, quando duca di Capua diventò Anfuso, figlio di Rogero.
[537] _Utinam, inquam, miserabilis atque infelicis Tusciae partes felici vestro imperio cum adjacentibus provinciis adjungerentur, et res perditissimae pacifico regni vestri corpori unirentur_: pari discorso di quello che fu tenuto ai dì nostri; e re Vittorio Emanuele può con qualche compiacimento specchiarsi nella storia di Rogero. Le parole riferite, scriveva a Rogero l’abate Piero di Cluny (BARON., a. 1139, n. 20), irritato perciocchè, tornando in patria nel 1134 dal Concilio di Pisa, fosse stato svaligiato da ladri in vicinanza di Luni. — Rogero, da quell’astuto che era, si guadagnò le buone grazie degli Ordini religiosi francesi, financo di san Bernardo, poichè fece venire in Sicilia monaci Cisterciensi.
[538] Questo, com’è naturale, andavano sfringuellando i Cardinali, sebbene FALCONE in generale lo dica del popolo romano. — Si avrà notato che da lungo tempo Benevento era amministrato da Cardinali; così sorse l’officio dei Cardinali legati in qualità di governatori.
[539] Egli stabilì un formale onorario per giudici e per notai (di cento libbre all’anno): CARD. ARAGON., p. 436. — La procedura delle liti serba la forma antica. Nell’anno 1139, Innocenzo in persona tiene la presidenza del tribunale in un giudizio promosso contro Odone de Polo, un che rubava beni di monasteri: giudici e assessori sono Vescovi, Cardinali, Teobaldo prefetto della Città, Cencio e Odone Frajapane, _Leo Petri Leonis_ coi suoi fratelli, e altri nobiluomini (MANSI, XXI, 542).
[540] Il felice stato di Roma è lodato nella _Vita S. Bern._, II, c. 7: _Post multifarias egestates in brevi civitas opulenta refloret_...
[541] Ancora Tivoli aveva nome di comitato; la Contea s’era unita insieme col Vescovato, ma il Papa vi teneva un Rettore. In un’iscrizione dell’anno 1140 si parla di adunanze di popolo per regioni (_publica contio regionum_), e si discorre del _Populus Tiburtinus_: Consoli non compaiono. Le condizioni di maggiore independenza che possedevano le città della provincia romana, sono poste in aperto da un trattato di commercio conchiuso fra Gaeta e Marino di _Circeum_ nell’anno 1132, dove quest’ultimo si obliga così: _Cum Terracinensibus pacem et treguam non faciemus sine vestra licentia, et si aliquando vos Gaetani guerram vel pugnam cum Terracinensibus habueritis, adjuvabimus vos — cum armis, equis et personis nostris_. Qui il popolo di Terracina apparisce independente al paro di quello di Gaeta: del Papa neanche si piglian pensiero. È un documento registrato nel GIORGI, _Dissert. Historica de Cathedra Episcopali Setiae Civitatis_, Roma, 1727, App. V.
[542] _Chron. Fossae Novae: Ind. III venit rex Siciliae, et filii ejus mense Julio ceperunt Soram, Arcem et usque Ceperanum_. — Vi hanno riferimento due iscrizioni, sol di poco difettose, originarie di Sant’Angelo in Valle Arcese, che oggidì sono nell’atrio di santa Maria in Cosmedin, infisse nel muro. La prima: _Regis itaque Siculi Rogeri potestas immoderate crescens — — — Tiburtinus deprendens PP. (populus) valde timuit. Et munire infirmiora loca civitatis etc. etc._ La seconda in cui compare _Tebaldus Rector_, ha la data: _Anno Dni MCXL Anno XI Papatus Dni Innocentii Sedi PP. M. Aug. D. IIII_. Le iscrizioni sono riferite nel CRESCIMBENI, _Storia di S. M. in Cosmedin_, p. 48 e 54, e nel VIOLA, _Storia di Tivoli_, II, 160. La seconda è registrata anche nel GALLETTI, _Inscript_., Ap. ad Class. I, n. 9.
[543] La guerra con Tivoli incominciò omai nel 1140; lo si rileva dal _Placitum_ concernente Odone de Polo (MANSI, XXI, 542), dove sulla conchiusione è detto: _Sed quia inter dominum Papam ac Tiburtinos controversia emerserit_...
[544] È una leggenda cittadina (ed il VIOLA per carità di patria la adorna di fiori), che a quest’occasione il corso dell’Anio deviato, si rovesciasse addosso del campo romano. Le Croniche italiane fanno diffalta allo Storico, e di sì memorandi avvenimenti, Roma per erudirsi deve mendicar notizie da un Vescovo tedesco. OTTONE DI FRISINGA, _Chron._, VII, c. 27: _Dum cum pontifice suo in obsidione praefatae civitatis morarentur, civibus egressis, et cum ipsis manibus conserentibus, multis amissis spoliis, turpiter in fugam conversi sunt_.
[545] Una Bolla di Innocenzo II è data ai 19 di Maggio _in monte Tiburtino_ (JAFFÈ, n. 5853), probabilmente durante il secondo assedio. La _Cronica di_ SICARDO (_Murat._, VII, 598) dice giustamente: _A. dom. 1142 Innocentius — Tiburtum obsedit_.
[546] Il _Juramentum Tiburtinorum_, sventuratamente senza data e senza sottoscrizioni, è nel MURATORI (_Antiq. It._, VI, 251), che lo trasse da CENCIO (nel THEINER manca): _Ego ille ab hac hora in antea fidelis ero b. Petro et dno meo Pp. Innocentio ejusque successoribus canonice intrantibus. Non ero in facto neque in consilio aut in consensu ut vitam perdant aut membrum vel capiantur mala captione... Papatum romanum, civitatem Tiburtinam, Donnicaturas_ (dominî) _et regalia que romani pontifices etc._ Le terre nominate nel testo erano tributarie alla Curia. — _Comitatum quoque et rectoriam ejusdem civitatis tiburtine in potestate dni [=pp] Innocentii, et successorum ejus libere dimittam._ Non ci si conservò il patto di sicurtà che era dato da parte del Papa.
[547] OTTONE DI FRISINGA, VII, c. 27: _Dum — tam inhumanae petitioni annuere nollet, seditionem iidem Romani movent — in Capitolio convenientes, antiquam Urbis dignitatem renovare cupientes, ordinem senatorum, qui jam per multa curricula temporum deperierat, constituunt, et rursus cum Tiburtinis bellum innovant_. Le stesse cose su quelle orme dicono con altre parole il GOTTFRIED, _Pantheon_ (MURAT., VII, 460) e gli HERMANNI ALTAHENSIS _Annales_ (_Mon. Germ._, XVII, 381). — CARD. ARAGON.: _Circa finem vero sui pontificatus Pop. Rom. novitatis amator sub velamento utilitatis Respublicae contra ipsius voluntatem in Capitolium Senatum erexit_. Non una parola di più.
[548] Fu sepolto nel Laterano _in conca porphyretica, quae fuit Adriani Imperatoris sepultura_ (JOH. DIACON; MABILLON, _Mus._, II, 568). Più tardi, essendo crollata una parte della basilica, ruinò il monumento; e perciò le ceneri di Innocenzo furono trasferite a santa Maria in Transtevere. La iscrizione che ivi si trova, dice: _Hic Requiescunt Venerabilia Ossa Sanctissimae Memoriae Domini Innocentii Papae Secundi De Domo Paparescorum Qui Praesentem Ecclesiam Ad Honorem Dei Genitricis Mariae Sicut Est A Fundamentis Sumptibus Propriis Renovavit_: GALLETTI, _Inscript._, Class, n. 46, n. 47. Al n. 43 è un’iscrizione tratta da san Tomaso in Parione, la qual chiesa il Papa ebbe consecrato ai 21 Dicembre 1139.
[549] Per ciò che riguarda le democrazie italiche il lettore può consultare le opere, spesso citate del LEO, dell’HEGEL, del TROYA, del BETHMANN-HOLLWEG, del SAVIGNY. Ma nè questi autori, nè gli Storici che scrissero del Senato romano, hanno posto mente allo svolgimento della costituzione civica di Roma. Io ne raccolgo qui il primo tentativo, ricavato dalle fonti della storia.
[550] Tenni già nota dei trattati di commercio conchiusi da Tolomeo di Tusculo, ed eziandio di quello fra Bello ed i Consoli di Gaeta, i quali diedero sicurtà ai bastimenti di lui. _Confirmare facimus tibi Bello Romano — et tuis rebus, vestrisque navidiis, cum omnibus bonis vestris, que in ipsis navidiis habebitis, vel que a Romanis super vos ad usuras accipietis_... (GEORGII _Dissertatio — Setiae Civit., App._ V).
[551] _Bonofilium jure matrificum aurificem_, a. 1035 (il GALLETTI, _del Prim._, p. 274, lo spiega per «orefice matricolato»). _Bovo prior Oleariorum_, a. 1029 (_Mscr. Vatic._ del GALLETTI, n. 7931, p. 42). _Rainerius patronus scole sandalariorum_ (navicellai) _pro Petro de Rosa priore dicte scole, et pro omnibus scolensibus_: questa corporazione dà a Farfa la conferma del porto di Correse (_Reg. Farfa_, fol. 1180). Un documento notevole, di stile assai barbarico, derivante da santa Maria in via Lata, a. 1031, contiene il patto (_stipulum obligationis_) conchiuso tra una corporazione di ortolani (_ortulani_) ed il suo priore: _Vobis Amatum magnificum virum vite tue diebus eligimus tibi ad priorem nostrum. Id est spondimus — tibi ut vite tue diebus sicut bonum priorem tibi tenemus et non disrumpimus scolam, quod tecum facta habemus_. Lo fanno giudice degli _scolenses_ nei piati fra loro; seconda istanza è la assemblea riunita dei Priori delle altre corporazioni di ortolani. — _Et per singulos annos singulus unus ex nobis tibi dare spondimus hopera una manuale_ (_Mscr. Vatican._ del GALLETTI, 8048, p. 97).
[552] L’antica formula _numerus militum seu bandus_ è usata sempre, parimente delle denominazioni dei presidî. Nell’anno 1145 una _Scola Militum_ dà in affitto al convento di santo Alessio un pezzo di terra vicino alla piramide (_Meta_) di C. Cestio: _Tholomaeus qd. fil. Pauli Johannis de Guiniczo, Prior scole Militum — cum Tedelgario — ejusd. scole secundo, et Aminadab Tertio ejusd. scole_ (NERINI, App. IX).
[553] Si rammenti come le dodici Regioni della Città, l’isola e il Transtevere accorressero al Campidoglio per salvare Gelasio. In un documento proveniente da santa Maria in Transtevere, a. 1037, è detto: _Regione quartadecima Transtiberini_ (_Mscr. Vatic. 8051_, del GALLETTI, p. 6). Forse che questa indicazione sia stata soltanto di tradizione, e non la officiale? Poichè la Città propriamente detta aveva dodici Regioni, la decimaterza e la decimaquarta dovevano riferirsi all’isola ed al Transtevere: e il numero di cinquantasei Senatori (di ciò a più tardi) corrisponde ai quattordici rioni elettivi. Invece è difficile che la città Leonina, disprezzata dai Romani, e abitata da stranieri e dalle genti pontificie, avesse allora diritto di mandar suoi deputati al Senato. Al tempo di Rienzo vi furono tredici sole Regioni officiali, e nel 1586 per la prima volta vi si aggiunse la Leonina (Borgo), come decimaquarta.
[554] I Massimi compaiono la prima volta nel 1012 con _Leo de Maximus_ (NERINI, p. 320); così nel _Chron. Farf._ p. 560: _Leo Dativus jud. de Maximo_. — I Sant’Eustachio, del quartiere prossimo a quella chiesa, compaiono primamente nell’anno 987 con _Leo Sancti Stati_ (NERINI, p. 383). In documenti del secolo undecimo i Saraceni e i De Franco appellavansi _de Eustatio_: assai di spesso incontrasi _Henricus de S. Eustachio_. — Coi Papa erano congiunti per via di maritaggi gli Scotti e i Romani. Anche i Brazuti (da Giovanni _Bracziutus_ del tempo di Gregorio VII) erano parenti degli Scotti. Le loro torri s’ergevano in vicinanza di ponte Sisto. _A parte Transtiberim ad pontem Antonini non multum longe a Turre heredum Johannis Brazuti_ (a. 1073, _Mscr. Vat._ 8051, p. 13). _A. 1227 Johannes Braczuti de Scotto et Comitisse filie ejus_ (ibid., p. 40). — Da parte loro i Tebaldi e gli Stefani formavano un parentado; spesso trovasi _Stefanus de Tebaldo — Stefanus Stefani de Tebaldo_.
[555] La _Ep. IX_ di Anacleto parla in prima di nobiluomini nominatamente, indi dice: _reliqui Rom. Urb. potentes, sacri quoque Palatii judices, et nostri consules, et plebs_. Il documento dell’anno 1139 (MANSI, XXI, 542) specifica così i maggiorenti: _Praefecto, consulibus, et majoribus civitatis_. Nella lettera a Lotario (_Cod. Udalr._, 351): _Consules Romani, et alii principes salutem_. Ei si vede che qui, dappertutto, «Console» significa il più eletto grado officiale. A torto C. HEGEL reputa che questo titolo prettamente romano fosse preso ad imitazione dei Consoli lombardi. Roma fu fino al 1143 una Repubblica (consolare) di nobili; soltanto che ignota ce n’è la forma.
[556] La _Ep. XVI_ di Anacleto distingue così: _Nobiles omnes et plebs omnis Romana, Capitanei et Comites qui extra sunt_. Anche nella pace conchiusa a Venezia nel 1177, è detto espressamente: _Plures etiam de nobilibus Romanis_ (nobiltà cittadina), _et Capitaneis Campaniae_ (nobiltà provinciale) _hanc pacem firmabunt_. — La _Ep. Petri Portuensis_ (nel BARON., a. 1130, n. IX) dice: _Principes, Capitanei, Barones_.
[557] Parecchi documenti della metà del secolo duodecimo parlano di questi _milites_, ad esempio: _Civitatis Alatrinae, milites Frosinonis, milites civitatis Verule etc._ Gli uomini liberi nella Campagna erano scesi tanto in basso da essere diventati, per la massima parte, fittavoli a tempo delle chiese o dei capitani.
[558] Di già intorno all’anno 1130 trovansi sessanta senatori e una deputazione di sei nobiluomini, che concedono a Monte Cassino franchigia di dazî nel porto di Roma. _Nos Leo Romanor. Consul, et Leo Frangipane, et Cincio Frangip., Petrus Frangipane, Filippus de Alberico, Henricus de S. Eustachio una cum sexaginta Senatoribus, et cuncto populo romanae urbis concedimus in perpetuum — ut monachi cum navibus secure pergant — Tempore Honorii ppe. II. Militantibus dignitates, hobedientibus pacem, rebellibus anatema_. Il frammento è raccolto nel _Registro_ di PIET. DIACON., n. 605.
[559] Documento dei 29 Aprile 1084 (_Reg. Farf._, n. 1098). Vedasi a carte 281 di questo Volume, nota 2. La dizione _apud Capitolium_ significa, cred’io, il convento di Araceli.
[560] _Aurea nunc etc. Ut quidem is versus merito possit converti: Aurea quondam etc._ Così nell’anno 1431 dai ruderi del Campidoglio sclamava POGGIO (_Historiae de Varietate Fortunae_, I, 6).
[561] Il _Privilegium_ dato per santa Maria _in Capitolio_, senza data, è aggiunto ad una Bolla di Innocenzo IV, e stampato nel WADDING (_Annal. Minor._, II, 255), fu illustrato dal CASIMIRO, p. 431, sull’esempio del VALESIO (T. XX della _Collezione_ del CALOGERA, p. 103): e trovasi anche nel FEA, _sulle Rovine_, p. 358, e nel PRELLER, _Philologus_, 1846. Della sua autenticità non dubito; fin la frase _hortos quos haeredes Johannis di Guinizo tenuerunt_, fa fede di quel tempo (vedemmo di uno degli eredi di questo Romano, più sopra a pag. 524, nota 2). _Confirmamus totum Montem Capitolii in integrum eum casis, cryptis, cellis, curtibus, hortis, arboribus — cum parietibus, petris et columpnis._
[562] _Cum terra ante Monasterium, qui locum Nundinarum vocatur_ (Bolla di Anacleto); e più sotto: _argasteria in Mercato_. Il mercato si estendeva tuttavia da piazza Araceli fin giù basso a san Venanzio, detto primamente san Giovanni in Mercato. Soltanto nell’anno 1477 il mercato fu trasferito in piazza Navona.
[563] Oggidì ancora sotto del Campidoglio vedonsi molti avanzi di antico. In via della Bufala, al n. 35, un portico ruinato forma il fondo di una botteguccia, e, appoggiato col dorso alle colonne, vi lavora entro un solitario ciabattino.
[564] _Liber de mirabilibus Romae._ Similmente la _Graphia_, che aggiunge: _In Capitolio fuerunt imagines fusiles omnium regum trojanorum et imperatorum_: e dice che fosse stato coperto di vetro e d’oro, _ut esset speculum omnibus gentibus_. Anche per questi libri di leggende tutto è omai antichità e indovinello.
[565] La Bolla non ne descrive che i confini. Nomina dessa il _Porticus Camellariae_ (non _Cancellariae_, come scrivono il FEA ed il BUNSEN; infatti trovasi usato l’egual nome anche per altri luoghi in cui esistevano spaziose _Camerae_); il _Clivus Argentarii, qui nunc descensus Leonis Prothi appellatur_ (vedi il Vol. III, p. 424); il _Templum majus quod respicit super Alephantum_ (l’_Elephantus herbarius_). Ancora si tien nota financo dei _gradus centum: exinde discendit per hortum S. Sergii usque in hortum, qui est sub Camellaria, veniens per gradus centum usque ad primum affinem_. Quest’era ancora l’antica scalea dei cento gradini, di cui fa cenno TACITO ad occasione dell’assalto dei Vitelliani (_qua Tarpeja rupe centum gradibus aditur_): della sua positura contrastano fra loro gli archeologi. Si accenna eziandio ad una _cavea in qua est petra versificata_. Per l’intiero documento vedasi l’_Ordo Rom._, XI (MABILLON, _Mus. It._, II, 143).
[566] Soltanto dopo del NARDINI gli Italiani lo collocarono sull’altura di Araceli (da nord-est), e i topografi tedeschi (BECKER, I, 387, con assai asseveranza) sulla cima di Caffarelli. — Pare che la controversia voglia ancora durare un buon pezzo, ma una volta o l’altra giova sperare che andrà decisa. Può mai darsi che omai nel secolo duodecimo s’avesse dimenticato la positura del _Saxum Tarpeum_? Anche oggidì v’è la «Via di rupe Tarpea» presso a «Tor de’ Specchi», e colà esisteva la chiesa di santa Caterina _sub Tarpeio_ (MARTINELLI, p. 352). FAUNO, III, c. 6; MAURO, c. 5, p. 40; GAMUCCI, p. 64. Nella _Vita Paschalis_ sta scritto: _Qua Capitolii rupes aedibus Petri Leonis imminet_; e queste case erano prossime al teatro di Marcello.
[567] ANON. MAGLIAB. (del tempo di Giovanni XXIII): _Fuit templum Jov. Opt. Maximi i. e. supra cortem domna mitima quod adhuc satis de eo apparet: et introitus vocatur Salvator in Maximis_. Lo stesso affermano il BLONDO, il MARLIANI, il MARTINELLI. Quella chiesa durò fino al 1587, sopra Monte Caprino, dalla parte della Montanara. — È argomento di dubbio che cosa fosse il _templum majus, quod respicit super Alephantum_: può ben darsi che fosse il teatro di Marcello. Il _templum Jovis_ dell’ANON. DI EINSIEDELN (_Inscrizioni_, n. 72: _Usque ad S. Angelum et templum Jovis_) non era, siccome opina il PRELLER, il tempio Capitolino, ma la _basilica Jovis_ nel _Porticus_ di Ottavia (detto nel medio evo _templum Severianum_), dove si trova la chiesa di sant’Angelo. Gli è perciò che nel secolo duodecimo questa chiesa veniva appellata _S. Angeli juxta templum Jovis_ (lettere dei Cardinali partigiani di Anacleto a Lotario).
[568] Vedi il Vol. III, p. 658, nota 1: _Teuzo abb. ven. Monas. S. Mariae Dei Gen. Virg. in Capitolio_... a. 882. Più tardi questa chiesa dei Benedettini fu detta addirittura _Monaster. S. Mariae in Capitolio_, oppure _Monasterium Capitolii_. Nell’anno 1015 un abate si sottoscrive perfino così: _Ego Dominicus Abbas Capitolii_ (nel CASIMIRO, p. 7). Il significato di _Capitolium_ da lunghissimo tempo si attagliava massimamente a tutto quanto il colle; nè dalla dizione _in Capitolio_ può argomentarsi che se ne denoti il tempio di Giove: in pari guisa dicevasi eziandio _S. Maria in Palladio_ (Palatino), e _in Aventino_. I più recenti escavi fatti vicino al palazzo Caffarelli (nel 1865) non hanno dato alcun resultato che convalidi l’opinione ivi essere stato posto il tempio di Giove, e questo fatto negativo torna oggi calzante a pro dell’altra opinione, che fosse situato sull’altura di Araceli.
[569] La _Graphia_ raccolse questa leggenda; essa non associa la visione con Virgilio, ma a quel tempo era omai ben noto il nesso in cui vi si trovava la Egloga IV. Così vi si ebbe riferito Innocenzo III (_Sermo II_, Op., 88, nel PIPER, _Virgilio, teologo e profeta_, 1862). La leggenda è assai antica e viene di Grecia; la si trova in SUIDAS, dove, al nome _Augustus_, vien narrato che questi interpellasse la Pitia, per sapere chi regnerebbe dopo di lui; _cui illa respondit_:
_Puer Hebraeus jubet me, diis beatis imperans,_ _Hanc aedem relinquere, et in orcum redire._ _Jam abito tacitus ab aris nostris._
E Augusto avrebbe allora tosto edificato sul Campidoglio un altare colla iscrizione: _Haec ara est Primogeniti Dei_. La leggenda più tardi fu registrata da NICEFORO (_Hist. Eccl._, I, 17); e la riferisce eziandio un’antica Cronica latina, edita dal MAI col titolo di _Chronicon Palatinum_ (_Spicileg. Roman._, IX, 118): l’editore la fa risalire, per ragione de’ caratteri della sua scrittura, almeno al secolo ottavo, se non più in là, come reputa il BETHMANN, che la attribuisce al settimo secolo (_Bullettino Arch._, 1852, p. 38). GOFFREDO DI VITERBO, che scrisse intorno al 1180, conosce la leggenda (_Pantheon_, XV): il MURATORI la trasse da un Codice modenese (_Antiq._, III, 879). Una grossolana scultura, posta sul vecchio altare della cappella di sant’Elena in Araceli, rappresenta la visione, con questa epigrafe:
_Luminis hanc almam matris qui scandis ad aulam,_ _Cunctarum prima quae fuit orbe sita;_ _Noscas quod Caesar tunc struxit Octavianus_ _Hanc. Ara Coeli sacra proles cum patet ei._
[570] Il _Catalogo delle Abazie romane_, compilato da PIETRO MALLIO e da GIOVANNI DIACONO (sulla fine del sec. XII), dice: _S. M. in Capitolio, ubi est ara Filii Dei_. Più tardi scrive MARTINO POLONO: _Haec visio fuit in Camera Octaviani Imp., ubi nunc est Eccl. B. M. in Capitolio. Ideo dicta est Eccl. S. M. Arae Coeli_. Il NIEBUHR e il BECKER credono, contrariamente affatto alla leggenda, che l’appellazione _in Araceli_ sia derivata da quella _in Arce_. Piuttosto il nome può esser venuto da _Aurocoelo_ (_coelo Aureo_), sì come ne furono chiamate altre chiese, di cui una a Pavia. — È strano che fino il tempio di Giunone Moneta avesse ricevuto il suo nome addiettivo da una voce divina che ivi s’era intesa risonare: CICERO, _De divin._, I, 45, nel BECKER, I, 409. Se questo tempio abbia esistito sull’altura di Araceli, acconciamente sarebbevi andata Maria, regina del cielo, a cacciarne Giunone. — Gli archeologi italiani pongono sulla cima di Araceli anche il tempio di Giove Feretrio, e l’ANON. MAGLIAB. dice: _Palatium Octaviani fuit, ubi nunc est S. M. araceli; et vocatus est locus ferferum, quia ibi fuit templum jovis Feretrii_.
[571] La leggenda dei Mirabilia dice che la visione occorresse nel _Palatium_ di Ottaviano, non già nel tempio di Giove. Ed anche il _Chronicon Palatinum_ del MAI, narra soltanto che _Oct. abiit in Capitolium, quod est in medio urbis_, dove la _Pythonia_ gli avrebbe annunciato, _quod infans hebraeus jubente Deo e coelo beator. descendens, in hoc domicilium statim veniet — quare exiens inde Aug. Caesar a divinatione, aedificavit in Capitolio aram magnam in sublimiori loco, in qua et scripsit latinis literis dicens: Haec ara filii Dei est. Ubi factum est, post tot annos, domicilium atque basilica b. et s. virginis Mariae usque in praesentem diem sicut et Timotheus chronographus commemorat_ (TIMOTEO, riferito dal MALALAS, p. 98, dice solamente della _ara_ che Augusto edificò). Vedasi dunque che assoluto silenzio si tenga del tempio di Giove, onde s’era smarrita ogni traccia al tempo dei _Mirabilia_; e questi non fanno menzione della leggenda che in modo fuggevole: _In loco ubi nunc est S. Maria fuerunt duo templa simul juncta cum palatio, Phebi et Carmentis, ubi Octavianus imp. vidit visionem in celo_.
[572] Il _Palatium Octaviani ad S. Laurentium in Lucina_, di cui essi parlano, è l’avanzo dell’_Orologium_ di Augusto: ma nel testo mostrano saperne del _palatium Octaviani_ sul Campidoglio.
[573] 1) _Infra arcem fuit palatium, quod erat pro magna parte aureum — ubi tot statue erant etc._ — 2) _Ubi nunc est S. Maria fuerunt duo templa simul juncta cum Palatio, Phoebi et Carmentis, ubi Octavian Imp. vidit visionem in coelo._ — 3) _Capitolium vel Tarpeus, ubi est palatium Senatorum._ Il concetto di _Arx_, che è indeterminato anche per l’antichità, non può accertarsi che cosa significasse all’epoca dei _Mirabilia_: lo stesso dicasi del _Tarpeus_ e del _Capitolium_.
[574] Le investigazioni sul Campidoglio daranno sempre argomento di novelle ipotesi. Arnaldo da Brescia esortò i Romani a restaurare il Campidoglio: che cosa voleva dir ciò, se non che la massima ruina, il _Tabularium_, si riparasse per porvi le residenze del Senato, e forse anche che si rinnovasse la _Arx_? Che nel medio evo si desse al _Tabellarium_ nome di _Camellaria_? Un Breve di Innocenzo III (_Ep. II_, 101, a. 1199) dice che sulla pendice del Campidoglio la _Camellaria_ avesse un appartamento alto ed un basso, e ne fossero comproprietarî il convento di santa Maria e quello di santo Sergio. _Inferioris vero camellariae parochiam et ejusd. camell. proprietatem; ita quod nulla injuria inferatur habitatoribus, ipsius camellariae ab abitatortbus superioris camellarie._ I _Mirabilia_ pongono la _Camellariae_ presso al _templum Jani_, (il _Cod. Pragensis_ dell’HÖFLER dice financo _subtus capitolium_), ed hanno ottima conoscenza dell’_aerarium publicum, quod erat templum Saturni_. Per tutte le quali ragioni io respingo l’opinione del BUNSEN e di altri, che la _Camellaria_ fosse l’archivio di Stato ossia _Tabularium_; e reputo piuttosto che essa fosse la _basilica Argentaria_ od un edificio prossimo, fornito di portico.
[575] Cade in siffatto anacronismo il FRANKE nel libro: _Arnaldo da Brescia e il suo tempo_, Zurigo, 1825, scrittura amena a leggersi, ma che troppo spesso devia dalla verità storica. Per scrivere a fondo la storia di Arnaldo mancano le fonti. Ne fece tentativo nell’anno 1861 il dotto FEDERICO ODORICI nel suo _Arnaldo da Brescia_ (Brescia 1861), e più tardi vi si accinse un Francese del mezzodì, GEORGES GUIBAL (_Arnould de Brescia et les Hohenstaufen, ou la question du pouvoir temporel de la Papauté au moyen age_, Paris 1868). — Però, nello stesso anno 1868 si stampò per la prima volta la _Historia pontificalis_ (_Monum. Germaniae_, Vol. XX, p. 517-545); e questa Cronica, scritta da un contemporaneo di Arnaldo (nel quale a buona ragione si ravvisa il celebre Giovanni da Salisbury), getta una nuova luce su alcuni punti della storia del famoso riformatore da Brescia, che pur troppo rimane sempre oscura. Vedi _Arnaldo da Brescia_, Discorso accademico del GIESEBRECHT, Monaco 1873.
[576] _Quis mihi det, antequam moriar, videre Ecclesiam Dei, sicut in diebus antiquis, quando apostoli laxabant retia in capturam, non in capturam auri vel argenti, sed — animarum?_ Ep. 238, ad Eugenio III — Cent’anni più tardi il _Meister Freigedank_ (a) diceva: «Le reti romane chiappano argento, oro e terre: e san Pietro lo sapeva» (lo cita il RAUMER).
(a) È una raccolta di proverbî popolari, di motti, di sentenze su cose politiche, sociali ed ecclesiastiche, compilata in Germania nell’anno 1229, e per la sua eccellenza chiamata «bibbia delle cose profane.» Vedasi il VILMAR, _Storia della letteratura tedesca_ (Vol. I, p. 961, Marburg, 1857), che giudica quel libro essere la gemma insuperata delle lettere alemanne antiche e moderne. (N. del T.)
[577] OTTONE DI FRISINGA, _De gestis Fried._, lib. II, c. 21. La sua narrazione fu raccolta nei noti versi del poema del GUNTERO, intitolato _Ligurinus_.
[578] SAN BERNARDO, Vol I, Ep. 195: _Accusatus apud D. Papam schismate pessimo._ OTT. DI FRISINGA, II, c. 21. Di vera eresia non fu tacciato, sebbene intorno all’eucaristia ed al battesimo non la pensasse cattolicamente: lo prova la sua adesione alle idee di Berengario, di Abelardo, dei Pietrobrusiani ecc. Vedansi i diciannove articoli dello _Scito te ipsum_ e della _Theologia Christiana_ di ABELARDO, nel _Tractatus de erroribus Abaelardi_ di SAN BERNARDO.
[579] Le sentenze di san Bernardo contro il dominio temporale (e ai giorni nostri se ne richiamò la ricordanza) non ammettono disputa. Alcune ne traggo dal suo libro _De Consideratione: Nemo militans Deo implicat se negotiis saecularibus. — Quid fines alienos invaditis? — Disce, sarculo tibi opus esse, non sceptro, ut opus facias Prophetae. — Esto ut alia quacunque ratione, haec tibi vendices, sed non Apostolico jure. — Planum est: Apostolis interdicitur dominatus. — Forma apostolica haec est: dominatio interdicitur: indicitur ministratio. — In his successistis non Petro, sed Constantino._ — Queste dottrine di san Bernardo sono agli antipodi de’ principî gerarchici di Gregorio VII.
[580] _Procedit Golias procero corpore nobili illo suo bellico apparatu circummunitus: antecedente quoque ejus armigero Arnaldo de Brixia_: _Ep._ 189. Vedasi anche la _Ep._ 330.
[581] Con molta verità dice il Tosti (_Storia di Abelardo_, Napoli, 1851): «egli era di quegli uomini che hanno il coraggio del pensiero, non quello dell’azione.»
[582] Vedi la _Historia pontificalis_.
[583] _Ep._ 195: _Arnaldum loquor de Brixia, qui utinam tam sanae esset doctrinae, quam districtae est vitae — Homo est neque manducans, neque bibens, solo cum diabolo esuriens et sitiens sanguinem animarum — videbitis hominem aperte insurgere in clerum, fretum tyrannide militari, insurgere in ipsos episcopos, et in omnem passim ecclesiasticum ordinem desaevire_: è un formale atto d’accusa scritto da un Santo. Egli appella altresì Abelardo _intus Herodes, foris Johannes_: _Ep._ 193.
[584] _Ep._ 196. Financo OTTONE DI FRISINGA dà a Bernardo del credenzone e dello _zelotypus_ (_De Gestis_, I, c. 47).
[585] Che insegnasse a Zurigo, lo dice OTTONE DI FRISINGA (II, c. 21): _In oppido Alemanniae Turego officium doctoris assumens, perniciosum dogma aliquot diebus seminavit_. È certamente esagerato ciò che il FRANKE (sulle orme di GIOVANNI MÜLLER, che attinse a Croniche di tempo posteriore), afferma dell’influenza esercitata da Arnaldo sulle Republiche svizzere. Fa poi meraviglia che pochi contemporanei suoi parlino di Arnaldo; nè di lui tiene alcun ricordo neppure la _Cronica di Brescia_ del MALVEZZI. Anche san Bernardo più tardi ne tace del tutto.
[586] _Chron. Mauriniac._, p. 387: _Celestinus qui alio nomine Magister de Castellis nominatus est_ (era il _Castrum Felicitatis_ nello Stato della Chiesa). Tre cose l’avevano messo in rinomanza: _nobilitas generis, mentis industria in omni statu aequalis, literarum scientia multiformis_. Della sua elezione pacifica e concorde fa fede la lettera del venerabile Pietro di Cluny (BARON., ad ann. 1143, n. XII), e la _Ep._ I _Coelestini ad Cluniacenses_ (MANSI, XXI, 592).
[587] Con Celestino II hanno incominciamento le note profezie di Malachia, arcivescovo di Armagh in Irlanda (morto nel 1148), libri sibillini del Papato, che forse furono una goffa invenzione dell’anno 1590: vedi il NOVAES, a quel Papa. A Pio IX del resto si attaglia perfettamente il _Crux de Cruce_ (croce dalla croce di Savoja).
[588] Questi oscuri avvenimenti narra ROMUALDO, p. 192. ANON. CASIN., ad a. 1144. _Treugam cum eo (sc. rege) composuimus_, dice il Papa nella sua lettera a Pietro di Cluny, _dat. Laterani X Kal. Oct._ (22 Settembre 1144). MANSI, XXI, 608.
[589] Documento dei 31 Gennaio 1145: _Lucius dilectis Filiis, nobilibus viris Oddoni et Cencio Frajapanibus fratribus — fidelitatem vestram erga B. Petrum et nos ipsos attendentes, custodiam Circi vobis committimus — dat. Romae II Kal. Febr._ (nel NERINI, App., p. 407, che lo trasse da CENCIO). — Ai 18 Marzo 1145 l’abate di sant’Andrea dà in affitto a Cencio Frangipane _turrim quae vocatur de Arco — Rome in Caput Circli Maximi — e Trullum unum in integrum quod vocatur Septem Solia_. Questo documento è sottoscritto: _Cencius de Arco_. Era un arco di trionfo ridotto a torre, vicino al Circo (MITTARELLI, III, n. 271).
[590] _Non multo autem post_ (dopo il ritorno del Papa dalla Campania) _Popul. Rom., contra voluntatem ejusd. Papae Jordanum filium Petri Leonis in Patricium promovit, et Senatores de novo in Urbe creavit_: ROMUALDO. La nuova êra si conta dall’anno 1144. Lo dimostrano documenti del Senato: il primo che ci è conservato, è dato ai 23 Dicembre 1148, _renovationis autem sacri Senatus [=an]. V_. Addì 23 Gennaio 1160, si conta _[=an]. XVI_; ai 27 Marzo 1162, _[=an]. XVIII_; ai 30 Marzo 1188, _[=an]. XLIV_; ai 28 Maggio 1191, _[=an]. XLVII_. Da tutto ciò parrebbe che il primo anno cadesse nel Maggio 1145, e che la costituzione del Patriziato avvenisse nell’autunno dell’anno 1144.
[591] OTTONE DI FRISINGA, _Chron._, VII, c. 31: _omnia regalia ejus — ad jus Patricii reposcunt; eumque more antiquorum sacerdotum de decimis tantum et oblationibus sustentari oportere dicentes_. E più sopra: _Senatoribus — Patricium adjiciunt — Jordanum Petri Leonis filium eligentes omnes ei tamquam principi subjiciuntur_. — ANON. CASIN.: _Jordanus fil. Petri Leonis cum Senatoribus et parte totius populi minoris contra papam rebellat_. Qui la parola _parte_ devesi prendere nel significato che essa esprime in italiano.
[592] GOFFREDO DI VITERBO, che scrisse intorno al 1180 (MURAT., XII, 461): _intendens Senatum extinguere cum ingenti militia Capitolium Romae conscendit — Senatus autem Populusq. Roman. — Papam — in momento repellunt. Ubi Papa (sicut audivimus) lapidibus magnis percussus, usque ad obitus sui diem, qui proxime secutus est, non sedit in sede_. SICARDO (MURAT., VII, 598): _armata manu ascendit Capitolium; sed Romani inde ejecerunt eum_. SIGBERTO, _Cont. Praemonstr.: sed inde_ (dal Campidoglio) _per Jordanum — perturbatus, infirmitate correptus, infra annum — moritur_. Il giorno della morte è determinato dal CARD. ARAGON., p. 437, il quale dice soltanto: _repentina morte praeventus_; ed erra affermando che egli costringesse i Romani a rinnegare il Senato. OTTONE DI FRISINGA, VII, c. 31, narra solamente: _quotidianis cruciatibus ac taedio vitae affectus, infra anni spatium pontificatus sui diem obiit_.
[593] _Hunc cum antea simplex fuerit, Deus mirabili gratia, et eloquentia perfudit_ (BERNARD. GUIDONIS, nel MURAT., III, 1, 437). Delle perplessità di san Bernardo sull’elezione del suo discepolo danno dimostrazione l’_Ep._ 237 agli elettori, e l’_Ep._ 238 all’eletto. _Dabit tibi dominus intellectum_, dice a lui il Santo; e a’ Cardinali: _quid fecistis? Sepultura hominem revocastis ad homines_. E lo chiama _rusticanum — pannosum homuncionem_. I cinque libri _De Consideratione_, di cui Pio V si faceva ogni giorno leggere dei passi, intanto che sedeva a mensa, furono scritti da BERNARDO, in parecchi anni, ne’ suoi momenti d’ozio.
[594] OTTONE DI FRISINGA, _Chron._, VII, c. 31: _Eccl. b. Petri — profanissime incastellare non metuunt_. — GEROH DI REICHERSBERG (_liber de currupto Eccles. statu_, nel BALUZIO, _Miscell._, V, 114) lamentava: _quod adhuc in domo b. Petri — desolationis abominationem stare videmus, positis etiam propugnaculis et aliis bellorum instrumentis in altitudine sanctuarii supra corpus b. Petri_. Fin da allora i Cardinali possedevano in Roma bei palazzi: _ut Cardinalium diruerentur — splendida palatia_ (OTTONE DI FRISINGA, _De Gestis Frid._, II, c. 21).
[595] _Praefecturae dignitatem abolentes, omnes principes ac nobiles ex civibus ad subjectionem Patricii compellunt_: OTTONE DI FRISINGA, VII. c. 31.
[596] _Circa principia Pontificatus Eugenii pestifer Arnaldus Romam ingressus — proponens antiquorum Romanor. exempla — reaedificandum Capitolium, renovandam dignitatem Senatoriam, reformandum equestrem ordinem docuit_: OTTONE DI FRIS., _de Gestis_, II, c. 21. E sulle dottrine di Arnaldo, riguardo alle attenenze del Papa colla Città: _nihil in dispositione Urbis ad Romanum spectare Pontificem, sufficere sibi ecclesiasticum judicium_: ibid.
[597] Documento dato da Corneto, ai 20 Nov. 1144 (CENCIUS, fol. CXIII): _Nos quidem — Gottofredus de Pinz[=on] et Vezo Franconis consules una cum Egidio vicecomite et Ranutio de Guittone ex mandato et voluntate alior. Consulum et Populi Cornetanae civitatis_. Dunque, fin da allora, il Papa accettava nelle città di provincia la costituzione di municipio. Nel 1157 trovansi Consoli a Orvieto; e, giusta una iscrizione riferita dal MURATORI (_Antiq. It._, II, 331), v’erano Consoli a Nepi, financo nell’anno 1131; nell’anno 1198 (e naturalmente anche prima) v’erano dodici Consoli e un _Consilium_ a Narni, dove tutto il Comitato apparteneva al Comune: _Narnienses Consules universales Civitatis et Comitatus Narniae_ (MURAT., _Antiq._, IV, p. 60).
[598] Una notizia antica di quel tempo (MARTINELLI, _Roma ex Ethn._, p. 171), dice: _Post haec vero, ipso. D. Papa mandante, contra Senatum et Pop. Rom. quibus modis poterant comites pugnare coeperunt._ Del Senato narra il CARD. ARAG., p. 439: _civitatis et castra. B. Petri assiduis rapinis et gravibus guerris persequi non cessabant_.
[599] _Quos — Pontifex — adjuncta Tiburtinis Romanor. antiquis hostibus militia coercuit, tandemque pacem petere coegit_: OTT. DI FRIS., VII, c. 31; CARD. ARAG., p. 439.
[600] _Patriciatus dignitatum exfestucarent, et praefectum in pristinam dignitatem reciperent. Senatores vero ex ejus auctoritate tenerent_: OTT. DI FRIS., VII, c. 34. — Nel 1139, prefetto era Teobaldo, e di già nel 1145 era _Jacobus praefectus urbis_ (BONINCONTR., ap. LAMIUM, VI, 144). L’ingresso trionfale del Papa è descritto dal CARD. ARAGON., p. 439.
[601] Laonde il documento dei 23 dicembre 1148 dice: _Nos Senatores — a domino nostro Papa Eugenio totaque veneranda apostolica curia et reverendo populo Romano pro regimine urbis annuatim in Capitolio constituti_: e similmente il trattato fra Pisa e Roma, nella _Cronica pisana_ del MARANGONE, a. 1151.
[602] Vi si sottoscrivono: _Et nos Senatores: Joh. Berardi. Petrus plangens spatulam. Uguicio gentis. Petrus Enrici. Romanus petri milluli. Astaldus David. Jordanus brutii. Gregorius gaudentis. Nicolaus philippi. Petrus romani sperantis in deo. Sebastianus gualtrade. Stephanus falconis. Grisoctus Cencii. Grecus. Nicolaus berizonis. Dompnicus. Parentius. Petrus baffolini. Falco carozie. Rusticus nicolai rustici. Petrus rabie. Stephanus cizaronis. Bonum tibi veniat h. e. bentivenga pictor. Johannes bonifilioli. Petrus demetrii pro nobis et omnibus aliis consenatoribus nostris quorum nomina non sunt hic descripta_ (GALLETTI, _del Prim._, p. 306; lite che fu sostenuta per alcuni beni della chiesa di santa Maria in via Lata). I Berardi, gli Astaldi, i Berizoni, i Rustici, i Bonifilioli erano _nobiles_. Può darsi che _Grisoctus Cencii_ appartenesse alla famiglia de’ Baruncî; perlomeno nell’anno 1131 troviamo _Grisottus de Stefano Centii de Baruntio_ (MITTARELLI, III, n. 224).
[603] Nel trattato di pace fra Pisa e Roma, dell’anno 1151, viene per verità detto: _nos quidem Senatores numero L_, ma forse per un caso si smarrì la cifra _VI_. Dimostrerò più tardi che il numero di cinquantasei era quello normale.
[604] I tre Scrittori romani che trattarono del Senato, il VENDETTINI, il VITALE, l’OLIVIERI, e l’accurato tedesco CURTIUS non avvertirono in alcun modo queste mutazioni. Nell’Aprile del 1191 un documento è sottoscritto da _Consiliatores_ diversi da quelli che erano stati nel Maggio dello stesso anno. Di essi troviamo or nove, or undici o dodici, ed or financo quattordici. Sempre si sottoscrivono prima de’ Senatori. Il patto conchiuso col Papa nel 1188, è sottoscritto: _jussu Senatorum Consiliatorum_ (seguono dodici nomi) _et Senatorum_ (succedono i nomi). Io li reputo _procuratores_ della Republica, corrispondenti ai Consoli governanti nelle altre città, nè penso col PAPENCORDT e coll’HEGEL che fossero soltanto consiglieri assistenti. Nel 1164, a Pisa, sono eletti ventiquattro _Consiliatores_ colla condizione espressa _qui nec consules nec senatores hoc anno fuerint_ (BONAINI, _Statuti di Pisa_, I, 25); ma in Roma eglino erano veramente il Consiglio rettore del Senato.
[605] Per noi i denari pontificî cessano con Benedetto VII (morto nel 984). In tutto il secolo undecimo non v’ha che un solo denaro di Leone IX, ed un altro attribuito a Pasquale II. Per la qual cosa nella lacuna delle monete pontificie fino a Benedetto XI (morto nel 1304) subentrano (secondo il FLORAVANTE, _Antiqui Romanor. Pontificum Denarii_) le monete del Senato. Tuttavolta in documenti posteriori alla costituzione del Senato io trovo _solidi papae_ distinti da _denari Senatus_ (MITTARELLI, IV, n. 53, n. 98); ed io credo che anche i Papi in sulle prime battessero moneta. I denari del Senato erano allora chiamati _solidi bonorum provisinorum Senatus_ (il nome non deesi far derivare da _provisiones_ o _redditus_, bensì dalla città di Provins in Sciampagna), ossia si contava a _librae bonorum_, o _parvorum, parvensium Senatus_. Ritiene il FLORAVANTE che i denari del Senato antichissimi sieno quelli colla leggenda ROMAN. PRINCIPE (che faceva contorno all’effigie di san Pietro), e dall’altra faccia colla scritta SENAT. POPUL. Q. R., attorno all’effigie di san Paolo. Altre monete di quell’età erano dette _affortiati_ (d’oro forte, ossia puro), _Scyphati, Marabotini_ (maravedis), _Malechini_ (nome arabo che deriva da Malech), _Romanati_ (nome bizantino) ecc. Vedasene il DUCANGE.
[606] Vedi l’_Ep._ 239 di Innoc. III, lib. II; lettera assai importante a chiarire i rapporti giuridici di quel tempo.
[607] Che esistessero l’una accanto dell’altra le due Curie lo provano molte carte: e di già il primo documento del Senato (dell’anno 1148) chiama gli antichi giudici Palatini con nome di Consiglieri aggiunti. Vedi anche l’Atto senatorio del 1160 (GALLETTI, _Del Prim._, p. 314).
[608] Giustamente il CURTIUS ha interpretato questo passo dell’ANON. CASIN.: _facem cum Romanis reformans, muros Tiburtinae civitatis destrui praecepit_. — OTT. DI FRIS., VII, c. 34: _a pop. Rom. pro excidio Tiburtinorum in tantum de die in diem sollicitatur, ut improbitatem eorum non sustinens ad transtyberinam regionem migrans, animam suam vitae suae taedere confideretur_. Il BONINCONTRIUS (nel LAMIUS, _Delic._, V, 144) dice financo, che fosse stato discacciato della Città. Forse egli disciolse il Senato, sì come oggidì i Re disciolgono le Camere, e ordinò nuove elezioni.
[609] Lo dimostra il documento dei 28 Dicembre 1148 (già citato) quando Eugenio non si trovava nella Città.
[610] _Chron. Fossae Novae_, ad a. 1146: _Romani venerunt super Tiburim, et multos ex eis decollaverunt_. A qualche anno prima appartiene la notizia del _Chron. Sublacense_ (MURAT., _Antiq._, IV, 797): _cum Romani tempore Thebaldi Prefecti supra Tiburtinos venerint_.
[611] BONINCONTRIUS, p. 148: Guido Colonna s’insignorì di Norba e di Frosinone; _Jacobus_, prefetto urbano, investito dell’officio dal Papa, si pigliò Civitavecchia e Viterbo; Nicolò di Anguillara fece sue Tolfa e Santa Severa; Pietro Frangipane, Terracina e Sezza. Celestino II aveva donato ai Frangipani soltanto i redditi di Terracina, ma eglino vi si eressero a tiranni. Vedi nel CONTATORE, _Historia di Terracina_, I, c. 6, le notizie attinte dall’archivio di quella città. I Frangipani soffocarono il Comune di Terracina, perlochè ivi trovansi Consoli soltanto al principio del secolo decimoterzo, quando Innocenzo III soggiogò i Baroni.
[612] _Histor. pontifical._, l. c., p. 538.
[613] _Fallax et invidus humani generis inimicus per Arnaldum schismaticum — hoc effecit, ut quidam capellani unitatem Ecclesiae — dividentes, ipsius Arnaldi sequantur errorem: et Cardinalibus atque Archipresbyteris suis obedientiam — exhibere debitam contradicant — dat. Brixiae Idib. — Julii_. Il commovimento del clero inferiore durò tuttavia sotto di Adriano IV e di Alessandro III (vedi i Brevi di questi due Papi nel MANSI, XXI, 628, 803). Dalla lettera di Alessandro III emerge tuttavia l’esistenza di ventotto titoli cardinalizî per quell’età.
[614] _Ep._ 243: _Nobilib. et optimatib. et universo pop. Romano, frater Bern. Claraevallis vocatus Abbas, declinare a malo, et facere quod bonum est. — Ad omnem itaque spectat Christianum injuria Apostolorum — apostolicam Sedem divinis regalibusque privilegiis sublimatam auso sacrilego incessere, suoque minuere honore contenditis — Patres vestri Urbi Orbem subjugaverunt, vos Urbem properatis orbi facere fabulam — Quid ergo nunc Roma nisi sine capite truncum corpus, sine oculis frons effossa, facies tenebrosa?_ Così anche oggidì dicono i Vescovi di Francia e di tutto il mondo; e la lettera di san Bernardo fu citata dai difensori di Pio IX, tanto spesso quanto gli avversarî suoi hanno per parte loro accampato le opinioni, che in generale quello stesso Santo espresse per conto delle condizioni politiche del clero. Nè alcun Vescovo ai nostri giorni seppe sostenere che il Papa dovesse conservare Roma con tanta enfasi quale fu quella onde usò il vecchio Abate.
[615] _Quid de populo loquar? Populus Romanus est. Quid tam notum saeculis, quam protervia et fastus Romanorum? Gens insueta pacis, tumultui assueta; gens immitis et intractabilis usque adhuc subdi nescia, nisi cum non valeat resistere. Hi impii in Deum, temerarii in sancta, seditiosi in inxicem, aemuli in vicinos, inhumani in extraneos. Docuerunt linguam suam grandia loqui, cum opererentur exigua._ E della proverbiale avarizia dei Romani dice: _quem dabis mihi, vel de tota maxima Urbe, qui te in Papam receperis, precio, seu spe precii non interveniente? De Consideratione_, IV, c. II. Il quarto e il quinto libro di questo celebre trattato destinato ad Eugenio III furono da san Bernardo scritti negli anni 1152, 1153. Più tardi il PETRARCA difese Roma contro questa invettiva di san Bernardo nella sua scrittura: _Contra Galli calumnias, Op._, ed Basil., p. 1075.
[616] _Ep._ 244, _ad Conradum_; e la lettera dell’amico (MARTENE, T. II, 299, _Ep._ 212).
[617] Di questo dà notizia il notaio GIOVANNI: _Ep._ 239, fra le lettere di Guibaldo (nel MARTENE, _Ampl. Collectio_, II). Erroneamente il MARTENE pone la lettera all’anno 1151; fu scritta prima della battaglia di Flochberg, dove, agli 8 di Febbraio 1150, Guelfo fu vinto.
[618] Le Bolle raccolte nel JAFFÉ stabiliscono che il suo soggiorno a Tusculo avvenne fra gli 8 di Aprile e i 7 di Novembre del 1149. ANON. CASIN., _Chron._, a. 1148: _Eugenius P. Tusculanum ingressus, fultus auxilio Rogerii Regis, Romanos sibi rebelles expugnat_. Similmente ROMUALDO, p. 193. ROBERTO DE MONTE: _P. Eugenius in Italiam regressus, cum Romanis vario eventu confligit_.
[619] _Ep._ 212 (fra quelle di Guibaldo): _Eccellent. et Magnif. Dom. Urbis et Orbis Conrado etc. Sixtus, Nicolaus et Guido consiliatores Curiae sacri Senatus et communis salutis reipublicae procuratores — ut jam per plures litteras regiae significatam est majestati etc. etc._
[620] Un manifesto dei Romani, nel carnovale dell’anno 1862, diceva quasi alla parola così: «Romani! chi ama la dignità di sè stesso, chi sente la grandezza dei destini che la Provvidenza ha serbato a Italia e alla sua città capitale, trova bastevole di tutti i diletti la vista del Foro antico di Roma e di tutti gli altri luoghi che rammentano le glorie antiche. Là il vero cittadino di Roma, ricordando la grandezza degli avi, mira il fondamento del nostro prossimo rinascimento dopo tanti secoli di obbrobrio. Viva il Pontefice non Re! Roma, ai 20 Febbraio 1862.»
[621] _Excell. atque praeclaro Urbis et Orbis totius Domino, Conrado Dei grat. Romanor. Regi, semper Augusto, S. P. Q. R. salutem et Rom. Imp. felicem et inclytam gubernationem_ (OTTONE DI FRISINGA, _De gestis_, I, c. 28). Questa lettera non ripongo io col MARTENE e col MANSI all’anno 1150, ma al 1149, allorchè Eugenio, da Tusculo, angustiava Roma. Gli ambasciatori sono appellati _nobiles viri_ della vera nobiltà. Gli esametri di barbaro stile esprimono bene l’intendimento politico de’ Romani. La lettera è povera troppo d’ingegno perchè io possa attribuirla ad Arnaldo.
[622] _Christianissimus princeps hujusmodi verbis sive naeniis praebere aures abnuit_, dice conciso OTTONE DI FRISINGA, in occasione della lettera dei Romani.
[623] _Ep_. 213 (nelle lettere di Guibaldo) di un _fidelis Senatus servorum regis fidelissimus_.
[624] _Eugenius P. pacem cum Romanis reformans Romam reversus est:_ ANON. CASIN., _Chron._ — ROMUALDO, p. 193. — Una Bolla di Eugenio è data: _Laterani 28 Nov. 1149_ (JAFFÉ).
[625] La vita errabonda del Papa può seguirsi sulla scorta del JAFFÉ. L’anno 1151 egli dimorò a Segni sotto la protezione dei Conti di Ceccano. Ai 27 Ottobre egli consecrò la chiesa di Casamari presso a Veroli (Chron. _Fossae Novae_, ad a. 1152).
[626] _Ep._ 214 _Guidonis Card. et Cancellarii ad Wibaldum Abatem_. Nell’_Ep._ 218, Guibaldo tranquilla Eugenio: è scritta dopo la disfatta di Guelfo VI. — La _Ep._ 225 di Guibaldo al cardinale Guidone.
[627] _Promissa Romanor._ (_Mon. Germ._, IV, 88): restituzione di tutti i diritti della corona e di tutti gli scrigni delle chiese, eccettuata la moneta che aveva costato la guerra di Viterbo; resa di tutte le castella fuor della Città. _Munitiones S. Gregorii et turrem de Sclaceis dabunt_. In un documento dell’anno 1393 la _Turris de Schiaciis_ è detta esistere _extra portam Appiam et portam Laterani_, ed appartenere al _Casale Statuarium_ (nel COPPI, T. XV delle _Dissertaz. dell’Accad. pontif. di Archeologia_, p. 132). San Gregorio era un castello presso a Tivoli; ma qui può darsi che s’intendesse dire della fortezza sul Celio, che in una Bolla di Onorio III (del 1217) è appellata _clausura in castro S. Gregorii_ (_Bull. Vat._, I, 100). Stabilivasi che soltanto a Recano e a Magliano sulla via Flaminia non potesse edificarsi castello alcuno. I Romani vollero giurare vassallaggio _cum beneficio quingentarum librarum secundum quod consueverunt Romani jurare pontificibus Romanis. Inter predictos jurabunt Nicolaus, Syxtus, et Guido recuperata gratia vestra, precibus Senatorum_. Costoro dunque erano stati accolti dal Re con mal garbo.
[628] _Conradus dei gr. Rex et semper Augustus praefecto urbis, consulibus, capitaneis et omni populo Romano tam minoribus, quam majoribus gratiam suam et bonam voluntatem_ (se ne togli il Prefetto, la è la formula eguale che s’usava con altre città: così per Pisa, _Ep._ 324). _Post reditum nostrum a Jerosolimitana expeditione litteras universitatis vestrae frequenter accepimus_ (_Ep._ 322).
[629] _Ep._ 327: _dat. Signiae V Id. Januar_. — _Ep._ 339 ai Tedeschi. L’_Ep._ 323 del Re al Papa.
[630] «Non mai gli Italiani furono tanto discordevoli e fieramente avversi fra loro quanto in quei quindici anni, nei quali avrebbero potuto rompere la catena tedesca, e rivendicarsi in indipendenza; ma lo spirito nazionale non era ancor nato»: LA FARINA, _Storia d’Italia_, III, 392.
[631] _Carissimo Dei gr. F. Wetzel ad summa animae et corporis laeta undique proficere_: _Ep._ 384 (nel MARTENE, II). Wetzel era forse svizzero, e venuto a Roma con Arnaldo. Se nella lettera si parla di _gens vestra_, non è questo buon motivo per argomentare che egli fosse romano. _Ceterum quod consilio clericorum et monachorum, quorum doctrina divina et humana confusa sunt_: è in tutto e per tutto il linguaggio che udimmo ai dì nostri. Financo le parole, citate nella lettera, che san Pietro disse nella ordinazione di san Clemente, e le sentenze di san Girolamo, furono anche al nostro tempo allegate nuovamente allo stesso scopo. Però la breve lettera di Wetzel è più penetrativa che tutta la pedantesca dissertazione (_Pro causa italica_, Firenze, 1860) di un ex gesuita, il quale ha scritto tre volumi in folio sul dogma della Immacolata Concezione. Ciò che Wetzel dice della donazione di Costantino (_mendacium illud et fabula haeretica — ita detecta est, ut mercenarii et mulierculae quoslibet etiam doctissimos super hoc concludant_) dimostra che a quel tempo si disputava del dominio temporale anche in piazza del mercato.
[632] Il _Pactum_ di Costanza (in GUIBALDO, n. 385, in ALBINO e in CENCIO) è dato: _Constantiae X Kl. April. Ind. XV A. D. Incarn. MCLII Regnante Dno Frederico Romanor. Rege glorioso A. vero regni ejus I_. Deve riporsi alla primavera del 1153 (PERTZ, _Leges_, II, 92). _Et pro viribus regni laborabit Romanos subjugare domino Papae et Rom. Eccl., sicut melius unquam a centum annis et retro_.
[633] A Guibaldo, _Ep._ 383, _dat. Signiae XII Kal. Oct.: notificamus quae faciente Arnaldo haeretico rusticana quaedam turba absque nobilium et majorum scientia nuper est in Urbe molita. Circiter enim duo millia — sunt secretius conjurati, et in proximis Kalendis Novembris centum senatores — et duos consules — unum autem, quem volunt Imperatorem dicere creare disponunt_.
[634] Sul tempo del ritorno vedasi il JAFFÉ. L’espressione _cum Romanis pace facta_ (oppure _paciscens_) dimostra che il Papa accettò la costituzione. SIGEB., _Cont. Praemonstr._ — ROMUALDO. — ANON. CASIN., _Chron._, dove l’anno devesi correggere in quello 1152.
[635] Documento del 29 Maggio 1153, dove il Papa sottoscrive un trattato relativo a Radicofani. Testimonî sono i suoi servitori, _sapracoquus, dapifer, marescalcus equorum alborum_. Prima vengono: _Cencius Frajapanis egregius Romanor. Consul; Johes Petri Leonis egreg. Rom. con.; Odo Frajapanis stren. Rom. Con.; Gratianus fil. Ovitionis Petri de Leone Rom. Con.; Johes Frajapanis fil. Dom. Centii Rom. Con.; Petrus Leonis de Leone. Rom. Con.; Obitio Leonis Petri de Leone Rom. Con.; Stephanus de Tebaldo etc._ (MURATORI, _Ant._, IV, 793). Simili sottoscrizioni sono apposte ad un documento dei 29 Agosto 1153 (GALLETTI, _Del Prim._, n. 59). Se ne rileva che la nobiltà discacciata aveva fatto ritorno. Il VENDETTINI, che si riferisce al primo dei detti documenti, reputa erroneamente che quei cortigiani del Papa fossero consiliatori del Senato.
[636] BONINCONTR., p. 148 e 150. Omai ai 26 Novembre 1150 il Papa aveva conquistato Terracina, certo coll’ajuto di Rogero (_Chron. Fossae Novae_). Ne restaurò la rocca, ponendovi l’iscrizione registrata dal BARONIO: _Quia mira animi virtute et honesti studio praeditus regalia multa lungo tempore amissa b. Petro restituit_. CENCIO serba memoria di parecchi trattati di Eugenio III, i quali dimostrano, con quanta prudenza ei tenesse raccolti i beni ecclesiastici e acquistasse castella.
[637] ROMUALDO, p. 193. E parimenti dice Ugo di Ostia nella sua lettera bella e accalorata, con cui annuncia al Capitolo dei Cisterciensi la morte di Eugenio: _jam fere Senatum annihilaverat_ (S. BERNARDI _Op._, I, ep. 440).
[638] Di Eugenio III non v’hanno monumenti in Roma. — Poco tempo prima del Papa, ai 25 Febbraio, moriva Tolomeo di Tusculo: _obiit Ptolemaeus Tusculanus 5 Kal. Martii_ (_Chron. Fossae Novae_).
[639] Anastasio IV si fece seppellire nel sarcofago di porfido di sant’Elena, che, tolto al mausoleo dell’Imperatrice (posto presso la via Labicana), si aveva fatto allestire nel Laterano: Innocenzo II aveva destinato a sua arca il sarcofago di porfido dell’imperatore Adriano: JOH. DIACON., _De Eccles. Lateran._ (MABILLON, _Mus. Ital._, 569). — Pio VI ebbe collocato l’urna di santa Elena nel Vaticano, dove adesso la si mira come opera d’arte, dopochè ebbe primamente servito di tomba ad un’Imperatrice e ad un Papa.
[640] Andava egli questuando presso al convento di sant’Albano, e suo padre vergognandosene lo ributtò: _Ille vero sibi relictus, et forti necessitate aliquid audere coactus, Gallicanas adiit regiones, ingenue erubescens in Anglia vel fodere vel mendicare_. Così dice il suo compatriotto e contemporaneo GUILIELM. NEUBRIGENSIS, _De rebus Anglicis_, II, 6.
[641] L’aspro esordire di Adriano è notato dagli _Annali di Würzburg: Adrianus qui dum post aliquot menses a cepto apostolatu insolenter in Romanos ageret, grave odium incurrit_.
[642] _Girardum Card. tit. P. Pudentiane ad praesentiam ipsius Pontificis euntem, quidam ex ipsis haereticis — in via sacra — ad interitum vulneraverunt_: CARD. ARAG. Le due parti si guardavano in cagnesco con tanta acerbità come ai dì nostri si fa tra liberali e legittimisti, combattentisi ad ogni opportunità con «dimostrazioni». _Propter vulnerationem unius Cardinalis totam Urbem usque ad condignam satisfactionem supposuit ecclesiastico interdicto_, dice, biasimando, PTOLEM. LUCENSIS, XX, c. 20.
[643] L’HURTER (_Storia di Innocenzo III_, Tom. I) ha descritto minutamente cos’erano l’interdetto e le sue conseguenze. Rettamente ei dice: _quidquid delirant reges plectuntur Achivi_; però, accanto dell’Agamennone, egli obblia di porre il furibondo Calcante del medio evo.
[644] _Tunc vero praedicti Senatores compulsi a clero et popolo romano — juraverunt quod saepe dictum haereticum et reliquos ipsius sectatores de tota urbe Roma et ejus finibus sine mora expellerent_: CARD. ARAGON.
[645] _Redderet eisdem Cardinalibus Arnaldum Haereticum, quem vicecomites de Campania abstulerant Magistro O. Diacono S. Nicolai apud Briculas, ubi eum ceperat: quem tamquam Prophetam in terra sua cum honore habebant. Rex vero — continuo, missis apparitoribus, cepit unum de comitibus illis, qui valde perterritus eundem haereticum in manibus cardinalium statim restituit_: CARD. ARAGON., p. 442. — In alcuni codici dell’op. citata, invece di _Briculas_ si legge _Otriculas_. Quel sito però non è Otricoli, ma sì Bricole in Val d’Orcia, dove esisteva un ospizio di Camaldolesi. Ne erano padroni i Visconti di Campagnatico, ossiano quegli stessi _vicecomites_, che il testo sovrastato nomina _De Campania_. E qui fa d’uopo accogliere una lezione più accurata, che si trova in un miglior cod. mscr. (il Ricc. 228), il quale dice _Vicecomites de Campani[=an]_. Questa rettificazione del testo, in quanto ai nomi di Bricole e di Campagnatico, dobbiamo al TROYA, come ci vien dimostrato dall’ODERICI nelle _Storie Bresciane_, IV, 281.
[646] Il ministro Kaunitz strinse a Pio VI la mano che il Papa gli tendeva perchè la baciasse. — La controversia della staffa, episodio comico di una grande epopea, è registrato autenticamente in CENCIO (nel MURATORI, _Antiq. Ital._, I, 117). Il luogo ove avvenne fu il piccolo lago di Janula, vicin Nepi. _Rex Fridericus descendit de equo, et occurrent ei quantum jactus est lapidis, in conspectu exercitus officium stratoris cum jucunditate implevit, et streugam fortiter tenuit._ Il _fortiter_ scolpisce tutta una scena: Adriano smorto in viso, e l’Imperatore sorridente, ironico, che tira forte la staffa.
[647] Il discorso è dettatura dello Storico tedesco, ma corrisponde all’indole del tempo. _Orbis imperium affectas, coronam praebitura gratanter assurgo, jocanter occurro — Cur enim suum visitaturus popolum non pacifice adveniret — qui indebitum clericorum excussurus jugum, ipsius magna ac diutina expectatione praestolatus est adventum? — Orbis Urbs sub hoc principe recipiat gubernacula, refraenetur hoc imperatore, ac ad Urbis reducatur monarchiam orbis insolentia._ Di simile v’ha in ELMOLDO contemporaneo (_Chron. Slavor._, I, c. 79) con esagerazioni fantastiche. Vedasi eziandio SIGEB., _Auctar. Affigemense_, a. 1155, e la lettera scritta da Federico stesso a Ottone di Frisinga, prima che questi compilasse la sua Storia.
[648] A questo tratto, OTTONE DI FRISINGA descrive con rilievo scultorio l’Imperatore: _rex, tam superlo quam inusitato orationis tenore justa indignatione inflammatus, cursum verborum illorum — more italico longa continuatione periodorumque circuitibus_ (così usano anche oggidì) _sermonem producturum interrupit, et cum corporis modestia, orisque venustate regalem servans animum ex improviso non improvise respondit_. Il Barbarossa parlava per interprete, come più tardi fece nella pace di Venezia. Siccome la maggior parte dei Senatori di Roma non sapeva più parlare latino, così anche l’Imperatore poteva confortarsi della sua colla loro ignoranza.
[649] Dice l’Imperatore stesso nella sua lettera, scritta prima della Storia di Ottone di Frisinga: _Imperium emere noluimus, et sacramenta vulgo praestare non debuimus_.
[650] Il discorso, cui OTTONE DI FRISINGA veste del suo stile, spira un’aura di classicismo, come quello de’ Romani medesimi. — _Penes nos sunt consules tui: penes nos est senatus tuus; penes nos est miles tuus — Legitimus possessor sum. Eripiat quis, si potest, clavam de manu Herculis_. Questo superbo motto alla Virgiliana in bocca del despoto significa: non v’ha ragione più legittima della clava di Ercole.
[651] Ho già citato questi versi. Venuto Federico a Roma, si offese di essi e del quadro: Adriano promise tutto cancellare, ma sembra che non ne facesse nulla. RADEVICO, I, c. 10; e al c. 16 i Vescovi vi si riferiscono ancora nella loro lettera al Papa, a. 1156.
[652] _Quomodo Imperii mei sedem, usque ad periculum capitis non defenderem, qui et ipsius terminos — quantum est in me, restaurare cogitaverim._ Più tardi, il Barbarossa scriveva a Saladino: «Non sai che le due Etiopie, la Mauritania, la Persia, la Siria, il paese de’ Parti dove il nostro dittatore Crasso soccombette al destino, la Giudea, la Samaritana, l’Arabia, ed altre terre innumerevoli sono soggette alla signoria Nostra?» La lettera, dell’anno 1188 (registrata da ROGERO HOVEDEN, _Annal._, p. 650) potrà essere apocrifa o falsata, ma vero e genuino è lo spirito che la informa.
[653] _Praemittantur — qui eccl. B. Petri, Leoninumque occupent castrum_ (OTT. DI FRISINGA e la lettera di Federico). Questo _castrum_ non è già il castel Sant’Angelo, ma la città Leonina stessa. Più in là è detto: _Summoque diluculo Leoninam intrantes urbem, eccl. B. Petri, vestibulum et gradus occupaturi, observant_.
[654] _Statim tam vehemens et fortis Teutonicorum vox conclamantium — concrepuit, ut orribile tonitrum crederetur de coelis cecidisse_: CARD. ARAGON.
[655] OTT. DI FRISINGA, II, c. 23: _Dura haec agerentur, romanus populus cum Senatoribus suis in Capitolio convenerat. Audientes autem imperatorem sine sua adstipulatione coronam Imperii accepisse, in furorem versi_... E GOFFREDO DI VITERBO (_Carmen de Gestis Frider._, p. 24, ed. Ficker, 1853):
_Romanus populus antiquos expedit usus,_ _Rex despexit eum primatum, milite tutus._ _Nil petit imo jubet, Roma furore tumet._ _Spe mala frustatus discedit abinde senatus,_ _Acriter iratus Romanus ad arma paratur — —_ _Roma dolens plorat, rumor in Urbe sonat._
[656] OTTONE DI FRISINGA e la lettera di Federico: _Romani de ponte Tyberino prosiluerunt — Cardinalibus spoliatis, Papam capere intendebant_.
[657] _Accipe nunc, Roma, pro auro arabico teutonicum ferrum. — Sic emitur a Francis imperium._ È difficile che Federico avesse dapprima occupato il ponte del Tevere; soltanto che contro il castello aveva spiccato un grosso stuolo di milizie. I Romani passarono anche di là di quel ponte (_de ponte Tyberino prosiluerunt_); altri vennero dall’isola per il Transtevere (OTTONE MORENA, nel MURATORI, VI, 987). Il CARD. ARAGON.: _Populus, qui clausis portis apud Castrum Crescentii resiedebat armatus_ — e dappoi, alla fine del combattimento: _infra portas ipsius castri se ipsum recepit_. Forse nel castel Sant’Angelo risiedevano tuttavia i Pierleoni. OTTONE DI FRISINGA: _Pugna conseritur — juxta castrum Crescentii cum Romanis, juxta piscinam cum Transtyberinis_ (dov’è oggidì san Benedetto _in Piscinula_). SIGEB., _Auctar. Aquicinct._, ad a. 1155, ed ELMOLDO, _Chron. Slavor._, c. 80, il quale attribuisce il merito maggiore ad Enrico il Leone, perlochè il Papa lo avrebbe poi premiato con donativi. Così anche gli _Annal. Palidenses_ (_Mon. Germ._, XVI) ed una completa narrazione che è negli _Annal._ di VINCENZO DA PRAGA (_Mon. Germ._, XVII, 655).
[658] GEROH DI REICHERSBERG, _De Investig. Antichr._, I (GRETSER, _Prolegom. ad scriptor. adv. Waldenses_, c. 4), accagiona espressamente il Prefetto urbano della morte di Arnaldo: _A praefecto Urbis Romae de sub eorum custodia — ereptus ac pro speciali causa occisus ab ejus servis est. Maximam siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinae idem Praef. a Romanis civibus perpessus fuerat_. Io interpreto questo passo (di cui vo debitore al PAPENCORDT) mercè un documento dei 17 Luglio 1158: il Prefetto (Pietro) e Giovanni e Ottaviano fratelli suoi, da Viterbo, fanno quitanza al Papa di averne ricevuto 1000 marchi, e dicono averne conseguito in pegno i redditi di Civita Castellana ecc., a compenso _de damno castrorum, domorum — occasione guerrae quam habuimus cum Pop. Romano pro Roman. Ecclesia_ (ne è informato anche VINCENZO DI PRAGA): il Papa promette eziandio di far restaurare le loro case nella Città. Il _Praefectus, Johannes Praefecti et Octavianus germani fratres, Petrus, Johannis, Johannes Caparrone_ (tutti proprietarî di beni a Viterbo) e _Petrus de Atteja_ (a Nepi) compongono la famiglia dei Prefetti di Vico e di Viterbo (MURAT., _Antiq._, IV, 31; THEINER, I, XXV).
[659] OTTONE DI FRISINGA: _in Tusciae finibus captus, principis examini reservatus est, et ad ultimum a praefecto Urbis ligno adactus, ac rogo in pulverem funere redacto, ne a stolida plebe corpus ejus venerationi haberetur, in Tyberim sparsus_.
Così i contemporanei, GOTTFRIED (_Pantheon_, nel MURATORI, VII, 464): _Strangulat hunc laqueus, ignis et unda vehunt_, e GEROH: _suspendio neci traditus, quin et post mortem incendio crematus atque in Tyberim projectus est, ne videlicet Rom. popul. quem sua doctrina illexerat, sibi eum martyrem dedicaret_. — Gli Atti romani nel CARD. ARAG. ne tacciono. — _Annal. Einsiedel._ (_Mon. Germ._, V), a. 1155: _hereticus suspensus est. — Annal. Palidenses_ (_Mon. Germ._, XVI) _prefecto traditur et suspendio adjudicatur, qui per mala quae moriens pertulit, erroris debita solvit_. Il SISMONDI, il LEO ed il RAUMER, del paro che il poeta NICCOLINI, imaginano che il luogo del supplizio fosse la piazza del Popolo, di dove Arnaldo avrebbe potuto misurare col suo occhio le tre strade di Roma: ma esse a quel tempo non esistevano, come non esisteva la piazza (allora ivi erano orti); e d’altronde l’esecuzione non potè avvenire dentro di Roma che teneva sbarrate le porte. Non è dato di fare che tre ipotesi: o Arnaldo fu giustiziato prima che Federico entrasse, o subito dopo la sua coronazione e la battaglia, o dopo che l’Imperatore si ritirò a Soratte. Senza esitare, io mi appiglio all’opinione che dichiaro nel testo.
[660] Questo dico a confutazione del RAUMER che si esprime così: «Egli non seppe porre i suoi disegni in armonia con alcuno dei grandi principî di quell’età, ma s’atteggiò ostilmente del pari contro lo Stato e contro la Chiesa di quel tempo, mentre s’accese di entusiasmi per cosa che era allora tutto morta, e a cui resuscitare invano s’affaticò.»
[661] Mi rallegra che un Tedesco abbia biasimato il barbaro supplizio di Arnaldo: fu GEROH, priore di Reichersberg (morto nel 1169), il quale consentiva nelle opinioni di Arnaldo, che i preti non si dovessero intromettere nelle podestà temporali. _Quem ego vellem pro tali doctrina_ (le sue massime politiche) _tua quamvis prava, vel exilio, vel carcere, aut alia poena, praeter mortem, punitum esse, vel saltem taliter occisum, ut Rom. Eccl. seu curia, ejus necis quaestione careret — quare non saltem ab occisi crematione et submersione ejus occisores metuerent, quatenus a domo sacerdotali sanguinis quaestio remota esset, sed de his ipsi viderint_. E dice che l’operosità di Arnaldo fu nobile e generosa. — _Zelo forte bono, sed minori scientia_...: il suo supplizio _nex perperam acta_.
[662] Due mesi dopo che io aveva scritto (nella prima edizione) questa pagina, lessi in una relazione da Loreto, dei 18 Febbraio 1862: «Ai 13 di Febbraio pei canti della città si appiccarono dei manifesti ne’ quali era detto: «Viva il Papa non Re! Viva Arnaldo da Brescia! Viva il clero liberale!» Due scritte «Viva Arnaldo da Brescia», a gran caratteri, si affissero financo sulla facciata del duomo.» Questo era avvenuto in conseguenza della risposta data dal cardinale Antonelli a certi dispacci francesi; e in parecchie città d’Italia n’erano stati provocati segni di protesta contro il dominio temporale. — Intorno alla Pasqua del 1862 leggeva poi che a Firenze si aveva fatto proposta di erigere un monumento ad Arnaldo (a). — Forse il solo dramma nazionale che possiedano gli Italiani è l’_Arnaldo da Brescia_ del fiorentino GIOVANNI BATTISTA NICCOLINI.
(a) Ed uno gliene fu innalzato nell’anno 1868 a Desio, nella villa Antona-Traversa. (N. del T.)
[663] SICARD., _Chron._, p. 599: _in quorum (sc. Romanorum) acrimoniam et Imperialem ultionem Tiburtinum censuit municipium restaurari_. — L’atto della restituzione di Tivoli al Papa, _salvo tamen per omnia jure imperiali_, è registrato in CENCIO e nel CARD. ARAG.; nel THEINER, I, n. XXI. Sventuratamente manca di data.
[664] In data dei 9 Luglio 1155 Gionata figlio di Tolomeo riceve in feudo dalla Chiesa la metà di Tusculo: CENCIO, fol. 112; THEINER, I, n. 20.
[665] Sulla ritirata di Federico vedasi OTTONE DI FRISINGA, II, c. 24, dov’è bene descritta la mal’aria di Roma: _e vicinis stagnis, cavernosisque, ac ruinosis circa Urbem locis tristibus erumpentibus et exhalantibus nebulis, totus vicinus crassatur aër, ad hauriendum mortalibus lethifer, ac pestilens. Urgebatur hoc incommodo in Urbe civis, hoc tempore ad montana consuetus fugere_: proprio come oggidì. — Per quel che concerne Spoleto, vedasi la dotta annotazione nel PAPENCORDT, p. 267. In quel palazzo del Comune io copiai questa epigrafe che vi si conserva incisa in pietra:
_Hoc est Spoletum censu populoque repletum_ _Quod debellavit Fridericus et igne cremavit._ _Si queris quando post partum Virginis anno_ _MCLV. Tres novies soles Julius tunc mensis habebat._
[666] L’esercito di Adriano era composto di vassalli della Chiesa: _comitum et aliorum nobilium tam de Urbe, quam de Campania_: CARD. ARAGON. — ROMUALDO: _Terram Laboris ingressus, eam violenter obtinuit_.
[667] _Romam praeterea, quae tunc adversabatur Pontifici, dominio ipsius armis vel pecunia subjugavit_: CARD. ARAGON.
[668] Odone Frangipane disdisse il giuramento prestato al Re (CARD. ARAGON.). _Ligius homo papae devenit_; è l’espressione usata a quel tempo. Vedasi il linguaggio orgoglioso di Guglielmo nell’istromento di pace (BARON., ad a. 1156, n. IV); l’investitura del Papa al n. VII: e si consulti eziandio il WATTERICH, II, 352. Soltanto adesso i Re di Sicilia furono infeudati di Salerno, di Amalfi, di Napoli e degli Abruzzi (Marsia). Il Concordato costituiva quasi independente da Roma la Chiesa sicula. Leggansi il GIANNONE, lib. XII, e il contemporaneo ROMUALDO, p. 197.
[669]
_Hostibus imperii presul Romanus adhesit,_ _Federa dat Siculis, pariter dat federa Grecis,_ _Fit modo materies mortis et hora necis._
(GOTFRIED, _de Gestis Frid._, ed. FICKER, p. 28).
[670] La _Conventio inter Adrianum IV et Urbevetanos_ (nel MURATORI, _Antiq. It._, IV, 36) è data: _A. 1157 Ind. VI Mense Febr._ Il Papa è rappresentato da sette Cardinali; la città da un Abate, da due Consoli e da due nobiluomini: _fecerunt siquidem praefati consules ligium dominium domino Pp._ Sulle edificazioni di Adriano in Orvieto vedasi MONALDO MONALDESCHI, _Commentarii Historici_, Venet., 1584, 35.
[671] _Ad amoenum et populosum Viterbii castrum descendit, et exinde ad Urbem et Lateranense Consistorium cum gloria et honore debito remeavit_: CARD. ARAGON., p. 445. Il JAFFÉ mostra Adriano reduce in Laterano ai 12 Novembre 1156.
[672] Precisamente dell’anno 1157 v’ha un’iscrizione del Senato, posta sulle mura della Città: di ciò più tardi.
[673] La nota frase: _si majora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset_... RADEVICH, I, c. 8. — OTTONE DI SAN BLASIO, c. 8. — Uno dei legati, Rolando cardinale, che ebbe più tardi rinnomanza come papa Alessandro III, disse conciso e ardito: _A quo ergo habet, si a dom. Papa non habet imperium?_ Ottone, conte palatino, si scagliò colla spada ignuda sopra i preti, ma l’Imperatore impedì che si uccidessero: così ebbe suo riscontro quel che era avvenuto nel celebre Sinodo di Gregorio VII (RADEVICH, I, c. 10). — Vi fanno seguito la lettera di lamentanza che il Papa scrive al Vescovi tedeschi (I, c. 15), e la loro vivace risposta (I, c. 16), in cui si chiariscono aderenti alle idee dell’Imperatore: _liberam Imperii nostri coronam divino tantum beneficio adscribimus. In capite orbis Deus per Imperium exaltavit Ecclesiam, in capite orbis Ecclesia (non per Deum ut credimus) nunc demolitur Imperium_.
[674] _Cumque per electionem principum, a solo Deo Regnum et Imperium nostrum sit — quicunque nos Imperialem Coronam pro beneficio a D. Papa suscepisse dixerit, divinae istitutioni, et doctrinae Petri contrarius est, et mendacii reus erit_: RADEV., I, c. 10. — I Papi dicevano che gli Imperatori erano tali per grazia del Papa; gli Imperatori dicevano sè esserlo per grazia di Dio (_gratia Dei_ oppure _divino beneficio_) mercè l’elezione del parlamento. Nel medio evo la «grazia di Dio» non aveva alcun mistico significato; per gli Imperatori aveva pari significazione che pei Prefetti della Città.
[675] _Sic et apud Ligures pacta nociva movet_ (GOTFRIED, p. 29).
[676] Di questo fondavasi titolo nelle statuizioni di Roncaglia, per le quali, come regalie di diritto, si aveva attribuito all’Imperatore: _Ducatus, Marchiae, Comitatus, Consulatus, Telonia, Foderum, Vectigalia, Portus, Pedatica, Molendina, Piscariae_. RADEV., II, c. 5, c. 10. Che cosa restava al popolo dissanguato?
[677] Si rammenti questo essere precisamente il discorso onde avevano usato i Romani nella loro lettera a Corrado.
[678] Le due lettere sono in SIGEBERTO, _Cont. Aquicinctin._, ad a. 1157 (_Mon. Germ._, VIII, 408). Però quella del Papa è data ai 24 Giugno 1159, da Preneste. Fin nell’indirizzo la lettera di Federico doveva offendere l’orgoglioso Papa: _Fridericus Dei Gr. Rom. Imp. Semper Aug. Adriano Eccles. Catholicae Summo Pontifici omnibus adhaerere, quae cepit Jesus facere et docere_. Adriano si dolse benanco che l’Imperatore nelle lettere ponesse il nome suo innanzi a quello del Papa: _in quo insolentiae, ne dicam arrogantiae, notam incurris_.
[679] _Nam cum divina ordinatione ego Rom. Imp. et dicar et sim, speciem tantum dominantis effingo — si Urbis Romae de manu nostra fuerit excussa._ — Papa e Vescovi dicevano: _Quid mihi et regi?_ e l’Imperatore chiedeva al Papa e ai Vescovi: _Quid tibi et possessioni?_ RADEV., II, c. 30. In tutto e per tutto la cosa andava come fu ai dì nostri.
[680] La narrazione esatta ne è data in RADEV., II, c. 41. Federico incarica i suoi ambasciatori _ut ea, quae cum Pop. Rom. seu de stabiliendo Senatu, seu de recipiendo Praefecto agenda forent terminarent etc. etc._
[681] L’antico fanciullo mendicante d’Inghilterra scriveva a re Enrico II con ingenua concisione: _sane Hiberniam, et omnes insulas, quibus sol Justitiae Christus illuxit — ad jus b. Petri et S. R. E. — non est dubium pertinere_: MANSI, XXI, 788.
[682] Ne tengono nota gli _Atti_ di BOSONE suo camerario, nel CARD. ARAGON., p. 445. Maggiori notizie trassero da quelli ALBINO e CENCIO. — Odone De Poli, parente dei conti de’ Marsi, cedette al Papa tutte le sue castella, che erano beni rubati alla Chiesa, e li riebbe in feudo da essa, diventandone vassallo. Erano queste terre: Poli, Faustiniano, Anticuli, Rocca de Nibli, Monte Manno, Gadabiolo (Guadagnolo), Sarracinisco, Rocca de Muri, _Castellus Novus_; vedasi qual cumulo di beni fino da allora mettessero insieme i Baroni (Doc. in CENCIO, fol. 107, dei 7 Gennaio 1157; nel MURAT., _Antiq._, I, 676; nel THEINER, I, n. XXII). — Simili contratti di natura feudale concernono Tusculo ed il _Castrum Mons Sci Johis in territorio Campanino_ (Monte san Giovanni sul Liri), che ancora era posseduto da Longobardi della casa di Aquino: di più, Raiano, Sculgola, _Corclanum_, Orvieto. Di pochi Pontefici come di questo CENCIO conservò tanti documenti.
[683] Così diceva Adriano, rammaricandosi, al suo celebre conterraneo GIOVANNI DI SALISBURY (_De Nugis Curialium_, VIII, c. 23). _In incudine, inquit, et malleo semper dilatavit me Dominus_: motto arguto e bello. — In tutti i secoli il mondo ad una sol voce sferzò l’avarizia de’ Romani. _Romae Deus non est trinus, sed quattrinus_, dicevasi nel medio evo.
[684] Così rappresenta la cosa la _Epistola Canonicorum b. Petri pro parte Victoris_ (RADEV., II, c. 66). Ancor vivente Adriano, Bosone camerario s’era impadronito della _munitio S. Petri_ (ossia del Vaticano fortificato). Rolando stesso dice _munitio Ecclesiae_ (lettere indiritte a Genova, nel CAFFARO, _Annal. Gen._, I, 274, ed a Bologna, in RADEV., II, c. 51).
[685] Probabilmente il cappellano di ogni Cardinale recava il manto preparato pel suo signore. L’_immantare_ era il primo simbolo del conseguito Papato, e si die’ peso a ciò che la _immantatio_ di Ottaviano avvenne prima di quella di Rolando (RADEV., II, 71). Più tardi la plebaglia gridò ad Ottaviano: _Fili maledicte dismanta! non eris Papa_. Così nel manifesto dell’elezione di Rolando (RADEV., II, c. 51), che è trascritto dal CARD. ARAGON.
[686] E si gridava in italiano: «Papa Victore santo Pietro l’elegge» (_Relazione del Capitolo di san Pietro_).
[687] Egli passò per Cisterna, dove vuole la leggenda che Nerone si sia nascosto. Perciò i Canonici di san Pietro dicono: _Pervenerunt ad cisternam Neronis, in qua latuit Nero fugiens Romanos insequentes. Juste Cisternam adierunt, quia dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas_. I Vittoriani (in RADEV. II, c. 52): _In castro — Cisterna, intra Aritiam et Terracinam, Rolandum Cancellarium immantaverunt_. ROMUALDO, p. 200: _Nimphas venit, et ibi ab Ubaldo Ostiensi Ep. — solemniter consecratus, et postea Terracinam venit_. Rolando stesso narra che a Ninfa fu consecrato (RADEV., I, c. 51).
[688] Nel Concilio di Pavia produssero testimonianza per lui: _Petrus Urbis Praef., Stephanus de Tebaldo, Steph. Nortmannus, et Johs de S. Stephano, et Johs Cajetanus, et Wolferaminus de Gidocica, et Gimundus de domo Petrileonis_ (_Actio Concilii_, RADEV., II, 67). Alcuni moderni affermano che Ottaviano fosse de’ Tusculani; ma il _Catalogo dei Papi_ nel _Chron._ RICCARDI CLUN. (MUR., _Ant. It._ IV, 1112) dice esattamente: _Octavianus, natione Sabinensis_. — Che egli fosse di Monticelli nella Sabina lo nota l’ANON. CASIN., ad a. 1159: _Octavianus de Monticelio_: il BARONIO ed il CARDELLA erroneamente intesero che vi si parlasse della Regione Montecelio di Roma. — Conte di Monticelli era allora Ottone. Questa famiglia discendeva dai Crescenzî, ed era congiunta di parentela colla casa Palombara, dalla quale SIGEBERTO (_Auctar. Acquicinct._, ann. 1158) sembra far derivare Ottaviano: ed era pure imparentata coi Prefetti di Vico e di Viterbo. Da un Diploma conservato nell’Archivio di Terni, l’ANGELONI (_Historia di Terni_, Roma, 1646) vuole argomentare che Federico I, nel 1162, desse Terni in feudo ad Ottaviano, e dice che in quella carta sieno nominati Ottone, Goffredo e Solimano, fratelli di Ottaviano. Poichè però quell’Autore non ne diede il documento alle stampe, non posso prender per buona moneta le sue dubbie notizie.
[689]
_Roma nec explorat, cui jura favent pociora,_ _Sed quis majora dona det absque mora._
(GOTFRIED, _De Gestis Frid._, p. 30).
[690] Lettera di questi Vittoriani, in RADEV. II, 52. — Rolando ebbe il maggior numero di voti: il suo partito voleva contare quattordici Cardinali, e attribuirne agli avversarî due soli, Guido e Giovanni: due altri dei Vittoriani erano assenti. Però i Vittoriani affermarono di aver avuto nove voti. In tutto devono esser stati in Roma da venti a ventidue Cardinali. Vedi le lettere nel MANSI, XXI, nel PERTZ, _Leges_, II, nel BARONIO ecc. Inoltre un’importante scrittura de’ Rolandisti trovasi nel THEINER, _Disquisit. Criticae_, p. 212, n. XXIII. Quasi tutte le chiese e i conventi di Roma riconobbero Ottaviano per papa: vedi le sottoscrizioni agli Atti del Concilio di Pavia (MANSI, XXI, 1113); fra le altre: _Magister fratrum templi Hierosolymitani in monte Aventino cum suis fratribus obedivit_. Dunque fino da allora quest’ordine possedeva la sua casa sul monte Aventino.
[691] A questo tempo appartiene il _Decretum Ottonis Comitis Palatini pro congruis alimentis praestandis a Rustico abbate Farfensi etc_., dato nell’anno 1159 a Farfa (sulla fine della _Cronica_): vi si sottoscrivono _Petrus Praefectus Urbis, Jonathas Comes Tusculanus, Otto Comes Monticellensis, Octavianus Comes Palumbariae, Rainerius Comes Tyburtinus, Stephanus Tebaldi, Raynerius et Gentilis illustres._ Se ne ricava notizia quai fossero i Conti della provincia romana aderenti dell’Impero. È difficile che l’antico Conte di Tivoli conservasse ancora la sua podestà.
[692] Di già Adriano IV da Anagni aveva conchiuso la lega coi Lombardi: SIR RAUL, _De Rebus gestis Friderici_, p. 1183, C. — Vedi la _Epistola Concilii_ (_Papiensis_) alla Cristianità, nel WATTERICH, II, 483.
[693] _Chron. Fossae Novae_; ad a. 1160: _Hic venit Anagniam, et acquisivit totam Campaniam, et misit in suo jure._ Nella scrittura dei Rolandisti (nel THEINER) è detto che Ottaviano corruppe i primi Senatori colla moneta di dugento libbre, ma che i nuovi eletti li costrinsero a depositare quel denaro in Campidoglio: _in Capitolium deportata, et qualiter de communi voce populi muri urbis exinde repariantur_.
[694] Venne nella Città ai 6 di Giugno, e ai 27 era tornato a Preneste. MANSI, XXI, 1036: lettera di Alessandro ad Enrico di Grado: _Nos — VIII Id. Junii Urbem tenuisse et a clero et pop. Rom. apud eccl. de S. M. Novae cum psalmis, hymnis — fuisse receptos_. Alla domenica successiva egli avrebbe celebrato pacificamente la messa in Laterano: _Data Romae apud S. M. Novam XVIII Kal. Junii_. — CARD. ARAGON., p. 451: _Quia vero diutius ibidem propter magnam schismaticor. seditionem quiete non potuit remanere, precibus P. Romani seductus, ad partes Campanie remeavit_.
[695] Gli _Annali di Erfurt_ (_Mon. Germ._, XVI): _de Urbe quinque Senatores missi a Romanis erant_.
[696] _Cum omne patrimonium S. Petri — ab Aquapendente usque ad Ceperanum_ (confini che allora aveva lo Stato della Chiesa) _per Imp. et schismaticos occupatum vidisset_: CARD. ARAG., p. 451; BERN. GUIDONIS, p. 446. — E Federico stesso dice: _Rollandus — propter fideles nostros circa Romam non habet — ubi caput suum reclinet_; perlochè egli sarebbe fuggito: ed eziandio dice che era indebitato fino agli occhi. GOLDAST, _Constit Imp._, I, 279.
[697] Vedi J. FICKER, _Rainaldo di Dassel, cancelliere dell’Impero e arciv. di Colonia_ (1156-1167), giusta le fonti storiche, Colonia, 1850.
[698] _A. 1162: Nos Senatores pro justitia cuique tribuenda a reverendo atque magnifico populo Romano in Capitolio constituti_ — (GALLETTI, _Del Prim._, n. LXI). — Ai 14 di Ottobre 1163 v’è questa data: _Anno. Pontif. Dompni Victoris IV pape_ (GALLETTI, n. LXII).
[699] Noto che Federico agli 8 Novembre 1163 diede una lettera di franchigia per Gubbio: _Dat. VI yd. Nov. A. D. J. MCLXIII Ind. XII — Act. Laud. in d. n. fel. Am. — Ego Rainald etc._ L’originale non esiste più nell’Archivio di Gubbio.
[700] Roma fu da Cristiano messa a gravi strette; vedi la lettera 33 di GIOVANNI DI SALISBURY a san Tomaso (ediz. di LUPO, _Oper._, T. X, 81). Questi avvenimenti sono dell’anno 1165. Sotto la data di _Indict. XIV_, ne narra la _Cronica di Fossa Nova_. — SIGEB., _Cont. Aquicinct._, li registra all’anno 1165, e il CARD. ARAG., scombuiato in fatto di cronologia, li pone dopo il ritorno del Papa.
[701] CARD. ARAGON., p. 456: _Pecunia non modica mediante — et Senatum juxta voluntatem et arbitrium ejus innovando constituit_.
[702] _Acta sunt haec A. D. Inc. MCLXV Ind. XIII IX Kal. Dec. Pontif. vero ipsius Papae [=an]. VI_: così dicono gli Atti nel CARD. ARAG., p. 457. Vi concorda ROMUALDO, p. 205; e la stessa data pone Alessandro nella lettera ad Enrico di Reims, _Lateran. VIII Kal. Dec._ (24 Novemb.): MANSI, XXI, 1042.
[703] _Cum illo populo habitamus, qui tempore omnimodae pacis, nedum turbationis, ad Romanor. pontif. consuevit manus respicere_: lettera all’Arcivescovo di Reims, _Laterani XV Kal. Febr._ (_Ep._ 96, nel MARTENE, II, 721). Qua e altrove egli si duole dei suoi debiti e degli usurai: _tanta namque sunt onera debitorum et creditorum instantia, ut nisi ecclesiae dei a tua fuerit modo liberalitate subventum, vix aut numquam nobis statum urbis in ea pace, in qua nunc est, poterimus conservare_. Soltanto in grazia del denaro Roma aderiva ai Papi. Vedi eziandio l’_Ep._ 109 del Papa allo stesso Arcivescovo.
[704] L’_Ep._ 140 di GIOVANNI DI SALISBURY dice che Guglielmo morendo mandò 40,000 lire sterline al Papa: altrettante il figlio di lui (LUPUS, _Op._, T. X, 150).
[705] _Et quia Roma, si inveniret emptorem, se venalem praeberet — nihil cum eo (populo) potuit efficere, qui se utrique parti simulabat placere, et cum nulla fideliter ambulabat_: CARD. ARAGON., p. 457.
[706] Alcuni documenti fanno apparire che, prima Gionata, indi Raino fossero signori di Tusculo. In CENCIO trovasi nel 1155 Gionata che conchiude un patto concernente Tusculo, ed ancora nel 1150 ei sottoscrive a Farfa il decreto di Ottone conte palatino; nel 1163 l’Abate di santo Alessio gli dà in feudo Astura (NERINI, n. XIII). Nel 1167 si nomina il solo Raino come conte di Tusculo; nel 1171 è Raino che cede Tusculo al Papa: pertanto Gionata morì prima del 1167. Io non credo col CURTIUS che Gionata e Raino formassero una persona sola; i documenti non confondono i nomi.
[707] I trattati concernenti Tusculo sono nel MURATORI (_Ant. It._, III, 777), che li trasse da CENCIO: quello conchiuso con Odone _de Columpna_ è dato ai 10 Dicembre 1151. Addì 28 Dicembre 1152 Odone Frangipane fa quitanza di trenta libbre ricevute dal Papa per la liberazione del pegno. Ai 9 Luglio 1155 _Jonathas fil. quond. Ptolomei de Tusculana giura fedeltà al Papa excepto contra Imperatorem — hanc fidelitatem facio quia dedisti mihi in feudum totam partem vestram supradicte civitatis Tusculanae_. Ed a cauzione del Papa gli consegna _Montisfortini_ e Faiola, _usque in terminum duor. annor. incipiendor., postquam vera pax fuerit facta inter vos et Romanos_ (CENCIUS, fol. CXII).
[708] La _Cronica_ del MARANGONE narra questo fatto sotto la data dell’_Ind. XV_. A Civitavecchia erano Pietro Latro e quaranta Romani: furon fatti prigionieri. Ottimo chiarimento di questi casi dà la lettera di Rainaldo al Coloniensi e al duca Enrico di Limburg: _Nos cum sola et domini cancellarii Philippi militia Tusculanum ingressi sumus, ne civitas illa, imperio summe necessaria, perderetur_ (SUDENDORF, _Regist._, n. LXII). ROMUALDO (p. 208) nomina oltre a Rainaldo anche l’esiliato Andrea _de Rupe Canina_. Vedi anche OTTONE DE S. BLASIO, c. 20. Che fosse Raino a chiamar gli Imperiali lo dice soltanto il CARD. ARAGON.
[709] OTTONE DE S. BLASIO conta _500 milites et 800 Caesarianos_, e trecento uomini a Tusculo. ACERBO MORENA udì da’ combattenti che tutta l’oste tedesca non giungeva a mille cavalieri. Con Cristiano, dic’egli, erano eziandio Roberto di Bassavilla (esiliato dalle Puglie), il Conte dei Marsi, _et Braibenzones, qui erant fortissimi_ (p. 1143, sq.). Se si stia a SIGB., _Auctar. Aquicinct._, vi si trovava presente anche Alessandro vescovo di Liegi. Gli _Annal. Coloniens. Maximi_ (_Mon. Germ._ XVII, 766) non danno a Cristiano che cinquecento uomini.
[710] Della battaglia di Monte Porzio: SICARDO (_Chron._, p. 599, nota 18): _Theotonici — apud Montem Portum invadunt_; GOTTFRIED (_De Gestis Frider._, p. 41): _in monte de Porcu; Chron. Urspergens._, p. 224: _apud Montem Porcum_. Anche GIOV. VILLANI scrive: Monte del Porco. Del giorno, _4 Kal. Junii, dies lunae Pentecostis_ oppur _Feria 2_, danno conferma la lettera di Rainaldo, la _Cronica_ del MARANGONE, le postille marginali del _Cod. Farf. Vatican. 6808_, gli _Acta Pontif._ in CENCIO, gli _Annali di Erfurt, di Magdeburgo_ ecc. I Romani uscirono la domenica di Pentecoste a porsi in ordine di battaglia. Gli _Annal. di Magdeburgo_ dicono che fu fatto prigioniero _filium cujusd. Ottonis Frangepanis quem multis pecuniis redimere volentibus non reddiderunt_. Rainaldo scrive: _Romani miserabiles a Tusculano usque Romam per omnes vias, per omnes agros, sicut pecora, tanta strage jugulati sunt, ut occisorum numerus supra IX aestimetur millia_. Egli e l’Arcivescovo di Magonza avrebbero fatto soltanto cinquemila prigionieri; e i Romani medesimi avrebbero detto: _de XXX millibus vix duo millia in urbem rediisse_. Gli Imperialisti (come OTTONE DE S. BLASIO e SIGEB., _Auct. Aquicinct._) esagerano il numero de’ morti fino a quindicimila. Sono più esatti gli Italiani, i quali variano dai sei ai duemila.
[711] ACERBO MORENA dice sprezzevolmente: _vilissimi sunt — non sicut sui majores fecere faciunt_. Il CARD. ARAGON.: _in primo congressus Popul. Rom. irrecuperabiliter corruit, et per campestria, atque convallium devia ita impie contritus, atque delapsus est, quod de tanto agmine tertia vix pars evasit_. Il contemporaneo GOTTFRIED, _de Gest. Frid._:
_Roma cadit fugiens, cecedit pars magna Senatus_ — _Hii duo presbiteri, quos pretulit ordine Cesar,_ _Tam male cantabant requiem super agmina cesa,_ _Cesa per arva necant et tumulanda vetant._ _Milia bis bina per prata jacent resupina,_ _Pluraque captiva retinent in carcere viva._
[712] _Ab eo tempore, quo Annibal Romanos apud Cannas devicit, tantam Romanorum stragem nullus recolit extitisse_: CARD. ARAGON. — Il VILLANI, lib. V, c. I, registra la leggenda che la battaglia andasse perduta per il tradimento dei Colonnesi, i quali perciò sarebbero stati cacciati di Roma. Il MATTEI, _Memorie di Tusculo_, s’inventa di suo capo i nomi dei duci romani: che i morti si seppellissero a san Lorenzo e a san Sebastiano, è cosa probabile; però nessuna iscrizione funeraria ne giunse fino a noi. Solamente SICARDO, p. 599, dice: _quorum multi apud S. Stephanum sepulti sunt, et habent hoc epitaphium: Mille decem decies et sex decies quoque seni_.
[713] Il CARD. ARAG. nota al 19 di Luglio l’arrivo di Federico; il MORENA, testimonio oculare, più determinatamente: _in die lunae, quae fuit IX die ante Calendas Aug. de Ind. XV in Monte Gaudio — castrametatus est_. Il monte è dai Cronisti chiamato _Gaudius_ oppure _Malus_. Il MARANGONE ha questa data: _XI Kal. Aug._
[714] Sopra queste porte, a lettere d’argento, era fatto nota della donazione di Costantino. Il MALLIO, nella _Descrizione del san Pietro_, n. 160 (intorno al 1180), dice: _Argenteis literis (sicut nos vidimus, et cum fratribus saepissime legimus) adnotata fuere, videlicet Perusium, Fesulae, Clusium, Bulsinum, Assisium etc._ Nell’anno 1200 i Viterbesi furono costretti a restituire le porte. — ACERBUS MORENA, p. 1149: _exarsa est — mirabilis imago — in muro ipsius Ecclesiae versus eccl. S. Petri super atrium ipsius Eccl. S. Petri, ex auro purissimo atque splendidissimo decorata, cujus similis in Italia nunquam fuit amplius visa_: rappresentava Cristo e san Pietro. Il MORENA chiama la _S. Maria in Turri_ anche col nome _de Laborario_. Molti altri Cronisti parlano dell’incendio, e il _Chron._ MAGNI PRESBITERI (_Mon. Germ._, XVIII, 489) ne rovescia la colpa sulla plebaglia che era nell’esercito dell’imperatore (_per viles personas_).
[715] _Infesta signa usque ad altare ferentes, occisione multorum polluerunt_ (OTTO DE S. BLASIO, c. 20). — _Et replevit aedem interfectis_: ELMOLD, _Chron. Slavor._, II, c. 10.
[716] Se si stia ad ACERBO MORENA, il duomo fu preso di sabato, poichè egli pone in martedì il giorno 1 Agosto. Del 30 Luglio, ch’era domenica, è il Diploma dato da Federico (_apud S. Petrum_) a ricompensa della gloriosa vittoria riportata sui Romani da Rainaldo e dai vassalli del Vescovo di Colonia; gli fa dono dei redditi di Andernach, _specialiter quia deo auctore, Romanis in conflictu publico per invictam ejus et illustris Coloniensis ecclesie militie virtutem gloriosissime superatis, sacratissimum nostrum imperium inexplicabiliter est exaltatum_ (BOHMER, n. 2526). Pochi dì dopo Rainaldo moriva.
[717] Vedi il REUTER, _Storia di Aless. III_, Lipsia 1860, II, 262.
[718] _Una galea — usque ad romeam ripam prope pontem cum vexillis multis erectis applicuit_: MARANGONE. La _riparmea_ ossia _ripa romana_ sarebbe quella che più tardi ebbe nome di «ripa grande».
[719] ... _quod Senatum non nisi per eum vel per nuntium suum ordinabunt. — D. Imp. confirmabit Senatum perpetuo in eo vigore, in quo nunc est, et augebit cum tali tenore, ut Senatus — ei subjectus fiat, et faciet inde privilegium cum sigillo auri, in quo contineantur haec, videl. confirmatio Senatus, et quod faciet salva omnia justa testamenta populi Romani_: GODEFRIDI MONACHI _Annal._, a. 1167; GOLDAST, I, 283; _Annal. Colon. Maximi_ (_Mon. Germ._, XVII, 781).
[720] Di queste particolarità narra soltanto la vecchia _Cronica_ del MARANGONE: _CCCC obsides, quos Imp. antea habere non poterat, ei dederunt, et L Senatores ex praecepto Augusti constituerunt_. Tuttavia dovettero pur essere cinquantasei Senatori.
[721] GOFFREDO, testimonio oculare (_De Gestis Frid._), ne la descrive (_sic ubi Roma tacet, gloria nostra jacet_), e parimenti fa il MORENA. La _Cronica Piacentina_ (ediz. dell’HUILLARD, Parigi 1856): _descendit pluvia, quae appellatur Basobo mense augusti_. La mal’aria (_intemperie aëris_) parve allo Scrittore degli _Ann. Cameracens._ (_Mon. Germ._, XVI) esser simile ad un’immane nube nera, che di repente coperse la vallata vicina a Monte Mario: in quella valle sarebbero morti Rainaldo (passò di vita al 14 di Agosto, e gli _Annales Egmundani_, a. 1167, gli dedicano un eccellente elogio) e settemila Tedeschi; in Roma ne sarebbero morti ventimila. Anche gli _Annal. Palidenses_ dicono: _Innumeram moltitudinem praecipue Romanor. stravit, quippe muris inclusi_. Alla siccità dell’estate susseguì un inverno tanto crudo, che ne gelò il lago Fucino (_Chron. Fossae Novae_).
[722] Fra gli altri morirono Daniele vescovo di Praga, Eberardo di Regensburg, Goffredo di Spira, Alessandro di Liegi, Erminio di Verdun, Enrico conte di Nassau, Burcardo conte di Alremont, Enrico conte di Lippa, il duca Federico di Rothenburg, Guelfo duca, Berengario di Sulzbach, Rainaldo di Colonia, i maggiori capitani e consiglieri dell’Imperatore. Vedi il REUTER, II, 267.
[723] «E ’l Signore mandò un Angelo, il quale distrusse ogni valente uomo ed ogni capo e capitano ch’era nel campo del Re degli Assiri: laonde egli se ne ritornò svergognato al suo paese» (2, _Chroniche_, XXXII, 21). A questo passo della Bibbia s’inspirava TOMASO DI CANTERBURY allorquando si congratulava con Alessandro III che Sennacheribbo se ne fosse andato, e Dio ne avesse distrutto l’esercito: _consumpsit eos morte famosissima_ (_Ep._ XXII, lib. II in LUPO). Quasi tutti i Cronisti, massimamente quando sono preti, la prendono per una punizione divina. CARD. ARAG.: _Tunc idem Fridericus divina se manu percussum fore intelligens, cum Romanis utcumque composuit, et VIII Id. Aug., non sine manifesta confusione, recessit_. Sto in dubbio della data, 6 di Agosto. A quel giorno l’Imperatore ancor detta una scrittura _juxta Romam in Monte Gaudii_ (STUMPF, II, 364). Ai 4 di Settembre era a Pontremoli. GIOVANNI DI SALISBURY (_Ep._ 159, in LUPO): _Imperator — quasi torris raptus de incendio, confusus ab Urbe recessit._
[724] «Beato Alessandro, che non vide Italia: felice me, se in Asia fossi trapassato»: RICOBALDO DI FERRARA, p. 372, citato dal RAUMER.
[725] La lega Lombarda si conchiuse nell’anno 1167. Vedi i recentissimi studî e i documenti della sua storia, in CESARE VIGNATI, _Storia diplom. della Lega Lombarda_, Milano 1866.
[726] _Cod. Farfensis Vatican. 6808: [=an]. dni MCLXVIII V Idus Aprilis Albanensis civitas destructa est a Romanis_. Il _Catalogo_ in CENCIO: _Albanum a Romanis concrematum est VI Idus Aprilis_. Più esattamente nel _Chron. Foss. Nov._, ad [=an]. 1168, e nel CARD. ARAGON., p. 460.
[727] _Clausus est in turre Stephani Theobaldi, nec audet egredi, timetque usq. ad mortem innovationem Senatorum, qui in Cal. Novembr. Urbis regimen accepturi sunt: Ep._ 108, Lib. II, di GIOVANNI DI SALISBURY, nel Tom. X di LUPO. Vedasi anche la _Ep._ 66.
[728] _Chron. Fossae Novae_, ad [=an]. 1168. È meraviglioso veder combattere l’un contro l’altro nel Lazio due arcivescovi di Magonza, Cristiano e Corrado.
[729] CARD. ARAGON., p. 462, e ROMUALDO, p. 210, il quale erroneamente scrive Gionata a vece di Raino. Raino aveva prima ricevuto in permuta Monte Fiascone e san Flaviano da Giovanni prefetto, cui tempo innanzi gli aveva dati in pegno il Papa: ma in quelle terre Raino non fu accolto. Il documento degli 8 Agosto 1170 (in CENCIO, fol. 261) dice: _Ego Rayno fil. quond. Tholomei de Tusculana — dimitto vobis d[=no] meo Alex. Pp. — et S. R. E. — civitatem Tusculanam cum arce ejusdem civitatis — Et ab hac hora in antea potestatem habeatis in ea intrandi, tenendi, possidendi, disponendi, laborandi, fruendi, placitandi, infeudandi_. Vedi anche il WATTERICH, II, 415. — Nell’anno 1174 lo stesso Raino diede il _Castrum Algidi_ in ipoteca al Papa che gli aveva dato duecento libbre a prestito (CENCIO, fol. 115). Si noti quanto prestamente cadde in rovina la casa dei Tusculani.
[730] _Domno vero Papae obtulit, quia data pecunia liberaret eum ab exactionibus omnium Romanorum — repulsam passus est: Ep._ 80, lib. II, in LUPO, Tom. X, e più addietro nell’_Ep._ 79.
[731] _Hoc autem [=ano] misit Imp. Constantinopolitanus nepotem suam cum Episcopis Grecis et cum comitibus, et cum multis militibus — ut daret eam in conjugio Odoni Frajapanis de Roma, qui (Alexand.) apud Verulas eum conjugavit, et tunc ipse Odon cum ea reversus est Romam: Chron. Foss. Nov._, ad [=an]. 1170. Alessandro venne a Veroli ai 18 Marzo. Delle altre trattattive vedasi il CARD. ARAG., p. 461.
[732] _Cod._ CENCII, fol. 262: _Celebrata nativitate b. Mariae cum fratribus suis de Verulis exiens — in Vigilia Sct. Lucie_ (_s. Luce_, vedi il JAFFÉ, p. 735) _cum gloria et honore civitatem ipsam (Tuscul.) intravit, et in palatio ipsius arcis tamquam dominus per XVI_ (leggi col JAFFÉ _XXVI_) _menses resedit_.
[733] Sull’impressione che Alessandro risentì dall’assassinio del Becket, e sulle ambascerie inglesi venute a Tusculo, vedi il REUTER, III, 116
[734] CENCIO e ROMUALDO ad [=an]. 1171. Cronologicamente più esatto è senza dubbio il _Chron. Foss. Nov._ ad [=an]. 1172: _Ind. V Alexand. P. fecit finem cum Romanis, qui destruxerunt muros civitatis Tusculanae mense Nov._ Vedi la _Vita Alexand._ nel WATTERICH, II, 417. Il JAFFÉ fa conoscere che sulla fine del Gennaio 1173 Alessandro andò da Tusculo a Segni. Quivi, addì 4 Febbraio, canonizzò Tomaso di Canterbury.
[735] La pace di Venezia, conchiusa il giorno 1 di Agosto fu confermata solennemente in san Marco ai 15 di quel mese (gli Atti ne sono registrati nel MURAT., _Antiq. Ital._, IV, 285 e nel PERTZ, _Leges_, II). Il trattato colle città fu raffermato soltanto nella pace di Costanza, ai 25 Giugno 1183.
[736] Su di ciò vedasi la profonda analisi che ne fa il FICKER, nei suoi _Studî sulla storia dell’Impero e della Chiesa_, Inspruck, 1869, II, p. 307, ecc., p. 469. Nel _Pactum Anagninum_ (PERTZ, _Leges_, II, 147) gli ambasciatori promettono al Papa che l’Imperatore _praefecturam Urbis et terram comitisse Mathildae restituet_, ossia ciò che si comprendeva nel concetto di _Patrimonium_.
[737] _Totius populi Romani consilio et deliberatione statutum est, ut Senatores qui fieri solent, fidelitatem et hominium D. Papae facerent, et B. Petri Ecclesiam, atque regalia, quae ab eis fuerunt occupata, libere in manibus et potestate sua restituerunt_: CARD. ARAGON., p. 475.
[738] _Exierunt obviam sibi in longum Clerus Romanus cum vexillis et crucibus, quod nulli Romanorum Pontifici recolitur factum, Senatores et Magistratus, Populi cum concrepantibus tubis, nobiles cum militia in apparatu decoro, et pedestris populositas cum ramis olivarum, laudes Pontificis consuetas vociferans_: CARD. ARAG., p. 475. — ANDREA DANDOLO (_Chron_., pars 36) dice che i Romani gli andarono incontro _cum tubis argenteis, et octo vexillis diversorum colorum_; e questi il Doge avrebbe mandato al Papa, in memoria del suo trionfo.
[739] San Bernardo avrebbe detto al trionfante Alessandro ciò che scrisse a papa Eugenio III: _In his successisti, non Petro sed Constantino. — Petrus sic est, qui nescitur procesisse aliquando, vel gemmis ornatus, vel sericis, non tectus auro, non vectus equo albo; nec stipatus milite, nec circumstrepentibus septus ministris: De Consideratione_, lib. IV, cap. 3.
[740] Così era anche delle città vescovili del Lazio, dove i Papi tenevano corte. Nell’anno 1164 il Vescovo di Anagni si duole che quel Comune aggravi d’imposta le genti vescovili al paro dei cittadini; risponde il Papa che lo proibirà: _vestra petitio continebat, quod potestas, concilium, populus civitatis Anagninae familiares et servientes vestros ad solvendum, contribuendum cum aliis civibus Anagn. in datiis, collectis, angariis et parangariis, expensis, et aliis oneribus supradictae civitatis propria temeritate compellunt in vestrum prejudicium — — dat. Anagn. Id. Junii pont. nostri an. V_ (LABBÉ, _Concil._, XII, col. 252). In Anagni vediamo dunque esistere le tre podestà civiche, ed è assai notevole che ivi nell’anno 1164 compaia il Podestà. — Fino una terra piccola e decaduta com’era la vescovile Ostia aveva il suo municipio. In un documento dell’anno 1159 il _populus Ostiensis_ si obliga di dare al Papa annualmente due _platratae_ di legno; vi interviene il Procurator del Comune coi _boni viri cives Ostienses_ (MURAT., _Ant._, I, 675).
[741] Vedi più addietro a carte 620, nota 1, dove è detto di questa famiglia.
[742] ROMUALDO, ad a. 1178 (p. 241); il tempo fu prima dell’Agosto. _Ad pedes Alessandri Papae accedens, confirmata sibi Praefectura, ejus homo devenit._ Il REUTER (III, 763) nota a questo argomento che, conformemente ai patti di Anagni e di Venezia, l’Imperatore restituisse al Papa la _Praefectura_ solamente _salvo omni jure imperii_, e dichiara non potersi credere che cessasse ogni rapporto di obligo del Prefetto verso l’Imperatore.
[743] Calisto si sottomise a Tusculo nel dì 29 Agosto: ANON. CASINENS., ad a. 1178; _Chron. Foss. Nov._; ROMUALDO sulla fine della _Cronica_.
[744] _3 Kal. Oct. quidam de secta schismatica — Landum Pitinum elegerunt in Pap. Innocentium: Chr. Foss. Nov._, ad an. 1178. — SIGEB., _Auctar. Aquicinct._, reputa erroneamente che Lando fosse un Frangipani: da documenti si rileva che i Landi erano baroni del Lazio. — ANON. CASIN., a. 1180: _apud Palumbariam cum sociis captus_. Lo stesso _Continuatore_ di SIGEBERTO non fa parola di Palombara, ma dice che protettore di Lando, in un castello prossimo a Roma, sia stato un fratello di Ottaviano antipapa. Signori di Palombara erano Filippo e Odone, figli di quell’Ottaviano _comes Palumbariae_, che è nominato in una carta Farfense dell’anno 1159. Intorno a Palombara ed a quei Baroni, vedi l’_Analisi_ del NIBBY. Lando fu consegnato al Papa sull’incominciamento del 1180, in quello che un’inondazione del Tevere devastò Roma e vi scoppiò una pestilenza (_Chr. Foss. Nov._, ad [=an]. 1180).
[745] _Cujus obitu quidam insipientes Romani audito, ei non, ut debuerant, obviam cum ad urbem deferretur venerunt; et ei maledicentes, luto etiam et lapidibus lecticam, in qua portabatur lapidantes, vix eum in patriarchio Lateranensi sepeliri permiserunt_: SIGB., _Cont. Aquicinct._, ad [=an]. 1181. Perì il suo mausoleo.
[746] _Tres tantum praecesserunt eum in numero annorum, quo Roman. Eccl. praefuerunt, b. Petrus sed. 25 annis, Silvester I 23, Adrianus totidem_: ROBERTUS DE MONTE, ad [=an]. 1181. — Dopo di Alessandro III solamente Pio VII toccò i ventitrè anni di reggimento. È noto che nessun Papa aveva raggiunto i venticinque anni (cui si favoleggiò aver durato il pontificato di san Pietro), ma Pio IX li superò, essendo pervenuto oggidì ai suoi ventisette anni di regno in mezzo ai grandissimi avvenimenti ch’ei vide compiersi.
[747] La storia migliore e più profonda del pontificato di Alessandro III è data nell’Opera più volte citata del REUTER (Lipsia, 1864, in 3 vol.). Vedasi segnatamente nell’ultimo volume il capitolo che tratta delle idee gerarchiche e delle conquiste di questo Pontefice.
[748] Mostra il JAFFÈ che ai 2 Novembre 1181 egli era in Laterano, e che vi rimase fino al Marzo 1182. Ai 13 Marzo era di nuovo a Velletri.
[749] _Ortum est grave dissidium inter Romanos et P. Lucium super consuetudinibus quibusdam, quas praedecessores sui facere solebant, quos supradictus Papa juravit, se nunquam facturum_: ROGERO HOVEDEN, _Annales_, pars poster., p. 621 (citato dal CURTIUS, p. 271).
[750] _Chron. Foss. Nov._, ad an. 1183. Esso pone a _Kal. Julii_ l’assedio di Tusculo fatto da’ Romani. Più esattamente una postilla marginale nel _Cod. Vat. 1984_ dice: _in vigilia b. Petri apostolici a[=n]o 2 Lucii III papae Ind. I_. Lo stesso Codice: _interea Roma a XXV senatoribus administrabatur_; ma non si può guarentire che questo numero sia giusto.
[751] ROGERO HOVEDEN, p. 62, dice che i Romani avessero ucciso Cristiano avvelenando una fontana. — Papa Lucio invitò mediante un Breve, il clero tedesco a fare orazioni pel defunto (SCHANNAT, _Vindem. liter._, II, 118, nel MANSI, XXII, 480). Il Papa lo chiama _vir valde providus et magnificus_. Della morte di Cristiano parla anche il _Chron. Mogunt._ CONRADI EP., p. 573 (nell’URSTISIUS). Il suo elogio fanno gli ANNALES STADENSES (_Mon. Germ._, XVI, a. 1173): _disertus extitit et facundus, vir largus et illustris_. Parlava parecchie lingue. _Nulla civitas, nulla urbs ei resistere audebat._ Nel suo esercito i somieri erano pasciuti meglio che le genti di servizio dell’Imperatore.
[752] ROGERO HOVEDEN (p. 622) dice erroneamente che il Papa, mercè di questo denaro, ottenesse di far pace coi Romani.
[753] _Chr. Foss. Nov._, a. 1184: _13 Kal. Maji incenderunt Palianum, et Serronem, Penestrum, et sic Romam reversi sunt_.
[754] Lo narra SIGEB., _Auct. Aquicinct._, ad [=an]. 1184: _Romani Lucium papam parvipendentes — in contumeliam cardinalium excogitant inauditum flagitium_. E parimenti gli _Annales Stadenses_, a. 1183, i quali dicono che i Romani fecero crudele trattamento di ventisei Tusculani ridotti prigionieri: cose che ricordano gli orrori delle venture guerre contro gli Albigesi.
[755] _Chron. Foss. Nov: postea dom. Papa ivit in Lombardiam, et misit Comitem Bertoldum legatum Imperatoris Fried. pro defensione Tusculanae, et ad recolligendam Roccam de Papa, quam ipse callide et dolose expugnavit_; prima volta che si menzioni Rocca di Papa, fondazione pontificia. — Affine di completare i Regesti di Federico faccio nota del suo _Privilegium_ per Fuligno cui egli dona Bevania e _Cocoratium_. Fra i testimonî sono _Gottfrid. patriar. Aquil. Conradus Archiep. Mogunt. Otto eps. Babenberg. Gerardus com. de. hon. Heinr. comes de Altendorf. Olricus de Lucelinhardt... Dat Tervisii A. D. J. MCLXXXIIII Ind. III. VIII. Kal. Dec. fel. Amen._ Originale senza suggelli nell’Archivio comunale di Fuligno, credenza IV, n. 3.
[756] Il LA FARINA (_Storia d’Italia_, IV, 138) dice egregiamente che questo Concilio di Verona piantò le fondamenta della mostruosa Inquisizione. Il Decreto di Lucio III (_Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem, quae in plerisq. mundi partibus, modernis coepit temporibus pullulare_) è più feroce degli editti di Alessandro III: ordina che si denunci e si stermini per opera del braccio secolare tutte le eresie, sotto minaccia delle più gravi censure ecclesiastiche: MANSI, XXII, 476.
[757] Delle ragioni di questo mal animo fra Federico e i papi Lucio ed Urbano parla chiaro il _Chronicon Slavorum_ di ARNOLDO, III, c. 10, c. 16, sqq. Vedasi inoltre la monografia dello SCHEFFER-BOICHORST: _Ultima controversia dell’imperatore Federico I colla Curia_, Berlino, 1866.
[758] _Rex H. subjugavit sibi totam Campaniam praeter Fummonem, et castrum Ferentinum obsedit per novem dies, et ivit super Guarcinum_: _Chron. Foss. Nov._, ad [=an]. 1186. Anche coi Frangipani Enrico se l’era intesa, chè in uno dei suoi Diplomi (_A. 1186 Ind. IV die Dominico, qui fuit Sestus intrante mense Julii_) si sottoscrive _Otto Frangenspanem_ in qualità di _praefectus Romae_. MURAT., _Ant. It._, IV, 471 — _actum sub temporio Regis H. feliciter, quando erat in obsidione Urbis Veteris_.
[759] Il _Cod. Vat._, fol. 200 b, porge notizie di Urbano III e di Gregorio VIII. — _Mox dictus pontifex cum tota curia praecedentibus Leone Monumenti et Anselmo ad Pisanam civitatem pervenit._ Leone di quel cognome s’incontra già prima dell’anno 1177; chè il _Chron. Altinate_ (_Arch. Stor._, VIII, 183) annovera nel catalogo dei presenti alla pace di Venezia: _Leo de Monumento, Romanus Princeps, cum hominibus XVIII_. I _Gesta Innocenti III_, c. 23, lo chiamano parente di Ottaviano vescovo di Ostia, che (secondo l’UGHELLI, I, 67) era della famiglia Poli e congiunto di Innocenzo III. Indi ne parla, nell’anno 1207, il testamento del cardinale Gregorio _de Crescentio_ (GALLETTI, _Prim._, p. 335). Un casale dava il cognome alla famiglia _de Monumento_, ma l’origine ce n’è ignota. Nel 1226 trovasi il _Comes Octavianus de Monumento_ nella Bolla data da Onorio III pel Vescovato di Ostia, _dat. Lateran. Nov. April. A. X_ (_Mscr. Vat. 6223_). Lo stesso Onorio concede nell’anno 1217 al convento di san Tomaso sul Celio, _Turrim quae dicitur Monumentum, ubi dicitur Statuarium_ (ch’era vicin Sette Bassi, presso la via Appia): _Bullar. Vat._, I, 100 sgg. Il TÖCHE, _l’imperatore Enrico VI_, Lipsia 1867, p. 61, conchiude da un Diploma di Enrico VI, dato a favore di Leone _de Anguillara_, che questi formi una sola persona con Leone _de Monumento_; ma è un’asserzione non comprovata: i documenti non confondono mai i nomi. I _De Monumento_ erano una famiglia a sè. Così nell’anno 1221 vien detto: _Petrus Frajapanis Romanor. Consul Almae Urbis, et Maria de Monumento quond. Enrici Frajapanis uxor_ (BORGIA, _Velletri_, p. 263). Ancora nel 1279 io trovo _Angelus de Monumento_ (Archiv. Flor. Rocc. di Fiesole).
[760] _Sanctiss. Patri et Dom. Clementi dei gr. summo Pontif. et univers. Ppe. S. P. Q. R. salutem et fidele cum subjectione servitium_ — — Sulla fine è detto, che nessuno osasse di rompere quella pace, _alioquin iram amplissimi Senatus et metuendi populi Romani gravissimi incurrat et odium. Actum XLIIII [=ano] Senatus Ind. VI mense Madii die ultimo, jussu Senatorum_: seguono le sottoscrizioni. Questo atto fu stampato la prima volta dal BARONIO che lo trasse da CENCIO; indi, più correttamente, dal MURATORI, _Ant. It._, III, 785: trovasi anche nel CURTIUS, nel VITALE, nel VENDETTINI ecc.
[761] _Ad praesens reddimus vobis Senatum, et Urbem, et Monetam._ — — I Pontefici riacquistarono il diritto di batter moneta; tuttavia di quell’età non possediamo un solo denaro che mostri aver eglino esercitato un tale diritto.
[762] Il VENDETTINI, p. 175 (traendola dall’Archivio del castel Sant’Angelo), registra una quietanza dei 27 Ottobre 1188, riferibile a risarcimento di danni dato ad alcuni Senatori: così il VITALE, che erroneamente pone il documento all’anno 1187. Quello che ne dice l’OLIVIERI non è che parole e parole.
[763] _Dabitis Senatoribus_ — _beneficia et presbyteria_ (donativi in occasione di grandi festività) _consueta_. Stando all’_Ord. Roman._, XII, n. II, il Prefetto riceveva _40 Solidos den._; ogni Senatore, giudice, avvocato, _unum melequinum_ e qualche _solidi_. Un _malachino_ valeva _8 grossi_, il _grossus_ corrispondeva a _6 denarii_; così dice una valuta del tempo di Innocenzo VI, che è registrata sur una delle prime pagine del _Cod._ CENCII (nella Riccardiana, n. 228). Invece che _dare presbyterium_ usavasi anche dire: _dare manum_, donde è venuta la parola «mancia». La spesa ne era assai rilevante, perocchè tutti i preti e molte scholae ricevevano il _presbyterium_ (_Ordo Roman._, XII, n. 16). Nelle grandi solennità la metà dei Senatori desinava dal Papa (ibid., p. 170). Però egli era solamente obligato a far donativi ai cinquantasei Senatori; se erano in numero maggiore, quello ch’ei faceva di più era _mera liberalitas_. Lo dicono gli stessi Senatori in un istromento dei 28 Maggio 1191 (MURAT., _Ant. It._, IV, 36).
[764] _Pro restauratione murorum hujus excellentissimae urbis centum libras bonorum provenientium._
[765] _Quodst hinc usque ad Kal. Jan. dictum Tusculanum ad manus nostras non venerit, tunc excommunicabitis Tusculanum._ Non si può concepire abuso delle censure ecclesiastiche che fosse più obbrobrioso di questo per il Papa. Delle condizioni di Tusculo dà ampia notizia ROGERO HOVEDEN, p. 689: ci è d’uopo attingere le nostre notizie da un Cronista inglese, poichè tacciono le fonti romane.
[766] _De Capitaneis sit salvum urbi et populo Romano, quicquid ab eis conventum est, et promissum Romae per scriptum et juramenta, ac plenaria et stajarias, ac presones_: vocaboli inesplicabili; _plenariae_ (meglio così che _plejariae_) significano forse «mandato di piena facoltà.»
[767] Di simiglianti patti giurati da moltitudine di popolo trovasi un esempio notevole nella convenzione conchiusa fra Pisa e Genova l’anno 1188, ai 13 di Febbrajo (FLAMINIO DAL BORGO, _Diplomi Pisani_, 114).
[768] Tengo fermo il numero di cinquantasei, sebbene dai testi ne emergano cinquantasette o cinquantotto: mancando le interpunzioni, poterono facilmente farsi, di uno, due nomi. Vi è detto primamente: _Jussu Senatorum Consiliariorum: Angeli Ser Romani de Pinea; Bobonis Stephani de Octaviano; Petri Stephani de Transtisberim; Romani Senebaldi; Rainerii Rinaldi de Ranucio; Johannis de Schinando; Cafari Bartholomei; Petri Nicolai Fusconis de Berta; Bobonis Donnae Scottae, et Ilperini Donnici_. Di questi, i Boboni, gli Stefani, i Tebaldi, i Romani, i Rainerii appartenevano a famiglie antiche. Seguono i Senatori, fra’ quali non evvi uno solo de’ Pierleoni, de’ Frangipani, dei Colonna, ma un _Petrus Leonis_. Ei si può così poco comporre la storia de’ fasti del Senato medioevale, come di quelli dell’antico. Se ne fece un tentativo di già nel secolo decimosettimo: GIACINTO GIGLI (caporione di Campitelli intorno al 1655) scrisse una _Cronologia dei Consoli, Priori e Magistrati di Roma_ (mscr. nella Bibliot. di Santa Croce in Gerusalemme); ma il suo lavoro privo di luce critica è quasi senza valore: tuttavia ancora il VITALE ebbe accettato le sue notizie. Un’altra _Series Senatorum_ (1220-1712) raccolse il CRESCIMBENI da una _Storia del Senato_ di CARLO CARTARI (mscr.) e da un Catalogo dei Senatori negli _Statuti dei Mercatanti di panni_ (del sec. XVI, nella Bibl. Chigi), il quale comincia coll’anno 1296 (_Basilica di santa Maria in Cosmedin nel 1719_, c. IV).
[769] Vedi la lettera _Domno Papae Theobaldus praefectus et Petrus Leonis_ (in RADULFO DE DICETO, p. 648), dove descrivono la battaglia di Acri, combattuta ai 4 Ottobre 1189.
[770] ROGERI DE WENDOWER, _Chronica_, ed. Coxe, III, 26.
[771] Il viaggio di Riccardo è descritto con nomi storpiati da ROGERO HOVEDEN, p. 667. Da Pisa a _Talemude_ (capo Telamone), a _Porte Kere_ (Cere), avanti a _Cornet Civitatem_ (Corneto) a _Senes la veile_ (significa Civitavecchia, quantunque sia mal chiamata con quel nome, onde il VILLANI appella Siena), a _Le far de Rume_ (faro di Roma), poi nel Tevere. Alla sua foce il Cronista tiene nota di una bella torre solitaria e di grandi ruine di mura antiche (di Ostia e del porto di Trajano). — Ai 26 di Agosto, per terra, lungo un bosco _quod dictur Selve dene_ (di Ardea); lo attraversa per ventiquattro miglia, una _via marmorea ad modum pavimenti facta_ (la via Severiana, che a quel tempo era ancora conservata in buono stato): indi il viaggio prosegue per _Castel Lettun_ (Nettuno e Anzio) dov’è un porto che in antico fu coperto di rame: poi vicin _Cap de Cercel_ (Circello) sulla cui cima è una rocca di pirati; finalmente a _Terracene_ ed a _Garilla_ (Castel Garigliano) ed al _Castel Le Cap del Espurun_ (forse Sperlonga). _Hic est divisio terrae Romanorum, et terrae regis Siciliae in illa parte, quae dicitur principatus Capuae._ Pertanto a quel tempo lo Stato della Chiesa si spingeva dentro nel Napoletano più di ciò che fosse negli ultimi tempi.
[772] ROGERO HOVEDEN, p. 680: _H. — misit nuntios suos ad Clementem Papam, et ad Cardinales, et Senatores urbis: petens Romanum imperium, et promittens, se in omnibus leges et dignitates Romanorum servaturum illaesas._
[773] I _Filii Ursi, quondam Coelestini Papae Nepotes_, s’incontrano nella _Vita Innoc. III_ (MURAT., _Antiq. It._, III, 784). Anche il GRIMALDI (_Cod. Vat. 6437_, fol. 175) fa conoscere la parentela che passava fra i Boboni e gli Ursini.
[774] _Romani supplicarunt D. Coelestino, ut antequam Regem in Imp. ungeret, obtineret ab ipso, ut civit. Tusculanensium sibi redderet — Ad ipsum enim se converterant — ex quo Clemens exposuit — illos Romanis_: ROGERO HOVEDEN, p. 690. Espressamente dice GODEFRID. MONACH. (nel FREHER, I, 259): _Consecratio procedere non potuit, donec Imp. castrum Tusculanum in potestatem Papae et Romanorum contradidit_. SIGEB., _Cont. Aquicinct._, ad [=an]. 1191. — ARNOLDO DI LUBECCA, _Cron. Slavor._, IV, c. 4, narra che il Papa avrebbe voluto trarre in lungo la coronazione, ma che i Romani mandassero dire al Re: _Fac nobis justitiam de castellis tuis, quae sunt in Tusculano, — et erimus pro te ad D. Papam, ut coronam Imperii super caput tuum ponat_; e così sarebbe avvenuta la cosa.
[775] Ai 2 Aprile 1191, _H. VI juxta locum Anguillariae_ ratificò il giuramento di sicurtà prestato in sua presenza dai Principi dell’Impero al Papa ed ai Cardinali: _Rouleaux de Cluny_, nei _Notices et extraits des Manuscrits de la Bibl. Imp._, t. XXI, p. 326 (riferito dall’HUILLARD-BRÉHOLLES).
[776] Il MURATORI ha sbertato la fiaba onde ROGERO HOVEDEN narra che il Papa, tenuta prima la corona fra’ piedi, la gettasse poi col calcio giù di capo dell’Imperatore. ROGERO dice: _Romani vero clauserunt portas urbis, et custodierunt eas in manu forti et armata, non permittentes eos intrare_. La descrizione del rito ceremoniale della coronazione è nei _Mon. Germ. Leges_, II, 187, e nel VATTERICH, II, 711, che la trassero da CENCIO. Ivi, e nel TÖCHE, p. 187, è significato che l’Imperatore e il Papa mossero al Laterano, attraversando tutta Roma.
[777] Se si stia a ROGERO HOVEDEN, l’Imperatore la cedette al Papa il dì dopo della coronazione, e il Papa ai Romani il terzo giorno da quella: _atque a Romanis destructum ita quod lapis supra lapidem non remansit_. Il BÖHMER, n. 2761, dimostra che Enrico, ai 17 di Aprile, era _in campestribus inter Urbem et Tusculanum_; ai 19, _in silva Libertina_ (vicino Ferentino); ai 29, _in Ceperano_. — TÖCHE, App. I. — RADULFO DE DICETO, _Ymagines Histor._, p. 659: _Paschali feria IV Romani civit. Tuscul. funditus diruerunt_. — SICARDO, p. 615: _Tusculanos alios excaecantes, et alios deformiter mutilantes_. Similmente l’ABBAS URSPERG., p. 232: _Pro qua re imperatori improperatum est a multis_. GODFRIED, _Annal._, p. 259: _Quod illi statim expulsis et caesis habitatoribus destruxerunt_. — ANON. CASIN. _Chron._ — Il MATTEI, _Memorie di Tusculo_, p. 194, favoleggia che i Romani colle pietre di Tusculo restaurassero il Campidoglio: di pietre ne avevano a Roma il bisogno. Più probabile è quello che narrano il PLATINA, il BLONDUS (_Hist. Decad._ II, lib. VI, 264) e il SIGONIO, che i Romani trasportassero alcuni ruderi di Tusculo, e li collocassero come trofei in Campidoglio. Le chiavi di Tusculo avrebbero appeso all’arco di Gallieno. Queste e simiglianti cose narrano gli Storici di Tivoli, che peccano d’inesattezza (VIOLA, II, 173).
[778] Quasi tutte quelle ruine appartengono all’antichità romana. Della rocca e delle chiese medioevali non rimase traccia.
[779] Agli 11 Ottobre 1179 Raino cedette Lariano al Pontefice, e n’ebbe in cambio Norma e Vicolo (MURATORI, _Antiq. It._, I, 141). I Tusculani perdettero anche Astura, chè già intorno al 1193 ne erano signori i Frangipani (CENCIO, fol. 121). Il GIGLI vuol avere, nell’anno 1197, scoperto il figliuolo di Raino, in _Ottolinus Domini Rainonis Tusculani de S. Eustachio Senator_: non è credibile che ciò sia una trovata di suo capo, ma non me ne fido, giacchè non vidi documenti che parlino di Ottolino. Un ramo dei Tusculani aveva residenza a Gavignano, nella terra dei Volsci, e discendeva da Giordano, figliuolo di Tolomeo di Tusculo (docum. dell’a. 1181, nel BORGIA, _Histor. di Velletri_, p. 247).
[780] Lo dichiara in un documento il Senato ai 19 Aprile 1191. _Actum XLVII [=ano] Senatus Ind. IX mense Aprili die XIX_ (MURAT., _Antiq. It._, III, 788). Vi si sottoscrivono _Senatores Consiliarii_ e ventotto Senatori.
[781] Il BORGIA (_St. di Velletri_, p. 253) reputa che in allora si popolassero La Molara, Rocca di Papa, Rocca Pergiura (oggidì Priora) e Castel di san Cesario. È omai confutata quella bubbola che Frascati sorgesse dalle capanne coperte di frasche, sotto cui riparassero i Tusculani privi di tetto. Frascati esisteva di già nel secolo ottavo.
[782] A complemento del BÖHMER, noto il Diploma in cui Enrico assolve Gubbio: _Acta sunt haec A. D. MCXCI Ind. IX Reg. D. Henrico Sex. invict. A. Reg. ejus XXII Imp. primo Dat. ante Neapolim per man. magni Henrici prothonot. Nonas Junii_. L’originale con bolla d’oro è nell’Archivio di Gubbio.
[783] Le maestranze non si costituirono da corpi politici che soltanto più tardi; prima degli altri forse i mercatanti. _Nos Pallo judex mercatorum Urbis et Thomas de Oderiscis ejus consilarius_... (_Mscr. Vat._ del GALLETTI, n. 8051, p. 35). Il GALLETTI pone quell’istromento senza data, alla fine del secolo duodecimo. Qui _Judex_ corrisponde a quello che in altre città era il _Consul mercatorum_.
[784] Se in alcune castella v’erano ancora dei signori ereditarî, i debiti e altre necessità presto li riducevano a vassallaggio della Chiesa: si ricordi Tusculo. Altro esempio ne dà Falbateria, vicino al confine meridionale del Lazio. Agli 11 Gennaio 1178 quei signori, Adinolfo e Landolfo, cedono tutti i loro diritti al Papa, che loro accorda per ventinove anni quel castello in feudo, al prezzo di trecento libbre. Così di signori diventavano fittavoli a tempo. CENCIO, fol. 113.
[785] Gli Atti fanno conoscere che a quell’età la più parte de’ Senatori erano di famiglie antiche: Sassoni, Astaldi, Astolfi, Anibaldi, Oddi, Tebaldi, Senebaldi, Franconi, Rainerii, Gulferani, Farulfi, Berardi, Roffredi, Gerardi, Bulgamini (tutti questi sono di origine germanica); Mancini, Sarraceni, Romani, Rustici, Sergii (forse di derivazione bizantina); Boboni, Ursini, Scotti, Cafarelli, Curtebraca, Muti, Tosti, Ottaviani, Parenzii, Buonfiglioli, Capoccia, Manetti, Papazurri, Pierleoni, Frangipani, Stefani, Malebranca, Latroni, Paparoni, Crescencî, Cencî. Soltanto non v’è cenno nei documenti che facessero parte del Senato a quell’età i Corsi, i Massimi, i Normanni ed i Conti; ma noi reputiamo che ciò sia un puro caso. Fino dal 1188 i Frangipani riverirono il Senato; del 1191 trovasi fra’ Consilatori _Petrus Johannis Frajapane_.
[786] _Senatoribus, qui sunt supra numerum quinquaginta sex Senatorum. Qui numerus in fine praedecessorum ejusd. Coelestini summi Pont. diffinitus continetur_: istrom. dei 28 Maggio 1191 (MURAT., _Ant. It._, IV, 36).
[787] _Et status Rom. Eccl. pessimus erat pro eo, quod a tempore Benedicti Cariscum_ (sic!) _Senatum Urbis perdiderat, et idem Benedictus, se ipsum faciens Senatorem, subtraxerat illi Maritimam et Sabiniam, suos Justiciarios in illis constituens: Gesta Innoc. III_, nel BALLUZIO, I, c. 8. Oltracciò l’_Ep. Innoc._, lib. II, n. 239: _saepefatus enim B. cum seipsum intruserit in senatoriam dignitatem, nec apost. sedis favorem habuerit, ad quam institutio pertinet Senatorum, — tamen ab ea fuit tempore procedente receptus_.
[788] Questo emerge, come considera il VENDETTINI, dalle parole della lettera di Innocenzo citata più sopra: _Dictus autem B. Carosomi, quoniam statutum quoddam emiserat, a populo Rom. approbatum_... e segue il tenore dello Statuto, concernente un caso giuridico: senza dubbio v’era di quelli una serie. Genova possiede Statuti dal 1143; quelli di Pistoja sono forse ancora più antichi. Vedi i _Mon. Historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia_, Parma, 1855, I, Prefaz., o la Prefazione del RAGGI agli _Statuti di Genova_, nei _Mon. Histor. Patriae, Leggi Municipali_, p. 236. I primi Statuti dei Consoli di Pisa datano dal 1162: BONAINI, _Statuti inediti della città di Pisa dal XII al XIV secolo_, Fir. 1859, Tom. I e III; non fu ancor publicato il II.
[789] _Dum se magnificentius ageret, invidiam contra se excitat Romanorum — in Capitolio obsidetur et capitur, captusque diu in custodia tenetur_ (Racc. XVIII, _ex Chronologia Rob. Altissiodorensis ad S. Maxian. Canonic._, p. 260).
[790] Ei fa da testimonio ai 28 Ottobre 1196 in Monte Fiascone ad un Diploma di Enrico VI, ove c’entra _Petrus alme urbis Praefectus_. È sottoscritto: _Joannes Capuaheus_ (leggi _Capoccius_) _Senator Romanus_. Vedi le _Memorie civili di Città di Castello_ del MUZZI, I, 19.
[791] ROG. HOV., p. 746: _Benedictus Carushomo, qui regnavit super eos duobus annis, et deinde habuerunt alium Senatorem, qui vocatus est Johannes Capuche, qui similiter regnavit super eos aliis duobus annis, in quorum temporib. melius regebatur Roma, quam nunc temporib. 56 Senatorum_. — Il _Mscr. Vat. 7934_ contiene la storia dei Capocci, scritta da GIOVANNI VINCENZO CAPOCCIO nel 1623; per i primi tempi poco giova. In Roma non compare prima del 1073 quella famiglia, che l’Autore dice oriunda di Firenze.
[792] Che a Capoccio sia succeduto Pierleone si può argomentare dall’_Ep. 239 Innocentii III_, dove si parla in siffatta stretta connessione dei _tempora Johannis Petri Leonis Senatoris Urbis_. Secondo la istessa lettera, a Pierleone succedettero parecchi Senatori: _ejus jurisdictio erat in proximo desitura, supplicatum fuit ob eandem causam successoribus ejus Senatoribus jam electis_.
[793] Inesattamente ROGERO HOVEDEN pone all’anno 1194 la restaurazione de’ cinquantasei Senatori: _Eodem [=ano] cives Romani elegerunt 56 Senatores, et constituerunt eos supra se_. Indi avvenne ben presto una nuova mutazione, e fu posto un solo Senatore; infatti i _Gesta Innoc._, c. VII, dimostrano che allorquando fu ordinato Innocenzo III v’era un solo Senatore: _Comitantibus praefecto et Senatore cum magnatibus et nobilibus urbis_.
[794] Si può ammirare la grandezza dei disegni e l’energia di Enrico VI, senza per questo modificare il giudizio morale sul giovine Imperatore. Infatti, anche scrittori amanti della patria, come il Tüche, furono costretti a giudicarlo così. Nè il Tüche stesso può purgare Enrico VI dalla correità nell’assassinio del vescovo Alberto, e deve notare di infamia l’orribile modo ond’ei trattò Salerno (a. 1194) e i Siciliani (ne fu spinta a sedizione la stessa moglie dell’Imperatore), e l’immane comportamento che contro lealtà cavalleresca tenne con re Riccardo. Enrico VI operava soltanto secondo quella dottrina, onde il fine giustifica i mezzi. Del turpe trattamento usato a Riccardo, fra gli altri discorse diffusamente e con molta discrezione CARLO LOHMEYER, _De Richardo Angliae Rege cum in Sicilia commorante, tum in Germania detento_, Konigsberg, 1857.
[795] _Gesta Innoc. III_, c. 8: _Henricus — occupaverat totum regnum Siciliae, totumq. patrimonium Eccl. usque ad portas Urbis, praeter solam Campaniam, in qua tamen plus timebatur ipse quam Papa._ — ROGERO HOV., p. 773, sa di una guerra fra i Romani e Markwaldo nella _Marchia Guarnerii_ (all’anno 1197). — Già fin dal 1185 trovasi in documenti _Conradus Dux Spoleti et Comes Assisii_ (vedi il FATTESCHI, _Mem. di Spoleto_, p. 124). Così lo chiama un’iscrizione nel duomo di Terni dell’anno 1187, e parla di _Consules Terannenses_ (ANGELONI, _Historia di Terni_, p. 85).
[796] Vedi la pace conchiusa fra loro e Terracina ai 28 Giugno 1185 (docum. dell’Archivio di Terracina nel CONTATORE, II, c. 1): per verità vi è detto _salva fidelitate et mandato Domini Papae et Romanae Curiae videlicet Cardinalium_; ma erano parole senza gran significato. I Terracinesi: _nos Terracinenses juramus vobis Domino Leoni, et D. Roberto, et D. Henrico, et D. Manueli et vestris haeredibus quod ab hoc die in antea erimus vestri recti fideles_. — — Il CONTATORE, I,