Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8
Part 7
Nell’Agosto dell’anno 846 un’armata saracena entrava nella foce del Tevere; schiacciava il presidio pontificio che era in Nuova Ostia, oppure vi passava oltre senza torsene pensiero. Un’orda di loro s’avanzava da Civitavecchia, un’altra risaliva la corrente del fiume, e nel medesimo tempo i Saraceni movevano a gran passi per la via di Ostia e per quella di Porto. Non sappiamo se veramente dessero assalto alle porte di Roma, perocchè nessun Cronista ne parli, ma è assai probabile che i Romani difendessero robustamente le loro mura, laddove il Vaticano indifeso da muro e il san Paolo cadevano in balìa dei nemici. Ben ve li combattevano i Sassoni, i Longobardi, i Frisoni ed i Franchi che risiedevano nel borgo Vaticano, ma soggiacevano alla possa dei Saraceni, i quali allora entravano nel san Pietro e lo spazzavano di quanto v’era dentro[109]. Questo tempio magnifico era fatto santo da cinquecento anni di vita, da grandi e solenni avvenimenti della storia del mondo, da molti concilî che di quel luogo avevano dato ordinamento alla Chiesa in Oriente e in Occidente. Pareva che sul suolo della basilica, non profanato mai, fossero impresse le orme dei secoli, le tracce della vita, dei pellegrinaggi e delle morti della gente umana. Quanti Imperatori, quanti Re, e in che tempi! v’erano entrati ed usciti! e i loro nomi erano cancellati nell’oblio, e i loro reami crollati! quanti Papi ivi dormivano l’ultimo sonno nei loro avelli! A ragione la basilica di san Pietro era divenuta santuario dei popoli, sì come il tempio di Salomone era stato per gli Israeliti, e la venerazione dell’Occidente non conosceva luogo più sacro di esso. Questo tesoro del culto e della storia della Cristianità non avevano mai tocco i Goti, nè i Vandali, nè i Greci o i Longobardi, e adesso (così mutevoli sono le sorti delle cose umane e tanto grande ne è il contrasto) era fatto preda al saccheggio di una sola audace torma di masnadieri d’Africa.
Non giunge l’idea a comprendere la copia dei tesori che ivi erano ammassati. Da Costantino, da Teodosio e da Onorio in poi, gli Imperatori di Roma e di Costantinopoli, i Re dell’Occidente ed i loro ottimati, i Carolingi, la massima parte dei Papi vi avevano tributato loro doni votivi; ivi era custodita una gran quantità di quei vasi d’oro onde udimmo i nomi meravigliosi, e il san Pietro potevasi considerare massimo museo delle opere d’arte di cinque secoli. Fra esse eccellevano alcune per decoro di forma e per rarità di memoranda importanza storica; tali erano l’antica croce d’oro inalberata sulla tomba dell’Apostolo, il grande faro di Adriano, la mensa d’argento di Carlo adorna del disegno di Bisanzio[110]. Si imagini quanti fossero i lavori preziosi di cui i Papi, i Gregorî, i Leoni e gli Adriani avevano ornato la Confessione, l’altare, le cappelle, perfino le porte della basilica: e tutti questi tesori diventavano bottino dei figli d’Ismaele, che vi si scagliavano dentro con alti sghignazzamenti; non avevano mano, nè spalle, nè occhi, nè tempo bastanti a vuotare quel mondo fantastico zeppo d’oro. Così i nepoti romani pagavano tarda pena del sacco e del vitupero che i loro antichi avevano inflitto al tempio di Salomone nell’età di Tito, e può darsi che gli Ebrei, i quali vivevano angustamente stretti nelle loro dimore di Transtevere, gioissero in secreto di quelle opere furibonde dei Mauri, loro parenti d’origine. I predoni avevano appena tempo di fare onta alle imagini dei santi; alla fuggita colpivano per beffa con loro lance l’effigie del Cristo e degli Apostoli, che dalla tribuna miravano in basso l’onta fatta alla loro chiesa[111]. Svellevano le lamine d’argento che guarnivano le porte, strappavano i tegumenti d’oro ond’era selciato il pavimento della Confessione, portavano via perfino il maggior altare ch’era d’oro[112]. Con grida ingiuriose e con scede devastavano la cripta d’oro dell’Apostolo, e poichè non riuscivano a trascinarsi dietro la grande urna di bronzo, l’avranno spezzata per desio di preda e per curiosità di frugarvi, e non ne avranno risparmiato il mistero: senza dubbio ne buttavano fuori e distruggevano tutto ciò che si trovava nell’arca. Pensiamo che quegli infedeli cacciavano le mani dentro al simbolo santissimo del culto cristiano, in quell’urna di Pietro, il cui secreto nessun occhio umano aveva scrutato mai; pensiamo che quest’urna racchiudeva le ossa del Principe dommatico della Cristianità, cui, secondo il detto non cristiano di un Papa, i fedeli veneravano come un Dio in terra, i cui succeditori si credevano i Pontefici, innanzi alle cui ceneri tutti i Principi e tutti i popoli venivano a prostrare le loro fronti nella polvere: dobbiamo pensare a tutto questo per comprendere il gavazzo diabolico dei Saraceni alla distruzione di questa tomba del Maometto dei Cristiani, per farci un’idea della mostruosità della profanazione, del dolore della Cristianità.
Anche san Paolo subì le sorti istesse del suo socio Apostolo. Nella basilica di lui i Saraceni rinvennero un tesoro poco minore di ricchezza, e diedero pari guasto alla tomba[113]. Veramente, i Romani e la gente della campagna opponevano resistenza al nemico in vicinanza al san Paolo, ma impedirne non potevano il sacco. Se si stia al racconto di Benedetto monaco, i Saraceni tentarono di stabilire loro sede nel territorio Vaticano, dove saccheggiarono tutte le chiese, ma le narrazioni del Cronista, riguardo a quel tempo tanto lontano da lui, sono certo confuse e inesatte. Egli fa perfino che l’imperatore Lodovico discenda da Monte Mario a combattere i Saraceni e che ne tocchi una disfatta vergognosa nei prati di Nerone, ma tributa lode a Guido, margravio di Spoleto, il quale, chiamato in soccorso dal Papa, conduce i suoi valorosi Longobardi, e, unito ai Romani, batte i Saraceni in una formidabile battaglia e gli insegue fino a Civitavecchia[114]. Non v’ha ragione di dubitare che Guido movesse in soccorso di Roma, e che una pugna disperata si combattesse nel borgo Vaticano o al ponte di san Pietro, di dove i Maomettani speravano di entrare nella Città. I briganti allora si ritirarono, dopo di aver devastato la Campagna e di aver raso al suolo le _Domus cultae_ ed il vescovato di Silva Candida. Inseguita da Guido, una parte di loro col bottino e coi prigionieri andò a Civitavecchia per gettarsi colle sue navi nelle acque napoletane, nel tempo stesso che un’altra orda, in mezzo a indescrivibili devastazioni, per la via Appia giungeva a Fundi. Però un uragano distruggeva parecchie navi piratesche, e le onde vomitavano sulla spiaggia cadaveri di Saraceni che, fuori dalle tasche, restituivano parecchi splendidi gioielli[115]. Quelli che andavano per la via di terra erano inseguiti dall’esercito longobardo fin sotto le mura di Gaeta; ivi s’appiccava una battaglia, e Guido di Spoleto aveva salvezza soltanto per l’arrivo del valoroso Cesario, figlio di Sergio, ch’era maestro de’ militi di Napoli. Alla fine i Saraceni si tennero contenti di poter far vela per l’Africa, ma, prima che toccassero terra, scendeva su di loro a punirli una seconda procella suscitata dalla collera di Santi celesti.
Alla terribile profanazione della basilica di san Pietro tenne dietro una miseria indicibile, e con essa ebbe termine il reggimento dello sventurato Sergio II, uomo d’animo gagliardo e forse generoso, che aveva dovuto sopravvivere a tanta onta. Ei morì addì 27 di Gennaio dell’anno 847, ed ebbe sepoltura in quella stessa chiesa del Santo, di cui il saccheggio e la devastazione gli avevano spezzato il cuor di dolore[116].
§ 2.
Leone IV è fatto papa. — Incendio di Borgo. — Roma, Napoli, Amalfi e Gaeta fanno lega contro ai Saraceni. — Si vince in mare presso Ostia nell’anno 849. — Leone IV edifica la _Civitas Leonina_. — Sue mura e sue porte. — I distici collocati sulle porte maggiori.
Morto Sergio, la elezione cadeva sul Cardinale dei «Quattro Coronati»: era un romano di origine longobardica, figliuolo di Radoaldo, e si appellava Leone. Roma era tuttavia sotto il terrore dei Saraceni; temevasi un nuovo assalimento. Pertanto la presta ordinazione dell’eletto era chiesta dal popolo con grida violente, e Leone IV ricevette la consecrazione, non immantinenti, ma senza pur che si attendesse l’approvazione dell’Imperatore, che forse tardava. L’urgente necessità poteva giustificare appo lui i Romani, massimamente dacchè con loro lettere lo accertavano, che rispetterebbero in buona coscienza i suoi dritti[117].
Mentre tutti gli animi erano sgomentati dalla tema dei Saraceni, un terremoto e un incendio accrescevano l’angustia; minacciavano tornare i tempi orribili di Gregorio magno. Il quartiere dei Sassoni era divorato dalle fiamme; l’incendio secondato dal vento s’appiccava alle case dei Longobardi, distruggeva il portico di san Pietro e, ravvolgendosi intorno alla basilica, minacciava di recare l’ultima ruina al tempio devastato. Il fuoco trovava alimento nelle case degli stranieri, i quali, secondo il costume di loro terre settentrionali, avevano recata a Roma le edificazioni in tavola, massime delle scale, e la copertura delle case con embrici di legno[118]. La credenza pia divulgò che l’incendio cessasse per virtù delle orazioni di Leone, il quale era corso in gran fretta, e col segno della croce aveva comandato tregua alle fiamme. La tradizione di questo infortunio si mantenne lungo tempo nella Città, e Raffaello la immortalò con un affresco dipinto in una camera del Vaticano, che ne ha nome di «sala dell’incendio»[119].
Frattanto, la energia di Gaeta, il valore dei Napoletani condotti da Cesario e le vittorie degli Imperiali nel territorio di Benevento costringevano i Saraceni alla ritirata; ma fresche bordaglie di predoni succedevano alle prime, e il ricco bottino raccolto in Roma allettava la ladronaia d’Africa a una novella impresa. Intanto che i Romani in fretta e in furia afforzavano le loro mura, e munivano di trincee il quartiere del san Pietro, metteva loro spavento l’approssimarsi di una grande armata corsara. I Saraceni s’erano ragunati presso Sardegna, e i loro intendimenti contro Roma venivano in chiaro. Era l’anno 849. Per buona ventura, questa spedizione di Mauri dava occasione che si conchiudesse una lega fra le città marittime del mezzogiorno, la prima che compaia nella storia del Mediterraneo. Ad istanza fervente del Papa, Amalfi, Gaeta e Napoli, già fiorenti in questo tempo per loro traffici e quasi indipendenti da Bisanzio, univano le loro galere e conchiudevano alleanza con Roma. I collegati si schierarono innanzi a Porto per attendere che comparissero sul mare le vele dei Saraceni, e annunziarono a Roma il fausto arrivo. Il Papa fe’ venire nella Città i suoi alleati, l’ammiraglio Cesario ed altri capitani della flotta, ed ivi nel palazzo Lateranense fe’ loro giurare propositi d’amicizia: indi Leone, alla testa della milizia romana e della soldatesca dello Stato ecclesiastico, mosse ad Ostia per benedire la flotta e l’esercito[120]. Ostia vedeva dentro di sè un operoso affaccendamento di guerrieri coraggiosi, come in antico ai tempi degli eroi Belisario e Totila. Quell’ora era solenne di trepidazione; trattavasi di salvare Roma dal più formidabile di tutti i nemici della Cristianità. Il Papa, in mezzo al canto maestoso degli inni, condusse in processione l’esercito alla basilica di santa Aurea; ivi amministrò la comunione, e inginocchiato supplicò vittoria: «O Signore, tu che liberasti dal sommergere l’apostolo Pietro quando solcava le onde del mare, tu che salvasti dai gorghi profondi l’apostolo Paolo nel suo terzo naufragio, ci ascolta benevolo; concedi, per i meriti di quei due Santi, fortezza al braccio di questi fedeli tuoi che pugnano contro ai nemici della tua Chiesa; così avvenga che il conseguito trionfo glorifichi il nome tuo santo presso tutti i popoli»[121].
Compiuta questa solennità, Leone tornò alla Città, e già nel dì successivo le navi saracene erano in vista innanzi ad Ostia. I Napoletani coraggiosamente vogarono contro di loro, e le galere attaccarono mischia. Ma una subitanea procella separò la battaglia che ferveva, e scompigliò la pugna; i bastimenti nemici furono dispersi, o colarono a fondo o furono gittati sulla costiera. Molti Mauritani, che naufragarono contro le isole del mar Tirreno, vi furono trucidati; molti caddero in mano dei capitani romani. Alcuni furono impiccati per la gola in Ostia, altri in catene furono tratti a Roma, dove i Romani, meravigliando, loro corsero incontro con grida di trionfo. Li condannarono a lavorare nelle trincere, e, come anticamente i Greci di Sicilia dopo la grande vittoria di Himera avevano adoperato i prigioni Cartaginesi nella edificazione dei templi di Agrigento e di Selino, parimenti adesso, in proporzioni minori, i Romani obligarono quei Saraceni a lavorare nella costruzione della città Vaticana[122]. Roma possedeva nuovamente degli schiavi di guerra, e dopo quattrocento anni s’allieta ancora della festa di un trionfo, sebbene per verità il testimonio oculare di questi avvenimenti non parli delle geste d’armi che i Romani operavano in quella gloriosa giornata, di cui il giovane Cesario fu l’anima e l’eroe. Se pur la colonna di Duilio, ornata di rostri di nave, e rinnovata da Tiberio, sia stata ancora a quel tempo ritta in piedi dominando i ruderi del vecchio foro, non v’era tuttavia più un solo Romano che comprendesse la significazione di essa e della sua inscrizione: la vittoria di Ostia, cui senza dubbio avevano avuto parte anche le galere pontificie, era celebrata nelle chiese di Roma con solenni orazioni di grazie, ma attribuivasi a miracolo del principe degli Apostoli[123]. Quasi sette secoli dopo, Raffaello dipingeva la storia di quel combattimento marittimo, in Vaticano, nella medesima «sala dell’incendio», e un mezzo secolo dopo che il quadro era terminato, la gloria ma non l’importanza della battaglia di Ostia fu rinnovellata a Lepanto dal valore di un ammiraglio romano; e i Romani affisarono di bel nuovo con isguardi di meraviglia prigionieri di guerra maomettani lavorare intorno alle loro fragili mura, sì come era avvenuto in antico al tempo di Leone IV.
Un anno innanzi a quella battaglia di mare i Romani avevan posto mano alla restaurazione delle loro mura. Il pericolo che pendeva minaccioso, operava prodigî; il Papa mostrava il massimo fervore correndo a piedi od a cavallo a sopravvegliare i lavori e ad infondere lena operosa. Tutte le porte furono fortificate e munite di sbarre; si costruirono a nuovo quindici torrioni che erano caduti, e due torri si innalzarono presso la porta Portuense sulle due rive del fiume, così che si potesse distendere fra esse una catena[124]. Ma la più gloriosa impresa di Leone IV fu il fortificamento del territorio Vaticano, vero avvenimento nella storia della Città; n’ebbe origine la _Civitas Leonina_, nuovo quartiere di Roma e arnese nuovo di difesa, che nei secoli successivi acquistò grandissima rilevanza.
Quando Aureliano imperatore aveva cinto Roma di mura, non s’era allora manifestata la necessità di chiudervi entro il Vaticano, laonde questo territorio era rimasto affatto aperto ed esteriore alla Città. Ancor dopo che s’era eretto il duomo di san Pietro, e dopo che, intorno ad esso, s’erano edificati chiostri, ospitali e case di parecchie fogge, e dalla parte sinistra s’erano fondate colonie di stranieri, nessun Pontefice aveva pensato mai di proteggere quel territorio con mura, chè finora gli inimici di Roma erano stati tutti di gente cristiana. Leone III pel primo ne concepiva l’idea, e, se la avesse mandata a compimento, la basilica non avrebbe sofferto il saccheggio dai Saraceni. Le opere incominciate da lui erano state sospese a causa dei tumulti interiori, ed avevano avuto distruzione dai Romani, che s’erano impossessati dei loro materiali[125]. Adesso, dopo il sacco, Leone IV riprendeva quel progetto, e procedeva alacremente a condurlo ad eseguimento. Egli ne propose il disegno a Lotario imperatore, chè, senza il consentimento del signore supremo, egli non avrebbe osato d’intraprendere un’opera tanto grandiosa: non soltanto ne ottenne approvazione, ma altresì soccorso di moneta. La edificazione, che importava gran costo, fu ripartita per modo che ogni città dello Stato ecclesiastico, tutti i patrimonî publici della Chiesa o della Città, e tutti i conventi contribuissero con loro denari e con loro genti a fornire una parte determinata del lavoro[126].
La costruzione ebbe incominciamento nell’anno 848, e fu compiuta nell’852. Il territorio Vaticano, ossia il portico di san Pietro, ne fu quindi recinto così, che dall’Adrianeo, cui si appoggiava, la muraglia da un fianco saliva tutto lungo l’altezza del monte Vaticano, indi, ripiegando in arco, serrava entro a sè il san Pietro, e, scendendo dritta dal monte, nuovamente giungeva a toccare il fiume, al di sotto dell’odierna porta di Santo Spirito, che più tardi fu aperta nel muro di Leone. Costruita a strati di pietra di tufo e di mattoni, era alta quaranta piedi e larga in proporzione. Ventiquattro forti torrioni la rendevano munita; il modo della costruzione di quelli puossi oggidì ancora ravvisare nella grossa torre angolare di forma rotonda, che sta sul più alto vertice del Vaticano. S’entrava nella nuova città da tre porte; due erano nella linea del muro che si dipartiva dalla tomba di Adriano: una, minore, posta vicino a questo castello, era detta _Posterula S. Angeli_; l’altra, grande, in prossimità della chiesa di san Pellegrino, aveva perciò nome di _Porta S. Peregrini_: più tardi s’appellò _Viridaria, Porta Palatii_ e _S. Petri_, ed era la porta maggiore della città Leonina, da cui tenevano loro ingresso anche gli Imperatori[127]. La terza porta metteva dalla città nuova nel Transtevere; era chiamata _Posterula Saxonum_ dal quartiere dei Sassoni in cui s’erigeva, e stava nel luogo dov’è oggidì la porta di Santo Spirito[128]. Questo anello di mura edificato da Leone IV, e somigliante quasi ad un ferro di cavallo, si conserva tuttavia in alcuni luoghi, o vi mostra le sue tracce; così vedesi in Borgo, presso al corridoio di Alessandro VI, in vicinanza alla zecca ed ai giardini pontificî fino alla grossa torre angolare, nella linea di mura che si dirige a porta Pertusa, e là dove la linea stessa dipartendosi da un’altra torre angolare, ripiega verso porta Fabrica. Però i posteriori edificî del nuovo Borgo, i bastioni di castel Sant’Angelo, l’allargamento del Vaticano, i bastioni di Santo Spirito, interruppero le mura di Leone, e qua e colà le distrussero; e quando il più moderno e grande circuito di muro del Vaticano ebbe, dopo di Pio IV, chiusa dentro di sè l’antica città Leonina, quelle vecchie mura subirono in minori proporzioni la sorte istessa che avevano avuto le antiche di Servio dopo l’edificazione di Aureliano.
Allorchè Leone ebbe dato l’ultima mano al suo lavoro, impose con un senso di orgoglio il nome di _Civitas Leonina_ alla nuova città. Roma, su cui adesso i Papi stampavano il marchio della loro signoria, non aveva da secoli celebrato festività maggiore di quella che fu alla consecrazione delle novelle mura: essa avveniva nel dì 27 di Giugno dell’anno 852. Tutti i Vescovi, i preti e le congregazioni monastiche della Città, guidati dal Papa, a piè scalzi, col capo cosperso di polvere, mossero salmodiando in giro attorno dei baluardi. Camminando innanzi a tutti, i sette Cardinali vescovi aspergevano le mura di acqua benedetta; avanti ad ogni porta la processione si arrestava, e ad ogni volta il Papa implorava dal cielo benedizioni sulla nuova città[129]. Compiuto tutt’intorno il cammino, Leone dispensava con mano liberale doni d’oro, d’argento e di palii di seta ai nobili, al popolo ed alle colonie straniere.
Si magnificò la nuova fondazione con pompa di epigrafi. I Papi avevano ereditato siffatta costumanza dai Romani antichi, che di tutti i popoli erano stati primi per vaghezza di inscrizioni, onde ancora a quel tempo si leggevano le scritte allogate sopra le porte di Onorio. Dai tempi di Narsete in poi s’era perduto il genio epigrammatico della vecchia Roma, ma adesso sopra ciascuna delle tre porte si incidevano, parimenti come s’usava nelle chiese, dei distici composti in un latino zeppo di barbarismi. Due di quelle epigrafi si sono conservate in copie di tempi posteriori.
Sulla porta maggiore di san Peregrino era scritto:
«O tu, viatore, che entri ed esci, mira questo splendido edificio che Leone IV papa con lieto animo costruì. Belli di marmo squadrato rifulgono questi pinnacoli eccelsi, che, lavorati dalla mano degli uomini, piacciono per loro ornato decoro. Monumento dell’età di Lotario invitto, è quest’opera grande che il Pontefice trionfalmente compose. A te in verità non noceranno mai guerre di empî, nè l’inimico celebrerà più suoi trionfi. Roma, principe del mondo, splendore, speranza, aurea città, alma sei come nell’opera sua ti addimostra il Pontefice. Quest’è città che Leonina s’appella, dal nome del suo edificatore[130].»
Sulla porta del castello leggevasi:
«Romani, Franchi, pellegrini Longobardi, e voi tutti che mirate quest’opera, magnificate con inno condegno: il buon pontefice Leone IV l’ha consecrata solennemente al bene della patria e del popolo. Lieto e trionfante per lunghi anni insieme col Principe sommo, compiè il monumento che celebra la gloria altissima di lui. Veneranda fede gli strinse con nodo di amore: Iddio onnipotente gli adduca al castello de’ cieli. Città Leonina ha nome[131].»
La novella città, che il Papa aveva consecrata al Redentore e raccomandata ai santi Pietro e Paolo come a patroni (Leone si fece dipingere sopra a pallii d’altare con in mano il disegno della città), continuò ad essere abitata da stranieri; ed anche Romani o Transteverini furono indotti con privilegî a respirarne l’aria malsana, accanto alle genti nordiche. La fondazione della città segnò un’epoca nella storia monumentale di Roma medioevale, del paro che nella storia della dominazione pontificia, la quale adesso per la prima volta ebbe ampliato il pomerio di Roma[132].
§ 3.
Leone cinge _Portus_ di mura, e ne affida il porto ad una colonia di Côrsi. — Edifica Leopoli in vicinanza a Cemtumcelle. — Civitavecchia. — Restaura Orta e Ameria. — Sue costruzioni di chiese in Roma. — Suoi doni votivi. — Ricchezza inesauribile del tesoro della Chiesa. — Frascati.
Gregorio IV aveva restaurato Ostia; Leone riedificò Porto. Questa città marittima di Roma, celebre un dì, era quasi discomparsa; soltanto l’ombra e il nome di essa si conservavano in mezzo alle paludi formate dal Tevere, perciocchè fosse sede di un vescovato antichissimo, e durassero tuttavia la chiesa di santo Ippolito nell’isola santa, e l’altra di santa Ninfa posta sulla marina. Dopo che i Saraceni ne ebbero cacciato anche gli ultimi abitatori, Leone IV vide con grande dolore, Porto essere precipitato all’estremo decadimento. Cercò di porvi un argine cingendo la deserta città di nuove mura ed erigendovi novelli edificî; in quello gli capitavano molti Côrsi cacciati dagli Arabi fuor di loro patria, e furono coloni quasi speditigli dal cielo. Un trattato in piena regola si conchiuse con essi, e Roma ebbe una nuova colonia. Dopochè per via di scritture pontificie, e colla confermazione degli imperatori Lotario e Lodovico, Porto fu ceduta ai Côrsi con provvisione di terre, di mandre di bestiami e di cavalli, eglino vi si misero dentro nell’anno 852, in condizione di liberi proprietarî e di vassalli della Chiesa romana. Però la città cadente non si rianimò più a vita; la giovane colonia soggiacque mietuta dalle febbri o dalla scimitarra dei Saraceni, od altrimenti i Côrsi, che fra tutti i popoli sono fervidissimi dell’amore di patria, tornarono ai monti della loro piccola terra natìa, desiderosi del sole che gli inonda. Un buio profondo copre la storia di loro, mentre vissero in Porto[133].