Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8
Part 6
Nell’anno 827 alcuni Franchi rubarono gli avanzi dei santi Marcellino e Pietro, che furono trasportati a Soissons; nell’anno 849 un prete di Reims trafugava la salma di santa Elena, o qualche altro cadavere che egli spacciava per il corpo della madre di Costantino[90]: il possedimento di reliquie sante era tenuto per qualche cosa d’inestimabile, così che l’onta del suo ladroneccio andava coperta come se si fosse trattato di un pio inganno. Si procurava che i cadaveri strada facendo improvvisassero qualche bel miracolo, chè in tal guisa i Santi dimostravano di starsi contenti alla violenta mutazione di loro domicilio, e crescevano di prezzo. Sembrava che di questa guisa si rinnovassero le costumanze dei Romani antichi, i quali solevano recare con sè idoli di città straniere per collocarli nei loro templi. Il sentimento morale dell’uomo colto può sentir repugnanza a fissar l’occhio sulla desolante tristizie di questi tempi, ma lo Storico ha debito di considerare anche i lati tenebrosi della società di cui descrive la vita, per rallegrarsi colla gente umana che, procedendo nel suo cammino, si lasciò dietro le spalle cosiffatte miserie[91]. Spesso i Papi acconsentivano che Santi romani migrassero in altre terre, perocchè non mancavano città e chiese e principi, che fervidamente li assediassero di suppliche affinchè loro concedessero di sì segnalati favori. Allorquando si trasportavano fuor della Città di quei morti adagiati su carri splendidamente adorni, i Romani gli accompagnavano per un tratto di via con solenne corteo, tenendo cerei accesi in mano, e cantando inni religiosi. In tutte le terre da cui passavano torme di popolo correvano incontro al carro funebre, implorando miracoli, massimamente guarigioni di morbi; giunti poi al luogo di loro destinazione, fosse questo una città od un convento di Alemagna, di Francia o di Inghilterra, i morti erano festeggiati con grandi funzioni che duravano parecchi giorni. Quei raccapriccevoli corteggi trionfali movevano allora di sovente da Roma per le province dell’Occidente, e, passando dalle città e in mezzo a’ popoli, spandevano un’onda cieca di passioni superstiziose, a capire l’indole delle quali oggidì ci basta appena l’idea[92].
Giusto in questo tempo destarono d’ogni dove gran reverenza le traslazioni dei corpi di due celebri Apostoli, e se ne crebbe in tutti la smania di avere simiglianti tesori. Nell’anno 828 alcuni mercanti veneziani, in mezzo a molte avventure, recarono di Alessandria la salma dell’apostolo Marco, e la portarono alla loro città, di cui il Santo diventò il patrono[93]. Nell’anno 840, veniva a Benevento un altro Apostolo, san Bartolomeo, il quale lungo tempo prima avea avuto la valentia di passare a nuoto i mari, tuttochè chiuso nella sua urna di marmo, e delle Indie era giunto all’isola di Lipari. I Saraceni, amanti del buon vivere e della lieta ciera, non dividevano coi Cristiani la venerazione per le mummie, e, saccheggiando in quell’anno Lipari, avevano gettate le ossa del Santo fuor della sua tomba. Un eremita le raccoglieva, e le portava a Benevento, dove Sicardo, principe della terra, loro compose sepoltura nella cattedrale, in mezzo a giubilo indescrivibile[94]. Gli Italiani del mezzogiorno, già fin d’allora immersi nella più crassa superstizione, usavano a qualche occasione di morti Santi per farne delle proteste politiche. Nell’anno 871, i Capuani, volendo indurre a spiriti di mitezza l’animo di Lodovico II, movevano al suo campo portando sulle spalle il cadavere del loro santo Germano. L’ansiosa brama di possedere ossa di Santi non s’accoglieva in altri luoghi con più gran fanatismo di quello che fosse alla corte degli ultimi Principi longobardi che v’ebbero in Italia. Come nel secolo decimoquinto e nel decimosesto Papi e Principi andavano raccogliendo con fervida gara anticaglie e manoscritti, così Sicardo spediva suoi agenti in tutte le isole e in tutte le marine, perchè gli facessero incetta di ossa e di cranî e di scheletri interi e di altre reliquie, che egli ammassava nella chiesa di Benevento: così ei tramutava questo tempio in un museo di fossili santi, e possiam credere se i suoi uomini lo servissero per bene. Egli profittava delle sue guerre per estorcere cadaveri, sì come altra volta i Re avevano cavato tributi dai vinti; costringeva quelli di Amalfi a dargli la mummia di santa Trifonema, parimenti come il padre di lui, Sicone, animato di egual fanatismo, aveva obligato, nell’anno 832, i Napoletani a cedergli il cadavere di san Gennaro, che egli poi traeva con pompa di trionfo a Benevento in mezzo alla gioia inenarrabile delle genti[95].
A questo culto de’ morti si associava il grande via vai di pellegrinaggi, che allora, come nei secoli che vennero dopo, percorrevano d’un capo all’altro l’Occidente. È una legge di natura che gli uomini si muovano; guerre e negozî, traffici e viaggi hanno sempre uguagliato la vita della società alle correnti di un fiume, ma in quel tempo il moto pacifico dell’umanità consisteva generalmente in andare peregrinando, e più tardi ottenne il suo culmine nelle Crociate, massimo dei pellegrinaggi che abbia visto la storia del mondo. Vi prendevano parte genti di tutti i sessi, di tutte le età, di tutti i ceti; pellegrini andavano l’Imperatore e il Principe, il Vescovo e l’accattone; bambini, giovani, nobili, matrone, vecchi, tutti andavano all’ingiro con in mano il bordone e a piè scalzi. Questo impulso spandeva fra la gente umana un amore al romanzo, un desiderio allo strano e all’avventuroso. Roma, prima d’ogni altro paese, aveva destato vaghezza a questo moto di girovaghi, e lo aveva attirato entro le sue mura; nè cessarono le genti di indirizzarsi a quella volta, anche dopo che tanti e tanti sepolcri santi furono raccolti con cura nelle province dell’Impero, come a provvisione delle necessità più urgenti. Quasi da due secoli s’era raffermata la insana credenza che una pellegrinazione a Roma, alla città dei Martiri e degli Apostoli, recasse al possedimento immancabile di quelle chiavi che schiudevano le porte del paradiso. I Vescovi alimentavano questa fede, dappoichè erano essi che bandivano i pellegrinaggi. La credenza fanciullesca di quell’età, in cui non s’era peranco discoperto che le vie della espiazione siedono nell’intimo cuore degli uomini, ma si cercavano invece nelle pratiche esteriori, con un viaggio rivolto a qualche simbolo di salute corporeo e remoto, bastava a render beato il pellegrino virtuoso che in mezzo all’ira avversa degli elementi, fra i pericoli di strade mal sicure e tribolate di assalti nemici, in mezzo alle privazioni previste di un cammino lungo e faticoso, passava quasi attraverso di un purgatorio, prima che giungesse alla meta dove lo attendevano le misericordie della grazia. Ogni dolore che derivava da peccato o da sventura innocente, ogni forma di male terreno, perfino ogni delitto poteva volgersi a Roma colla speranza di esserne cancellato in quei luoghi santi o a’ piedi del Papa. L’immenso valore che la fede degli uomini attribuiva a quest’una città, a questa Roma, non ebbe mai più ripetizione di esempî, e neppur l’avrà. Ed in vero le genti d’allora dovevano reputare ventura benedetta che, in una età di rotta e feroce barbarie, vi avesse un cosiffatto santuario di pace e di riconciliazione. Turbe innumerevoli di pellegrini movevano a Roma; vere migrazioni di popoli incessantemente valicavano le Alpi o venivano da mare, tutte a Roma, trattevi da un impulso morale. Ma la virtù afflitta o pavida del pellegrino era troppo di sovente costretta a camminare a fianco del vizio sfrontato e del furbo raggiro; e mentre procedeva lungo la via della salute, era condannata dal contatto infetto a seguire essa medesima la empietà. La comunanza depravatrice con uomini che avevano infranto ogni vincolo di famiglia, le avventure e le seduzioni che s’incontravano lungo il viaggio, le arti della corruzione in mezzo alle dissolute città del mezzogiorno, contaminavano l’onestà di un grandissimo numero di giovinette; e molte donne che erano partite dal loro paese pudiche fanciulle, e vedove e monache caste, nell’intendimento di render più forti i loro voti di purezza sulla tomba del san Pietro, tornavano femmine traviate ai loro luoghi natii, seppure non si fermavano nella ridente Italia, cortigiane in titolo alla corte di qualche giocondo cavaliere[96].
Ogni giorno turbe di pellegrini si rovesciavano dentro alle mura di Roma. All’occhio di chi li mirava alcuni di essi offrivano l’aspetto di uomini veramente pii, ma altri mettevano spavento con loro figure miserabili e feroci, e molti di loro erano macchiati dei più orrendi delitti. I principî sui quali ha fondamento la nostra società impongono di sottrarre il delinquente agli occhi degli uomini, di separare gli onesti dal suo contatto, di lasciarlo solo alla sua pena, al suo emendamento; nel medio evo invece avveniva tutto l’opposto. L’uomo colpevole era di proposito mandato in mezzo al mondo, provveduto di un’attestazione del suo Vescovo che apertamente lo proclamava assassino o reo di delitti di sangue, e gli prescriveva il suo viaggio, i modi e la durata di questo, ma in pari tempo lo muniva di diritti. L’uomo viaggiava col suo delitto patentato dalla scritta del Vescovo, come se questa fosse un vero passaporto datogli dal magistrato, ed ei la mostrava lungo il suo cammino a tutti gli Abati ed ai Vescovi dei luoghi pei quali passava. A queste lettere, che teneva a sua condanna e a sua raccomandazione, il peccatore andava debitore di accoglienze ospitali, così ch’ei poteva, senza darsi un pensiero al mondo, peregrinare di stazione in stazione fino al santuario, che gli era statuito a meta del suo cammino[97]. Il codice penale del medio evo è una contraddizione vivissima di barbarie brutale e di mitezza da angeli. Le dottrine eccellenti per cui il Cristianesimo insegna di usar carità a chi falla, e di aprire con amorevolezza la via della riconciliazione al peccatore, cozzavano con grande contrasto contro l’ordinamento della società civile. Quella stessa età, che per decreto di sacri sinodi faceva martoriare o svellere gli occhi ai rei di maestà, o a vitupero li faceva attraversare le città a bisdosso di un asino scabbioso, dava in mano un passaporto di pellegrino a chi aveva ucciso suo padre o sua madre, e impediva alle furie che lo perseguitassero come avevan fatto di Oreste. Roma, grande _refugium peccatorum_, dava accoglimento a tutti i delitti che mai abbiano avuto un nome e una forma; e nelle chiese o nei loro vestiboli si vedevano entrare ed uscire assassini, avvelenatori, ladri, truffatori d’ogni maniera e d’ogni paese. La storia dei pellegrinaggi di quell’età ben ne potrebbe formare la storia criminale, ma noi di buon grado tralasciamo di leggerne le pagine tristi. Spesso s’incontravano figuri spaventosi: uomini che, a somiglianza dei penitenti dell’India, portavano addosso catene, altri mezzo nudi con un pesante anello di ferro intorno al collo, o con un cerchio di ferro ribattuto intorno al braccio. Erano uccisori di loro genitori, di loro fratelli o di loro figli, cui un Vescovo aveva imposto di peregrinare a Roma in quella foggia. Con gemiti e con grida si prostravano davanti alle tombe, si flagellavano, dicevano orazioni, andavano in estasi, e talvolta riusciva alla loro maestria di far cadere in pezzi i loro anelli di ferro innanzi ad una cripta di Martiri. Chi potrebbe negare che in mezzo a questi uomini vi fossero anche dei peccatori veramente contriti, ma chi può non anco credere che fra essi vi fossero altrettanti, e più ancora, di indegni furfanti? Poichè la penitenza di un delitto offeriva in pari tempo un brevetto di buon trattamento, non di rado avveniva che dei mariuoli, i quali non avevano mai ucciso nè padre, nè madre, nè anima nata, si coprivano colla maschera della scelleratissima opera, soltanto per avere occasione di viaggi avventurosi e di trufferie profittevoli a’ loro guadagni. Nudi, coperti di ceppi di ferro, essi movevano con falsi salvocondotti attraverso i paesi, soltanto per destare la irragionevole compassione degli uomini, e per cibarsi a spalle altrui nelle abbazie o negli alberghi di pellegrini. Molti la facevano da ossessi, passavano per le città trinciando in aria dei gesti stravaganti, si prostravano innanzi le imagini dei Santi nei conventi, e mentre, al vederle o al toccarle, tutt’a un tratto tornavano ai sensi o ricuperavano la favella, ciuffavano non pochi donativi ai frati tutto lieti dell’accaduto, e indi se ne andavano ridendo della burletta, per continuare altrove le loro ciurmerie[98]. Non in Roma soltanto, ma anche in altri paesi vedevansi di questi spettacoli; sennonchè la santità delle tombe dei Martiri, e in pari tempo la lontananza della Città, per cui maggiore era la penitenza del viaggio, dovevano far sì che Roma vedesse capitar il maggior numero di quelle genti dentro delle sue mura. Il culto delle reliquie non ha accusatori più terribili della immoralità e della menzogna che, durante il medio evo, ne furono le conseguenze.
A Gregorio IV si attribuisce la istituzione della festività di tutti i Santi, la cui solennità, che si associa alla storia del Panteon, stabilì celebrarsi in tutto l’Occidente nel dì primo del mese di Novembre. Può darsi che dalla traslazione della salma dell’apostolo Marco a Venezia, il Pontefice traesse occasione di costruire a nuovo quella basilica del Santo che era situata sotto del Campidoglio, massimamente dacchè Gregorio era stato cardinale del san Marco: però questa chiesa nell’origine era stata dedicata a Marco pontefice, e non all’Evangelista. Mutata ne è in oggi la forma da quella che vi diede Gregorio, ma si serbano tuttora i musaici della tribuna. Rappresentano il Cristo in atto di benedire; dalla sinistra di lui stanno Marco papa, sant’Agostino e santa Agnese; dalla sua diritta, santo Felicissimo, Marco evangelista e Gregorio IV che offre in dono la chiesa. Lo stile ne è pari a quello dei musaici di Pasquale, salve alcune modificazioni. Mancano le palme; le figure, assurdo concetto, sono collocate sopra piedistalli, con iscrizioni dei nomi; l’uccello fenice posa sotto il basamento della figura del Cristo[99].
Quello che in Roma acquistò grande benemerenza a Gregorio IV, si fu la restaurazione dell’_Aqua Trajana_ ossia dell’acquedotto Sabbatino, che, già rinnovato per opera di Adriano I, era indi novellamente ito in decadimento[100]. Anche alla cultura della Campagna il Pontefice rivolse sue cure. I rivolgimenti avvenuti al tempo di Leone III, avevano tratto in ruina parecchie tenute, fra le quali benanco quella _Galeria_, situata sulla via Portuense, ch’era stata fondata da Adriano: Gregorio ne ripristinò la colonia[101]. All’edificatore di Nuova Ostia doveva stare assai a cuore di far rifiorire quel territorio bagnato dal Tevere; laonde in vicinanza di Ostia egli piantò una colonia nuova, detta «del Dragone», dove egli si fece edificare una bella palazzina di campagna adorna di portici. È massimamente a notarsi che a quest’occasione si fa menzione per la prima volta della erezione di una villa pontificia[102].
Gregorio IV morì addì 25 di Gennaio dell’anno 844; quest’è la data accolta dagli Scrittori ecclesiastici.
CAPITOLO TERZO.
§ 1.
Sergio II papa (844-847). — Re Lodovico viene a Roma. — Sua incoronazione; dissensi di lui col Pontefice e coi Romani. — Siconolfo viene a Roma. — I Saraceni assalgono e saccheggiano il san Pietro e il san Paolo. — Sergio II muore nell’anno 847.
Roma fu tosto messa sossopra a causa di una discorde elezione pontificia. Clero e nobili (principi dei Quiriti, come il Libro Pontificale comincia a dire con dignità di stile romano) eleggevano Sergio, cardinale dei santi Martino e Silvestro; ma un ambizioso Diacono di nome Giovanni era condotto in Laterano con violenza di popolo armato. La nobiltà represse il moto sedizioso, e Sergio II fu ordinato papa: egli apparteneva ad una illustre famiglia romana, laonde aveva dalla sua gli ottimati[103]. La consecrazione di lui avvenne senza che l’Imperatore vi avesse espresso il suo consentimento, probabilmente perchè il tumulto avvenuto in Roma sforzava a far presto. Però quella lesione de’ suoi diritti imperiali destò grave ira in Lotario, per guisa ch’ei comandò al Re d’Italia di muover su Roma con un esercito. Lodovico partì, accompagnato da Drogone, figliuolo di Carlo magno, vescovo allora di Metz, e da molti altri prelati e conti. I guasti e le violenze che la soldatesca operava nella sua via attraverso lo Stato della Chiesa, annunciavano fin da lontano la collera del Re. Come ei fu giunto in vicinanza della sgomentata Città, Sergio lo mandava ad incontrare con accoglienze onorifiche; nè più festose in tempo passato erano state fatte, nemmanco a Carlo magno. Presso la nona colonna miliare, il Re d’Italia era ossequiato da tutti i giudici; un miglio fuori di Roma lo attendevano tutte le Scuole della milizia ed il clero. Era la domenica dopo la Pentecoste. Sulla gradinata del san Pietro stava il Pontefice: salutato ed abbracciato da lui, il Re, tenendosi dalla sua mano destra, entrava nell’atrio e veniva fino alla porta d’argento della basilica, ma essa con tutte le altre porte era chiusa. E il Papa accorto e fermo, diceva al Re che se ne meravigliava: «Se tu venisti con animo sincero e benevolo alla salute della Republica, di tutta la Città e di questa Chiesa, ti si apriranno queste porte ad un mio cenno, ma se altrimenti è, nè io, nè un comandamento mio te le schiuderà[104]». Il Re protestò che era venuto con buone intenzioni; si spalancarono allora le porte del duomo, ed eglino entrarono al canto solenne: _Benedictus qui venit in nomine Domini_. Il Papa, Lodovico e la loro accompagnatura orarono davanti alla tomba dell’Apostolo, perocchè a questa, prima d’ogni altro luogo, si guidassero i Principi, e spesso la loro ira, come lampo inoffensivo, si dissipava innanzi alla sacra urna di bronzo che chiudeva il santo Pietro.
L’esercito di Lodovico s’attendava fuor delle mura, probabilmente nel campo di Nerone; mieteva allegramente l’erba e il grano della Campagna, e finalmente chiedeva accesso nella Città, ma Sergio teneva serrate le porte, a guardia delle quali vegliava la milizia cittadina[105]. La presenza di Lodovico e della sua soldatesca era di peso gravissimo ai Romani che erano obligati di nutrirli; si fe’ dunque a gran fretta per liberarsene. Innanzi a ogni altra cosa l’elezione di Sergio fu sottoposta all’esame di un Sinodo; la fazione franca ne combattè irosamente la validità, ma i Franchi furono ammansati, e prestarono omaggio al Pontefice. Nella domenica successiva, era il giorno 15 di Giugno, Sergio unse e coronò il figliuolo di Lotario a re d’Italia, ponendogli in capo una preziosa corona, e facendogli impugnare una spada regale ch’era deposta sull’altare. La credenza che una mistica virtù si contenesse in quella ceremonia vinse per vero ogni dubbiezza del Re ad accettarla[106]; ma tosto dopo ei levava pretese che oltrepassavano di gran lunga i limiti dei diritti spettanti alla sua corona regia. Drogone di Metz, Giorgio di Ravenna ed altri Vescovi dell’Italia superiore e di Toscana, ed anche i Conti franchi, s’adoperarono con gran fervore in negoziati col Papa e colla nobiltà, peraltro non ottennero alcun risultamento dei loro desiderî: chè Lodovico bramava che al Re d’Italia si concedesse su di Roma podestà pari a quella che aveva l’Imperatore da signore supremo, laonde chiedeva che i maggiorenti romani gli prestassero giuramento di fedeltà. Ma il Papa tenne duro niegando, i Romani gli prestarono man forte, e con grande fermezza protestarono non essere sudditi al Re d’Italia, ma soltanto all’Imperatore, capo dello Stato romano. «Questo solo e non più, vo’ concedere», diceva Sergio, «che i Romani prestino giuramento al signore Lotario grande imperatore, ma nè io, nè la nobiltà dei Romani consentiremo che questo sacramento sia fatto a Lodovico suo figliuolo». Roma non volle discendere al grado di una città regia; perciò fu nuovamente giurata in san Pietro una promessa solenne all’imperatore Lotario, e così fallì quel tentativo degno di nota, per cui il Re italiano avrebbe cercato di assoggettare a sè Roma e il Papato[107]. Sergio però convenne di nominare il vescovo Drogone a vicario apostolico nelle Gallie e in Alemagna; riconobbe solennemente la podestà suprema dei Franchi su Roma, e la influenza di loro si restaurò anche nell’Italia meridionale. Infatti, giusto in questo tempo, veniva a Roma Siconolfo, principe di Benevento e di Salerno, con corteo sì numeroso che pareva un esercito. Premuto dai Saraceni, correva a Roma in gran fretta per conchiudere un trattato con Lodovico e per conservarsi il suo trono; dichiarava di voler esser vassallo del Re d’Italia, e si obligava di pagargli un tributo di diecimila solidi d’oro. Lodovico poco tempo dopo si partì per Pavia; i Romani furono contenti di vedernelo andare, e tributarono lodi alla energia del loro Papa. Fu questo nella storia della Città uno dei pochi momenti in cui la volontà del Pontefice, della nobiltà e del popolo fosse tutta di un pezzo; la resistenza contro agli intendimenti di Lodovico giovò a far crescere in mezzo ai Romani il sentimento di nazione[108].
Anche Siconolfo se ne andò in pari tempo di Roma. Dopo l’uccisione del fratel suo Sicardo, avvenuta nell’anno 840, quel Principe era stato liberato del carcere in cui era sostenuto a Taranto; aveva assediato senza alcun pro Benevento, dove Radelchi si era impadronito del trono di suo fratello, e finalmente s’era dovuto contentare del possedimento di Salerno. Da quell’ora in poi, il bel regno di Arichi e di Grimoaldo si frastagliò in tre brani, Benevento, Salerno e Capua, e questa divisione schiuse, in mezzo a condizioni orribili di cose, la via ai Saraceni perchè penetrassero nel cuore d’Italia. Radelchi stesso aveva chiamato a Bari in suo soccorso quelle orde brigantesche; ivi dapprima posero loro sede, più tardi di colà strapparono a sè anche Taranto, dando il guasto a tutte le Puglie ed alle Calabrie.
Mentre gli Arabi di Sicilia venivano ad annidarsi nel continente meridionale, le flotte di Kairewan, o di Palermo, incrociavano sul mare, minacciavano le isole, alcune ne occupavano, e nell’anno 845 s’impadronivano dell’antico Miseno in vista di Napoli. Il desiderio di quegli audaci pirati era rivolto a Roma; eglino speravano di piantare la mezza-luna sui pinnacoli del san Pietro, e, similmente a quello che avevano fatto i Vandali d’Africa, si struggevano di voglia di saccheggiare la Città santa, piena dei tesori della Chiesa.