Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 43

Chapter 433,237 wordsPublic domain

[308] _Quia ad judicium vocari mortuus non potest — omnibus patet, quod mortui cadaver pro se non respondere nec satisfacere potest. Canon._ I. Gli Atti si leggono nella _Collezione dei Concilî_ del LABBÉ e del MANSI.

[309] _Quia S. Rom. Eccl. — plurimas patitur violentias, pontifice obeunte, quae ob hoc inferuntur, quia absque imperatoris notitia, et suorum legatorum praesentia, pontificis fit consecratio — volumus — ut — constituendus pontif. convenientib. episcopis et universo clero eligatur, expetente senatu et populo, qui ordinandus est, et sic in conspectu omnium celeberrime electus ab omnibus praesentibus legatis imperatoris consecretur_: GRATIAN., _Dist._ 63, f. 103; e, secondo lui, di già Adriano aveva riconosciuto in Carlo _patricius_, il _jus electionis rom. pontif._ Così dice la «Notizia sulla trasfusione di ogni podestà del Papa e del popolo romano in Carlo patrizio e augusto» (nel _Cod. Vat._ 1984, fol. 191): _Adrianus papa cum omni clero et poplo et universa sca synodo tradidit Karolo augusto omnem suum jus et potestatem eligendi pontificem et ordinandi apostolicam sedem_. A Stefano VI viene ascritto un simile Editto, e con esso sarebbesi abrogato quello questionabile di Adriano III, di cui del resto non si fa cenno di sorte nel canone di Giovanni IX.

[310] _Canon. VI: Illam vero barbaricam Berengarii, quae per surreptionem extorta est, omnimodo abdicamus_. Dappoichè Berengario non era peranco imperatore, devesi leggere assolutamente _Arnulfi_, secondo quel che propongono il SIGONIO ed il PAGI. Le ragioni esposte da FRANCESCO PAGI nel _Breviar._, non sorreggono la erronea lezione. Il PROMIS dà soltanto due denari di Giovanni IX colla leggenda LANTUERT IMP.

[311] _Petitio Synodi, Mon. Germ._, III, 563: _Si quis Romanus, cuiuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu de quocumque ordine, gratis ad vestram imperialem majestatem venire voluerit, aut necessitate compulsus ad vos voluerit proclamare, nullus eis contradicere praesumat etc._

[312] _Canon._ IX.

[313] Il _Panegyr. Bereng._ dice soltanto:

_Dum sternacis equi foderet calcaribus armos,_ _Implicitus cecidit sibimet sub pectore collum,_ _Abrumpens teneram colliso gutture vitam._

LIUDPR., II, c. 12, crede alla mano assassina di Ugo. Gli _Annal. Alemann. e Laubacenses_, all’anno 898, ne registrano semplicemente la morte. Nel Settembre 899, Berengario contava già il suo secondo anno di regno; così nel _Cod. Amiat._ CCXIII, p. 167: _Regnante Domno Berinchari Rex post obitum Lanberto Imperatore in Italia A. 2 m. Sept. intrante die 12, Ind. II_.

[314] Io mi attengo a questa data: nell’Agosto gli Ungheri calarono in Italia, nel Novembre morì Arnolfo. Gli _Annal. Alamann. et Laubacen.,_ 899: _Ungri Italiam ingressi. Arnolfus obiit_. Così anche gli _Annal. Augiens._ e _Weingart., Sangall. Minor., Einsidlens._, perfino gli _Annal. Beneventani_ e il _Chron. Venetum_. Ne parla a favore anche la lettera dei Vescovi di Baviera a Giovanni IX, dell’anno 899: ed invero, se fu scritta prima del Settembre dell’anno 900, la battaglia sul Brenta fu combattuta nell’anno 899, poichè vi è omai ricordata la ritirata degli Ungheri.

[315] Sebbene LIUDPRANDO parli d’una seconda venuta di Lodovico, le sue notizie destano dubbi non lievi. Stando a Regino, le guerre fra Berengario e Lodovico cadono già nell’anno 898, e, nello stesso istante, il Cronista narra della coronazione di Lodovico a imperatore.

[316] Che egli restaurasse o consecrasse la chiesa di san Valentino, lo dice la inscrizione, tratta da quelle ruine, dell’_opifex Teubaldus_, il quale donò al san Valentino case, vigneti, alcuni codici e vasi preziosi. Essa conchiude così:

_Tempore pontificis noni summique Johannis_ _Est sacrata die suppremo hec aula novembris_ _Dum quinta elabentem indictio curreret annum._

In ANGELO MAI, _Scriptor. Veter. Vatican. Collect._, T. V, 218. Per verità, la Indizione non s’accorda coll’età di Giovanni IX.

[317] Questa data è stabilita da un Diploma di Lodovico III, _in Laubia majore ipsius Palacii ann. Imp. Domni Ludovici primo, m. Febr. Ind. IV_, nel FIORENTINI, _Memorie di Matilda ecc._, III, 114. Nel dì primo di Giugno dello stesso anno è dato il Diploma di Lodovico per Montamiata: _Dat. Kal. Junii A. 901, Ind. IV, Anno vero Domni Hludovici gloriosi Imp. primo, actum Papie: Cod. Dipl. Amiat. CCXIII_, p. 167.

[318] La sentenza è nel MANSI, XVIII, 239. Pietro, vescovo di Lucca, reclama contro a Lamberto di Lucca, a cagione che questi aveva usurpato dei beni della Chiesa.

[319] AMALR. AUGER. attribuisce a Benedetto anni tre e mesi due: il Catalogo di M. Cassino, anni tre e mesi dieci: il _Cod. Vat._ 1340, cinque anni e cinque mesi. Il FANTUZZI (I, 102) dimostra che egli morì prima dei 26 di Luglio. Assai incerta è la cronologia dei Papi al principio del secolo decimo: per quanto sia accurata l’opera del JAFFÉ, è pur sempre a dubitare se una sola delle date di questa età sia esatta. GIUSEPPE DURET (_G. stor. della Svizzera_, II, 1856) ne fece nuovamente tema di critica, ma a nulla si concluse.

[320] Di quei due Papi dice FLODOARDO:

_Post quem celsa subit Leo jura, notamine quintus:_ _Emigrat ante suum quam Luna bis impleat orbem._ _Christophorus mox sortitus moderamina sedis,_ _Dimidio, ulteriusque parum, dispensat in anno._

Il Catalogo di M. Cassino 353 (compilato intorno all’anno 920) attribuisce a Leone _m. I_ di reggimento, a Cristoforo _m. VI_, locchè s’accorda a sufficienza con quello che dice FLODOARDO. I Cataloghi _Vat._ ed _Eccardi_ determinano sette e sei mesi. Le date della elevazione di Sergio al trono, per verità, darebbero tutt’al più quattro mesi, come vien contato nel Catalogo del _Chron. Bernoldi_ e in HERM. CONTR.

[321] FLODOARDO:

_Sergius inde redit, dudum qui lectus ad arcem_ _Culminis, exilio tulerat rapiente repulsum:_ _Quo profugus latuit septem volventibus annis._ _Hinc populi remeans precibus, sacratur honore._

E l’epitaffio:

_Exul erat patria septem volventibus annis._ _Post populi multis Urbe redit precibus._

[322] Fu consecrato fra il dì 25 di Gennaio e il primo di Febbraio dell’anno 904, come dimostra il JAFFÉ, giovandosi del MURATORI, _Ant._, V, 773.

[323] _Duro domans ergastulo vita eorum cruda maceratione decoxit et tandem miseratus diro martyrio finiri compulit ab imis medullis dolentes animas extorqueri fecit:_ EUGENII VULGARII, _de causa Formosiana libellus_, nel DÜMMLER, p. 135.

[324] La prima Bolla è nel MARINI, n. 24. La seconda, n. 23, deriva dall’archivio delle monache di santo Sisto (via Appia), le quali, a’ tempi di Pio V, trasmigrarono ai santi Sisto e Domenico (Regione Monti). La riferisce anche il TORRIGIO, _Hist. della venerat. Imag. di M. Vergine nella chiesa de’ santi Sisto e Dom._, Roma, 1641, p. 36.

[325] GIOV. DIACON. (_De Ecclesia Lateranensi_, nel MABILLON, _Mus. Ital._, II, 575) lamenta: _In illis vero temporibus, quibus invasores apostol. tenebant sedem, tulerant de hac basilica omnes thesauros, et cuncta ornamenta aurea, et argentea, ac universa utensilia_. Lo stesso Scrittore dice dell’edificazione di Sergio: _tempore autem illius (Stephani VI) ruit, et fuit in ruinis dissipata et comminuta usque ad tempus, quo revocatus est dominus Sergius_ (p. 561, segg.). Vedine anche la _Vita Sergii_, Catalogo nel WATTERICH, I, 32, e il _Chron._ di BENEDETTO, c. 27.

[326] _Haec omnia devotus tibi praeparavit: et non cessabit, dum spiritus ejus rexerit artus, praeparare et offerre tibi dominus Sergius Papa tertius_: così il Registro antico in GIOV. DIACONO.

[327] _Incipiens ab antiquis laborare fundamentis, finetenus opus hoc consummavit_, dice GIOV. DIACONO.

[328] L’inscrizione della tribuna leggesi nel RASPONI, _De Basil. et Patriarchio Lateran._, p. 28; eccone gli ultimi versi:

_Spes dum nulla foret vestigia prisca recondi_ _Sergius ad culmen perduxit Tertius ima,_ _Cespite ornavit ingens haec moenia Papa._

Migliore è la lezione _pingens_ del BUNSEN. La inscrizione della porta è in GIOV. DIACONO:

_Sergius ipse pius Papa hanc qui coepit ab imis_ _Tertius, exemplans istam quam conspicis aulam._

[329] Nè i denari di Sergio III, nè quelli di Anastasio III sono segnati del nome di Lodovico, laddove monete di Benedetto IV portano la leggenda: LVVDOICVS IMP. Quei Papi dunque, lui non riconobbero per imperatore.

[330] Secondo il JAFFÉ, nel Settembre; secondo il DURET, addì 23 Aprile, oppure ai 24 di Maggio. BENEDETTO DI SORATTE fissa il 23 di Maggio: _Obiit Sergius Papa nonas Kal. Majas_: c. 29.

[331] _Il Catal. Casinens._ 353, pone termine con Giovanni X, la cui epoca esso non registra più. Ad Anastasio attribuisce: _a. II, m._... (_Cod. Casin._, 257: _a. II, m. II_, parimenti come il _Cod. Vat._ 1340): a Lando: _a. I_ (Cod. 257: _an. III, d. XXXIII_; _Cod. Vat._ 1340: _m. V, et cessavit ep. d. 36_). BENEDETTO DI SORATTE gli conta: _menses 6_, e FLODOARDO: _m. 6, dies 10_. Il _Catal. Eccardi_ dice Trano, in cambio di Raino (Rayner), come invece tiene esattamente scritto il _Catal. Vat._ Per lo contrario, il celebre Catal. Vat. 3764 della Cava (che contiene il _Lib. Pontif._ e Cataloghi assai antichi) dice: _Lando nat. Sabinense ex patre taino sedit m. VII, dies XXXVI._

[332] _Theodorae autem glycerii mens perversa, ne amasii sui ducentorum milliarium interpositione quibus Ravenna separatur Roma_ (locchè è errore) _rarissimo concubitu potiretur, etc._: LIUDPR., _Antapod._, II, c. 48. È errore altresì che Pietro fosse arcivescovo di Ravenna; piuttosto eralo Cailo. Il MURATORI ha combattuto aspramente la veridicità delle narrazioni di LIUDPRANDO; la difende il KÖPKE (_De Vita et scriptis Liudprandi_, Berlino, 1842). Di dubbia fede lo dichiarano lo SCHLOSSER e il WATTENBACH. Il BARONIO, il MANSI e il MITTARELLI hanno accolto senza esitare le sue apostrofi contro Giovanni X, contro Teodora e Marozia. Di recente, il DURET (_G. stor. della Svizzera_, Vol. I) ha dimostrato gli errori di LIUDPRANDO, e lo segue F. LIVERANI in una monografia, per più riguardi eccellente, intitolata: _Giovanni da Tossignano_, Macerata, 1859.

[333] Narra la _Invectiva in Romam_ che Giovanni, dopo la morte di Pietro, usurpò il vescovato di Bologna: lo ingiuria come se fosse un lucifero. Poichè la _Invectiva_ appartiene a quell’età, la sua voce, ad onta dell’odio di parte, non è senza gravezza.

[334] La _Invectiva_, LIUDPRANDO, LEONE DI OSTIA, il _Chron. S. Bened._, danno a Giovanni X il nome di _invasor et intrusus_: MARTINO POLONO, ANDREA DANDOLO, BERNARD. GUIDONIS lo dichiarano financo figliuolo di Sergio III, scambiandolo con Giovanni XI. Anche AMAL. AUGERIUS, al paro di BERNARDO, afferma che il popolo lo cacciasse di Ravenna. Per lo contrario, FLODOARDO e l’ANON. BERENGARII tengono dalla parte di lui.

[335] MANSI, XVIII, p. 239. Nell’anno 906 un TEOFILATTO compare da _Cancellarius_ o _Saccellarius_ (MARINI, n. 24). Similmente nell’anno 915, in un Diploma di Giovanni X (Placito di Monte Argenteo, di cui diremo più sotto). Nel 927, si trova _Theophyl. Cons. et Dux_, ed è certamente il figliuolo dello sposo di Teodora (_Reg. Subl._ fol. 97, _Cod. Sessor._ del FATTESCHI, p. 45). Nell’a. 939, _Theophyl. nobili viro_ (ibid., p. 65). Nella sentenza di Alberico II, del 942, un Teofilatto _vestararius_ è specificato fra gli ottimati di Roma. Di lui e della moglie sua _Theodora vestararissa_ fa parola un’inscrizione sepolcrale che è nel GALLETTI, _del Vestar._, p. 46. Per lo contrario, nel 949, troviamo _Maroza nob. fem. conjux vero Theophylacti eminent. Vestarario_ (_Cod. Subl. Sessor._, 217): potrebbe darsi che fosse stata seconda moglie di lui, oppure che avesse avuto due nomi. Avrei di che citare ancora molti altri Teofilatti, che non appartenevamo alla stessa famiglia.

[336] Può darsi che Giovanni X, dapprima arcivescovo di Ravenna, fosse unito in parentela con Teodora o con Teofilatto. All’esistenza di una nobile Marozia di Ravenna (FANTUZZI, V, 160), io certo non attribuisco alcun peso, avvegnachè questo diminutivo di Maria fosse frequente. Teofilatto per via di Marozia fu antenato dei Tusculani, e il suo nome durò nella famiglia. La tavola genealogica del LIVERANI stabilisce che Teodora I fosse figlia di Adalberto I di Tuscia; ma non è che un’opinione arbitraria. Che Teofilatto fosse sposo di lei lo sappiamo chiaramente da BENEDETTO DI SORATTE, c. 29.

[337] Nel suo _Auxilius_ e _Vulgarius_, pag. 146, il DÜMMLER ha stampato una lettera di Vulgario indiritta a questa Teodora, e tratta da un manoscritto di Bamberga: in essa, l’aderente di Formoso prega la potente donna di accordarle la sua protezione presso a Sergio III. La soprascritta è compilata così: _Ad Theodoram_ (sventuratamente mancano qui due parole, ossiano predicati) _Sanctissimae et deo amatae venerabili matronae Theodorae Vulgarius peccator vitam in Christo_. Egli magnifica la pietà di lei, e dice: _Habes igitur virum_ (misticamente Cristo) _multo plus fortiorem et potentiorem isto senatore_ (Teofilatto): _iste, etsi est dominus unius urbis_ (Roma), _sed ille_ (Cristo) _totius orbis_.

[338] _Alter Apostolici nam frater, consulis alter Natus erat_. così il _Panegyr._ di Berengario, e la glossa antica dello stesso Autore dice: _Consul Romanorum tum erat Theophylactus_.

[339] Il _Placitum_ di Montargenteo, a. 1014, ne dà chiarimento. Esso riporta una Bolla di Giovanni X (a. 915), e fra i maggiorenti romani nomina primamente _Theophylactus Senatores Romanorum_, indi _Gratianus dux, Sergius primicerius_ etc. Lessi la pergamena originale, che dice veramente _Senatores_, ma, poichè ogni ottimato ha il suo predicato, così deesi leggere _Senator_. _Senatores_ non è altro che una sgrammaticatura barbarica; così anche BENEDETTO DI SORATTE dice: _Petrus marchiones_, a vece che _marchio_. Ivi pure Teofilatto è posto a capo dell’aristocrazia. È l’ultima volta che si faccia menzione di lui; dopo del 915 scompare. Il suo palazzo in Roma è nominato ancora in tempo più tardo.

[340] _Theodora, scortum impudens — Romanae civitatis non inviriliter monarchiam obtinebat. Quae duas habuit natas, Marotiam atque Theodoram, sibi non solum coaequales, verum etiam veneris exercitio promptiores_: LIUDPR., _Antapodosis_, II, c. 48.

[341] Lo scambio di _Albericus marchio_ con _Albertus marchio_, ha prodotto la peggior confusione, poichè si pose a mazzo la casa di Tuscia con quella di _Tusculum_. Gli Italiani, i quali dicono che Alberico fosse romano, dovrebbero mostrare un solo Romano di questo nome. Presso ai Longobardi era frequente sì, come quelli di Adelberto, di Ilderico, di Albuino, di Alifredo, di Boniperto (reputo i Bonaparte essere gente longobarda di questo nome). Un sol pajo di esempli: _Albericus fil. cujusd. Adelfusi_ (_Cod. Farf. Sessor._ 218, n. 319); _Albericus, missus_ di un _Judex_ longobardo (n. 324); _Albericus_ scabino, a. 897, (n. 342). Nell’anno 997, un _Albericus_ era abate di Farfa.

[342] Che Alberico fosse uomo di fortune nuove, e intendesse al principato di Camerino, lo dice il _Panegyr. Bereng._, lib. II:

_Pauper adhuc Albricus abit, jam jamque resultat_ _Spe Camerina. Utinam dives sine morte sodalis._

Questi versi rivelano una storia intiera. Il documento farfense n. 57 (nel FATTESCHI) lo appella, intorno al 900, _Comes: temporibus Alberici Comitis anno ejus IV, m. Martii, Ind. III_. — Ai num. 58, 59, l’anno 914 è contato come suo vigesimo quinto. Lo SCHEID, _Origin. Guelf._, lib. 2, crede che egli avesse sua sede in Orta, di che io dubito appena. Al tempo di Ottone III v’erano perfino dei _Marchiones de Orta_ (ib. p. 138); tuttavolta non m’è noto che un margraviato di Orta esistesse all’incominciamento del secolo decimo. Però ben poteva Alberico esser veramente _Comes_ di Orta.

[343] _Accepit una de nobilibus Romanis, cujus nomine superest, Theophilacti filia, non quasi uxor, sed in consuetudinem malignam_: così BENEDETTO DI SORATTE. Ma l’orgoglio di Teofilatto poteva mai consentire ad un concubinato?

[344] Io non credo, come fa il DURET, che la famiglia di Teofilatto fosse nemica di Sergio. Invero come avrebbe altrimenti potuto spargersi fama degli amori di Sergio e di Marozia? Io reputo anzi che Sergio fosse di quella famiglia, nella quale il suo nome si tramandò.

[345] LIUDPRANDO toglie per ciò a prestito i predicati di _scortum_ e di _meretrices_, e non ne è avaro: da dopo del BARONIO, si è formata per quel periodo l’opinione esagerata che il governo fosse in mano di baldracche. Presso ai Tedeschi quel concetto data forse dal LÖSCHER, _Storia del reggimento romano delle bagasce_, Lipsia, 1707. Per certo, il governo di Giovanni X non fu cosiffatto.

[346] Leggasi negli Atti del Concilio di Trosle la descrizione che Eriveo arcivescovo di Reims dà delle sfrenatezze immorali dei preti: LABBÉ, _Concil_., _XI_, 731.

[347] Nell’anno 945, le illustri donne Marozza e Stefania, figlie della giovine Teodora, sottoscrissero un Diploma, come si conveniva a donne illetterate: _Signum_ † _manu suprascripta Marcata nobilissima femina donatrice qui supra lra_ † _n_. (cioè _literae nescia_); parimente _Stephania_: MARINI, n. C, p. 157.

[348] La data dei 15 di Maggio, accolta dal JAFFÉ, non è esatta; infatti, addì 10 di Maggio dell’anno 916, ci troviamo nel terzo anno del pontificato di Giovanni X: _Cod. Sessor._ CCXVII, p. 33, Bolla di confermazione data a Subiaco: _Dat. VI Id. Maii anno_ — _Joh. X_ — _tertio_. Meglio il DURET, che assume per data la seconda metà del Marzo.

[349] Leggasi il _Liber Destructionis Farfensis_ dell’abate Ugo (p. 533), edito dal benemerito BETHMANN: _Mon. Germ._, t. XIII.

[350] Equipaggiava un bastimento che navigava ai porti dell’Impero, immune da gabella. Vedi il _Privilegium_ di Lotario del 18 Dicembre 822, _Reg Farf._, n. 281: _Unam navim concessimus_ etc. I molti titoli di tributi, ai quali le navi erano allora soggette, hanno un’impronta caratteristica della barbarie di quell’età: _nullum telonaticum, aut ripaticum, paraticum, pontaticum, salutaticum, cespitaticum, cenaticum, pastionem, laudaticum, travaticum, pulveraticum — accipere audeat_.

[351] Le Bolle di Nicolò I, a. 858, e di Leone VII, a. 936, si riferiscono a quella distruzione: _Mon. Selecta ex magno Chartario Sublac. Cod. Sessor_. CCXVII, p. 5 e 55. Il convento di Subiaco non ha ancora avuto una propria Storia, chè le _Memorie di Subiaco_ dell’JANNUCCELLI, Genova, 1856, non possedono valore scientifico.

[352] Il NIBBY, _Anal_. III, 61 e il LIVERANI, p. 276: entrambi dicono che, oggidì ancora, si odono colà nomi di origine arabica, quali sono Mastorre, Argante, Morgante, Marocco, Merante, Manasse, Margutte. Osservo che un altro Saracinesco, castello un tempo di Mauri, trovasi ancora adesso nella diocesi di Monte Cassino.

[353] BENED. DI SORATTE, c. 29: _Audientes Sarracenis, qui erat in Narniensi comitato, Ortense, et qui erant in Ciculi_ etc. Malamente si scrive Siciliano, e a torto la terra si fa derivare dai Siculi antichi. Giusta sembra essere l’opinione del FATTESCHI (_Serie_ ecc., p. 246), che la fa discendere da Equicoli: in alcune carte di Farfa dell’anno 762, trovasi scritto: _in Eciculis_. Vi abitavano un tempo gli Equi, e il distretto era appellato _castaldatus Equanus_.

[354] _Regnaverunt Aggarenis in Romano regno anni 30, redacta est terra in solitudine_: BENED. DI SORATTE, c. 27.

[355] Tosto dopo la morte dell’Imperatore, un Grammatico longobardo scrisse il _Panegyricus Bereng. Imp._: lo diede alla luce ADRIANO VALESIO (Parigi, 1663): vedi la Introduzione al poema, nei _Mon. Germ._ VI, e vedasi il WATTENBACH, _Fonti storiche della Germania_, Berlino, 1858, pag. 159. — Il Poeta accenna alla pressura dei Saraceni, v. 89:

_Summus erat pastor tunc temporis Urbe Johannes_ _Officio affatim clarus sophiaque repletus,_ _Atque diu talem merito servatus ad usum._ _Quotenus huic prohibebat opes vicina Charybdis,_ _Purpura quas dederat majorum sponte beato,_ _Limina qui reserat castis rutilantia, Petro._

[356] _Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum._ Le Regioni avevano loro segni di distinzione. Enrico V fu accolto da _aquiliferi, leoniferi, lupiferi, draconarii: Chron. Casin._ IV, c. 37. Nell’_Ordo Rom. XI e XIII_, gli alfieri hanno già nome di _milites draconarii, portantes XII vexilla quae bandora vocantur_ (MABILLON, _Mus. It._, II, 128); e addirittura: _12 bandonarii cum 12 vexillis rubeis_ (p. 228). Così era nel secolo duodecimo e nel decimoterzo.

[357] Di contra al PAGI, il MURATORI pone la coronazione al giorno di Natale dell’anno 915. Le oscure parole del Panegirico: _Luce Deus qua factus homo processit ab antro — Tumbali_, spiegano quasi tutti i moderni (BÖHMER e JAFFÉ) per Pasqua. Il DURET, pag. 301, ha bene dichiarato essere esse una circonlocuzione significante il giorno di Domenica. Io mi dispenso d’entrare in disamina dei noti Diplomi che trovansi nel MURATORI, poichè ne ho trovato uno inedito di Berengario nel _Cod. Amiat. Sessor._ CCXIV, p. 435, e CCXVI, n. 181, il quale dimostra che la coronazione avvenne sul principio del Dicembre 915, forse nel primo Avvento. È un privilegio dato a quella Abazia, che egli confida al governo del figliuol suo _Widoni glorioso Marchioni Cenobium Dni. Salvatoris in Monte Amiate constitutum ad regendum commisissemus_; e comincia: _In Nom. Dni. Dei Eterni Berengarius Imp. Aug. Dignum est ut qui prudenter Dei obsequia_ etc; e conchiude così: _Signum domni † Berengarii seren. Imp. Joannes cancellarius ad vicem Ardingi ep. et archicancell. recognovi etc. Data VI Idus Decembr. A. Dom. Incarn. DCCCCXV domni vero Bereng. seren. Regis XXVIII, Imperii sui primo Ind. IV Actum Rome in Xpi nomine feliciter. Amen_. Data dunque dagli 8 di Dicembre dell’anno 915, ed allora Berengario era già coronato. Addì 10 di Novembre egli era stato in Lucca.

[358] Il _Chronicon Duc. Neapol._, nel PRATILLI (T. III, _Hist. Princ. Langob._, XVIII, p. 428), che narra di particolarità su questi avvenimenti, è un goffo trovato dell’editore.

[359] _Papa Joh._ (lo scambia con Giovanni XI) _undique hostium gentes congregari jussit in unum, et non tantum Romanum exercitum, sed et Tuscos, Spoletinosque in suum suffragium conduxit: Anon. Salern._, c. 143. Il silenzio in cui il Panegirico si tiene a riguardo di Alberico, durante la coronazione dell’Imperatore, dimostra che allora quegli non teneva luogo cospicuo nella Città.

[360] La battaglia nella Sabina è descritta da BENEDETTO DI SORATTE, c. 29. Per le _moenie civitatis vetustate consumpta nomine Tribulana_, deesi intendere l’antica Trevi. Cronisti di tempi posteriori, come MARTINO POLONO, a. 917, il DANDOLO e AMALR. AUGER. dicono di una vittoria riportata da Giovanni _prope Romanam Urbem_. È cosa possibile, che vi si riferisca la tradizione del convento di san Cosimato presso a Vicovaro.

[361] I documenti del _Cod. Dipl. Cajetanus_ di Monte Cassino citano fra altri, a. 841, un _Enee Grosso Consul et Rector Patrimonii Cajetani_, a. 851, un _Mercurius Consul et Dux Patrimonii Trajectani_. Dopo la cessione di Traetto, trovasi ivi per lungo tempo la stirpe dei conti longobardi Dauferio, Lando, Ederado e Marino. Lo stesso Codice dimostra che in Fundi non si trovavano Conti, ma _Duces_.