Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 4

Chapter 43,742 wordsPublic domain

Innanzi al suo tribunale imperiale ed in presenza del Papa e della nobiltà romana e franca, comparvero le parti che litigavano: ed è meritevole di nota una causa che il Papa allora promosse contro il potente Abate di Farfa e che il Papa perdette. Quel bello e celebre convento di Benedettini che s’ergeva nel territorio Sabinate nelle pertinenze di Spoleto, stava anticamente sotto la protezione dei Re longobardi, e, dopo la fine di loro signoria, godeva di pari privilegî sotto il patronato dei Carolingi. Oltre ad antichi diplomi longobardi, il monastero poteva allegare un documento dell’anno 803, con cui Carlo magno gli aveva data conferma di sua immunità. Nell’anno 815, il convento aveva conseguito una pergamena di simile tenore dall’imperatore Lodovico, il quale vi promulgava che l’abazia stava sotto il suo «privilegio, mundiburdio e patronato imperiale, affinchè i monaci in buona pace orassero per lui e per la durata dell’Impero[50].» Nessun Vescovo poteva imporre tributo o censo su Farfa: i doviziosi monaci godevano completa franchigia, eleggevano liberamente dal loro gremio l’Abate, e il Papa stesso non aveva altro diritto che quello di consecrarlo. Oltre ai diplomi dei Re e degli Imperatori, che stavano conservati negli scaffali del loro archivio, i monaci possedevano altresì bolle di conferma concesse dai Papi. Stefano IV, pochi dì prima della sua morte, aveva dato il placito a tutti i privilegî ed ai possedimenti di Farfa, per lo che aveva imposto al convento soltanto un tributo annuo di dieci solidi d’oro. Ma ei sembra che per intromissione dell’Imperatore, Farfa si fosse affrancata anche di questo onere, perocchè nella bolla di confermazione data da Pasquale I in quello stesso anno, non si facesse più menzione di quell’obligo[51]. Eppure, di tempo in tempo, i Papi cercavano di diminuire le libertà dell’abazia, le quali loro riuscivano moleste. Già Adriano e Leone III s’avevano usurpato parecchi possedimenti del convento, e mentre Lotario era in Roma, l’avvocato pontificio sostenne innanzi al tribunale imperiale che Farfa «era sottoposta al giure e al dominio della Chiesa romana.» Ma il valente abate Ingoaldo allegava i preziosi diplomi del suo archivio, e dimostrava splendidamente le franchigie che gli eran concesse dalle lettere patenti scritte, e la sentenza del tribunale imperiale costringeva la Camera pontificia a restituire tutti i fondi che contro diritto erano stati tolti al convento[52].

Gli è probabile che il contegno energico di Lotario destasse il malcontento del clero di Roma, laddove invece i nemici della signoria temporale del Papa si stringevano speranzosi intorno al giovane Principe. Insieme col nuovo Impero incominciava la divisione della Città in una fazione pontificia e in una parte imperiale, e doveva durare per un corso di secoli sotto quel nome di Guelfi e di Ghibellini, che sorse in tempi posteriori. Subito dopo la partenza di Lotario, un avvenimento faceva sì che la scissura di repente si manifestasse. Il giovane Imperatore era tornato in Lombardia, e già nel Giugno era arrivato presso il padre suo, quando Roma era messa sossopra da un tumulto, il quale senza dubbio derivava dalle ragioni stesse che avevano cagionato la ribellione contro di Leone III. Oscuri ne sono i casi particolareggiati; fatto è che giungevano messaggi alla residenza imperiale, e riferivano che in Roma due ministri del Palazzo pontificio, Teodoro primicerio e il genero suo Leone nomenclatore, erano stati prima acciecati, indi decapitati nel palazzo Lateranense; dicevano che questo era accaduto perchè quegli uomini aderivano con fede vivissima alla casa imperiale, e che papa Pasquale stesso aveva comandato o consigliato l’assassinio[53]. Il supplizio di que’ due maggiorenti non era stato conseguenza di una sentenza di giustizia, ma opera violenta dei famigliari del palazzo pontificio. Quei Romani (Teodoro ancor nell’anno 821 era stato nunzio in Francia) appartenevano alla più eletta aristocrazia, parteggiavano decisamente per l’Impero, e occupavano la dignità più potente, che, ancor tempo prima, aveva favoreggiato disegni di ribellione: può essere che s’adoperassero alla distruzione del reggimento pontificio. Eglino furono presi, acciecati e decapitati in Laterano dai servitori del Papa[54]. L’imperatore Lodovico ascoltò le doglianze dei Romani e spedì suoi _Missi_ affinchè istituissero in Roma una inquisizione. Però, prima che questi partissero, capitavano legati del Pontefice per giustificarlo, e per dichiarare che Pasquale si assogettava ad un procedimento[55]. Allora i giudici imperiali viaggiavano a Roma nel Luglio od altrimenti nell’Agosto dell’anno 823, ma giunti colà, avevano di che stupire in udendo protestarsi che il Papa rifiutava qualsiasi inquisizione giuridica. Fosse o no che ei ne temesse le risultanze, egli scansava di sottomettersi ai giudici dell’Impero, e ricorreva ad una scappatoja il cui valido effetto era omai alla prova di esperienza vecchia. Infatti, il Papa prestava giuramento di purgazione nelle case patriarcali del Laterano in presenza dei legati imperiali e del popolo romano, circondato da vescovi, da preti e da diaconi. In pari tempo ei si faceva difensore degli assassini perocchè appartenessero alla famiglia di san Pietro, malediceva agli uccisi vituperandoli come rei di tradimento, e protestava che colla morte di loro s’era adempiuto ad un atto di giustizia[56]. I legati imperiali, cui la temenza dei privilegî della Chiesa suggellava la bocca, tornavano in Francia cogli ambasciatori pontificî per riferire di questa piega inaspettata che avevano preso le cose. Se ne indignava l’Imperatore conscio del suo dovere di proteggitore e di giusto giudice de’ suoi sudditi romani; gli stessi diritti di lui richiedevano che si facesse severissima ragione degli assassini, ma poichè il comportamento del Pontefice ne lo aveva impedito, era costretto a porre una pietra su quanto era accaduto. Non sappiamo quel ch’ei rispondesse ai Romani ed al Papa[57].

Pasquale passava di vita in mezzo a tempeste non dissimili da quelle che avevano funestato Leone III nei suoi ultimi giorni: anch’egli naufragò fra le contraddizioni del potere temporale e dell’autorità religiosa che si riunivano nella persona del Vescovo. Affranto da quegli avvenimenti e dalle loro conseguenze, odiato da una gran parte dei Romani, morte il colpiva sul principio dell’anno successivo. I Romani, inaspriti contro di lui, non permisero che il suo cadavere venisse sepolto nel san Pietro, e il suo succeditore fu costretto a deporlo in un’altra basilica, che era stata edificata da Pasquale istesso: è probabile che fosse la chiesa di santa Prassede[58].

§ 2.

Pasquale edifica le chiese di santa Cecilia in Transtevere, di santa Prassede sul monte Esquilino, di santa Maria _in Domnica_ sul Celio.

Al dì oggi tuttavia, Roma conserva alcuni ragguardevoli monumenti, edificazione di Pasquale I. Perfino il ritratto di lui, cosa rarissima fra i Papi di quell’età, dura ancora in tre musaici che rappresentano l’istesso capo tonsurato e le stesse fattezze lunghe e secche. L’arte di quel tempo non poteva cogliere somiglianze di volto fuorchè nei semplici contorni, dacchè non aveva l’uso di lumeggiarne i tratti a chiari e ad ombre. Quelle imagini si mirano in tre chiese rinnovate da Pasquale, che sono santa Cecilia in Transtevere, santa Prassede sul monte Esquilino e santa Maria _in Domnica_ sul Celio.

Nel cielo de’ Santi romani, Cecilia è la musa della musica: a lei la leggenda di tempi posteriori ha attribuito l’invenzione dell’organo, e il genio di Raffaello la ha riposta sopra un trono di gloria, dipingendola con siffatto atteggiamento di musa in uno dei suoi quadri più belli[59]. La fantasia dell’arte cristiana creò appena un’altra figura più ispirata e più gentile di quella di Cecilia. Santa nazionale al paro di Agnese, fu ella la prediletta di tutte le nobili matrone di Roma, le quali credevano di venerare in lei la illustre nepote della famiglia Metella. In tempi di spaventosa barbarie, queste persone verginali di Cecilia e di Agnese furono candide idealità della virtù, e soavi e belle si alzarono a volo raggiante in mezzo al tenebroso aere di Roma. Narra la leggenda che Cecilia si disposava al giovine Valeriano: nella prima notte di nozze ella gli diceva che un angelo del cielo stava a guardia di sua casta santità; se ne atterrì il giovinetto, e fu bramoso di vedere quel molesto cherubino, e lo vide, poichè, tocco dalla virtù sovrumana della sua sposa, ebbe battesimo dal vescovo Urbano. Cecilia sofferse il martirio ai 22 del Novembre 232; morì di tre colpi di spada che la ferirono nel collo[60]. E morendo avea richiesto il Vescovo di fondare una chiesa nelle sue case e nel suo bagno, che erano situati nel Transtevere, dove l’aveano martoriata. Urbano ravvolse il corpo bellissimo della fanciulla in panni trapunti in oro, indi lo chiuse in una cassa di legno di cipresso, e lo depose in un sarcofago di marmo: la Santa ebbe sepoltura nelle catacombe di Calisto presso la via Appia[61]. La chiesa di lei, una delle antichissime di Roma, era, fin dal secolo quinto, Titolo di un Cardinale. Pasquale la trovava in grande decadimento e la riedificava: bramava di collocarvi la salma della Santa, ma non la rinveniva nelle catacombe, perlocchè credette che se l’avessero portata via i Longobardi di Astolfo. Ma una visione celeste discese a soccorrerlo: in sull’alba di un giorno di domenica, mentre stava innanzi alla Confessione del san Pietro, i suoi occhi stanchi si chiudevano un tratto, e nel sonno gli appariva davanti un’angelica persona di giovinetta; dicevagli essere ella Cecilia, lo accertava che i Longobardi non avevano trovato le sue ceneri, e, rincorato il Pontefice a proseguire nella sua ricerca, la Santa celeste spariva. Pasquale si destò, cercò, rinvenne Cecilia nel cimitero di Pretestato, dove, tuttora involta nei panni d’oro, riposava in pace accanto del giovane Valeriano, che presto le era morto dietro[62].

La riedificazione del tempio di santa Cecilia non fu opera dappoco dell’arte di quell’età. Questa grande basilica comprendeva nel suo interno una chiesa elevata, con duplice ordine di colonne, secondo il modello di quella di santa Agnese. In tempi più tardi se n’ebbe rimutata la forma, ma nell’essenza non ne fu distrutto il concetto antico. Un ampio atrio, come ancora al dì d’oggi, stava innanzi alla chiesa, ed in quel tempo era circondato di loggiati a colonne: nella chiesa adduceva il vestibolo che tuttora si conserva. Quattro colonne antiche di stile jonio e due pilastri a capitelli corinzî, da ciascun lato sopportano il tetto; la cornice è adorna di musaici di rozza fattura chiusi entro a medaglioni che stanno sopra ad ogni colonna e ad ogni capitello, e rappresentano i Santi, dei quali Pasquale depose le reliquie nella Confessione della Chiesa. Sulle pareti dell’atrio fu istoriata la vita di Cecilia con pitture che probabilmente appartengono al secolo decimoterzo; di esse si conserva ancora un resto che or si mira nell’interno della chiesa, infisso nel muro. Vi sono dipinti Urbano che dà sepoltura alla vergine, e questa che appare a Pasquale: il Papa sonnecchia, mentre gli sta innanzi in atto soave la persona della fanciulla; è un quadro mirabile, il cui disegno pesante, le tinte grevi e vigorose, e i toni oscuri e carichi ne significano la considerevole antichità; all’età di Pasquale non può appartenere, bensì all’epoca di Onorio III. Vagamente bello ne è il soggetto, ed ha tutta la dolcezza di un carme lirico.

L’interno della chiesa, che oggidì è mutato assai dall’antico, si componeva di tre navate. Dodici colonne nello spazio di mezzo sostenevano la chiesa superiore; quattro di esse erano collocate a capo del coro; in una chiesa sottoposta si accoglieva la cripta dei Santi. Durano tuttavia i musaici della tribuna; nel mezzo è il Cristo avvolto in un manto di colore dell’oro, benedice, e tiene nella mano sinistra un rotolo di pergamena; dai suoi fianchi stanno san Pietro e san Paolo, dipinti con tratti affatto barbarici. A destra di chi guarda, presso san Pietro, stanno Cecilia e Valeriano che sporgono loro corone di martiri; a manca, d’accanto a san Paolo, è una Santa, che forse è Agata, e Pasquale, figura allampanata, con grandi occhi; dietro al capo ha un quadrato di tinta azzurra, nelle mani reca il modello della sua basilica[63]. Il musaico è chiuso da un contorno di palme, e una fenice, colore di fuoco, posa sopra un ramo. Sotto del quadro stanno disposti il Cristo e i discepoli nella solita figura di agnelli; indi leggonsi dei distici che celebrano l’opera di Pasquale[64]. Lo stile di questi musaici (quelli che ornarono l’arco della tribuna caddero) è apertamente bizantino; perfino il Cristo benedice a foggia greca colle tre dita posate sul pollice. Rude ne è la fattura; i corpi secchi e duri non sono che sbozzati; manca distribuzione di luce e di ombre; i panneggiamenti sono significati soltanto con grossi tocchi. Può darsi che sia opera di artisti di Grecia, tanto più che Pasquale fu gran favoreggiatore dei Greci, molti dei quali ospitò in Roma.

Un’altra riedificazione di Pasquale è la chiesa di santa Prassede sul monte Esquilino, di cui egli era stato cardinale. Dopo di aver vissuto un’esistenza di secoli, quest’antichissima basilica era prossima a cadere; il Papa la faceva demolire e costruiva indi una chiesa affatto nuova. Essa si mantiene tuttora dopo di aver subìto, nel corso dei tempi, mutamenti molti all’interno, quantunque non così gravi come gli ebbe la chiesa di santa Cecilia. Simile a questa ha il disegno. Dalla suburra si sale per una scalea di venticinque gradini al suo atrio, il quale oggi più non s’adopera, dacchè fu aperto alla chiesa un ingresso laterale. Svelte colonne antiche di granito a capitelli corinzî scompartiscono l’interno in tre navate, ma non v’ha chiesa superiore. L’elevato presbiterio mette capo alla tribuna, che, parimenti come l’arco di trionfo, è ancora adorna dei musaici antichi. Un aggruppamento ricco di figure copre la parete superiore di quest’ultimo: vi si rappresentano Santi con loro corone, il Cristo col globo terrestre, che circondato da angeli si leva sopra di Gerusalemme, ed uomini che cercano di entrare nella città presidiata da angeli: sulle pareti laterali sono figurate turbe di fedeli, come nell’arco di trionfo del san Paolo. Anche nella tribuna è dipinto il Redentore in manto d’oro, che tiene nella mano il rotolo di scritti papiri; e si nota che l’artefice tolse ad esemplare la figura del Cristo, che è nel musaico della chiesa dei santi Cosma e Damiano. Alla sinistra innanzi a lui è san Paolo che cinge con un braccio la persona di santa Prassede: questa tiene in mano la corona e sta accanto a Pasquale, il quale ha il capo incorniciato nel quadrato azzurro e le sporge in offerta la chiesa. Dalla destra, sono disposti in pari posa san Pietro, santa Pudenziana e santo Zenone con un libro. Non mancano le palme e la fenice; nella parte inferiore del quadro scorre il fiume Giordano; sotto, sono il Cristo e i discepoli in figura di agnelli colle due città dipinte in oro, e finalmente la solita iscrizione in distici[65]. Come in santa Cecilia, l’arco della tribuna comprende nella orlatura interna il monogramma di Pasquale; nell’alto di esso sono rappresentati il Cristo in forma di agnello sedente sul trono, i sette candelabri, i due angeli, i simboli dell’Apocalisse dell’Evangelista, e i Seniori che portano loro corone. L’artista si attenne anche qui al modello della chiesa dei santi Cosma e Damiano, ma fece opera comportevole, e, segnatamente, gli angeli non difettano di grazia nella posa.

In questa chiesa istessa Pasquale edificò una piccola cappella in onore di Zenone, martire romano dei tempi di Diocleziano: è un monumento assai mirabile dell’arte di quell’età, e mantiensi completamente oggidì ancora. Questa cappella, costruita a volta ed oscura, tutta coperta di musaici, era anticamente considerata tanto bella che la si appellava «giardino del paradiso». Eppure, ad onta di ciò, il gusto dei suoi musaici è ancor più barbarico che non sia quello dei musaici della tribuna, i quali contengono almeno qualche buon tratto tradizionale, specialmente nelle figure di donna.

Il grande quadro in santa Prassede è del resto il miglior monumento di quella età, in cui l’arte dei musaici, già padroneggiata dal così detto «bizantinismo», mandava ancora soltanto un fiacco raggio di luce, ultimo guizzo innanzi che la face si spegnesse. Può darsi che vi lavorassero intorno anche degli artefici greci, avvegnachè Pasquale avesse edificato in vicinanza della chiesa un convento di monaci greci dell’ordine di Basilio. E la persecuzione delle imagini che allora ricominciava ad infierire in Oriente, dove Leone l’Armeno aveva fatto rivivere i dogmi di Leone l’Isaurico, cacciava parecchi monaci e pittori greci a Roma, dove educava nuove attinenze coi concetti bizantini[66].

Sul monte Celio è la antichissima chiesa diaconale di santa Maria _in Domnica_ (grecamente Kyriaka), oggidì detta «della navicella», perocchè ivi sia conservata la copia moderna di un’antica nave votiva[67]. Anche a questa chiesa diede Pasquale la forma, che essa conserva tuttora, di basilica a tre navate: nove colonne antiche di granito compongono la navata di mezzo. Per mala sorte i musaici della tribuna furono guasti da restauri; rappresentano la Vergine in trono col putto, ai due lati sono degli angeli, mentre Pasquale, ginocchione, abbraccia con ambe le mani il piede destro di lei; il suolo è screziato di fiori a vario colore.

Passiamo oltre sul grande numero di oratorî e di cappelle che Pasquale edificò in altre chiese; ei merita soltanto notarsi che il Biografo di lui narra come un incendio struggesse in ceneri il quartiere dei Sassoni nel territorio Vaticano (allora omai con voce germanica lo si chiamava _burgus_), e distruggesse altresì da capo a fondo il portico del san Pietro: e lo Scrittore aggiunge che il Papa vi correva a piè scalzi e con orazioni acchetava il furore delle fiamme; più tardi riedificava il quartiere e restaurava il portico[68].

§ 3.

Eugenio II è fatto papa. — Lotario viene a Roma. — Sua Costituzione dell’anno 824. — Eugenio muore nell’Agosto dell’827.

Succeditore di Pasquale fu Eugenio, prete di santa Sabina, figlio di un Boemondo romano, il cui nome rivela origine nordica. Egli significava il suo esaltamento all’imperatore Lodovico, e questi mandava a Roma Lotario, affinchè, colla promulgazione di uno Statuto imperiale, ordinasse col novello Papa e col popolo romano tutti i rapporti politici e civili[69]. Ne lo richiedevano i torbidi ripetuti di Roma, la scissura palese che s’era messa fra il Pontefice e la Città, e le giuste doglianze che si levavano contro agli arbitrî dei giudici pontificî.

Lotario s’ebbe nel Settembre dell’anno 824 splendidi accoglimenti da Eugenio. Il giovane Imperatore gli disse d’esser venuto per ristorare l’ordine delle leggi, lagnossi dell’atteggiamento in cui il Papato s’era posto verso dell’Imperatore e di Roma, rammentò essersi trucidati uomini fedeli all’Imperatore, altri perseguitati; censurò l’avidità rapace dei giudici pontificî, le inettezze del reggimento ecclesiastico, la ignoranza in cui addormentavansi i Papi stessi non vedendo gli abusi, o la tolleranza per cui li sofferivano. Le aperte lamentanze dei Romani domandavano che si facesse una rigida inquisizione delle opere di violenza che erano avvenute sotto il predecessore di Eugenio; e lo Stato della Chiesa, omai così tosto turbato da mali intestini e che in fondo non altro era fuor di una grande immunità ecclesiastica sotto il patronato dell’Imperatore, abbisognava di un più sodo ordinamento. Pasquale aveva saputo sottrarsi al tribunale dell’Imperatore, ma poichè adesso egli era morto, Lotario procedeva in Roma senza trovare impedimento alcuno. Adesso si poneva riparo a quel che prima fatto non s’era; la podestà imperatoria adoperava una grande energia, e si acquistava dal popolo gratitudine vera. Si avviò una inquisizione in tutte le regole sotto la presidenza di Lotario, e se n’ebbe a risultamento che la Camera pontificia fu condannata a restituire tutti i beni confiscati a’ Romani; gli ingiusti giudici pontificî furono puniti coll’esilio, e Lotario senz’altro li fe’ tradurre nelle terre di Francia[70].

L’autorità imperiale ebbe in Roma un momento di splendore e di potenza, quale forse non ottenne mai più nell’avvenire così pacificamente. Il popolo plaudiva al Cesare germanico che proteggeva anche i diritti di esso, e il lieto commovimento degli animi crebbe, allorchè Lotario promulgò un suo Statuto. Questa Costituzione del Novembre dell’anno 824, che usciva fuor degli ordini consueti, intendeva soprattutto a guarentire le cose della giustizia, le quali erano cascate affatto in balìa della violenza. Vi si regolava in nove articoli la materia che concerneva l’amministrazione della giustizia e il sistema delle attinenze di maggiore importanza fra Roma, il Papa e l’Imperatore. Si sanciva quale norma di principio, la comunanza del reggimento temporale fra l’Imperatore e il Papa in Roma e nello Stato della Chiesa, per guisa che al Papa, come a signore territoriale, restava l’iniziativa di podestà immediata; all’Imperatore poi competeva l’autorità suprema, il sommo giudizio di appello nelle cose di giustizia e la sopravveglianza dei negozî civili. In nome dei due imperanti dovevano pertanto essere eletti dei legati, il cui officio era di riferire ogni anno all’Imperatore sul modo onde i _Duces_ e i giudici pontificî rendevano giustizia al popolo e davano eseguimento alla Costituzione imperiale[71]. Ogni querela di doveri negletti da parte dei giudici doveva prima sporgersi al Papa, affinchè o riparasse al male col mezzo di suoi proprî legati, oppure facesse proposta che si spedissero dei _Missi_ imperiali straordinarî. E per rendere più rigoroso il suo decreto, Lotario comandava che tutti i _Duces_ e i giudici pontificî venissero in persona davanti a lui, perchè voleva conoscerne i nomi ed il numero, e ammonire ciascuno di loro del ministero che gli era confidato[72].

A questo ordinamento generale delle cose di giustizia si associava strettamente la determinazione speciale delle leggi individuali. Infatti, un altro articolo dello Statuto prescriveva ai nobili ed a quelli del popolo di significare la legge giusta la quale ognuno di loro voleva nel tempo avvenire essere giudicato. Ogni cittadino libero di Roma e del Ducato, dovette professare la sua soggezione ad un codice di leggi liberamente eletto. Se avessimo documenti che dessero notizia di queste dichiarazioni, che in Roma facilmente saranno state registrate in rapporto alla partizione regionale e nel Ducato in rapporto a ciascuna terra, ne avremmo giovamento come di importanti indici di statistica sul numero degli abitanti e sulle relazioni di famiglia, e noi potremmo renderci persuasi di quanto nella città stessa di Roma si fosse diffusa la stirpe germanica. L’ordinamento imperiale abolì pertanto il principio che il giure romano vigesse da legge territoriale, perciocchè in Roma e nel paese che ne dipendeva, fossero da grandissimo tempo venuti ad usanza anche il giure personale longobardo e il salico; quella Costituzione rese manifesta la contrarietà, fatta ognor più gagliarda, degli elementi germanici, i quali nel periodo di tempo in cui Roma stette sotto la suprema sovranità franca, non s’acconciarono a lasciarsi dominare dal giure romano, come i giudici pontificî, di ragione naturale, tentavano di fare. Il genio tedesco dell’individualità si afforzava sodamente e otteneva trionfo in Roma, e sebbene l’assetto giudiziario germanico qui non s’attuasse in principalità e da solo, tuttavia il suo scabinato incominciò poco alla volta ad operare mutazioni di forma anche nel rito della procedura romana[73].