Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8
Part 3
In vicinanza al san Pietro Leone rinnovava il convento dedicato a Stefano protomartire, e restaurava altresì il vicino monastero consecrato a san Martino. Una delle più antiche chiese titolari di Roma, quella dei santi Nereo ed Achilleo (_Fasciola_) nella via Appia, era stata ridotta in ruina per causa di inondazioni; adesso Leone la rialzava sopra un terreno che era posto a maggior livello d’altezza. Salve alcune modificazioni, quella chiesa tuttora si conserva nella sua forma antica di piccola basilica a tre navate; ha dimensioni che talentano l’occhio; però dei suoi musaici non restano che pochi frammenti[25]. Nel catalogo delle edificazioni di Leone si trova appena una sola chiesa di Roma che non ne ricevesse riparazioni, e gli innumerevoli donativi di splendidi vasellami e di drapperie magnifiche fanno testimonianza della dovizia del tesoro Lateranense. L’amore dei Romani antichi al lusso sontuoso, riviveva nei Pontefici, e l’arte era tuttavia valente nei lavori di arazzi e di vasi preziosissimi, dei cui disegni prendevasi a modello lo stile d’Oriente. Se si tolgano alcune pitture condotte sul vetro e miniature di codici, sembra che all’età di Leone in principalità si coltivasse l’arte dei musaici, così che sotto il concetto di _Pictura_, che è adoperato di sovente, devonsi senza peritanza intendere le fatture di musaico. Davasi cura diligente all’arte di gettare in metallo, nel bronzo, nell’argento e nell’oro, perocchè si producessero statue in grandissimo numero di quella foggia: erano pure in bel fiore i lavori a battuto e le cesellature in argento. Statue di quell’età fino a noi non giunsero, ma non si può dubitare che fin d’allora si costumasse di collocare nelle chiese simulacri di Santi scolpiti in legno, che si dipingevano a colori e si vestivano d’abiti[26].
Non è fatica senza pregio che dal catalogo delle fondazioni di Leone si ricavino le denominazioni delle chiese titolari, delle diaconie e dei conventi che a quella età erano in Roma; chè ci converrà correre alcuni secoli prima che ci si offra un documento di enumerazione parimenti completa. Risulta che v’avessero ventiquattro Titoli presbiteriali, appellati con questi nomi: Emiliana, Anastasia, Aquila e Prisca, Balbina, Calisto ossia Maria in Transtevere, Cecilia, Crisogono, Clemente, Ciriaco, Eusebio, Lorenzo in Lucina, Lorenzo in Damaso, Marcello, Marco, Nereo ed Achilleo, Pammachio, Prassede, Pudente, Quattro Coronati, Sabina, Silvestro e Martino, Sisto, Susanna, Vitale[27].
Delle Diaconie se ne enumerano venti, e sono appellate: Adriano, Agata, Arcangelo[28], Bonifacio sull’Aventino, Cosma e Damiano, Eustachio, Giorgio, Lucia _in septem viis_ o _in septizonio_ od anche più tardi _ad septem solia_, Lucia _juxta Orphea_[29], Maria Antica oggidì detta Francesca Romana, ed inoltre le chiese dedicate alla Vergine _in Adrianio, in Cosmedin, in Cyro_ od _Aquiro, in Domnica, in via Lata_, fuor di porta san Pietro; Sergio e Bacco, Silvestro e Martino presso il san Pietro, Teodoro, Vito _in Macello_[30].
Di monasteri omai se ne cita più di una quarantina, ma di essi v’era in Roma un numero assai maggiore.
In vicinanza del san Pietro s’ergevano cinque conventi, ed erano quelli di Stefano Maggiore o Protomartire detto anche di Catagalla Patrizia, di Stefano Minore, di Giovanni e Paolo, di Martino e il chiostro di Gerusalemme[31].
In prossimità del Laterano si menzionano: Pancrazio, Andrea e Bartolomeo col nome di _Honori_ che è già cognito all’Anonimo di Einsiedeln, Stefano, e un convento di monache dal nome di Sergio e Bacco[32].
Presso a santa Maria Maggiore erano questi conventi: Andrea, detto anche di Catabarbara Patrizia che forse è identico di quello di Andrea _in Massa Juliana_; Cosma e Damiano, Adriano, detto anche di san Lorenzo. Tutti avevano l’addiettivo _ad Praesepe_.
Vicino al san Paolo fuor delle porte, stava il convento di Cesario e Stefano col soprannome _ad quatuor angulos_[33]; prossimo al san Lorenzo fuor delle porte, era quello di Stefano e Cassiano.
Altri monasteri romani erano i seguenti: Agata _super Suburram_, Agnese fuor di porta Nomentana, Agapito presso il Titolo di Eudossia, Anastasio _ad Aquas Salvias_, Andrea nel _Clivus Scauri_, Andrea presso i santi Apostoli, Bibiana, Crisogono nel Transtevere, un convento presso il _Caput Africae_, il chiostro _de Corsas_ o _Caesarii_ nella via Appia, il convento _de Sardas_ probabilmente situato presso al san Vito[34], Donato in vicinanza alla santa Prisca sul monte Aventino, Erasmo sul Celio, Eugenia fuor di porta Latina, Eufemia e Arcangelo in prossimità alla santa Pudenziana, il convento _duo Furna_ probabilmente _in Agone_ nell’odierna piazza Navona, Isidoro che era forse sul monte Pincio, Giovanni sull’Aventino, il convento _de Lutara_[35], quello detto _Laurentius Pallacini_ in vicinanza al san Marco, il convento appellato Lucia _Renati, in Renatis_ o _de Serenatis_[36], Maria _Ambrosii_ che è probabilmente lo stesso di quello chiamato _Ambrosii de Maxima_ nel _Forum Piscarium_, Maria _Juliae_ nell’isola Tiberina. Vi erano inoltre: un convento di monache dedicato a Maria in Campo Marzo e l’altro di Maria _in Capitolio_, i quali due, sebbene non menzionati nel catalogo delle fondazioni di Leone III, erano a quel tempo per certo di già fondati: Michele, ignoto; il chiostro _Tempuli_[37], Silvestro (_de Capite_), santo Saba o Cella Nova, il convento _Semitrii_, ignoto; quello di Vittore presso san Pancrazio nella via Aurelia.
In quell’età non s’erano ancora costituite le venti abazie, che più tardi sorsero dai conventi venuti a numero sì grande da renderne difficile il conto. La loro copia crebbe ognor più, e sulla fine del secolo decimo affermavasi che in Roma v’aveva venti conventi di monache, quaranta di frati e sessanta di canonici ossiano preti viventi sotto regola claustrale[38].
§ 4.
Stefano IV, papa. — Egli va a Lodovico. — Presto muore. — Elezione e ordinazione precipitosa di Pasquale I. — Il falso diploma di Lodovico.
Dopo una vacanza di dieci soli giorni, fu eletto papa un uomo romano di nascita illustre, Stefano diacono, figlio di Marino. S’affrettava egli a significare i sensi della sua soggezione al Principe supremo di Roma; faceva che il popolo romano giurasse fedeltà all’Imperatore, e gli spediva suoi legati che scusassero lui e i Romani per ciò che senz’altro era stato consecrato[39]. Questo primo avvenimento di una mutazione nel pontificato che accadesse dopo la restaurazione dell’Impero romano, sollevava parecchie questioni sui rapporti che intercedevano fra il Papa e l’Imperatore: pertanto Stefano IV in persona andava a Francia. I torbidi prima avvenuti in Roma, la contrarietà dei nobili, il bisogno di conseguire guarentigie con un nuovo patto di confermazione, e, vale altresì aggiugnervi, il desiderio di ungere imperatore Lodovico che era stato già coronato, e di far tenere quella cerimonia in conto di un diritto pontificio per guisa che non potesse più preterirsi, erano tutti motivi che inducevano il Papa a intraprendere tostamente il suo viaggio. Le relazioni che passavano fra Stefano e Lodovico erano differenti da quelle che s’erano strette fra Leone III e Carlo. Nella mente degli uomini, Leone s’era quasi levato al di sopra di Carlo benefattore suo, e s’era sdebitato di tutti i suoi oblighi poichè gli aveva cinto il capo della corona dei Romani, laddove Lodovico or si trovava verso il Pontefice in condizioni di independenza assoluta. Il novello Papa vedeva di contra a sè un Imperatore possente, che per diritto di eredità teneva omai possedimento legittimo della podestà imperiale, mentre egli non aveva con lui rapporti personali di sorta. Lo impensierivano perciò le condizioni in cui il Papato trovavasi verso l’Impero, sebbene dalla bontà o piuttosto dalla debolezza d’animo del pio Lodovico non avesse ragioni di temenza.
Accompagnato da Bernardo, il Papa arrivava nel Settembre dell’anno 816 a Reims, dove l’Imperatore lo accoglieva con officî di venerazione profonda. Il prete avventurato lo ungeva del sacro crisma, e, insieme colla moglie Irmengarda, lo coronava nella cattedrale di quella città; indi tornavasi a casa sua regalato riccamente, e sopra tutto provvisto della confermazione dei possedimenti, dei privilegî e delle immunità, di cui la Chiesa romana era investita[40]. A conforto dei Romani, fra i quali correva un mormorìo di mal contento, ei recava in dono la liberazione di tutti coloro, che, esiliati nelle terre di Francia, vi espiavano la loro ribellione contro Leone III, e dei quali con sue suppliche Stefano aveva ottenuto grazia dall’Imperatore. Egli li conduceva con sè a Roma, e fra loro pertanto saranno stati anche Pasquale e Campulo, se a quel momento avranno ancora vivuto[41]. Poco tempo dopo il Papa moriva, addì 24 del Gennajo 817, tre soli mesi dacchè avea fatto ritorno in patria.
Tosto, i Romani con voto concorde eleggevano a pontefice Pasquale, figlio di Bonoso, e senza indugio egli era anche consecrato. Pasquale I fu uomo pio, prudente, d’animo fermo: prima di esser papa, era stato abate di quel convento di santo Stefano che si ergeva in prossimità del san Pietro, laonde, a differenza dei suoi predecessori, tutti diaconi o preti, egli passava dalla cella monastica alla cattedra pontificia. La celerità fuor del consueto, con cui avveniva la sua ordinazione, dimostra che il clero romano con opera pronta bramava di scongiurare il pericolo ognor più minaccioso delle pretensioni onde l’Imperatore intendeva al diritto di dar conferma all’elezione; ed è prova che non peranco s’era promulgata la statuizione, attribuita erroneamente a Stefano IV, per cui s’imponeva che il Papa non potesse più ottenere la consecrazione, se non ne avesse avuto consentimento dall’Imperatore[42]. Però, parimenti come avea fatto il predecessore suo, anche Pasquale reputava necessario di far nota all’Imperatore la rapida sua esaltazione al soglio, e di tranquillarne l’animo colla certezza che egli avea conseguito la dignità pontificia con elezione conforme ai canoni[43]: il suo legato Teodoro tornava di Francia con un diploma imperiale in cui si confermavano i privilegî di san Pietro.
Di questo tempo in poi, ad ogni mutazione della corona imperiale, ad ogni novella elezione pontificia, si rinnovavano le scritture dei privilegî antichi. I vescovati e le abazie imitavano l’esempio di Roma, e si coglieva ogni opportunità per far convalidare con autorità di documenti i titoli antichi d’immunità, o per farvi aggiungere franchigie nuove. Negli archivî delle chiese si conservavano con cura diligente le filze dei diplomi imperiali, che poco a poco vi si erano accumulati. Nell’archivio Lateranense erano già custoditi con cura i classici diplomi di Pipino, di Carlo e di Lodovico, e scritte di donazioni, di conferme d’immunità antiche e nuove, ed altri trattati che s’erano conchiusi fra l’Imperatore e la Chiesa di Roma: se quelle pergamene esistessero al dì d’oggi, e se l’occhio dello studioso potesse prenderne conoscimento, esse sarebbero di inestimabile soccorso a scriver la storia. Or nell’anno 817, si aggiungeva a quei documenti il diploma di Lodovico il Pio, il quale fuor d’ogni dubbio non era altro che la rinnovazione di quello che il suo cancelliere, un anno prima, aveva dato a papa Stefano[44]. Questa scrittura ottenne in tempi assai posteriori celebrità d’importanza grandissima: la si falsò nel suo tenore; accosto alla donazione di Pipino, la si elevò al grado di una donazione ampia oltre ogni limite, e con audacia se ne trasse il fondamento di nuovi e larghissimi possedimenti della cattedra pontificia e di privilegî rilevanti.
Per non dire che delle cose più sorprendenti, Lodovico il Pio, oltre alla signoria su di Roma e del Ducato, oltre alla conferma delle donazioni di Pipino e di Carlo, avrebbe con quel diploma fatto dono al Papa dei patrimonî delle Calabrie e di Napoli, e perfino del pieno possedimento delle isole di Corsica, di Sardegna e di Sicilia: finalmente ei vi avrebbe proclamato che ai Romani si spettava libertà completa di eleggere e di ordinare il Papa, senza che occorresse qualsiasi preventiva approvazione dell’Imperatore. Ma la storia ripudia queste favole, perocchè a luce di sole essa dimostri cogli avvenimenti suoi, che l’Imperatore continuò a esercitare la sovranità sopra di Roma: ed offre prova che in quel tempo i Greci possedevano le Calabrie e Napoli, Sicilia e Sardegna, mentre Bisanzio, riposando sul patto mercè cui erasi stabilito il riconoscimento dei territorî che spettavano alle due parti, mantenevasi in pace coll’Imperatore occidentale; e questi difficilmente avrebbe rotto l’amicizia per donare a san Pietro estensione di province che non erano sue, nè per titolo giuridico, nè per possesso[45].
Alla perfine, anche la libertà di ordinazione del Papa, è contraddetta da un celebre documento de’ tempi di Eugenio II.
Il Libro Pontificale non fa pur motto del documento di Lodovico. I diplomi di Ottone I e di Enrico I, che la Chiesa annovera fra i più ragguardevoli atti di donazione e di conferma dei diritti suoi e che essa ordina in serie con la scritta di Lodovico, dimostrano di ignorare financo che quest’ultima esista, sebbene quei diplomi si riferiscano con espresso discorso alle scritture di Pipino e di Carlo. Si trova menzione di essa soltanto ai giorni di Gregorio VII, al momento delle controversie sulla eredità della contessa Matilde, chè allora si ebbe falsificato con addizioni il diploma di Lodovico, affine di dare un fondamento antico e largo alle pretensioni di Roma[46].
CAPITOLO SECONDO.
§ 1.
Lotario è fatto socio nell’Impero. — Ribellione e fine di Bernardo re. — Lotario diventa re d’Italia. — È coronato in Roma. — Vi pone tribunale imperiale di giustizia. — Lite del monastero di Farfa. — Supplizio violento di maggiorenti romani. — Pasquale evita il giudizio dell’Imperatore. — Muore.
Secondo l’esempio del padre suo, Lodovico il Pio deliberava di associarsi all’Impero il suo figliuolo maggiore, che era ancora in giovine età. Questa consuetudine, derivata dal costume dell’antico Impero romano e di quello bizantino, fu accolta anche nel nuovo, per ciò che di tal guisa sembrava assicurarsene l’unità e il sistema ereditario. Non appena però Lotario era insignito della dignità imperiale nella dieta di Aquisgrana, che se ne destava gelosia in tutti gli altri Principi: Pipino e Lodovico, fratelli, fremendo di malcontento se ne andavano alle sedi dei loro reami di Aquitania e di Baviera, e l’ambizioso bastardo Bernardo levava le armi con aperta ribellione. Carlo aveva messo lui, come primamente Pipino, da suo luogotenente nel reame d’Italia, ma secondo natura delle cose, il desiderio d’independenza doveva ben presto svegliarsi in questi Re italici. La bramosia degli Italiani a conseguire autonomia di nazione, facevasi viva in adesso per la prima volta, e propriamente manifestavasi nell’Italia settentrionale: ivi i Longobardi, quantunque avessero omai accolto costumanze di vita latina, conservavano tuttavia con fervore i sentimenti germanici di libertà e custodivano la ricordanza di loro signoria antica; ivi Milano aveva di già incominciato a superare di splendore Pavia che era stata un tempo la dominatrice. La caduta del reame dei Longobardi non avea sepolto con sè la vita di questo popolo fornito d’intelligenza e operoso; dalle Alpi esso si distendeva fin giù nelle Puglie. Fatta eccezione per Roma, dove nullameno vivevano famiglie longobarde in gran numero e dove parecchi uomini di quella stirpe ascesero alla cattedra di san Pietro, quella nazione germanica teneva del continuo in mani sue la somma maggiore delle cose d’Italia, così al settentrione che al mezzogiorno. Duranti i tempi più oscuri della storia, furono veramente i Longobardi che diedero a Italia eroi, principi, vescovi, istoriografi, poeti e per ultimo libertà di republiche. Nelle forze di loro, massimamente, riposa pertanto la parte più grande della vita storica e della civiltà d’Italia: è questo un fatto incontestabile, che al dì d’oggi parecchi Italiani si studiano invano di negare, quando, ad onta della ragione storica, eglino parlano della nazione italiana in secoli nei quali non ne esisteva una siffatta, o quando dimenticano che essenzialmente questa nazione italica si formò dalla miscela della razza goto-longobarda colla razza latina: e se noi pure parliamo di una nazione italiana a quest’età, vale considerare, per quanto dicemmo in precedenza, che ne abbiamo ristretto il concetto a sua giusta misura storica. Gli ottimati lombardi non pensavano più alla restaurazione della spenta dinastia di Desiderio, ma anelavano di affrancarsi dall’odiato reggimento dei Franchi. I Vescovi, giunti a signoria di principi per privilegî ottenuti da Carlo e da Lodovico, e già avvezzi ad aver prima voce nelle faccende politiche come signori territoriali, sospingevano il giovane Bernardo nella via delle sue aspirazioni. V’aveva fra loro anche Teodolfo, il quale, sebbene vescovo di Orleans, era longobardo di nascita, v’era Wolfoldo di Cremona, e, più ragguardevole di tutti, Anselmo di Milano. Il Re malprudente si vedeva peraltro deluso nei suoi intendimenti. I fratelli Pipino e Lodovico non si levavano a rivolta, e tosto che le soldatesche imperiali rattamente s’avvicinavano ai confini d’Italia, le schiere di lui lo disertavano. Lo sconsigliato giovane correva a Cavillon per gettarsi ai piedi del suo zio, sia che lo affidasse una promessa ricevuta, sia che ve lo decidesse la sorte sua disperata: più probabile è la prima supposizione, chè altrimenti non ve l’avrebbero accompagnato i soci suoi di cospirazione. Lui e i suoi compagni l’Imperatore faceva gettare in carcere. Bernardo, come reo di maestà, era condannato nel capo, e quantunque Lodovico per compassione il graziasse, permetteva che all’infelice si svellessero gli occhi. Questa sentenza, vien detto per comando della imperatrice Irmengarda rabida di vendetta, si eseguiva così barbaramente, che Bernardo ne moriva tre giorni dopo: ciò accadeva in Aquisgrana dopo la Pasqua dell’anno 818. Pari sorte subiva l’amico del Principe, Reginaro, figlio di Meginaro conte, ch’era stato conte palatino dell’Impero, laddove i Vescovi incarcerati, per giudizio del clero franco, erano deposti del loro officio e chiusi in varii conventi. L’Imperatore avea ceduto per debolezza alle sollecitazioni della sua donna e dei consiglieri suoi; peraltro, allorchè gli fu annunciato che il suo nipote era morto, lo pianse acerbamente, ed ancora quattr’anni dopo si sottopose a publica penitenza in espiazione di questa e di altre sue colpe: l’autorità imperiale per lo smacco si scemava, e il potere morale dei Vescovi si accresceva; eglino confortavano l’Imperatore rammentandogli l’esempio di Teodosio penitente, e sè stessi rallegravano ripensando al tribunale da cui lo aveva punito Ambrogio vescovo[47]. Non vien detto se Pasquale si adoperasse presso di Lodovico, affine di alleviare le sorti di Bernardo: noi però accogliamo per vero che ciò avvenisse, perocchè s’acconciasse all’indole di quell’età che in un caso così fuor dei soliti eventi, l’Imperatore udisse il monito paterno del Pontefice. Morto Bernardo, il suo trono restò due anni senza successore, e bene stava che la Chiesa romana tollerasse in pace quella vacanza, dappoichè omai il reame d’Italia incominciava a darle noja.
Per mala ventura, una tenebra fitta seppellisce nel suo bujo le condizioni di Roma a questo tempo, per guisa che la storia della Città fa mostra di sè ad intervalli, soltanto in quegli avvenimenti che si associano alla storia dell’Impero. Lotario, figliuolo maggiore di Lodovico, già nominato imperatore, era fatto altresì re d’Italia; in tal modo, per la prima volta dopo di Carlo magno, le due dignità si riunivano in una sola persona. Quantunque il padre suo fin dall’anno 820 gli avesse concesso la corona d’Italia, egli lo mandava a Pavia soltanto due anni più tardi. Lo aveva sposato ad Irmengarda, figlia del possente Ugo conte, ed a questa occasione aveva fatto grazia ai Vescovi prigionieri; indi, nell’Agosto 822, congregava in Attigny una dieta e in quella comandava a Lotario che andasse adesso al regno suo. Gli poneva ai fianchi, da consiglieri, il monaco Wala, quel desso che era stato ministro di Bernardo, e Gerungo, che era un officiale della sua corte; tuttavolta non intendeva di prefiggere al Re d’Italia che tenesse residenza costante a Pavia. Piuttosto, Lotario ivi era spedito soltanto affinchè desse sesto alle cose del paese e vi facesse giustizia; il Re doveva tornarsene a Francia non appena che avesse adempiuto a questi officî, perlocchè si rivela che il padre di lui, travagliato da sospetti, non bramava che il figliuolo ponesse stanza in Italia. Come Pasquale udiva della partenza di Lotario (la quale avveniva poco tempo prima della Pasqua dell’anno 823), lo invitava affinchè andasse a Roma per ricevervi di mano del Papa la incoronazione e l’unzione: è ben facile capire i motivi dell’invito.
Lotario, consapevole il padre, aderiva alla richiesta. Accolto con onoranza degna d’imperatore, nel dì di Pasqua era coronato dal Pontefice in san Pietro, e il popolo romano lo acclamava Augusto: egli era primo degli Imperatori, dopo di Carlo, che ricevesse in Roma la corona, perocchè Lodovico padre suo fosse stato coronato in Reims[48]. Così l’arte politica romana sapeva con accorta fermezza sostenere il principio che Roma era fonte dell’Imperio, e che la unzione pontificia era necessaria agli Imperatori, sebbene fossero stati eletti per deliberazione della dieta dello Stato, ed anche coronati. Pasquale consecrava col crisma il giovane Imperatore, indi proclamava che questi, pari ai predecessori suoi, aveva podestà imperatoria sul popolo romano[49]: Lotario immantinente ne esercitò l’officio, poichè nel breve tempo di suo soggiorno in Roma vi pronunciò sentenze da giudice.