Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 3/8

Part 28

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Del rimanente, non ci cureremo più oltre di confutare coloro, che su’ patriotti romani, quai furono Alberico, Crescenzio e loro seguaci, imprimono il marchio di tiranni o di rei, per ciò che non porsero servilmente i polsi in balìa degli Imperatori e dei Papi. Virtù santa è l’amore di patria, nè può separarsi da quel concetto sommamente morale dell’uomo, che è la libertà. L’odio nazionale dei Romani contro agli stranieri, la loro avversione contro al governo dei preti, diedero spiegazione in ogni tempo della ragione che gli inspirava, poichè questa si fondava nella natura vera delle cose. Tuttavia, noi non vestiremo la persona di un Romano del secolo decimo coll’abito dei demagoghi greci, nè colla toga di Bruto o col fantastico mantello di Cola di Rienzo; Crescenzio fu uomo che non ebbe idee di progresso, nè si perdette in utopie; ei fu un Romano ardito e amatore della patria, che visse nell’età massimamente barbarica della sua Città. La inscrizione funeraria di lui ne celebra la bellezza del volto, e dice che ebbe decoro di illustri natali: pari ad Alberico, intese a impadronirsi del potere temporale, il quale, come affermano ancora i Romani d’oggidì, è una palla di piombo appesa ai piedi apostolici del Papa, e dal cielo, dominio che niuno gli contende, lo strascina giù basso in una regione che a lui dovrebbe essere affatto ignota.

Crescenzio, coi suoi aderenti, congiurò alla caduta del Papa tedesco. Il popolo trovava forse motivo a lagnarsi, che uomini stranieri e imperiti delle leggi romane amministrassero la giustizia, e a giudici nominassero persone che non toccavano stipendio dallo Stato, e perciò erano corruttibili e partigiane. Se nelle città non romane questo rimprovero rifletteva i _Comites_ che eleggevano mali giudici, in Roma può darsi che si mormorasse della parzialità dei _Judices dativi_, ossia di cose criminali, i quali punivano molti Romani di carcere, di confisca e di bando[527]. Le rivoluzioni precedenti avevano reso necessario un governo severo; molti ottimati romani saranno per certo stati espulsi dai loro officî, in quello che nelle più alte cariche dell’amministrazione e da giudici saranno stati messi uomini che parteggiavano decisamente per l’Impero; Gregorio V medesimo non fu mondo del rimprovero che dispensasse officî a prezzo di denaro. Mentre il Papa tedesco si circondava di gente tedesca e di suoi creati, e deliberava di introdurre nella impura Roma la vita rigidamente modesta di Cluny, anzi, ancor meglio, di operarvi una riforma ecclesiastica, pareva ai Romani che il nuovo ordine di cose massimamente non fosse che una signoria violenta di stranieri, degna di odio.

Scoppiò una sollevazione; e il Papa ne ebbe salvamento, fuggendo a precipizio nel giorno 29 di Settembre 996. Fa meraviglia che Gregorio non avesse reso a sè sicuro il castello di Sant’Angelo, oppure, se l’avea fatto, che i suoi partigiani non vi opponessero resistenza: e sì, quando Ottone era venuto a torsi la corona, aveva pur dovuto avvenire che si sottraesse alla balìa dei nobili la sola rocca forte esistente in Roma. Sebbene parecchie volte fosse capitato in mano degli ottimati romani, il castello non era però di proprietà privata; monumento dei più cospicui di Roma, apparteneva anzi allo Stato; più tardi, i Papi lo tennero in conto di loro speciale possedimento, a somiglianza della città Leonina, opera propria di essi, e in tale rispetto lo ebbero i Romani. Ma poichè, in questo tempo, i Pontefici non avevano loro residenza in Vaticano, il castel Sant’Angelo non profittava loro come luogo di rifugio, e nel Laterano, che non era munito, stavano esposti senza difesa ad ogni repentino assalimento. Crescenzio si riprese dunque il castello, e lo empiè di gente d’arme.

Frattanto, l’espulso Gregorio moveva in gran fretta all’Italia settentrionale, ove aveva già indetto un Concilio che doveva raccogliersi a Pavia. Qui, sull’incominciamento dell’anno 997, promulgò statuizioni di vario genere sopra argomenti che riflettevano la Chiesa di Germania e quella di Francia; significò ai Principi ed ai Vescovi che, da quel momento in poi, avrebbero dovuto piegare la fronte innanzi alla primazia romana, e che Roma avrebbe sostenuto con tutta l’energia i principî posti dalle Decretali Isidoriane contro le decisioni dei Sinodi provinciali. Riguardo alla cacciata sua, mostrò una calma piena di dignità, e con temperanza di linguaggio richiese i Vescovi tedeschi che confermassero la scomunica pronunciata contro all’invasore e predatore della Chiesa: così avvenne[528]. Mentre il Papa espulso lo metteva al bando fuor della comunanza dei fedeli il ribelle audace dava opera a ordinare in Roma il suo effimero dominio, innanzi che Ottone tornasse: certo è che Gregorio aveva chiamato l’Imperatore per via di pressantissime lettere.

Lui fuggito, s’era compiuta una rivoluzione universale nelle cose di governo; cacciati i _Judices_ che erano in carica, si ponevano uomini nazionali a vece di loro; Crescenzio nuovamente si appellava Patrizio o Console dei Romani, e, convinto di sua propria debolezza, cercava di farsi alleato Bisanzio. Nè la corte di Grecia era stata estranea al rivolgimento occorso in Roma; ce lo fanno comprendere questi avvenimenti. Prima ancora che Ottone III prendesse la corona d’imperatore, aveva egli spedito un messaggio a Costantinopoli per chiedervi, come il padre suo, la mano di una principessa greca. A capo dell’ambascieria era stato Giovanni, vescovo di Piacenza, greco calabrese da Rossano, per nome Filagato. Sorto da infimo stato, doveva questi le sue fortune al favore di Teofania; educato nelle arti greche, facondo, destro, era venuto poverissimo alla corte di lei, presso cui facevano ressa molti uomini di sua nazione. Il cortigiano protetto salì presto in potenza, ottenne l’Abazia di Nonantula, la ricchissima d’Italia, indi, durante la reggenza di Teofania, fece suo il vescovato di Piacenza, che, benanco, a pro di lui, fu eretto da Giovanni XV ad arcivescovato, e separato dalla metropoli di Ravenna[529]. Mezzano di sponsali, nell’anno 995 era stato mandato a Bisanzio; colà aveva negoziato lungo tempo in quella corte, e con gran malcontento aveva visto deluse le speranze della sua ambizione, perciocchè a papa fosse stato eletto Gregorio V. Nella primavera del 997 tornava a Roma, e poichè non prendeva il cammino di Ravenna, dev’essere che la mutazione delle cose lo seducesse a rimanervi, oppure che Crescenzio stesso ve lo invitasse. Deciso di combattere per la tirannia o di morire, il Patrizio anteponeva riverire la supremazia di Bisanzio, anzi che sopportare il giogo odiato dei Sassoni. Accolse dunque Filagato con grandi dimostrazioni d’amicizia, e per una ragguardevole moneta gli offerse la corona di pontefice. Il favorito di Teofania, colmato di beni dagli Ottoni, avvinto di doveri spirituali verso l’Imperatore ed il Papa (aveva tenuto a battesimo Ottone III e Gregorio V) non sentì voce di coscienza, si buttò dietro le spalle ogni dovere di fedeltà, tradì i benefattori suoi, e, nel Maggio dell’anno 997, prese la tiara dalle mani di Crescenzio, con nome di Giovanni XVI. Conchiuse un trattato coi Romani che lo sollevarono ad antipapa; lasciò il potere temporale a Crescenzio e alla nobiltà, ma chiese che si riconoscesse l’autorità suprema di Bisanzio, senza il cui soccorso capiva di non potere stare ben fermo in sella[530].

§ 3.

Dominazione di Crescenzio in Roma. — Ottone muove contro la Città. — Sorte orrenda dell’Antipapa. — Crescenzio si difende in castel Sant’Angelo. — Narrazioni varie della sua fine. — _Mons Malus_, ossia Monte Mario. — Inscrizione funeraria di Crescenzio.

Se un uomo di spiriti arditi fosse seduto a quel tempo sul trono di Bisanzio, bene avrebbe osato di venire alle armi per prendersi Roma. Ma Basilio e Costantino, per un corso di anni lungo fuor del consueto, trascinarono il peso del loro regno senza lode di gloria; e Italia, svezzata dal sistema di governo bizantino, fu, per buona sorte, salvata da una nuova invasione del despotismo greco. Nessun esercito mosse dalle Calabrie a Roma, nè flotta alcuna comparve alla foce del Tevere, perlochè il greco Filagato presto si pentì di non aver prestato ascolto agli ammonimenti di Nilo, santo compaesano suo. Per il predone della sua cattedra, Gregorio V non aveva che disprezzo, e tutti i Vescovi d’Italia, di Alemagna e di Francia scagliarono l’anatema sul capo del falso Greco. Lui, tuttavolta, i Romani onoravano per papa, dappoichè il partito imperiale fosse imbrigliato dal terrore che gli mettevano gli usurpatori; anche la Campagna obbediva a lui; sui monti Sabinati poi avevano stanza i congiunti di Crescenzio, Benedetto conte, sposo di Teodoranda, e i loro figli Giovanni e Crescenzio, che profittavano della signoria del cugino per impadronirsi dei beni del convento imperiale di Farfa. Abate di questo era allora Ugo, uomo che più tardi diventò, per suoi meriti, illustre, ma che non avea avuto peritanza di comprare per denaro da papa Gregorio la dignità di abate: ed invero, s’erano così scardinate le fondamenta del giusto, che nessuna maniera di guadagni era reputata obbrobriosa; tutto era venale; e poichè mancava una più alta meta cui indirizzare la vita, non s’aveva estimazione che del possedimento di signorie, e dei mezzi di spassarsela in piaceri[531].

Frattanto, gli usurpatori potevano dire a sè medesimi che gli apparati di loro difesa erano insufficienti, e Ottone III scendeva dalle Alpi sulla fine dell’anno 997; tanto tempo lo avevano tenuto in faccenda le guerre cogli Slavi in Alemagna. A Pavia trovava il cugino Gregorio che venivalo ad incontrare in aspetto di profugo, condotto per mano dal vecchio Margravio di Verona, padre suo. Celebrate le feste di Natale a Pavia, mossero a Cremona, poi a Ravenna, poi a Roma; e, se ancor viveva, Benedetto monaco, dal suo Soratte, avrà veduto passare le loro soldatesche accese di furore, e avrà pianto con lamenti nuovi la sorte di Roma sventurata.

Allorchè Ottone III, sulla fine di Febbrajo del 998, s’ebbe trovato innanzi alla Città, ne vide spalancate le porte, indifese le mura; soltanto il castel Sant’Angelo era presidiato da Crescenzio e dalle sue genti, che da quella rocca, ossia da quel sepolcro, intendevano disfidare la morte[532]. Qui fu che il popolo romano dimostrò veramente di meritare i suoi destini; non avea desso pur bisogno di ricordarsi della difesa della Città avvenuta ai giorni di Belisario; bastava che pensasse al tempo di Alberico, per dire a sè stesso che anche adesso poteva ottenersi una pari vittoria. Ma i Romani erano smembrati da fazioni, e una gran parte del clero e dei nobili parteggiava per l’Impero. Atterrito, Filagato fuggì nella Campagna; ivi, forse nella fatale Astura, si celò entro una torre, aspettando di ricoverarsi per mare o per terra fra’ Greci. Però, cavalleggieri imperiali lo colsero; con furore barbarico mozzarono al falso Papa il naso, la lingua, le orecchie, gli strapparono gli occhi, e trascinatolo a Roma, gettarono l’infelice nella cella di un convento[533]. Ottone entrò nella Città senza impedimento, intimò a Crescenzio di posare le armi, e, poichè ne ricevette una risposta insolente, ordinò che il castello si prendesse d’assalto. Tranquillamente pose tribunale in Laterano, e promulgò scritture a favore di conventi e di chiese, nel tempo medesimo che il Papa faceva medicare alcun tratto di tempo le piaghe di Filagato. Nel mese di Marzo congregò egli in Laterano un Concilio; ivi la persona mutilata dell’Antipapa, che metteva ribrezzo a mirarla, si presentò agli sguardi dei Vescovi: tanta miseria avrebbe impietosito anco dei Saraceni. Filagato fu deposto di tutte le sue dignità; maltrattandolo, gli strapparono di dosso le vesti pontificali, coperto delle quali era stato costretto a comparire; lo posero cavalcioni, a rovescio, di un asino scabbioso, come un tempo erasi fatto di Pietro prefetto, e, mentre un araldo lo precedeva gridando, quegli esser Giovanni che aveva osato far le parti di Papa, lo trassero per le vie di Roma fra le urla del popolo; indi egli sparve dietro la porta di un carcere[534]. Non v’ha cosa che dipinga più al vivo le condizioni morali degli uomini, di quello che sia il modo onde eglino ricompensano le loro virtù e castigano le loro colpe: e dacchè abbiamo registrato alcuni vivissimi esempli dell’ultima specie, egli è facile giudicare di che fatta fosse lo stato sociale del secolo decimo. Se sia vero che allora venisse a Roma l’abate Nilo affine di salvare il suo gramo compatriotta, quest’azione ne onora la memoria. La sua biografia, inzeppata di fole, narra su di ciò, che quel vecchio quasi novantenne, movesse a Roma per chieder la grazia di Filagato; però i desiderî del Santo non ottennero ascolto, e, quando il protetto suo ebbe sofferto la punizione crudele, Nilo partì coll’animo acceso di collera, non senza aver vaticinato al Papa e all’Imperatore l’ira del cielo, che un dì o l’altro immancabilmente avrebbe colpito i loro cuori impietrati[535].

Avevano spazzato via l’Antipapa, ma il vero capitano della rivolta resisteva tuttavia in castel Sant’Angelo. Quivi era chiuso Crescenzio senza speranza di salute, nemmanco di fuga, che egli sembra aver disdegnato. Roma abbandonato lo aveva, chè il popolo tosto lo rinnegava, e la faceva da spettatore muto di una fra le più sanguinose tragedie della sua città, in quello che i Romani aderenti all’Impero si associavano ai Tedeschi per assalire la rocca; nè a Crescenzio davano ajuto i Baroni della Campagna, dove i suoi cugini, attendendo nella Sabina l’esito degli eventi, si rimpiattavano nei loro covi di predoni; nessun altro rimedio egli scorgeva fuorchè nelle spade dei suoi fidi amici, i quali s’erano chiusi dentro con lui, con lui preparati a morire. Infatti, sebbene fosse a prevedersi la sua fine inevitabile, i suoi nol tradivano; ed anzi la caduta di lui, che avveniva dopo una breve ma valorosa difesa, sublimò la gloria del suo nome, che il popolo, per tempo lungo, associò a quello del castel Sant’Angelo. Questo celebre sepolcro imperiale, per sè medesimo saldo come un torrione, nel corso delle età era diventato una vera fortezza, e, già ai tempi di Carlo Magno, lungo le mura che da esso dechinano fino al fiume, contavansi sei torri e centosessantaquattro merli: oltracciò Crescenzio ne aveva accresciuto i fortificamenti[536]. Il sepolcro tenevasi in conto di inespugnabile; può darsi che si fosse conservata fama della difesa che ivi dentro avevano sostenuto i Greci: era stampata nella ricordanza di tutti la fuga che di là aveva preso re Ugo, e viveva la memoria che esso era stato castello dell’invitto Alberico; segnatamente dai Goti in poi, quel monumento aveva avuto il vanto di non venir conquistato mai. Crescenzio respinse trionfalmente alcuni assalimenti, e Ottone fu costretto di far assediare il sepolcro con tutte le regole dell’arte bellica.

Diede l’incarico dell’assedio a Eccardo margravio di Misnia, e questi, tosto dopo la Domenica _in Albis_, montò all’assalto. Crescenzio virilmente si sostenne qualche tempo, ma le grandi torri di legno e gli arnesi di guerra che i Tedeschi s’erano costruiti, scrollarono la rocca, e insieme la fede che non potesse esser presa. Il modo onde finiva Crescenzio, è sepolto in mezzo a racconti di leggenda. Narrassi financo che, disperando di opporre più a lungo resistenza, entrasse tutto incappucciato nel palazzo di Ottone, e, gettandosi a’ suoi piedi, lo implorasse a mercè. «Perchè», avrebbe allor detto il giovane Imperatore a’ suoi, «perchè lasciaste che il Principe dei Romani, ordinatore di Imperatori e di Papi, e facitore di leggi, entrasse nelle case dei Sassoni? Riconducetelo sul trono della sua eccellenza, fino a che gli abbiamo apprestato accoglienze convenevoli al grado suo»: Crescenzio, tornato al castello, vi si sarebbe difeso prodemente, ma finalmente, quello era preso di scalata, ed allora l’Imperatore ordinava che il Romano si precipitasse dai merli innanzi agli occhi di tutti, acciocchè i Romani forse non dicessero, che egli aveva loro rapito il loro principe con gran segretume[537]. Un’altra leggenda racconta che Crescenzio fosse preso mentre fuggiva, e, messo dalla rovescia a cavallo di un asino, fosse tratto per le vie di Roma, mutilato membro a membro, e in ultima impiccato fuor della Città[538]. Nè mancarono voci che attribuirono la caduta di lui al più obbrobrioso spergiuro di Ottone. Dicevasi, che, per mezzo di Tammo suo cavaliere fidato, gli avesse promesso sicurtà, e che poi facesse giustiziare, come reo di maestà, lui che gli si era dato in balìa. La verosimiglianza di questo spergiuro raccomandavasi al fatto che Tammo andò monaco, e che Ottone si esercitò in opere di penitenza; però nulla v’ha che ne dia certezza; la resistenza di Crescenzio era disperata, e niente v’era che costringesse l’Imperatore a comperare la caduta del castel Sant’Angelo con un tradimento così contrario alla buona cavalleria[539]. Tuttavolta, può aver fondamento la credenza che il Console dei Romani fosse costretto a dedizione, sia che si arrendesse a discrezione, sia che, coperto di ferite, abbassasse le armi innanzi a promesse dei capitani, che l’Imperatore dappoi non confermasse. La barbarie di quel secolo non ha diritto a mitezza nostra di giudizio; nè possono biasimarsi gli Italiani se dubitano dell’onestà di nemici inferociti, eglino pure avvezzi a parecchie infrazioni di patti. Crescenzio, che primamente era stato graziato dall’Imperatore, aveva rotto il suo giuramento, cacciato il Papa, sollevato l’Antipapa, negoziato con Bisanzio: perciò sapeva per fermo di esser condannato a morire.

Il castello fu preso di assalto addì 29 di Aprile dell’anno 998; Crescenzio, come reo di alto tradimento, fu decapitato sui merli del Sant’Angelo, il suo corpo ne fu precipitato in basso, e finalmente appeso ad un patibolo eretto su Monte Mario[540]. I Cronisti italiani narrano che prima gli si strappavano gli occhi, gli si mutilavano le membra, e, involto in una pelle di vacca, lo si strascinava per i chiassi fangosi della Città: nè saremo noi che faremo il menomo tentativo di revocare in dubbio queste barbarità, per salvare di qualche poco l’onore di quel tempo brutale, e neppur dubiteremo che siffatta crudeltà offendesse di troppo i nervi di Ottone III e di Gregorio V, di loro che avevano tollerato in santa pace le efferatezze ond’era stato trattato l’Antipapa. I Romani non potevano mirare che con isguardi di odio e di disperazione al patibolo di Monte Mario; di quest’altura, donde scendevano i pellegrini nordici, che si eleva, da sopra di ponte Molle, quasi monumento storico del santo romano Impero della nazione tedesca. Appiè dell’alta e bella collina, da cui pellegrini e guerrieri, quando venivano, godevano per la prima volta la vista ammaliatrice di Roma eterna, era situato il campo di Nerone, dove stava attendato l’esercito imperiale: ivi erano appesi Crescenzio e dodici Romani, capitani regionali di Roma, giustiziati con lui, trofei terribili di Germania, ossia dell’aborrita dominazione straniera che pesava su Roma: e i capitani sassoni avevano di che vociare, dicendosi l’un l’altro per beffa, che adesso il Console magno aveva agio di guardare in basso al vicino castel Sant’Angelo, luogo di suo dominio. Da quel dì i Tedeschi battezzarono il colle con nome derivato dall’avvenimento loro propizio; ne è appellato, dicono, _Mons Gaudii_, monte di gioia; i Romani, afflitti, lo hanno invece chiamato _Mons Malus_, monte di dolore[541]. Allorquando in quei giorni, dal 29 al 30 di Aprile di quell’anno, i pellegrini saranno passati innanzi ai patiboli dei Romani, avranno sospeso il canto di loro inni, raccapricciando alla vista del luogo ove avevano sofferto supplizio gli audaci campioni della libertà romana, e, tremando, avranno affrettato il passo in mezzo alle soldatesche giubilanti dei Sassoni, che celebravano nel campo di Nerone il loro trionfo. Un Cronista ci descrive la grama sposa di Crescenzio fra gli abbracci di armigeri brutali cui era data in balìa, ma non è che un’invenzione dell’odio nazionale romano: presto Stefania, in tutt’altra figura, doveva far mostra da amante del vincitore di suo marito[542]. Con maggiore somiglianza di vero noi crediamo vedere la matrona infelice chiedere in grazia a Ottone imperatore la salma del giustiziato, e, accompagnata in secreto da mesti amici, darle sepoltura cristiana sopra un’altra collina, in vicinanza di Roma. Se i Romani avevano motivo di attribuire la morte del loro eroe ad un’infrazione di fede, gli è per proposito che a luogo di sua tomba eleggevano sul Gianicolo la chiesa di san Pancrazio, da tempo antico guardiano delle promesse e vendicatore dello spergiuro.

Roma pianse a lungo l’illustre e bella persona di Crescenzio[543]; nè è senza ragione che da allora in poi fin molto giù nel secolo undecimo il nome di Crescenzio si ritrovi così meravigliosamente frequente nei documenti della Città; lo si impose a’ figli di parecchie famiglie, manifestamente a ricordanza dello sventurato campione della libertà di Roma. Sulla tomba di lui si pose un epitaffio che ci fu conservato: è uno dei migliori e più notevoli del medio evo romano; in esso alita lo spirito melanconico delle età passate, quello spirito che si diffonde dal mondo delle ruine di Roma:

«Verme, o uomo, putredine, cenere sei; non cercar case d’oro; in quest’angusta cassa starai racchiuso. Colui che resse tutta Roma felicemente, or in queste strettezze è raccolto, povero e piccino. Bello di persona, fu Crescenzio dominatore e duca, nato di stirpe inclita. A’ suoi tempi, potente fu la terra che il Tevere bagna, e tornò chetamente a dritto del Pontefice. Avvegnaddio la fortuna abbia torto a giro la sua vita, e lo abbia condannato a tetra fine. Chiunque sei che respiri aure di vita spargi un lamento sulla sorte di lui; rammenta che pari a lui tu sei»[544].

CAPITOLO SESTO.

§ 1.

Conseguenze della caduta di Crescenzio. — Suoi parenti nella Sabina. — Ugo abate di Farfa. — Condizioni di questo monastero imperiale. — Lite notevole sostenuta dall’Abate contro ai preti di santo Eustachio in Roma.

Il giudizio cruento pronunciato da Ottone, più terribile ancora della sentenza data, tempo prima, dall’avo suo, fe’ tremare la Città per ogni vena; e il giovane Imperatore, con animo soddisfatto, notò uno dei suoi Diplomi per la data del giorno in cui s’era giustiziato Crescenzio: credeva egli di avere a sè incatenato Roma per sempre[545]. Anche i congiunti di Crescenzio avevano previsto le conseguenze del trionfo imperiale; finchè era stato potente avevano fatto causa comune con lui, per crescere di dominio nel Sabinate, ma dalla sua caduta s’erano accortamente tenuti in disparte. Nel territorio della provincia romana non alitò mai sentimento di nazione; fuor di Roma Romani non v’erano, nè v’aveva unità che associasse fra loro le classi degli abitatori del contado, divisi per ragione di stirpe e di legge. Nelle città di provincia, in cui la costituzione curiale romana s’era da lunghissimo tempo estinta, appena adesso incominciava, la prima volta, a formarsi una cittadinanza libera; per lo contrario, sulla moltitudine dei coloni e delle persone che stavano in dipendenza altrui, emergevano colla violenza e da soli, i Baroni, i Vescovi, gli Abati. Tutti costoro cupidamente chiedevano possessi di città provinciali e di castella, e i Papi di qua e di là concedevano di quelle terre a famiglie cospicue, o a Vescovati, o a conventi. Il feudalismo andava estendendosi nella Campagna; alcuni signori toglievano padronanza di distretti intieri, e l’ordinamento baronale di natura laica e clericale poneva, da dopo la metà del secolo decimo, salde radici nel territorio romano, per durare, maleficio dell’agricoltura, fino ai dì nostri.