Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 39
[363] PROCOP., _De bello Goth._, 18. I Greci, dic’egli, chiamavano il cavallo Phalion, i Goti Balan.
[364] Così spiego la frase: ἔς τίνα γεώλυφον. È il territorio montuoso su cui s’alzano oggi la Villa Borghese e la Villa Poniatowsky, e che si stende fino all’_Aqua Acetosa_.
[365] Βανδαλάριος: ancora nel medio evo i Romani usavano del nome di _Banderario_.
[366] Nessuna dubbiezza s’eleva sulle prime tre porte: la Nomentana fu fatta abbattere da Pio IV che vi eresse invece la porta Pia. È controverso se le porte Tiburtina e Prenestina, corrispondano alle odierne porte di san Lorenzo e Maggiore: i Topografi hanno avviluppata questa ricerca in un labirinto di ipotesi.
[367] PROCOP., _De bello Goth._, I, c. 19, dice: τήν τε Αὐρηλίαν (ἤ νῦν Πέτρου ecc.) καὶ τὴν ὑπὲρ τὸν ποταμὸν Τίβεριν, donde si pare manifestamente che porta Aurelia era al di qua del ponte. A c. 18, egli aveva già fatta menzione della porta Transteverina: ἤ ὑπὲρ ποταμὸν Τίβεριν Παγκρατίου ἀνδρὸς ἁγίου ἐπώνυμος οὖσα. Già prima del tempo di Procopio la costumanza cristiana del popolo aveva private dell’antico nome le porte di Roma, appellandole da quello delle basiliche erette in vicinanza. Me ne persuade la _Cosmographia_ del così detto AETHICUS (ed. GRONOV., _Lugdun._, 1696), che appartiene agli ultimi tempi dello Impero. Egli chiama già: _divi Apostoli Petri portam_, e dice: _intra Ostiensem portam quae est divi Pauli Apostoli_ (p. 40, 41).
[368] τραγῳδοὺς καὶ μίμους καὶ ναύτας λωποδύτας: bel rimprovero in bocca d’un rozzo duce goto di nome Vacis. Leggesi in PROCOP., I, c. 18.
[369] Io numerava jeri cinque molini natanti sul Tevere tra ponte Sisto e il ponte dell’isola Cestia. Il FABRETTI (_de aquis et aquaed._, diss. III, p. 170) mosse un’acuta critica a Belisario ed a questi molini, dimostrando le ragioni del danno che recano. Io posso narrare che nella primavera dell’anno 1856, in una piena impetuosa del fiume, un molino era trascinato contro il ponte Cestio e ne recava grave danneggiamento al parapetto.
[370] Il NARDINI (II, p. 17) afferma che il luogo ove fu dato l’assalto e dove era il Vivario fosse in vicinanza all’Anfiteatro castrense, accosto a porta Maggiore. Il NIEBUHR invece (in BUNSEN, I, 658) difende l’opinione del PIALE contro il NIBBY, sostenendo cioè che all’antica porta Prenestina corrisponda oggidì porta san Lorenzo. Egli ne trae argomento dal fatto, che FLAMINIO VACCA dà nome di Prenestina ad una via che parte di porta san Lorenzo. Ed io trovo che FLAMINIO determini porta san Lorenzo per l’antica Prenestina, avvegnachè egli narri (n. 15 delle _Memorie_), che presso a porta san Lorenzo furono rinvenute parecchie urne sepolcrali gotiche, e dica di aver letto che in quel luogo i Goti avevano tocca una grave sconfitta. Le notizie date dai Romani di quei tempi che s’appoggiavano alla tradizione, mi sembrano meritevoli di fede. Primo di tutti l’Anonimo di Einsiedeln determinò che porta Maggiore fosse l’antica Prenestina.
[371] PROCOP., I, 23. A cagione di questa credenza, egli aggiunge, quel muro è lasciato anche oggidì nella sua condizione antica senza restauro. — Non v’ha dubbio che il Muro Torto corrisponda all’antico _Murus ruptus:_ il Padre ESCHINARDI (_Dell’agro Romano_, p. 286) accoglie la giusta opinione che fosse così malconcio per opera di un terremoto. Pio IX fè restaurare bellamente le mura che s’alzano sotto monte Pincio, ma il Muro Torto non fu tocco.
[372] La porta Janiculense è già da Procopio appellata Pancraziana, ma nel secolo IX l’Anonimo di Einsiedeln la chiamava Aurelia dal nome dell’antica via. Egli dice: _a Porta Aurelia usque Tiberim_, etc.
[373] Il BUNSEN dice che il diametro della torre fosse di 329 palmi, e la periferia di 1033 palmi: la base deve essere stata alta 15. Dopo la descrizione di Procopio è importante quella che ne dà, quantunque si abbandoni a fantasticherie, il canonico PIETRO MALLIO nella sua _Hist. Bas. s. Petri_, c. 7, n. 131, che trovasi nei Bollandisti, _Acta ss. Junii_, T. VII, p. 50. — Il LABACCO, il PIRANESI, l’HIRT, il CANINA, nelle loro investigazioni danno soltanto delle belle dipinture. La storia del Castello fu scritta dal FEA, _Sulle rovine di Roma_; dal DONATO, _Roma vetus ac recens_, IV, c. 7, e dal VISCONTI, _Città e famiglie antiche_, Sec. II, p. 220, _sq._ — Quest’ultimo avrebbe dovuto giustificare la sua asserzione priva di fondamento che Alarico saccheggiasse il mausoleo e distruggesse l’urna sepolcrale di Adriano. Avrò spesse volte occasione di tornare a discorrere di questo sepolcro, della memoria di Adriano nel medio evo: e mi converrà annodare la narrazione delle sorti di quell’edificio ai tempi che è mio cómpito di descrivere.
[374] Ecco nell’originale questo passo importante di PROCOPIO, I, 22: τοῦτον δὴ τὸν τάφον οἴ παλαιοὶ ἄνθρωποι (ἐδόκει γὰρ τῇ πόλει ἐπιτείχισμα εἶναι), τειχίσμασι δύο ἔς αὐτὸν ὑπὸ τοῦ περιβόλου διήκουσι μέρος εἶναι τοῦ τείχους πεποίηνται.
[375] Il FEA (p. 385) accoglie senza fondamento opinione che Teodorico comprendesse il sepolcro di Adriano entro le fortificazioni. TEODORICO DI NIEM (_De Schism. Papistico_, lib. III, c. 10, p. 63) dice che a’ tempi di Ottone il grande, il Castello _carcer Theodorici vocabatur_. — Esso è chiamato: _Domus Theodorici_ dall’Annalista SAXO, ad ann. 998.
[376] Il PANVINIO (_Resp. Rom._, C., p. 113, _sq._) afferma erroneamente che s’alzassero mura nel Borgo, alle quali si unissero le due muraglie di congiunzione. Anche l’ALVERI (_Roma in ogni stato_, II, p. 114) pone la porta Aurelia presso il portico del san Pietro. Il NARDINI, I, p. 90, ammette che esistesse la congiunzione delle mura col sepolcro. Ma tutte queste cose sono involte in tanta oscurità nel racconto di Procopio, che mettono a disperazione gli Archeologi. Cfr. BECKER, I, p. 196, e NIBBY, _Mura di Roma_, c. VII.
[377] L’Anonimo di Einsiedeln appella tutt’insieme questa porta, la mole di Adriano e la sua fortezza col nome di _porta sancti Petri in Hadrianeo_, e ne enumera 6 torri, 164 _propugnacula_ ossia parapetti, 14 grandi feritoie e 19 feritoie minori. Procopio non fa cenno di questa porta; ma egli s’è dimenticato di parlare del ponte, ed appena è che si ricordi del fiume. Egli non parla neppure del ponte trionfale, perchè esso era già distrutto.
[378] PROCOP., I, 22. Dovremo farne ancora menzione parlando di Adriano I. Nel medio evo tutto il borgo aveva nome di _Porticus_ o _Portica s. Petri_.
[379] Allorquando, a’ tempi di Alessandro VI e di Urbano VIII, si tramutò interamente il mausoleo in castello, negli escavi delle fosse si rinvenne il celebre Fauno dormente guasto da parecchie mutilazioni, ed il busto colossale di Adriano. — Narra Tacito che Sabino, fratello di Vespasiano, difese sè stesso sul Clivo Capitolino dai Vitelliani, dietro un paratio formato di statue: _Sabinus — revulsas undique statuas, decora Majorum, in ipso aditu vice muri objecisset_ (_Hist._, III, 71). È questo il primo esempio di vandalismo di simil genere, e lo compierono Romani antichi.
[380] Le canzoni che i Goti cantavano innanzi a Roma, morirono sventuratamente col loro popolo. Una sola di quelle avrebbe ai dì nostri inestimabile pregio.
[381] PROCOPIO (I, 24) esprime quella profezia colle parole: ἦν τὲ υἴοιμεν ζὲ καὶ ιβένυω, καὶ κατένησι γῤ σοενιπιήυ ἔτι σὸ πιαπίετα. Egli opina però che gli oracoli sibillini trovassero conferma e spiegazione soltanto dall’esito degli avvenimenti. Non mi fu dato di ricavare notizie dai frammenti degli oracoli sibillini dell’OPSOPEO, che a pag. 483 riporta il passo antedetto.
[382] PROCOP., I, 25: ἔχει δὲ τὸν τεὼν ἐν τῇ ἀγορᾷ πρὸ τοῦ βουλευτηρίου ὀλίγον ὑπερβάντι τὰ τρία φᾶτα. οὖτω γὰρ Ῥωμαῖοι τὰς μοίρας νενομίκασι καλεῖν.
[383] Tale spiegazione è data dietro un passo di Plinio (34, 5) da CARLO SACHSE: _Gesch. und Beschr. der alten Stadt Rom._, Hann., 1824, I, p. 700, n. 775. — Lo segue il BUNSEN, III, 2, p. 120. — Il NIBBY (nelle sue annotazioni al NARDINI, II, p. 216, il quale ne dà una spiegazione poco soddisfacente) determina giustamente che il tempio di Giano fosse collocato presso il _Secretarium_ del Senato. Il Giano Gemino era in origine la porta Januale che aprivasi nelle mura antiche della Città. Se ne vede la figura sopra una moneta coniata ai tempi di Nerone coll’iscrizione: _S. C. Pace Pr. Terra Mariq. Parta. Janum. Clausit_. L’antica costumanza romana si svela sotto altra forma in Roma cristiana, nell’usanza di aprire e di chiudere le porte sacre di alcune basiliche in occasione del Giubileo.
[384] Ne trovo conferma in un antico litografo romano del secolo V (Tom. III, _Classicor. Auctor. e Vat. Cod._, editi dal cardinal MAI, _Mythographus_, I, p. 40). Dopo di aver dato spiegazione «_de tribus furiis vel Eumenidibus_» prosegue:
110. _de tribus fatis_.
_Tria fata etiam Plutoni destinant. Haec quoque destinant. Haec quoque Parcae dictae fer antiphrasin, quod nulli parcant. Clotho colum bajulat, Lachesis trahit, Atropos occat. Clotho graece, latine dicitur evocatio; Lachesis, sors; Atropos, sine ordine._
[385] I due inni furono letti dal NIEBUHR in un manoscritto della biblioteca Vaticana, e furono da lui publicati nel _Rhein_. _Mus._, III, p. 7, 8. Egli ne riferisce l’origine agli ultimi tempi dello Impero. La glossa _de tribus fatis_ riportata di sopra si accorda mirabilmente col primo inno. Essa contiene l’istessa frase: _Clotho colum bajulat_, ed io credo che, se non ne sia autore lo stesso Mitografo, sieno almeno ambedue scritture dello stesso tempo, del secolo V. — L’inno mondano sembra che fosse indiritto ad una statua di Venere: nel verso «_Furis ingenio non sentias dolum_» credo di vedere espresso il timore di predoni di statue, ed imagino che fosse un inno di duolo che un Romano volgesse ad un simulacro suo diletto. Assai oscura è l’ultima strofa. Del resto eranvi Pagani ai tempi ancora di Teodorico (_Edictum Theodorici Regis_ CVIII, nelle _Op_. CASSIODORI). Nè havvi dubbio che fossero alcuni Pagani anche in Roma, quando pure il tentativo di aprire le porte del tempio di Giano possa essere stata opera di alcuni giovani, la cui fantasia fosse accesa di rimembranze dalla pugna combattuta.
[386] στρατιώτας τε καὶ ἰδιώτας ξυνέμιξε. Egli è questo il titolo onorevole accordato ai Romani. PROCOP., I, 24.
[387] Sonavansi alcuni organi sulle mura. Doveva essere uno spettacolo meraviglioso. Nè saranno mancati inni con rimembranze antiche cantati dalle genti di guardia. — Nell’anno 924 quando il popolo di Modena vegliava in armi contro gli Ungheri assalitori, i cittadini cantavano un loro bell’inno in buon latino:
_O tu, qui servas armis ista moenia_ _Noli dormire, moneo, sed vigila._ _Dum Hector vigil extitit in Troja_ _Non eam cepit fraudulenta Graecia_ ec.
MURATORI, _Dissert._ 40, e OZANAM, _Docum. inédits_ etc., p. 68, 69. La purezza della lingua induce a credere che quell’inno sia assai antico, e nel ritmo e nel suono è simile ai due canti del NIEBUHR.
[388] Il testo di ANASTAS., _Vita s. Silverii_ narra con ingenuo discorso: _Et ingresso Silverio cum Vigilio solo in Manseolum, ubi Antonina patricia jacebat in lecto, et Belisarius patricius sedebat ad pedes ejus_ etc.
[389] LIBERATUS DIAC., nel _Breviar._, c. 22, narra distesamente la storia di Silverio. Egli racconta che la morte di lui avvenisse in Palmarola (secondo altri in Ponza) e che ne fosse reo Vigilio. Intorno alla Cronologia si consulti il JAFFÉ, _Regesta Pontif. Rom._, p. 75, 76.
[390] Il NIBBY (_della Via Portuense e dell’antica città di Porto_, Roma, 1827) ha sul porto dei Romani un erudito lavoro che io ho seguito. Si consulti anche il suo _Viaggio di Ostia_, e le ricerche del FEA e del RASI, intorno al porto di Ostia e di Fiumicino.
[391] Così ne scrive l’appellato AETHICUS (ed. Gronov., p. 41): _Insula vero, quae facit intra urbis portum et Ostiam civitatem, tantae viriditatis amoenitatisque est, ut neque aestivis mensibus neque hyemalibus pasturae admirabiles herbas dehabeat. Ita autem vernali tempore rosa, vel caeteris floribus adimpletur, ut prae nimietate sui odoris et floris insula ipsa Libanus almae Veneris nuncupetur_.
[392] Quest’importante descrizione di Ostia e di Porto è data da PROCOPIO, I, c. 26. Giova consultare CASSIODORO, _Var._, lib. VII, 9. _La Tor’ Bovaccina_, che è una torre del medio evo la quale s’alza sulla sponda del fiume, determina oggidì l’estremo confine dell’antica Ostia. Tutto il territorio è una regione selvaggia e deserta, di stile grandioso, che inondata dalle acque induce tristezza nell’animo. — Si veda anche CLUVER, _Ital. Antiqua_, III, p. 870, _sq._
[393] Procopio narra che durante l’assedio si dessero sessantanove combattimenti.
[394] I nomi di quegli acquedotti non ci furono conservati da Procopio. Dalle carte del FABRETTI, _De Aquis et Aquaed._, Tav. I, si pare che ivi potessero incontrarsi l’acquedotto Claudio ed il Marcio.
[395] Il san Paolo non era allora peranco difeso dalla fortezza che vi fu eretta soltanto nel secolo IX. PROCOP., II, 4: ἐνταῦθα ὀχύρωμα μὲν οὐδαμῆ ἔστι, στοά δέ τὶς ἄχρι ἔς τὸν νεὼν διήκουσα ἔκ τῆς πόλεως, ὄλλαι τὲ πολλαὶ οἰκοδομίαι ἁπ’ αὐτῶν οὗσαι οὔκ ἒυφοδον ποιοῦσι τὸν χῶρον.
[396] Esiste un Editto di Teodorico in 154 articoli, che è un cattivo riassunto degli ordinamenti legislativi romani, come narra il SAVIGNY.
[397] La Cronologia di Procopio è inesatta nella parte che riguarda il secondo ed il terzo anno della guerra. Laddove secondo il suo computo dovrebbe accogliersi il dato della primavera ossia dell’Aprile dell’anno 535, è manifesto che Vitige partisse nella primavera del 538, ossia dopo la fine del terzo anno della guerra. Il cardinal NORIS (_Dissert. hist. de Syn._ V, p. 54) rimprovera a Procopio di aver confuso insieme il secondo col terzo anno di guerra: io trovo però che dopo il terzo anno egli si restituisce nell’esattezza coi suoi computi.
[398] Il MURATORI sostiene con sana opinione contro il PAGI che questo avvenimento succedesse verso la fine dell’anno 539. _Annal._, ad ann. 340. — _Dissert._ 32.
[399] ANASTAS., _Vita Vigilii_. — Il MABILLON (_Iter. Ital._, III, p. 77) vide nel Museo Landi in Roma, nell’anno 1685, uno scudo votivo in bronzo di Belisario, _Vitigem regem supplicem exhibens_.
[400] Il cognome di Totila era Baduela, come si pare anche dalle monete coll’iscrizione: D. N. BADUILA REX, e come lo chiamano anche la _Histor. Misc._ e Giornande. — Anastasio scrive Badua o Badiulla.
[401] _Multa mala facis, multa fecisti, jam ab iniquitate compescere. Equidem mare transiturus es, Romam ingressurus, novem annis regnabis, decimo morieris. Hist. Misc._, XVI, p. 458, e _Annal. Benedict._, nel MABILLON, ad ann. 541, T. I, p. 97.
[402] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 26.
[403] Gravi difficoltà s’incontrano nella cronologia, poichè il continuatore della Cronica di MARCELL. COM., sembra accogliere l’anno 544 per la caduta di Napoli. Ma il MURATORI sostiene invece che avvenisse nel 543, e anche il PAGI afferma che Totila in quest’anno movesse contro Roma.
[404] PROCOP., III, 9.
[405] PROCOP., III, 10.
[406] Nella cronologia io seguo il MURATORI, il PAGI e PROCOPIO, nè mi vi sconforta il cardinal NORIS (_Dissert. Hist. de Syn._ V, p. 54). PROCOPIO narra che Roma fosse cinta d’assedio nell’undecimo anno della guerra (quindi 545-546). Il GIBBON pone il Maggio dell’anno 546, ma non riesce a dimostrare che avvenisse in quel mese. Il BARONIO, sulla fede del continuatore di Marcellino, di Mario Aventic. e di Teofanio, accoglie l’anno 547, ma il MURATORI ne combatte l’opinione.
[407] Ricavo questa notizia dal _Dial._ III, c. 5, di S. GREGORIO dove dice di Totila: _Ad locum, qui ab octavo hujus urbis milliario Merulis dicitur, ubi tunc ipse cum exercitu sedebat_. Oggidì ancora quel luogo ha nome di _Campo di Merlo_. Narra Gregorio che Totila vi avesse fatto venire Cerbonio vescovo di _Populonium_, il quale aveva celati alcuni soldati greci, e che poi in uno spettacolo (probabilmente dopo la presa di Roma) lo avesse dato in balia di un orso, il quale vi passò innanzi sprezzandolo.
[408] PROCOP., _Hist. Arcana_, c. 1, e LIBERAT. DIACON., _Breviar._, c. 22.
[409] Dovevano essere condannati Teodoro di Mopsuestia, i libri di Teodoreto di Ciro contro i XII Capitoli di san Cirillo, e una lettera di Iba di Edessa.
[410] ANASTAS., _Vita Vigilii_.
[411] ANASTAS., _in Vigilio: videntes Romani, quod movisset navis, in qua sedebat Vigilius, tunc populus coepit post eum jactare lapides, fustes et cacabos, et dicere: fames tua tecum, mortalitas tua tecum: male fecisti cum Romanis, male invenias ubicumque vadis_. Avvenimento straordinario, a cui fu somigliante come copia a originale l’altro succeduto ai tempi di Eugenio IV, novecento anni più tardi. Ne dubitano il BARONIO, il PAGI, il MURATORI, non già il PLATINA. È impossibile al Cronista di trovare notizie delle circostanze particolari del fatto. Si paragoni anche la _Vita Vigilii ex_ AMALRICO AUGERIO (MURATORI, _Script._, III, 2, p. 51).
[412] _Continuat. Marcell. Com._, ad ann. 547: _Totila dolo Isaurorum ingreditur Romam die XVI Kal. Januarii_. — ANAST., _in Vigilio_, afferma che i Goti penetrassero per porta san Paolo (tuttavia Procopio è testimonio che merita fede maggiore): _Die autem tertiadecima introivi in civitatem Romanam indict. 14 per portam s. Pauli_; e questo deesi riferire alla seconda presa di Roma al tempo di Totila. — Gli argomenti pei quali il cardinal NORIS, p. 54, afferma che Roma cadesse nell’anno 547, sono a ragione rifiutati dal MURATORI e dal PAGI. Le narrazioni dei Cronisti sono di molto discordi: così, secondo i _Fragm._ CUSPINIANI, Totila avrebbe distrutte le mura di Roma soltanto nell’anno 548.
[413] Questo tratto di umanità è narrato da ANAST., _in Vigilio: tota enim nocte fecit buccina clangi, usque dum cunctus populus fugeret, aut per ecclesias se celaret, ne gladio Romani vitam finirent._
[414] Anastasio ricorda i nomi di tre patrizi, Cetego, Albino e Basilio, che altra fiata avevano tenuto il consolato. Flavio Basilio juniore era stato l’ultimo console nell’anno 541. Gli anni seguenti furono segnati dal loro numero _post consulatum Basilii_.
[415] PROCOP., III, 20.
[416] _Ingressus autem Rex habitavit cum Romanis quasi pater cum filiis._ ANASTAS., _in Vigilio_. — E Procopio ne lo loda, III, 20, verso la fine: μέγα τὲ κλέος ἐπὶ σωφροσύνῃ ἔκ τούτου τοῦ ἔργου Τωτίλας ἔσχε.
[417] ὑπὲρ ἀνδρῶν ἐπταικότων τὲ καὶ δεδυστυχηκότων παραιτούμενος. PROCOP., III, 21.
[418] PROCOP., III, 22. — Non può mettersi in dubbio che la parte delle mura, che si stende fra porta Prenestina e porta Pinciana, non sia stata allora demolita. In quel tratto le mura sono oggidì le più deboli, e vi si vedono restaurazioni operate nell’età di mezzo.
[419] Il savio MURATORI, _Annal._, ad ann. 546, dice: _laonde gli passò così barbara voglia, se pure mai l’ebbe_.
[420] PROCOP., III, 22.
[421] Il Continuatore di MARC. COM., ad ann. 547, dice: _ac evertit muros, domus aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in praedam accepit_. — PROCOP., IV, 22: ἐπεὶ ἐμπρήσας αὐτῆς πολλὰ ἔτυχεν, ἄλλως τε καὶ ὑπὲρ Τίβεριν ποταμόν. — IV, 33: ἐτύγχανε δὲ Τωτίλας πολλὰς μὲν ἐμπρησάμενος τῆς πόλεως οἰκοδομίας.
[422] LEONARDO ARETINO (morto nell’anno 1444) scrisse bellamente una storia della guerra gotica sulle orme di Procopio, intitolata: _De bello Italico adv. Gothos_, lib. IV, che trovasi in appendice al Zosimo dell’edizione di Basilea. Quel passo degno di nota leggesi verso la fine del libro III, p. 333. — Le favole intorno alla rovina di Roma, e particolarmente sulla distruzione degli obelischi operata da Totila, sono narrate da due scrittori che trattarono degli obelischi della Città, dal MERCATI (_Degli obelischi di Roma_, 1589) e dal BANDINI (_De Obelisco Caes. Aug._, 1750) che giura sulla fede del primo. Ecco un esempio del loro senno critico: GIORNANDE (_De regni success._, MURAT., _Script._, I, p. 242) dice: _omniumque urbium munimenta_ (baluardi) _destruens_, ed il MERCATI legge _monumenta_ (monumenti!). Tuttavia ancor più degno di biasimo è il BANDINI, il quale scriveva nel tempo in cui un discendente dei Goti, il WINCKELMANN, dava ai Romani insegnamenti sull’arte dell’antichità, ed illustrava la storia dei loro monumenti.
[423] S. GREGOR., _Dialog._ II, c. 15: _Roma a gentibus non exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis, turbinibus ac terrae motu fatigata, marcescet in semetipsa_. Questa profezia, dice il Pontefice, si compiè alla lettera; e questo detto mentre da un lato discolpa i Barbari dall’accusa, è prova del decadimento di Roma nel quale noi la vedremo più tardi precipitare ogni dì più.
[424] Vuolsi che Algido fosse situato ov’è oggidì il castello dell’Aglio, le cui rovine coronano la sommità di un monte in vicinanza di Rocca Priora. Ma l’Algido di Procopio doveva essere posto altrove, imperocchè come mai i Goti accampati sopra un monte della terra d’Albano avrebbero potuto operare contro Porto? Il Nibby propone che sia da leggere _Alsium_ ch’è l’odierno Palo. Vedasi la sua _Analisi della Carta_ ec., I, p. 129.
[425] JORNAND. (_De regni success._, MURAT., _Script._, I, p. 242) dice energicamente: _Cunctos Senatores nudatos, demolita Roma(!), Campaniae terra transmutat_.
[426] Il Continuatore di MARCELL. COM., dice: _Post quam devastationem XL aut amplius dies Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi hominum, nisi bestiae morarentur_. — PROCOP., III, 22: ἔν Ῥώμῃ ἅνθρωπον οὐδένα ἐάσας, ἀλλ’ ἔρημον ἀυτὴν τὸ παράπαν ἀπολιπών.
[427] Per desiderio ardente di tornarsene alla città nativa, τῆς τὲ ὲν Ῥώμῃ οἰκήσεως ἐπιθυμίᾳ dice PROCOPIO, III, 24: ed è passione, anzi malattia antica degli uomini.
[428] A queste macchine dette τρίβολοι il GIBBON dà a torto descrizione di trabocchetti: meglio il MURATORI le spiega per cavalli di Frisia. Il DUCANGE nel suo _Glossar._, reputa che _tribulus_ sia lo stesso che _trabuchetum_, macchina che scaglia sassi, locchè qui non può accogliersi. Egli non cita il passo che si riferisce al punto di storia di cui trattiamo, ma egli conosce la macchina da una descrizione di VEGETIUS, 3, c. 24.
[429] PROCOP., III, 37.
[430] PROCOPIO (III, 24), per vero dire, parla soltanto dei ponti del Tevere, e dice, che il solo ponte Milvio non sia stato distrutto, perchè era vicino alla Città. Tuttavia possiamo persuaderci di leggieri che fossero i ponti sull’Anio quelli che Totila distrusse, poichè questo fiume interrompe la via che mena a Tivoli. Egli tagliò ponte Salaro, ponte Nomentano, ed anche ponte Mammolo, ma naturalmente non già ponte Lucano che stava al di sotto di Tivoli.
[431] ALBERTO CASSIO, il quale con somma diligenza compilò una storia degli acquedotti di Roma, accoglie questa opinione. Vedi il suo _Corso delle acque antiche_, Roma 1756, T. I, n. 28, p. 260. Infatti un’iscrizione mutilata, di cui leggesi una parte che dice: _Belisarius. Adquisivit. Anno. D_..., fu rinvenuta sopra un’arcata dell’acquedotto presso il lago Sabbatino nelle vicinanze di Vicarello. Appresso mi sarà data occasione di confortare quest’opinione colla testimonianza ricavata da un passo del _Liber Pontif., Vita Honor._, che il Cassio sembra non aver avuto sott’occhio.
[432] ANASTAS., _in Vigilio: in qua scripsit victorias suas_. E qui è da prendersi nel significato del greco γράφειν, non già in quello più comune di _scribere_. — Alcune iscrizioni sepolcrali del tempo di Belisario che trovansi in Roma, sono preziose per la Storia. Il MURATORI nel _Nov. Thes. Vet. Inscr._, p. 1852, n. 12, ne dà quella di uno _Spatharius domini Patricii Belisar._; ed io mi feci mostrare dai monaci di san Pancrazio in Via Aurelia i frammenti dell’iscrizione funeraria di un tintore che il MARINI riporta nelle annotazioni ai suoi _Pap. Dipl._, p. 251, n. 28.
[433] καὶ πανταχόθι τῆς πόλεως σῖτον ἐντὸς τοῦ περιβόλου σπείρας: passo preziosissimo che vale a dipingerci le condizioni di Roma a quel tempo. PROCOP., III, 36.