Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 38

Chapter 383,486 wordsPublic domain

(Nelle cripte del Vaticano, nel DIONYSIUS, t. XXV).

[273] _Variar._, V. 42. Rescritto dato ad una supplica di un cacciatore. I modi di questi combattimenti di animali erano sì varî che Cassiodoro diceva, il loro numero essere tanto grande quanto quello dei tormenti che Virgilio descrive nel suo inferno.

[274] Dopochè Europa si coperse dell’onta dell’ultima guerra di Crimea, gli statisti ebbero agio di formare un computo, secondo il quale, la moneta che ivi fu spesa a distruggere con ordine di scienza uomini e città, sarebbe stata sufficiente a sanare la piaga del pauperismo in Inghilterra ed in Francia: _Heu mundi error dolendus! si esset ullus aequitatis intuitus, tantae divitiae pro vita mortalium deberent dari, quantae in mortes hominum videntur effundi_.

[275] _Var._, Lib. III, 51.

[276] TURCIUS RUFIUS ASPRONIAN. ASTERIUS, console nell’anno 444, scrisse nel suo celebre codice dei poemi di Virgilio (che si conserva nella Laurenziana di Firenze) un epigramma che parla dei giuochi dati sotto il suo reggimento, e che leggesi nel TIRABOSCHI, _Storia_ etc.. III, 1, c. 2, e nel MABILLON, _De Re Dipl._, p. 354, ed è il seguente:

_Tempore, quo penaces Circo subjunximus, atque_ _Scenam Euripo extulimus subitam,_ _Ut ludos currusque simul, variarumque ferarum_ _Certamina junctim Roma teneret ovans._

Da questi versi si pare che nel Circo nel tempo stesso si dessero corse, danze pirriche, balli pantomimi e cacce di fiere.

[277] _Variar._, Lib. III, 51: _nostri sedes fovere delegit imperii_. E _fovere_ è qui posto nel senso quasi di «rendere onore».

[278] _Var._, Lib. I, 27, 30, 31, 32, 33.

[279] È il celebre motto: _Ad Circum nesciunt convenire Catones. — Var._, Lib. I, 27. Nel Circo godevasi di una libertà quasi carnascialesca: _Locus est, qui defendit excessum_.

[280] _Expedit interdum desipere, ut populi possimus desiderata gaudia continere. Var._, Lib. III, 51.

[281] ANON. VAL., 67. Il GIBBON a questo proposito con suo computo riduce le 120000 moggia a 4000 staia, e ne tragge a conseguenza che la popolazione fosse diminuita.

[282] PROCOP., _Hist. Arcana_, 26: τοῖς τε προσαιτηταῖς οἳ παρὰ τὸν Πέτρου τοῦ ἀποστόλου νεὼν διαιτὶαν εἶχον.

[283] La formula dell’investitura del prefetto dell’annona trovasi nei _Var._, Lib. VI, 18. Il passo citato leggesi in BOETHIUS, _De Consolat._, III, prosa 4.

[284] ANON. VALESII. — Il _solidus_ corrispondeva ad 1/72 di una libbra d’oro. — Il _Liber Junioris Philos._, edito da ANGELO MAI, T. III, _Class. Auctor. e Vatican. Cod._, n. 30, scrittura del secolo IV, celebra i vini degli Abbruzzi, del Piceno, del Sabino, di Tivoli, del paese tusco, che ancora sono tenuti in alto pregio, e loda i prosciutti e le grasce di Lucania: _Lucania regio optima, et omnibus bonis habundans, lardum multum aliis provinciis mittit; quoniam montes escis et variis habundant animalibus et pluribus pascuis_.

[285] Cassiodoro descrive con colori poetici le bellezze di alcuni paesi della sua patria, il mercato di Leucotea in Lucania (_Var._, VIII, 33), Baja (IX, 6), il _Mons Lactarius_ (XI, 10), e Squillace (XII, 15). Genti di Lucania, delle Puglie, degli Abbruzzi, delle Calabrie, traevano alla fonte di Leucotea a udirvi la messa, come oggi accorrono a Nola: e in Cassiodoro si legge che i preti di quel tempo vi chiamavano il popolo spargendo fama di portenti compiuti dall’acqua miracolosa. Il sangue di santo Gennaro non era stato ancora trovato.

[286] _Felix Roma: Var._, Lib. VI, 18. FABRETTI, _Iscriz._, c. VII, p. 521: _Regn. D. N. Theodorico Felix Roma_. Il signor Dott. HENZEN dai materiali da lui raccolti per un novello _Corpus Inscr._, mi ha favorito di copie delle iscrizioni appartenenti ai tempi di Teodorico. Fra tutte sono dodici, delle quali sei portano il motto _Roma Felix_, e cinque recano a motto: BONO ROMAE (n. 149-160, della sua raccolta). Di Atalarico sono due sole iscrizioni, sulla prima delle quali (n. 161) sta scritto: ROMA FIDA.

[287] Il fac-simile della iscrizione trovasi nel BONANNI, _Templi Vatic. Hist._, p. 54. Di tali pietre si trovarono nel tempio di Faustina, nella Via Labicana, sul tetto del san Pietro, sul tetto della chiesa di santo Stefano degli Ungari, tra i ruderi del _Secretarium_ del Senato, nella chiesa di san Gregorio, in un acquedotto antico situato presso il Collegio germanico, in san Giovanni e Paolo, sui tetti delle chiese di san Paolo, di santa Costanza, di santa Martina, di san Giorgio in Velabro, sul tetto della cappella di Giovanni VII in chiesa di s. Pietro.

[288] Agli Israeliti di Genova scriveva: _Religionem imperare non possumus, quia nemo cogitur, ut credat invitus. Var._, Lib. II, 27. — _Var._, V, 97: _concedimus — sed quid Judaee supplicans temporalem quietem quaeris, si aeternam requiem invenire non possis?_

[289] Probabilmente questo strale satirico è lanciato anche contro i Cristiani, che avevano posta dimora permanente in Faleria:

_Namque loci quaerulus curam Judaeus agebat._ _Humanis animal dissociale cibis — —_ _Quae genitale caput propudiosa metit — —_ _Atque utinam numquam Judaea subacta fuisset_ _Pompeii bellis, imperioque Titi._ _Latius excisae pestis contagia serpunt,_ _Victoresque suos natio victa premit._ (_Itiner._, v. 383, _sq._)

Il BASNAGE (_Histoire des Juifs_, la Haye, 1716) si occupa, nel capit. 8 del Lib. VII, della storia del popolo israelita in Roma dai tempi di Pompeo a quelli di Nerone; però è indotto spesse fiate in gravi errori. Con maggiore ampiezza discorre intorno a questo argomento bellissimo la _Roma subterranea_ del BOSIO e dell’ARINGHI. Tom. I, lib. II, c. 22 (23).

[290] Io non convengo nell’opinione del BASNAGE, che il quartiere dove gli Ebrei avevano stanza si stendesse fino al ponte di Adriano. Egli reputa erroneamente che avessero dimora anche nell’isola del Tevere, poichè non pone mente alla situazione del Ghetto dei tempi posteriori. Sappiamo che ai tempi di Domiziano gli Ebrei avevano elevate loro case nella valle d’Egeria, ed a quel tempo rimonta la costruzione del loro mirabile cimitero, il quale fu scoperto, or fanno alcuni anni, presso la Via Appia. Gli Autori della _Roma subterranea_ hanno fatto conoscere inoltre il cimitero antico degli Ebrei posto fuori di porta Portuense. Seguendo la costumanza della loro età, gl’Israeliti ponevano iscrizioni in lingua greca sulle tombe dei loro defunti.

[291] _Var._, Lib. IV, 43. Dall’espressione: _Ad eversiones pervenerint fabricarum, ubi totum pulchre volumus esse compositum_, credo di poter trarre a conseguenza che quell’edificio non fosse privo di bellezza artistica. Intorno alle condizioni degl’israeliti di Roma in quel tempo il BASNAGE (VIII, c. 7) non dà che notizie meschine.

[292] Il PAGI afferma che il secondo scisma scoppiasse nell’anno 503; il BARONIO invece lo riferisce all’anno 502. Il _Synodus Palmaris_, che fu il quarto dei Concilii tenuti da Simmaco, pare similmente che avvenisse nell’anno 503. Il MURATORI è incerto fra queste notizie cronologiche. Nulla di certo ricavasi dal _Liber Pontificalis_.

[293] FRANCESCO PAGI, _Breviar._, p. 131, X. — _Acta Syn. III Symmachi_ nel LABBÉ.

[294] Che Teodorico stesso, colla approvazione del Pontefice, convocasse il Concilio, dimostra FRANCESCO PAGI (p. 131, XIII) con notizie ricavate dagli Atti del Sinodo.

[295] ANASTAS., _Vita s. Symmachi_. — THEOD. LECTOR, _Hist. Eccles._, II, c. 17. _Hist. Misc._, XV, ed il prezioso frammento della _Vita Symmachi_ che leggesi nel MURATORI, _Script._, III, p. 2, in cui si narra che Roma fosse funestata da terribili tumulti per lo spazio di quattro anni. — THEOPH., _Chronogr._, p. 123: ἔνθεν λοιπὸν ἀταξίαι πολλαὶ καὶ φόνοι καὶ ἁρπαγαὶ γεγόνασιν ἐπὶ τρία ἔτη. Egli è probabile che questi torbidi sieno avvenuti nel secondo scisma piuttosto che nel terzo.

[296] Il BUNSEN II, 1, p. 25, 65, afferma con certezza questo fatto. Il passo che si legge in Anastasio: _Ut cum gloria apud beat. Petrum sederet praesul_, sembrommi da principio che valesse a sostenere quell’argomento, ma come v’ebbi per poco meditato, fui costretto a rigettarlo. — PETRUS MALLIUS, c. 7, n. 127, narra la favola che Simmaco ornasse il pozzo di quella palla di bronzo _quae fuit coopertorium cum sinino aeneo et deaurato super statuam Cybelis matris deor. in foramine Pantheon_ (!).

[297] Una descrizione completa di questa cappella è data dal CANCELLIERI, _De secretariis novae Basil. Vatican._, Roma, 1786, Cap. II, p. 1153, _sq_.

[298] MURATORI, _Annal_., ad ann. 524.

[299] _Item ut nullus Romanus arma usque ad cultellum uteretur vetuit_. ANON. VALES., 83. Proibizione che nei tempi posteriori la tirannia degli stranieri impose alla sventurata Lombardia.

[300] GIANNONE, _Storia Civile del Regno di Napoli_, Vol. I, III, § 6.

[301] _Qui accepta chorda in fronte diutissime tortus, ita ut oculi ejus creparent, sic ut tormenta ad ultimum cum fuste occiditur._ ANON. VALES. I soli filosofi dell’Antichità finirono con bella morte: Giordano Bruno, seguace del platonismo come Boezio, morì della morte della fenice, la quale ad un filosofo è sempre più accettabile di quella che gli è data dalla scure del carnefice.

[302] L’abbigliamento di lei, dice il povero Platonico, era alquanto dimesso ed era un po’ bruno per vecchiezza: _caligo quaedam neglectae vetustatis obduxerat. De cons. phil._ Prosa I. L’allegoria intera è toccante nella sua semplicità puerile.

[303] _De consolat. philos._, II, prosa 3.

[304] _De consolat._ I, prosa 4.

[305] _Quibus libertatem arguor sperasse Romanam. De consol._, I, prosa 4. E pure si svela l’animo ardente di libertà del Romano allorquando esclama: _nam quae sperari reliqua libertas potest? atque utinam posset ulla!_ — Il Gibbon gli pone in bocca le parole di Canio: _Si ego scissem, tu nescisses_, ma è errore; imperocchè Boezio dica ciò solo che avrebbe risposto come Giulio Canio, se egli avesse accolta una qualche speranza.

[306] Le due testimonianze più valide sono date dall’ANON. VAL., p. 87: _inaudito Boethio, protulit in eum sententiam_ e da PROCOP., _De bello Goth._, I, 1, sulla fine: ἀδίκημα — ὅτι δὴ οὔ διερευνησάμενος, ὥσπερ εἰώθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνῶσιν ἤνεγκε.

[307] ANAST., _Vita Johann._ I; ANON. VALES., _Histor. Misc._

[308] Il Rescritto di Atalarico al Senato (_Var._, lib. VIII, 15) dice: _oportebat enim arbitrio boni principis obediri, qui quamvis in aliena religione, talem visus est pontificem delegisse_. Anche il Muratori, il quale timidamente condanna l’usurpazione di Teodorico, a quell’elezione del Pontefice dà nome di _comandamento_. Più tardi, i Pontefici, come i Vescovi tutti, dovevano pagare una certa somma per ottenere la conferma della loro dignità: così si pare dai casi di elezioni controverse in cui la causa era decisa dal Principe. Il Papa pagava 3000 solidi, altri Patriarchi 2000, i Vescovi delle città minori 500 solidi. _Var._ lib. IX, 15.

[309] ANON. VALES., verso la fine.

[310] PROCOP., _De bello Goth._, I, 1.

[311] JORNAND., _De reb. Get._, verso la fine.

[312] S. GREGOR., _Dial._, IV, c. 30.

[313] Il patrizio Decio ai tempi di Teodorico, diè opera all’asciugamento delle paludi Decemnoviche. Si vedano in tale proposito i Rescritti, _Var._, lib. II, 32, 33. Ma i meriti di Teodorico furono superati da Pio VI colla costruzione della _Linea Pia_. Le iscrizioni furono rinvenute in due esemplari, nell’anno 1743, presso a Terracina lungo la Via Appia. Leggonsi nel GRUTER a pag. 152. Le estensioni sono indicate colle parole: _Decemnovii Viae Appiae id est a trib (sc. tribus tabernis) usq. Terracinam_, etc., per la qual cosa ascendevano, secondo il computo del CLUVER, a trenta miglia circa. Si consulti il BERGIER, _Histoire des grands chemins_ etc., L. II, c. 26, p. 214. Il CONTATORE (_de Histor. Terracinensi_, Roma, 1706), fa a pag. 11 un cenno storico degli asciugamenti di quelle paludi Pontine.

[314] Il GIANNONE, nella sua _Storia di Napoli_, gli tributò lode più alta che non abbiano fatto il Vescovo di Pavia e Cassiodoro. È degno di nota ciò ch’egli dice al Lib. III, § 3: «Ai Goti e non già ai Romani noi andiamo debitori della costituzione di alcune magistrature che esistono ancora nel nostro reame, come della costumanza di spedire in ogni città governatori e giudici». — Anche il BARONIO tributa lodi al Re goto, dandogli nome di: _Saevus barbarus, dirus tyrannus, et impius Arianus_. Per quello che si riferisce all’amore di Teodorico per le arti, leggesi una dissertazione erudita nell’AGINCOURT, l. c., I, c. 8.

[315] PROCOP., _De bello Goth._, I, 2; CASSIOD., _Var._, XI, 1: _Jungitur his rebus, quasi diadema eximium, impretiabilis notitia litterarum_.

[316] _Gothorum laus est civilitas custodita. Var._, lib. IX, 14.

[317] _Var._, lib. IX, 21.

[318] _Var._, lib. X, 7.

[319] Teodorico diceva: _Romanus miser imitatur Gothum: et utilis Gothus imitatur Romanum_, ANON. VAL., 61. L’illustre CESARE BALBO, mosso da carità di patria, altera il senso chiarissimo di questo passo traducendolo di questa guisa: _un Romano povero s’assomiglia ad un Goto, ed un Goto ricco a un Romano. Storia d’Italia_, I, c. 11, p. 89.

[320] _Convenit gentem Romuleam Martios viros habere collegas. Var._, VIII, 10.

[321] Ciò si pare manifestamente dalla lettera di Atalarico a Giustino, in cui annuncia il suo avvenimento al trono (_Var._, lib. VIII, 1), e lo confermano le monete di quell’epoca, avvegnachè quelle coniate sotto di Atalarico, di Teodato, di Vitige e di Totila portino da un lato la imagine di Giustiniano e dall’altro la sola scritta D. N. ATHALARICUS REX, D. N. THEODATUS REX, ec. Si consulti il MURATORI, _Dissertaz._ 27.

[322] _Var._, VIII, 24. Il MURATORI pone questa legge all’anno 528. Il SAINT MARC (_Abregé chronologique de l’histoire d’Italie_, p. 62) dice a tale proposito: _c’est sur cette condescendance des grinces pour un État infiniment respectable en lui même, que dans la suite les Ecclésiastiques ont prétendu qu’ils étaient de Droit divin exemts de la jurisdiction séculaire_.

[323] ANAST., _Vita s. Felicis IV: hic fecit basilicam SS. Cosmae et Damiani martyrum in urbe Roma, in loco qui appellatur Via Sacra juxta templum urbis Romae_ (e la lezione di un Codice aggiunge _vel Romuli_).

[324] PRUDENT., _In Symm._, I, 219. La storia di questa illustre chiesa fu scritta da BERNARDINO MEZZARDI monaco francescano: _Disquisitio historica de s. martyr. Cosma et Damian._ etc., Roma, 1747. Merita di essere letta quantunque sprovveduta di lume di critica. L’autore accoglie opinione che fosse tempio di Romolo e di Remo. Nei _Mirabilia_ è detto: _s. Cosmatis ecclesia, quae fuit templum Asyli_.

[325] Nel catalogo delle chiese di Roma che furono di templi pagani volte a culto cristiano, dato dal MARANGONI (_Cose gentil._ ec., c. 52), la chiesa dei santi Cosma e Damiano è la seconda, laddove il primo posto sia attribuito a quella di santo Stefano. La chiesa è contigua alle ruine di un antico edificio, e posteriormente all’oratorio _della Via Crucis_ trovasi una bellissima muraglia di marmo peperino. Ora apparteneva questo muro ad un qualche tempio? oppure si stendeva intorno al foro di Cesare? Sarebbe utile cosa che qui si facessero degli escavi. Giova far cenno che nell’antico tempio rotondo una parete era rivestita di un basso rilievo in marmo che rappresentava la pianta antica della Città: oggidì quello è infitto nella parete della scala del Museo capitolino.

[326] Dei Seniori non si vedono oggidì che due sole figure in parte cancellate all’estremità dell’arco, e degli Evangelisti mancano le due figure estreme. Se ne vede la copia nel CIAMPINI, _Vet. Mon._, II, 7.

[327] La mano che tiene la corona d’alloro oggidì è scomparsa.

[328] La figura di Felice IV appartiene ai tempi di Alessandro VII che operò dei restauri in quei musaici: è probabile che si compiesse dietro una copia della figura originale. All’antico disegno, cancellatosi ai tempi di Gregorio XIII, erasi sostituita la imagine di Gregorio Magno, finchè finalmente il cardinale Francesco Barberini ripose al suo posto quella di Felice IV. Si consulti l’UGONIO, p. 178, e la _Descriz. della Città_ del BUNSEN e del PLATNER, III, 1, p. 366.

[329] L’erudito GIOVANNI MARANGONI (canonico di Anagni, che viveva verso la metà del secolo XVIII, e che insieme al BOLDETTI ha merito di diligente illustratore delle catacombe di Roma) nella sua opera: _Delle cose gentilesche_ etc., parla in un bel capitolo (nel XXXV) dell’aureola dei Santi. Egli ci fa conoscere che quell’emblema di gloria ch’era attribuito ad Apollo ed agli Imperatori deificati, era dato nelle catacombe ai Martiri già prima dei tempi di Costantino.

[330] Nelle monete di Faustina _senior_ e di Faustina _junior_, è rappresentata una figura di donna che nella destra tiene un globo su cui posa la fenice coronata di una stella (VAILLANT, _Numismata_, II, 175 e III, 132). In una bella moneta, coniata sotto di Costantino, mirasi Crispo, figlio di lui, che sta innanzi al padre seduto, e che gli porge il globo colla fenice. Una moneta di Costantino il giovane rappresenta l’Imperatore che tiene il globo colla fenice nella destra mano, e il labaro col monogramma di Cristo nella sinistra (VAILLANT, III, 247).

[331] La iscrizione suona così:

_Aula Dei claris radiat speciosa metalli_ _In qua plus fidei lux pretiosa micat._ _Martyribus medicis populo spes certa salutis_ _Venit, et ex sacro crevit honore locus._ _Obtulit hoc donum Felix antistite dignum_ _Munus ut aetherea sumat in arce poli._

[332] _Var._, Lib. IX, 16. Epistola di Atalarico a papa Giovanni, IX, 5.

[333] _Var._, Lib. IX, 17.

[334] Lettere di Amalasunta e di Teodato, che annunciano l’avvenimento al trono: _Var._, Lib. X, 1, 2.

[335] PROCOPIO narra di tutti questi avvenimenti nell’incominciamento della sua _Storia della guerra gotica_.

[336] MURATORI, _Annal._, ad ann. 534, 541, 566. — BARONIO e PAGI, ad ann. 541. — PAGI, _Dissertatio Hypatica_, Lugdun., 1682, p. 301. — PROCOP., _Hist. Arcan._, c. 26. — ONUPH. PANVINII, _Commentar. in_ lib. III _fastor._, p. 310. — Dal 541 al 566, quei venticinque anni furono designati dal loro numero _post consul. Basilii_.

[337] PROCOP., _De bello Goth._, I, 6: ἔν Ἀλβανοῖς. Siccome qui non può essere altro che Albano, si pare che Teodato fosse allora in Roma, nè già, come afferma il Muratori, in Ravenna: imperocchè la via che di qui conduce a Bisanzio non passi per Albano. Anche il Gibbon cadde nello stesso errore. — Dell’antica Alba Longa rimanevano ai tempi di Plinio alcuni ruderi. In qual tempo Albano (che sorge là dov’era la villa di Pompeo) fosse edificata, non sappiamo. Ebbe origine da una stazione militare. I suoi Vescovi cardinali rimontano ad epoca remota. Vedi l’UGHELLI, _Italia Sacra_, I, p. 248, _sq._

[338] La narrazione che dà Procopio di quella conferenza è così ingenua che reca in sè l’impronta della verità.

[339] _Var._, Lib. XI, 13.

[340] _Habui multos Reges sed neminem hujusmodi litteratum._ Lode ben meravigliosa, se si pensi che Roma la indirizza ad un barbaro!

[341] LIBERATO, diacono di Cartagine, nel _Breviar._, c. 21.

[342] Ciò desumo dalle _Var._, lib. X, 13: _quod praesentiam vestram expetivimus, non vexationis injuriam.... tractavimus. Certe munus est, videre principem_, etc.

[343] Così traduco, perocchè sieno da intendersi i Goti sotto nome di _gentis_. — _Numquid vos nova gentis facies ulla deterruit? Cur expavistis, quos parentes hactenus nominastis? Var._, lib. X, 14.

[344] _Var._, lib. X, 13. _Sed ne ipsa remedia in aliqua parte viderentur austera, cum res poposcerit aliquos ad nos praecipimus evocari: ut nec Roma suis civibus enudetur, et nostra concilia viris prudentibus adjuventur._

[345] È il seguente passo importante che leggesi nelle _Var._, lib. X, 18: _quos tamen locis aptis praecipimus immorari: ut foris sit armata defensio, intus vobis tranquilla civilitas_; e più in là: _defensio vos obsidet, ne manus inimica circumdet_.

[346] ANAST., _Vita s. Agapeti_: e di questa ambasceria si trae notizia anche dalle _Var._, lib. XII, 20. Gravi difficoltà si sollevano soltanto intorno alla cronologia.

[347] _Var._, lib. XII, 20. Cassiodoro ordinava agli _arcarii_, Tommaso e Pietro, di restituire al tesoro del san Pietro gli arredi avuti in pegno, e ne dava lode alla liberalità del Re. Il Principe ariano non reputava che fosse necessario di dare al Pontefice suo legato la moneta necessaria alle spese di viaggio. — È prezzo dell’opera che si leggano le lettere di pace che Teodato e Gudelinda, moglie di lui, indirizzavano a Giustiniano ed a Teodora: la loro viltà muove schifo oggidì ancora nell’animo del leggitore.

[348] PROCOPIO riporta le lettere di Teodato e di Giustiniano, le quali sono ambidue degne di nota.

[349] πόλιν τὲ μικρὰν οἰκοῦμεν, diceva il napoletano Stefano a Belisario. Procopio dà una bella descrizione del saccheggio e della presa di Napoli, ma egli mitiga il racconto delle stragi avvenute dopo la sua caduta.

[350] Γότθοις δὲ ὅσοις ἀμφί τὲ Ῥώμη καὶ τὰ ἐκείνη χωρία. PROCOP., _De bello Goth._, I, 11.

[351]

_qua limite noto_ _Appia longarum teritur regina viarum._ STATIUS, _Silv._, II, 2, v. 11.

[352] _De bello Goth._, I, 44.

[353] Procopio dice chiaramente che la Via Appia si stendeva fino a Capua; eppure quella strada continuava fino a Brindisi. Si consulti la profonda dissertazione del NIBBY (_Delle vie degli antichi_) che forma la maggior parte del volume IV dell’opera del NARDINI.

[354] L’_Itinerarium Antonini_ fa menzione delle seguenti Stazioni della Via Appia: _Ariciam M. P. XVI. — Tres Tabernas M. P. XVII. — Appi Forum M. P. XVIII. — Terracinam M. P. XVIII. — Fundos M. P. XVI. — Formiam M. P. XIII. — Minturnas M. P. IX. — Capuam M. P. XXVI_. — Ai tempi di Teodorico esistevano sulle strade principali le poste già istituite dagli Imperatori, come si pare dalle _Var._, lib. I, 29; V, 5. Ed erano emanate leggi a vietare il malo trattamento ai cavalli, che è pure onta degl’Italiani d’oggidì.

[355] Intorno a Regeta ed al canale, si consulti il Capo XII della _Descrizione della Campagna romana_ del WESTPHAL, tedesco dei nostri tempi erudito negli studî topografici, il quale, simile ad un guerriero d’animo fervente nella sua missione, moriva sopra una strada di Sicilia. — Procopio, parlando di Terracina fa menzione del capo di Circe e della sua figura onde appare simile ad isola: io penso con dolcissima ricordanza al momento in cui da Astura godei della vista di quel promontorio.

[356] ἔς ἔδαφος τὲ ὕπτιον ἀνακλίνας ὥσπερ ἱερειόν τὶ ἔθυσεν. PROCOP., I, 11.

[357] _Universis Gothis Vitiges Rex. Var._, lib. X, 31.

[358] _Var._, lib. X, 32, 33, 34.

[359] La Via Latina, a cagione della contrada ch’essa percorreva tra i monti Volsci e gli Abruzzesi, era la più bella strada della Campania. Innanzi a porta Capena essa si staccava dalla Via Appia, e passando da porta Latina, si stendeva al di sotto di Anagni, di Ferentino, di Frosino, e, traghettato il Liri, giungeva a Capua dopo di avere riunite a sè la Via Labicana e la Via Prenestina. Per uno spazio di nove miglia dalla porta è oggidì affatto distrutta: più in là se ne scoprono alcuni avanzi.

[360] Vedonsi oggidì ancora i begli avanzi della porta Asinaria, presso porta san Giovanni. Una via laterale che si volgeva a diritta conduceva dalla porta alla grande Via Latina.

[361] MARCELL. COMES dice che la Città fu presa dai Barbari sotto il consolato di Basilisco e di Armato (anno 476): essa fu ripresa nell’anno 536: se si creda ad EVAGRIO, addì 9 di Dicembre (Vedi Cardin. NORIS, _Dissertatio Histor. de Synodo quinta_, p. 54. Patavii 1673).

[362] Il GIBBON fu indotto in errore da Procopio allorchè dice, che i Goti passassero da ponte Milvio. Il Greco non iscambia in questo passo soltanto (I, c. 17) il Tevere per l’Anio. Ma siccome Vitige, lasciato Narni da un lato, passava da Sabina, egli si pare ch’egli movesse sulla sponda sinistra del Tevere e lo traghettasse da ponte Salaro.