Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8
Part 32
Come Giustiniano ebbe dato di tal maniera provvedimento alle cose politiche, ei rivolse le sue cure ai negozî ecclesiastici. E quest’argomento fu d’ora in poi il più importante nelle relazioni dell’Oriente coll’Occidente ossia di Bisanzio con Roma. Il Vescovo romano ricavava grande vantaggio dalla caduta della signoria gota. La Chiesa ne otteneva vittoria in Italia della eresia ariana. Spento lo Stato romano, la potenza di lei per gli ordinamenti di Giustiniano otteneva accrescimento nella Città: e la ruina quasi totale dell’antico patriziato romano lasciava in Roma libero il campo all’influenza del chericato. La Chiesa s’elevava sublime in mezzo ai ruderi del crollato edificio dell’Impero antico: essa sola stava vigorosa or che tutto intorno a lei era deserto. Soltanto per un momento essa ebbe a deplorare la perdita di quella independenza onde aveva goduto sotto il reggimento mite o prudente degli stranieri ariani. Il Vescovo di Roma or più non vedeva sopra di sè un Re d’Italia il quale, di origine germanica e di credenza scismatica, sedeva sopra un trono mal sicuro perchè non sostenuto dall’amore della nazione; ma vedeva sorgere il Principe ortodosso dell’Impero romano novellamente riunito, il quale, forte di tutti i diritti dell’imperio, consideravalo patriarca suddito del suo reame. Il Pontefice, durante la guerra gotica, aveva compreso per esperienza quale attitudine l’Imperatore avesse deliberato di prendere di fronte a lui: e tosto che fu cessato lo strepito delle armi e che Roma decadde alla condizione di città di provincia sotto il giogo militare di Bisanzio, il Papato andò incontro ad un avvenire difficile per lotte di due maniere. Le une erano d’indole teologica, perocchè gli inquieti ingegni degli Orientali, compiacendosi di controversie sofistiche, non fossero mai stanchi di muover guerra ai dogmi religiosi esistenti e di creare novelle dottrine filosofiche: le altre lotte s’agitavano intorno allo Stato assoluto. Avvegnachè gli Imperatori di Bisanzio non entrassero già nei negozî teologici perchè li prendesse vaghezza di quelle dispute, ma perchè immischiandovisi era loro offerta opportunità di sottomettere la Chiesa allo Stato. Eglino ricordavano che i loro antichi predecessori all’Impero avevano tenuto la dignità di Pontefice Massimo, per la qual cosa tentavano con isforzo sempre continuato di abbassare la Chiesa universale a Chiesa particolare dello Stato, della quale eglino si sarebbero posti a capo. Sotto di Giustiniano, la cui sola grandezza sta in ciò ch’egli diede compimento alla legislazione romana, il civismo, che il Cristianesimo aveva nei primi tempi combattuto, s’alzò novellamente a terribile altezza: e dopo di quell’Imperatore, nei secoli seguenti, si presenta lo spettacolo meraviglioso della Chiesa libera, rappresentata da Roma, pugnante contro l’assolutismo dello Stato. Spettacolo altamente meraviglioso per fermo, che noi avremo occasione parecchie fiate di seguire col nostro sguardo; perocchè in quella lotta sia stato il procedimento più importante con cui si compiè l’elaborazione degli elementi della civiltà nel medio evo: ed infatti quella grande pugna ond’ebbe origine l’operosità della vita di Europa, dopo l’estinzione dell’Impero bisantino continuò ad agitarsi fra i più violenti rivolgimenti in Occidente; e da lei conviene prendere il vero punto visivo nella storia dell’Impero romano trasfuso nel popolo tedesco.
Giustiniano aveva relegato papa Vigilio (il quale vedemmo essere stato costretto a recarsi a Costantinopoli) ed i preti che lo avevano accompagnato, in un’isola della Propontide: ma ora, mosso a conciliazione, egli cedette alle preghiere del clero romano che presso di Narsete s’era adoperato ad ottenere la liberazione del Pontefice, e permise, dopo che Vigilio ebbe approvato i decreti del quinto sinodo di Costantinopoli, che quei prigionieri tornassero in patria. Ma Vigilio, affranto dai patimenti, moriva per via in Siracusa in sull’incominciamento dell’anno 555[468]. Alcuni mesi dopo saliva alla cattedra di san Pietro il diacono Pelagio, l’uomo più illustre di tutti i cherici Romani, e che già abbiamo veduto operoso ai tempi di Totila. La sua elezione era imposta da Giustiniano, ed i Romani vi si sottomettevano nel silenzio obbedienti. Molti sacerdoti e molti nobili bene pensanti (il Libro Pontificale non fa più cenno di Senato[469]), non vollero fargli omaggio perocchè si sospettasse ch’egli avesse cooperato alla morte di papa Vigilio. A purgarsi di quel sospetto, il novello Papa ordinò una solenne litania, e movendo, a fianco di Narsete patrizio, dalla chiesa di san Pancrazio fuor di porta Aureliana sul Gianicolo fino al san Pietro, fra i cantici sacri salì nell’ambone, e tenendo l’Evangelio nella mano e la croce di Cristo sul capo, prestò innanzi al popolo congregato giuramento di sua innocenza.
§ 3.
Pelagio e Giovanni III edificano la chiesa dei santi Apostoli nella Regione _Via Lata_. — Decadimento della città di Roma. — Due iscrizioni, monumenti di ricordanza di Narsete.
Dalla narrazione del Libro Pontificale si pare che Pelagio avesse incominciato ad edificare la bella chiesa degli apostoli Filippo e Jacopo, e che nel tempo in cui vi dava opera, nell’anno 560, morisse, lasciando al suo succeditore, che fu Giovanni III romano, il merito di compiere quella meravigliosa basilica. È il tempio medesimo che oggidì è dedicato ai dodici Apostoli, o meglio è quello nel cui luogo venne da Clemente XI nell’anno 1702 elevata una novella chiesa; chè di quella antica, ch’era a tre navate, non rimangano che sei sole colonne. Era di grande ampiezza (come ne dà notizia papa Adriano I in un trattato indiritto a Carlo Magno in difesa del culto delle imagini) e adorna di disegni di storie in musaico ed in pittura[470]. E poichè era stata edificata nella Via Lata, al di là delle terme di Costantino, fu accolta l’erronea opinione che l’Imperatore la avesse in origine fondata, e che papa Pelagio la avesse ricostruita[471]. Ella è cosa probabile che a edificarla si adoperassero materiali tolti alle terme di Costantino, che allora dovevano essere in decadimento; nè Narsete avrà negato che si usasse dei loro marmi poichè quei bagni erano usciti d’uso. Una basilica di tale grandezza e sì magnifica non poteva allora essere eretta senza che a quell’uopo si raccogliessero marmi e colonne di antichi edificî; e di tal maniera soltanto può comprendersi come in tempo di decadimento sì profondo quella chiesa si edificasse. Ma ella è una favola scipita quella che divulgavasi in tempi posteriori, che per la costruzione di quella chiesa Narsete desse colonne e marmi tolti al foro di Trajano, e ch’egli donasse in proprietà della novella basilica la colonna di Trajano col territorio attiguo[472]. La vicinanza immediata del foro diede origine a quella leggenda; ma donazioni a chiese di monumenti illustri dell’antichità non erano allora in costumanza, chè soltanto nell’anno 955 si trova che papa Agapito II confermasse in proprietà del convento di _san Silvestro in Capite_ la colonna di Marco Aurelio nel campo di Marte. E la colonna di Trajano, già prima dell’anno 1162, era possedimento della piccola chiesa _s. Nicolai ad Columpnam Trajanam_, che era stata edificata in vicinanza a quel bel monumento antico, dopo che il magnifico foro tutt’intorno era caduto in ruina[473]. E quella chiesa era una fra le otto soggette alla basilica.
La basilica dei santi Apostoli di Roma deve dunque considerarsi quale monumento eretto sotto gli auspicî di Narsete a ricordanza della liberazione d’Italia dai Goti, e del trionfo riportato sulla loro eresia ariana. Giovanni III la elevò forse a titolo cardinalizio, come è riconosciuta ai tempi di Gregorio I: ed a quell’antico Pontefice si attribuisce una bolla che determinava i limiti della giurisdizione della chiesa e che fu poi confermata da Onorio II nell’anno 1127. Però quel monumento reca tutti gl’indicî che appartenga al secolo duodecimo od al decimoterzo, ond’è impossibile che risalga ai tempi di Giovanni III; per la qual cosa noi non potremo giovarcene che nei tempi più tardi del medio evo[474].
Di tal maniera Roma, quantunque decaduta nella estrema miseria dopo la guerra gotica, aveva potenza di erigere una novella basilica magnifica. L’energia della vita della Chiesa ci commuove a stupore: e a buon dritto si può levare le meraviglie dello zelo istancabile con cui si dava opera alla costruzione di chiese in quella Roma nella quale le magioni degli uomini crollavano e tutte le fonti della civile prosperità si disseccavano, nel tempo stesso in cui le case dei Santi ricche d’oro crescevano sempre più di numero. Ne era conservata l’operosità artistica; e se anche si abbandonavano le antiche tradizioni dell’arte, la quale vergeva più e più alla barbarie, tuttavia l’ingegno degli artisti e degli operai, coperti del sajo monastico o del povero vestimento cittadino, si perfezionava, tramandando così attraverso quelle età involte nella tenebra più fitta, i monumenti dell’architettura e della scultura cristiana, e i disegni di musaico, e la pittura a fresco. Ma l’antica Roma con rapidità spaventosa profondava alla massima ruina. Perduta ogni potenza nei publici negozî, la sua cittadinanza era scarsa di numero e misera; il Senato dei suoi patrizî antichi era distrutto. La sollecitudine pietosa per i monumenti dell’antichità s’era estinta in Oriente; ed anzi l’Imperatore nulla cura più volgeva a Roma, il cui Vescovo eccitava la gelosia e l’odio della Chiesa orientale. Noi cerchiamo indarno di rinvenire indicio che si fosse compiuto ciò che Giustiniano aveva promesso alla Città colla sua Sanzione Prammatica. Affinchè si rendesse più facile la restaurazione dei monumenti, egli aveva concessa facoltà alle persone private di restituire a loro spese i monumenti dalla rovina in cui erano caduti[475]. Ma chi era che avesse potenza di provvedere alla conservazione di templi, di terme, di teatri? e dov’erano quelle corporazioni, le quali, come ai tempi di Maioriano, vigilassero con sollecitudine, affinchè i privati non recassero oltraggio ai monumenti dell’antichità usandone come di miniere di materiali da costruzione? La storia della città di Roma dopo la fine della guerra gotica e durante tutto il tempo in cui stette sotto il governo di Narsete è involta in una oscurità impenetrabile, nè ricorda di alcun edificio che a lui andasse debitore di restaurazione. Rimangono due sole iscrizioni a monumento del reggimento di Narsete e della liberazione di Roma. Ambedue trovansi sopra quel ponte Salaro che traghetta l’Anio e che Totila aveva distrutto: e dicono che Narsete dopo la vittoria ottenuta sui Goti e dopo la liberazione di Roma e d’Italia, nell’anno 565 lo riedificò. L’ampollosa gonfiezza, che mal s’addice alla pochezza dell’opera di un piccolo ponte edificato sopra un piccolo fiume, muove a sorriso, ma giova a mettere in mostra l’indole di quell’età. Ecco la prima:
«Sotto l’impero del signor nostro piissimo e sempre vittorioso, Giustiniano, padre della patria ed augusto, nell’anno trigesimo nono di suo regno: Narsete uomo gloriosissimo, antico preposto del sacro Palazzo, antico console e patrizio, disfatti i Goti, dopo di averne con rapidità meravigliosa in campo aperto atterrati i Re, restituita libertà alla Città e a Italia tutta, questo ponte della Via Salara, che Totila tiranno abbominevole fino alla superficie delle acque aveva distrutto, nettato l’alveo del fiume, restituì a migliore condizione e rinnovellò»[476].
Alcuni distici, ai quali era ispirato qualche Poeta romano di quell’età, posti su quel ponte sclamavano al viandante:
_Quam bene curvati directa est semita pontis_ _Atque interruptum continuatur iter._ _Calcamus rapidas subiecti gurgitis undas_ _Et lubet iratae cernere murmur aquae,_ _Ite igitur faciles per gaudia vestra Quirites._ _Et Narsim resonans, plausus ubique canat._ _Qui potuit rigidas Gothorum subdere mentes_ _Hic docuit durum flumina ferre jugum_[477].
§ 4.
Narsete cade in disgrazia. — Va a Napoli ed è indi ricondotto a Roma da papa Giovanni. — Muore nell’anno 567. — Uno sguardo alla opportunità di una calata dei Longobardi in Italia.
Narsete negli ultimi anni di sua vita tenne dimora in Roma, dove pose sua residenza nel palagio antico dei Cesari. Ma gli annali del tempo in cui egli stette in Italia sono involti in oscura incertezza, e porgono poche notizie soltanto delle sue guerre contro i Franchi e contro gli ultimi avanzi dei Goti, e delle pestilenze, che desolando le terre d’Europa dal Giugno dell’anno 542 in poi, mettono fuori continuamente la schifosa loro testa. E l’oscurità deserta in cui giacciono sepolti alcuni decenni scorsi dopo la caduta dei Goti, è resa ancor più triste per gli orrori di cataclismi della natura. Roma e Italia tutta di quando in quando furono afflitte da contagi e da terremoti, da uragani e da inondazioni di fiumi e da insorgimento dei mari. E la fine stessa del glorioso vincitore dei Goti si avvolge nella incerta penombra della Storia; e Narsete, come già Belisario, sparisce nella tenebra della favola.
Sembra che il conquistatore di Roma e d’Italia durante la pace si abbandonasse di troppo a quell’odiosa passione di cumulare tesori che accompagna sovente la vecchiezza. Dicevasi ch’egli avesse ammassato montagne d’oro; e dopo la morte di lui narravasi ch’egli avesse nascosto in una città italiana, entro un pozzo, ricchezze preziose in copia sì grande, che, allorquando furono scoperte, si richiedessero parecchi giorni a trarnele fuori[478]. E si raccontava che quella sua ricchezza sterminata avesse eccitata l’invidia dei Romani immiseriti[479]: egli è però probabile assai più che non già cupidigia li movesse, ben piuttosto gli irritasse la pressura del suo despotismo militare, il quale loro faceva rimpiangere amaramente i tempi passati del regno dei Goti. Eglino non ebbero potenza di rovesciare Narsete finchè visse Giustiniano, ma ne cercarono la perdita tosto che Giustino il giovine fu salito al trono nell’anno 565. Volgendosi allora all’Imperatore ed alla sposa di lui Sofia, i Romani mossero accusa contro le angherie di lui, inviando lettere nelle quali con ardito animo dicevano: «Ben meglio era per noi servire ai Goti piuttosto che ai Greci, se doveva governarci l’eunuco Narsete opprimendoci col giogo della servitù. Il Principe piissimo ne ignora le arti malvage: ch’egli ci liberi dunque dalla mano di costui; se no daremo noi stessi e la città di Roma in mano dei Barbari»[480]. L’imperatore Giustino, nell’anno 567, terzo di suo regno, richiamava Narsete dal governo d’Italia che l’Eunuco aveva tenuto per lo spazio di sedici anni[481]. Tale è il racconto di Agnello, biografo dei Vescovi ravennati, che viveva nel secolo nono. Ma Paolo Diacono narra che Narsete fuggisse di Roma nella Campania all’annunzio che Longino era già stato mandato in Italia a prenderne il governo in sua vece. Nè egli fu oso di tornare a Costantinopoli, nè obbedì al comando, perocchè fossegli detto che l’imperatrice Sofia avesse espresso vanto ch’ella saprebbe costringere l’Eunuco a filare lana colle donne del gineceo. La leggenda racconta che il vecchio rispondesse: «ben volere egli tessere tal tela che ella non potrebbesene di sua vita disimpacciare mai più»: ed aggiunge che di Napoli l’Eunuco mandasse ai Longobardi di Pannonia legati i quali gli eccitassero a scendere in Italia, e che a porgere un saggio della ubertà del bel paese, oltre a parecchi doni preziosi, loro mandasse delle frutta squisite[482].
Partito Narsete per Napoli, da grave trepidazione erano presi i Romani, paurosi della vendetta di quell’uomo, che forse avrà minacciato di dare in balìa ai terribili Longobardi quella Roma medesima ch’egli aveva liberata dai Goti. Eglino pertanto mandarono in tutta fretta papa Giovanni a supplicarlo che fra loro ritornasse. «Che male feci io mai ai Romani, santissimo padre?» esclamava cruciato Narsete. «Io voglio andarmene e gettarmi ai piedi di lui che mi mandò; e Italia tutta conoscerà come io con ogni mia possa mi sia adoperato a pro del paese.» Il Pontefice riusciva ad acchetare la collera del vecchio governatore, e, ricondottolo con sè a Roma, prendeva dimora in una casa situata entro il cimitero dei santi Tiburzio e Valeriano[483], dove rimaneva lungo tempo attendendo alla consecrazione di Vescovi. E Narsete sedette nuovamente in Roma, ma per breve tempo, chè, roso da dolore e da dispetto, morte il rapiva: la salma chiusa entro una cassa di piombo era trasportata coi suoi tesori a Costantinopoli[484]. Così narrano il Libro Pontificale e Paolo Diacono, ma Agnello dice: «Narsete patrizio moriva in Roma dopo avere riportate molte vittorie in Italia, e dopo di avere colle sue depredazioni messo a nudo i Romani: egli spirava nel palazzo d’Italia nel novantesimo quinto anno di età»[485]. La notizia ch’egli fosse pervenuto a sì tarda vecchiezza è certo esagerata, perocchè non si possa credere sì di leggieri che un vecchiardo ottantenne abbia conquistato Italia con tanto ardore di guerra: e perciò egli è duopo fissare al 567 l’anno di sua morte. Difatti, quantunque il Libro Pontificale affermi che uscissero di vita contemporaneamente Narsete e papa Giovanni nell’anno 573, e quantunque anche Agnello convenga in quest’opinione, ella non è cosa probabile che Narsete rimosso dal governo di Roma ivi sedesse tranquillamente per altri sei anni, nè che i Romani già premuti dai Longobardi si opponessero ai comandamenti dell’Imperatore e del novello Esarca, nel tempo stesso in cui tenevano fra sè lui e i suoi tesori[486].
La verità della narrazione dei Cronisti latini che Narsete abbia appellati i Longobardi, può venire per alcuni motivi posta in dubbio, come fu dal cardinale Baronio, benchè non possa venire decisamente negata. Per certo le più propizie opportunità da sè sole invitavano Alboino a scendere in Italia. Ma non è il primo caso di un tradimento simile, chè già lo dimostra la storia di quel Bonifacio il quale in simili condizioni aveva chiamati i Vandali in Africa: e ben facilmente poteva Narsete dare ascolto alle voci della vendetta, vedendo in sull’ultima sera della vita compensato il suo valore coll’odio dei Romani e coll’ingratitudine della corte di Costantinopoli. Egli era in relazioni d’amicizia coi Longobardi i quali gli avevano prestato ajuto a vincere Totila: nè al suo disegno di torre vendetta chiamandoli in Italia, opponeva forte contrasto nel petto del Bisantino il sentimento dell’amore di patria. Ben maggiormente piuttosto dovevano rattenerlo l’orgoglio di conquistatore di Italia e quel sentimento di amore alla Religione cattolica che tutti gli scrittori dicono lo animasse con sommo fervore[487]. Ed era manifestamente quel sentimento di pietà che lo moveva a cedere alle pressanti istanze di papa Giovanni e a tornare a Roma, anche se forse avesse realmente appellati i Longobardi, oppure se avesse voluto soltanto atterrire i Romani nemici suoi, colla minaccia di prenderne vendetta. Che se egli lo aveva fatto, ei non poteva già più impedire quello che s’era compiuto; e moriva corrucciato seco stesso e dolente dell’opera sua, perocchè già i Longobardi movessero dalle contrade di Pannonia, seguendo il cammino che la forza delle leggi della Storia indiceva ai popoli, traendoli dall’interne contrade del continente verso il mare Mediterraneo, verso la sede della civiltà.
§ 5.
I Longobardi scendono in Italia nell’anno 568. — Erezione dell’Esarcato di Ravenna sotto Longino. — Province d’Italia. — Mutamenti amministrativi. — Governo di Roma.
Addì 1 di Aprile dell’anno 568, Alboino re dei Longobardi, traendosi dietro il suo popolo numeroso accresciuto di moltitudini di Gepidi, di Sassoni, di Svevi e di Bulgari, entrava in Italia dove Longino patrizio era giunto a prenderne il governo quale Esarca di Ravenna. Ma prima di continuare a discorrere della storia della Città durante il tempo in cui i Longobardi conquistavano Italia e nell’età successiva, fa duopo che chiudiamo questo libro, gettando un rapido sguardo sulle condizioni che l’erezione dell’Esarcato induceva in Roma.
Longino prendeva le redini del reggimento d’Italia e riceveva titolo di Esarca dal nome che in tempi anteriori era dato al governatore della provincia di Africa. Fu detto ch’egli mutasse interamente il sistema amministrativo d’Italia, e si affermò ch’egli vi desse una forma novella del tutto, abolendo i consolari, i correttori ed i presidi delle province che duravano fino dai tempi di Costantino[488]. Ma la nostra scienza intorno all’ordinamento d’Italia in quel tempo è involta in densa tenebra. Questa contrada, dopo l’età del grande Costantino, era stata divisa in sedici province delle quali ecco i nomi che ci furono tramandati dalla _Notitia_: Venezia, Emilia, Liguria, Flaminia e Piceno Annonario, Tuscia e Umbria, Piceno Suburbicario, Campania, Sicilia, Apulia e Calabria, Lucania e Abbruzzo, Alpi Cozie, Rezia Prima, Rezia Seconda, Sannio, Valerio, Sardegna, Corsica[489].
Queste province erano amministrate da consolari, da correttori e da presidi: le sette province settentrionali stavano sotto la giurisdizione del Vicario d’Italia, le dieci meridionali invece erano governate dal Vicario della città di Roma; tutte erano soggette al Prefetto del Pretorio d’Italia. I Re goti non avevano alterato l’ordinamento delle province; e Longino non poteva distruggerlo, poichè, se anche sparivano sotto di lui i titoli dei governatori, rimaneva l’organamento delle province. E devesi andar cauti nel discorrere delle riforme amministrative da lui introdotte, chè i mutamenti ebbero importanza soltanto sotto il dominio dei Longobardi. Imperocchè questi nuovi venuti, spingendo qua e là le loro conquiste nell’Italia sottoposta ai Greci, distruggessero per sempre il nesso delle province e rompessero l’unità d’Italia; ed ai possedimenti dell’Imperatore dessero decisamente la forma di ducati disgiunti gli uni dagli altri, come divennero più tardi le Venezie, l’Esarcato nello stretto senso, Roma e Napoli.
Subentrato nella carica del Prefetto d’Italia, l’Esarca aveva il potere supremo in tutti i negozî militari e politici. La separazione della potestà civile dalla militare, ch’era stata introdotta da Costantino e che i Goti avevano conservata, fu da lui mantenuta in vigore[490]. Alle province egli prepose giudici provinciali che erano soggetti ad una certa ispezione dei Vescovi, e comandanti militari che nelle città maggiori erano detti _Duces_ o _Magistri militum_, e che nei luoghi minori avevano nome di _Tribuni_. Non si può però dimostrare che Longino distruggesse per intiero l’accentramento provinciale, o che egli dividesse le province in tanti Ducati, ossia in grandi e piccole città coi loro territori che dal nome dei comandanti militari (_duces_) ricevessero appellazione[491]. Soltanto può accogliersi con sicurezza, che principalmente dall’indebolimento della potestà centrale e dalle conquiste longobardiche le quali frastagliarono le province, le città s’isolassero e si ristringessero a vita politica tutta speciale nella quale cominciava a crescere l’autorità dei loro Vescovi[492].