Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 19

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E da questa serie di chiese si pare che ai tempi di Gregorio Magno non è fatta menzione di cinque delle chiese titolari che ai tempi di Simmaco pure esistevano, e sono: la basilica _Aemiliana_, la _Crescentiana_, le chiese di san Nicomede, di san Matteo e di santo Caio[242]. All’invece troviamo che ai tempi di Gregorio erano stati eretti i seguenti Titoli novelli: la chiesa di santa Balbina sul monte Aventino, la chiesa dei santi Marcellino e Pietro, e il _Titulus sanctorum Quatuor Coronatorum_ sul monte Celio[243].

I Titoli erano chiese privilegiate, edificate ad onoranza di Santi o di Martiri, che traevano loro nome da coloro ai quali erano dedicate oppure dai loro fondatori. Sembra che, primo, il vescovo Marcello, nell’anno 304, ne costituisse venticinque, allo scopo che in esse trovassero battesimo e asilo di penitenza i novelli convertiti al Cristianesimo ed affinchè in esse si tributasse culto e venerazione ai Martiri[244]. Esse corrispondevano alle Diocesi ossia alle Parrocchie, ed erano veramente chiese parrocchiali di Roma, quantunque i Cardinali stessi che vi avevano giurisdizione spirituale non possano considerarsi quali loro parrochi. Differenti dalle dieciotto Diaconie sorte più tardi, le quali provvedevano al sostentamento delle vedove, degli orfani e dei poverelli, e distinte dalle molte chiese minori (_Oratoria, oracula_), le chiese titolari soltanto avevano il diritto di amministrare i Sacramenti. Ristretto dapprima ad un solo prete, il numero dei presbiteri o parrochi andò successivamente aumentando, a due, a tre, a parecchi, senza contare il clero di grado inferiore; ma il primo prete e tra tutti ragguardevole, era designato col Titolo di _Cardinalis_ ossia di Prete-cardinale[245].

Secondo l’opinione degli scrittori ecclesiastici, il numero dei Cardinali preti della Chiesa romana, dopo di Giulio I, nell’anno 336, venne determinato a ventotto, nè per lungo ordine d’anni si oltrepassò[246]; ma i loro Titoli subirono parecchie trasformazioni. Il numero di essi, così almeno si dice, doveva essere ripartito esattamente tra le quattro chiese patriarcali di san Pietro, di san Paolo, di san Lorenzo fuor delle mura e di santa Maria (Maggiore); ed in ognuna di queste chiese principali sette Cardinali preti dovevano celebrare la messa un giorno almeno d’ogni settimana; laddove alla chiesa madre della Cristianità, al san Giovanni in Laterano venivano in tempi posteriori aggregati sette Vescovi delle vicinanze di Roma (_suburbicarii_) quali Cardinali vescovi, ed erano i Vescovi di Ostia, di Porto, di Silva Candida o di santa Rufina, di Sabina, di Preneste, di Tusculo (Frascati) e di Albano[247]. Ma dopo il tempo di Onorio II, dopo l’anno 1125, quegli antichi Titoli decaddero, e si eressero altre chiese a Titoli novelli in numero di ventuno. Egli sembra tuttavia che non devasi rigettare l’opinione di coloro che affermano, che fino dall’antichità, oltre ai Titoli maggiori, alcuni minori alle tombe dei Martiri si ergessero; e questo fatto può spiegare qual sia la causa della confusione che domina nella storia degli antichi Titoli cardinalizî[248].

Distinte da queste chiese parrocchiali, cinque basiliche, ch’erano entro e fuori della Città, godevano già fin da quel tempo dei primi onori quali chiese patriarcali; ed erano il san Giovanni in Laterano, il san Pietro, il san Paolo, il san Lorenzo fuor delle mura e la santa Maria (Maggiore). Esse non erano costituite a Titolo ossia non avevano un Cardinale a preposto; ma, senza avere una delimitazione particolare di diocesi, avevano a primicerio il Pontefice, ed a popolo soggetto la comunanza di tutti i fedeli. Ad esse nel secolo quarto s’aggiungeva la basilica di san Sebastiano, la quale, elevandosi in via Appia sopra le più illustri catacombe di Roma, ne godeva massima venerazione, e più tardi s’aggiungeva l’altra basilica di santa Croce in Gerusalemme. Sono queste le così dette «sette chiese di Roma», che durante tutto il medio evo ebbero venerazione dai pellegrini di tutto Occidente che vi si recavano a sciogliere loro voti[249].

CAPITOLO SECONDO.

§ 1.

Contegno di Teodorico verso i Romani. — Egli viene a Roma nell’anno 500. — Sua orazione al popolo. — L’abate Fulgenzio. — Rescritti tramandatici da Cassiodoro.

I torbidi suscitatisi per la successione alla cattedra di san Pietro si erano già acchetati, e Simmaco era riverito quale pontefice, allorchè Teodorico veniva per la prima volta a Roma, affine di restituire a piena quiete la Città dopo tanta agitazione di lotta. Egli veniva, e già possedeva l’estimazione universale e la simpatia dei Romani, imperocchè la sua giustizia, la energia del suo animo, la sua pieghevolezza ad accogliere nel reggimento dello Stato le forme romane antiche di governo, gli avevano guadagnato l’affetto del popolo.

Il Re dei Goti e dei Romani non volse l’animo a distruggere alcuno degli ordinamenti esistenti nella così detta Republica romana; ma anzi volle allettare l’amor di nazione dei Romani col darvi un riconoscimento pomposo. Egli rese onore al Senato come a corpo politico del regno, quantunque però nessuna influenza più esercitassero di fatto gl’illustri Padri nell’amministrazione politica. Il Senato era una università di cui formavano parte tutti gli alti officiali del regno; imperocchè quegli che occupasse le cariche somme dello Stato, avesse perciò tosto seggio in Senato. Nei negozî politici i Senatori fungevano l’officio di legati presso la corte di Costantinopoli; entro la Città avevano una certa giurisdizione negli affari criminali, avevano a sopravvedere a tutte le bisogne che si riferissero alla utilità publica, e finalmente esercitavano una parte importante nell’elezione del Papa. Fra le Epistole raccolte da Cassiodoro, leggonsi diecisette lettere di Teodorico indiritte ai Padri Coscritti con stile pomposo simile a quello degli Imperatori antichi: in quelle il Re esprime l’alta estimazione in che tiene la maestà del Senato e protesta essere suo intendimento di conservarne e di accrescerne l’onoranza[250]. L’assemblea dei Padri di Roma vi appare come la rovina più veneranda della Città, che la pietà di coloro che sono appellati Barbari s’industria di mantenere in vita colla stessa sollecitudine con cui dà opera alla conservazione del teatro di Pompeo oppure del Circo massimo. Allorquando il Re voleva innalzare al consolato, al patriziato o ad altre cariche elevate, alle quali erano aggiunti larghi stipendi, uomini valenti suoi famigliari, oppure oriundi delle province, egli raccomandava quei candidati al Senato con somma urbanità, pregandolo di volere accoglierli quali colleghi nel suo seno. Gli officiali da lui eletti avevano nome di _Magister Officiorum_ (direttore delle cancellerie regie), di conte della guardia del palazzo, di prefetto della Città, di questore, di conte del patrimonio (ossia dei beni privati della corona), di _Magister Scrinii_ (direttore della cancelleria di Stato), di _Comes Sacrarum Largitionum_ (ministro del tesoro). E dai titoli attribuiti a queste dignità e principalmente da quei due libri che ci tramandò Cassiodoro intorno alle forme usate nel dare l’investitura di quegli officî, si pare che Teodorico conservasse tutte le cariche e tutti i titoli, i quali, creati da Costantino, erano stati mantenuti in vigore dai succeditori di lui, ed anzi cercasse di rialzarli a lustro maggiore. Reputava Teodorico che la stabilità della dominazione di sè, straniero in Italia, fosse riposta nell’arte difficile di mascherare l’impero militare dei Goti sotto i titoli e sotto le vesti della Republica romana, e nella conservazione delle leggi antiche di Roma a beneficio dei Romani. Ma la condizione di quel popolo germanico ch’era condannato ad isolamento in mezzo al popolo d’Italia ed agl’istituti di Roma, doveva trascinarlo a rovina inevitabile, imperocchè affine di porre la costituzione dello Stato sopra salde fondamenta fosse impossibile ogni separazione: e nel tempo stesso l’inanità di quelle larve politiche, le quali, sorrette collo sforzo dell’arte, erano simili ai ruderi dei monumenti dell’antichità, era esiziale anche al popolo di Roma, perchè rendeva impossibile ogni restaurazione del suo organamento civile e non giovava che alla potenza sempre crescente della Chiesa, la quale guadagnava del campo via via che lo Stato decadeva.

Teodorico veniva a Roma nell’anno 500. Il suo ingresso nella Città era simile al trionfo d’un Imperatore antico: ed ai Romani stessi sembrava che non uno straniero venisse tra loro, ma che un Trajano od un Valentiniano rivivesse. Fuor della Città (è incerto se presso il ponte dell’Anio, oppure appiè di monte Mario) usciva ad incontrarlo il Senato, il popolo ed il clero guidato dal Pontefice. Il Re, ariano di religione, entrava nella basilica di san Pietro, ed ivi «con divoto fervore e simile ad uno che professasse il Cattolicesimo» orava sulla tomba dell’Apostolo: indi con grande pompa entrava dal ponte di Adriano in città. A somma letizia erano commossi i Romani allo spettacolo di cui s’era da gran tempo perduta la ricordanza, di vedere cioè il loro Principe che entrava nella Curia ad arringarvi. Imperocchè Teodorico muovesse al novello palazzo del Senato, che era stato edificato dall’imperatore Domiziano a dritta dell’arco di Severo presso il tempio di Giano Gemino, ed ivi volgesse discorso al popolo. Il luogo donde egli pronunciò la sua orazione era conosciuto sotto il nome di _Palma aurea_ oppure _ad Palmam_, e colà essere doveva una tribuna oppure un portico in prossimità del palazzo del Senato[251]. Quantunque Teodorico non possedesse l’eloquenza di Cicerone, tuttavia egli parlò con breve ma energico discorso: disse che coll’aiuto di Dio egli manterrebbe in vigore ed in onoranza tutti gli ordinamenti ch’erano stati dati dai Principi che lo avevano preceduto, e che in fede di questa sua promessa egli farebbe scolpire in tavole di bronzo le sue parole.

In mezzo alla moltitudine plaudente di Romani degeneri, i quali appiedi del Campidoglio antico presso le statue dei loro grandi antenati prestavano orecchio ad un uomo di Gezia che dall’alto dei rostri pronunciava un’arringa politica, in mezzo a quella moltitudine dove andavano mescolate le toghe superbe dei cittadini ai capucci di molti monaci e di molti preti, trovavasi un cherico africano, Fulgenzio, il quale, fuggendo alle persecuzioni dei Vandali d’Africa, giungeva in quel momento di Sicilia a Roma. Lo antico Biografo di lui ci narra che nella Città tutta, e nel Senato congregato, e nel popolo s’era sparsa altissima gioja per la venuta dell’Imperatore. Lo stesso animo dell’abate Fulgenzio, quantunque chiuso alle passioni terrene, ne era stato grandemente commosso: dopo di aver venerato con religioso fervore i sepolcri dei Martiri, e di aver prestato omaggio ai principi della Chiesa di Roma, aveva udito il discorso del gran Teodorico. Come poi (sono parole del Biografo) ebbe veduto i nobili sembianti e lo splendore altissimo ond’erano adorni i Padri della Curia romana, quando colle sue orecchie, cui nessun rumore profano aveva mai ferite, ebbe udite le grida di plauso d’un popolo libero, allora comprese chiaramente ciò che la pompa di questo mondo avesse di splendido. Il povero fuggiasco però sollevava tosto i suoi sguardi al cielo lungi dalla magnificenza della Città, e volgendo ansiosamente il pensiero alla bellezza degli eterni regni, di repente esclamava a meraviglia di alcuni cittadini che gli erano vicini: «Quanto bella deve essere la Gerusalemme celeste se questa Roma terrena di tanto splendore sia adorna!»[252] E questa ingenua espressione del commovimento d’animo d’un fraticello, il quale dall’Africa sua sventurata si trovava di repente balzato in mezzo a Roma festante, deve pur sempre dimostrarci quale sentimento invincibile di meraviglia altissima Roma ancora a quei tempi eccitar dovesse nell’animo di chi la mirava.

La collezione pregevolissima dei Rescritti di Teodorico, e dei quali fu Cassiodoro autore, ci fa conoscere le condizioni in cui Roma in quel tempo si trovava, e la sollecita cura che il Re prestava alla preservazione dei monumenti della Città, a reggere la quale egli era ben più degno che non fossero stati molti Imperatori che lo avevano preceduto. Quegli Editti, con loro stile ampolloso, sono una mescolanza di gonfie locuzioni di stile officioso e di vuote leziosaggini pedantesche: e la ammirazione che in essi si esprime pei monumenti di Roma, la smania d’introdurvi dissertazioni erudite sull’origine, sullo scopo e sul modo con cui ognuno di quegli edificî era stato costruito, quasi a velare l’avvenimento della dominazione straniera che pesava su Roma, la ricordanza «dell’antichità» che spesse fiate si richiama, dimostrano che il tempo della barbarie era giunto[253].

§ 2.

Condizione dei monumenti di Roma. — Predoni di statue. — Sollecitudine di Teodorico alla conservazione dei monumenti. — Cloache. — Acquedotti. — Teatro di Pompeo. — Palazzo dei Pinci. — Palazzo dei Cesari. — Foro di Trajano. — Il Campidoglio.

Dopo di avere indagato con animo scevro da errori popolari la storia dei saccheggi onde Roma fino a questi tempi fu desolata, non deve prenderci meraviglia, se troviamo che nell’anno 500 s’ergevano ancora in piedi quegli illustri edificî della Città antica, che alta ammirazione avevano già destata in Onorio nell’anno 403. Le statue di marmo e di bronzo erano ancora in copia sì grande ad ornamento delle piazze publiche, che ne siamo indotti a grave stupore. Ed infatti Cassiodoro parla di una popolazione numerosissima di statue e di greggi copiose di cavalli, ossia di statue equestri di bronzo[254], e descrive con ammirazione quasi infantile la bellezza espressiva e la vita ond’erano animate quelle figure umane, e l’atteggiamento dei cavalli di bronzo che sembravano agitarsi di loro natura focosa e di loro forza[255]. Nè l’odio dei Cristiani, nè le depredazioni di Costantino il Grande, nè i saccheggi dei Visigoti, dei Vandali e delle soldatesche di Ricimero, avevano avuto potenza di esaurire l’immenso tesoro di capolavori dell’arte romana. Se anche il numero delle statue non sia più stato allora in Roma sì grande da eguagliare quello degli uomini che vi avevano stanza[256], tuttavia ne esistevano ancora in copia sì grande, da potersi dir quasi innumerevoli. A guardia dei monumenti, era costituita una magistratura appellata _Comitiva Romana_ o carica di conte romano, che stava sotto il governo del prefetto della Città. Imperocchè Teodorico e il suo ministro trovassero necessario, che alla conservazione dello splendore artistico di Roma, poichè non vi provvedeva più in quel tempo degenere il sentimento del bello, desse opera una coorte di guardia cittadina. Era suo cómpito di scorrere di notte tempo le vie per impedire i ladronecci di opere artistiche e per coglierne i predoni, i quali, non più come ai tempi di Verre, davano caccia ai monumenti allettati al pregio del lavoro, ma bensì al valore del metallo. E si aveva fidanza che le statue di bronzo tradissero la mala opera del ladro, risuonando sotto l’istromento con cui cercavasi di svellerle. «Imperocchè le statue non sieno affatto mute, chiamando a soccorso la guardia con loro sonito sonoro allorchè sieno percosse dalla mano del predone»[257].

Teodorico imprese a proteggere il popolo di bronzo e di marmo, che senza difesa era esposto agl’insulti del volgo: nè soltanto a Roma ma altresì estendeva la sua cura alle province, come dimostra il suo Editto promulgato in occasione del ladroneccio di una statua di bronzo ch’era stato commesso in Como e per il quale prometteva un premio di cento monete d’oro all’inventore della statua ed al delatore del colpevole[258]. Ma l’indole dei Romani era sì imbarbarita, che gli Editti del Re goto non furono potenti a raffrenarne l’avidità. Egli si duole continuamente dell’oltraggio ch’eglino recavano alla memoria dei loro avi, distruggendone le sublimi creazioni: ed i Romani erano immersi in tanta miseria ed in corruttela sì grande, che se non era dato loro di poter rapire intere le statue di bronzo, le mettevano in pezzi per rapirne frammenti, e dalle commettiture dei quadri di marmo dei teatri e delle terme svellevano gli arpioni di metallo. Ed i tardi nepoti di quei predoni, osservando verso la fine del medio evo con isdegnosa meraviglia i vacui che ne apparivano nelle rovine, con ignoranza temeraria ne mossero accusa contro quei Goti medesimi, che con tanto amore avevano dato opera a conservare lo splendore di loro Città.

Da più che cento passi dei Rescritti del Re goto si pare l’ardenza dell’amore suo per Roma, e la onoranza ch’ei tributava alla Città «verso la quale niuno può nutrire mai nell’animo sensi d’indifferenza, imperocchè a null’uomo essa sia straniera; essa, madre di eloquenza, tempio immenso in cui tutte le virtù s’accolgono[259], in cui i miracoli illustri dell’orbe si comprendono, di maniera che con verità possa dirsi, tutta Roma essere un miracolo»[260]. A conservare le opere sontuose dei Romani e ad accrescervi splendore con edificî novelli degni di aggiungersi agli antichi, Teodorico volgeva il suo animo, quantunque egli non deliberasse di porre stabile sede nella Città. Egli eleggeva un architetto della Città[261], il quale, sotto il governo del _Praefectus Urbis_, doveva dare opera alla preservazione dei monumenti antichi: e dava comando severo che nella costruzione di novelli edificî con attento studio si imitasse lo stile dell’antichità e che dagli antichi esemplari barbaramente non si deviasse. E, ad esempio degli antichi Imperatori, egli costituì sopra il suo patrimonio privato un reddito annuo per la restaurazione dei monumenti: per i lavori della ricostruzione delle mura della Città, statuì che le fabbriche erariali fornissero 25000 mattoni ad ogni anno, e per sopperire alle spese di quest’opera vi assegnò le rendite ricavate dalle dogane dei porti di Lucrinia: e con somma severità invigilò che la moneta destinata fosse effettivamente spesa secondo lo scopo prescritto. Un offiziale aveva carico speciale di fare le provvisioni di calce necessarie ai lavori di muratura; e nel tempo medesimo in cui era punito colui che spezzasse i marmi dei monumenti per trarne calce per lavori di utilità privata, si permetteva che nei lavori publici si usasse a tal uopo di quei massi di marmo, che giacevano infranti ed erano rovine senza pregio[262].

Non minore sollecitudine volse Teodorico alla conservazione delle cloache di Roma, di quegli antichi canali sotterranei di mirabile costruzione, i quali «quasi fossero racchiusi entro caverne montane, scorrono attraverso di stagni smisurati: per essi», sclama il ministro di Teodorico, «soltanto per essi, o Roma, cui nessun’altra città può eguagliare, è facile conoscere quale sia la grandezza tua. Imperocchè, quale città può mai giungere alla tua altezza, se neppure la profondità dei tuoi sotterranei abbia l’eguale?»[263]

Agli acquedotti giganteschi faceva d’uopo di cure per la loro conservazione futura, piuttosto che di sterile ammirazione per la loro grandezza antica. L’età e l’incuria avevano fatto sì che lungo queste vie murate, per le quali scorrevano le chiare e fresche acque, germogliassero cespugli e fratte, e qua e colà sopra le arcate s’alzassero adulte piante di corbezzole, di lauri, di pini, e che fra i crepacci delle muraglie serpeggiasse l’edera a portarvi rovina sempre maggiore. Ma i quattordici acquedotti scorrendo lungo la deserta Campania fornivano ancora di acque le terme e le fontane della Città. E Cassiodoro colla sua magniloquenza ne dà la descrizione seguente:

«Gli acquedotti di Roma», dic’egli, «c’inducono ad alta ammirazione sì per la costruzione grandiosa che per la bontà delle acque che scorrono in essi. Sembra che sieno fiumi che si riversino fra montagne alzate dall’arte, e saremmo indotti a credere che quei canali di pietra fossero alvei naturali di fiume, tant’è la validità loro a sostenere la violenza del corso delle acque dopo il corso di tanti secoli. Le petraje delle montagne precipitano, gli alvei dei fiumi col tempo si logorano; eppure queste opere degli antichi stanno inconcusse per poca cura che vi si presti. Si pensi allo splendore che reca alla città di Roma la copia delle acque: ed infatti di quale bellezza sarebbero adorne le terme senza la benedizione delle acque? In grazia degli acquedotti ci deliziamo delle linfe purissime dell’_Aqua Virgo_, la cui mondezza le merita bene un tal nome. Imperocchè, laddove gli altri acquedotti per violenza di pioggia sieno intorbidati da arene che traggono nel loro corso, sembri che essa colla tersa sua onda mentisca, facendoci credere a continua serenità di cielo non turbata mai da nembi. E chi può dare una sufficiente esplicazione del modo con cui l’_Aqua Claudia_ per mezzo del suo immenso acquedotto sia tratta alla cima del monte Aventino, in maniera che precipitando dall’alto, ne irrighi il vertice elevato quasi fosse valle profonda?»[264] E Cassiodoro ne tragge ardita conclusione che l’acquedotto claudiano di Roma superi le meraviglie del Nilo d’Egitto. Ancora ai tempi di Teodorico la sopraintendenza degli acquedotti era affidata ad un officiale che aveva titolo di _Comes Formarum urbis_, ossia di conte degli acquedotti della Città, il quale teneva un corpo numeroso d’ispettori e di guardiani sotto il suo reggimento[265].

Ma or parecchi edifizî cominciavano a crollare, soggiacendo alla pressione della loro stessa pesantezza. E fra essi è fatta espressa menzione del teatro di Pompeo, di quell’edifizio illustre e bello che a cagione della sua grandezza era stato da gran tempo appellato semplicemente _Theatrum_ oppure _Theatrum Romanum_. Teodorico diè incarico della restaurazione di quell’edificio al patrizio Simmaco, il quale era uno dei più illustri Senatori ed aveva eretto nei sobborghi alcuni edificî novelli splendidissimi che gli avevano meritato la buona grazia del Re. E ad occasione della rovina di quel teatro, Cassiodoro sclama: «Qual cosa v’ha mai che tu non valga a distruggere, o vecchiezza, se tu abbia potuto rendere crollante un edificio sì saldo!»[266] Egli sembrava, dice egli fra’ sospiri, che fosse stato più facile che montagne precipitassero, prima che cadesse questo ammasso di marmi; imperocchè quel colosso fosse di marmi sì carico, che, senza badare all’opera dell’arte, avesse sembianza di una catena di rocce naturali. Cassiodoro celebra le arcuate gallerie, che riuscendo le une nelle altre per mezzo di aperture quasi invisibili, avevano aspetto di grotte di montagne: egli parla dell’origine del teatro, e prende argomento a discorrere degli spettacoli drammatici come farebbe un Archeologo odierno: e dopo di avere nel fervore del suo amore per l’antichità esclamato, che la costruzione di quel teatro a maggior ragione che le geste valorose abbiano meritato a Pompeo il nome di grande, egli, per volere di Teodorico, dà carico al nobile Simmaco di sostenere con impalcature le vôlte crollanti del teatro, e di operarvi ogni restauro necessario, ammonendolo che la moneta occorrente ai lavori gli sarebbe pôrta dal _Cubiculum_ regale.