Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 1/8

Part 18

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Il Lupercale, ossia santuario di Pane vincitore del lupo, era una oscura caverna situata appiedi del monte Palatino. Secondo la leggenda, l’arcade Evandro la aveva consecrata al Nume delle campagne, e la lupa del mito anticamente aveva colà prestato il nutrimento a Romolo ed a Remo. I Romani, a magnificare la ricordanza dei fondatori della Città, avevano eretto ivi un gruppo in bronzo che rappresentava la lupa in atto di prestare le mamme ai due bambini, e che è forse lo stesso capolavoro della antichità che oggidì si mira nel palazzo dei Conservatori posto nel Campidoglio[218]. Delle antichissime feste lupercali era centro tradizionale quel santuario: si celebravano ogni anno nel giorno 15 di Febbraio, e vi seguiva nel giorno 18 di quel mese la _Februatio_, ossia la ceremonia con cui si purificava la Città dai mali influssi dei rei demonî. In quel giorno i sacerdoti ed i più nobili giovani di Roma, senza che rossore li rattenesse, si spogliavano, dinanzi gli occhi del popolo, di loro vestimenta, e coperti soltanto di perizonî di pelli tolte agli animali offerti in sacrificio, partivano dal Lupercale, e nudi correvano lungo le vie della Città, agitando in mano coregge di cuojo colle quali percotevano lievemente sulla destra mano le donne che incontravano, affine di prodigare loro la benedizione della fecondità. Il celebre Marco Antonio stesso era stato veduto anticamente a prender parte fra gli attori della festa. Tutte le festività antiche (molte erano la cosa più scipita che dar si potesse) avevano soggiaciuto all’influenza del Cristianesimo: le feste lupercali invece avevano durato in vigore, e già abbiamo osservato che si celebravano ancora dopo l’avvenimento di Antemio al trono; chè era sì grande la venerazione che i Romani tributavano a questa antichissima costumanza nazionale, che, quantunque convertiti al Cristianesimo, non aveano voluto smetterne l’osservanza. Ed ogni anno commuovevano il Vescovo ad orrore del loro contegno con quelle feste: ed ora che il mutato costume e il sentimento dell’onestà impediva ai cittadini ragguardevoli di prendervi parte, quella festività scipita e simile ad un bagordo carnascialesco, era celebrata da schiavi e dalla plebaglia vile.

Ed ai Vescovi, che avevano fatto prova di sopprimere quell’avanzo del culto antico, rispondevano questi Cristiani, che la peste e la sterilità gli avevano colpiti coi loro flagelli, che Roma era stata devastata dai Barbari e che l’Impero romano era caduto, perchè al dio Februo non s’era più reso onore di sacrificî. E poichè le loro opinioni trovavano appoggio fra i Senatori, davano motivo a papa Gelasio di scrivere un Trattato formale contro le festività lupercali. Questo scritto, che non può non eccitare grave meraviglia, e che il Baronio diede alla luce traendolo da un codice che si conserva nella Biblioteca Vaticana, fu dal Pontefice indiritto ad Andromaco, il quale era probabilmente presidente del Senato e sarà stato apologista della festa pagana: e forse al Senato principalmente appartenevano ancor sempre, alla fine del secolo quinto, aderenti secreti del Paganesimo. Imperocchè l’aristocrazia di Roma fosse ancora attaccata con tanta caparbietà alle tradizioni dell’antichità, che si rimproverasse ai Consoli, in quel tempo ancora, di nutrire polli sacri a fantastica ricordanza dei tempi scorsi, ed oltre agli auspicî, di osservare altre costumanze che la Religione pagana aveva anticamente congiunte al loro officio[219]. Nel suo Trattato papa Gelasio diceva ai Romani con ira, che non si può nel tempo stesso assidersi al banchetto del Signore e mangiare alla mensa dei demonî; nè bere all’istessa volta nel calice di Dio e nella coppa del diavolo: non già l’inosservanza delle feste lupercali, sclamava, fu causa che Roma nell’estremo cadesse, sibbene ne furono cagione i vizî, lo spergiuro, la superbia, la crapula e il culto di magici riti. Ed egli ritorceva contro Andromaco l’accusa, affermando, che alla durata delle costumanze del Paganesimo era da imputare la colpa che l’Impero romano fosse caduto, e che il nome romano si fosse quasi estinto. E a quest’idea il cardinal Baronio con fervore s’associa[220], e narra che al Pontefice riuscisse d’indurre il Senato all’abolizione dei Lupercali. Quantunque nessuna notizia di Storici antichi confermi questo fatto, tuttavia lo accogliamo, osservando sovra ogni cosa che l’influenza del Senato sulla vita publica di Roma era ancora ben grande, quantunque anche il Pontefice attendesse alla censura del costume. Nei tempi posteriori a papa Gelasio la Chiesa, acconciandosi con prudente accorgimento alle tradizioni ostinate del Paganesimo, trasformava l’antica festa di purificazione dei Lupercali nella festività ecclesiastica della Purificazione della Vergine, nella quale la processione che si fa con torce accese (_Candelora_) trae alla ricordanza dell’antica costumanza pagana. E la festa celebravasi nel dì 2 di Febbraio, come celebrasi anche al dì d’oggi pochi giorni prima che incominci il carnevale[221]. Del resto egli è facile, da quanto narrammo fin qui, dedurre quale forma vestisse in Roma il Cristianesimo in sulla fine del secolo quinto.

Pochi anni dipoi, una lotta ben più violenta e pericolosa agitava la Città. Morto papa Anastasio, succeditore di Gelasio, la maggior parte del clero romano conveniva nel giorno 22 Novembre del 498 nell’elezione di Simmaco, sardo di nascita. Ma il senatore Festo che in quello ritornava da Costantinopoli, ove s’era recato ambasciadore in occasione dell’Enotico (ch’era un Editto dell’anno 482) promulgato dall’imperatore Zenone, potè subornare a forza di denaro alcuni chierici ed indurli ad eleggere il romano Lorenzo, il quale, in gratitudine della sua erezione al soglio pontificale, prometteva di accettare ciò che l’Editto imponeva. Imperocchè Zenone avesse dato quell’Editto nella speranza di acchetare le dispute acerrime agitantisi intorno l’incarnazione e la natura di Cristo: e la credenza ch’era diffusa in Oriente i Vescovi ortodossi di Roma avevano sempre riprovata. Simmaco fu consecrato da un partito numeroso in san Pietro nel giorno stesso in cui l’altro partito meno numeroso ordinava Lorenzo nella basilica di santa Maria. Così il clero, il popolo, il Senato, come già ai tempi di Bonifacio, era diviso in due fazioni nemiche. Il partito di Lorenzo guidato da Festo e da Probino, uomini consolari e capi del Senato, destreggiava manifestamente per ripristinare in Roma l’influenza degl’Imperatori greci, laddove il partito men forte dei Senatori guidato da Fausto, uomo consolare, cercava sostegno nella dominazione dei Goti.

Affine di porre un termine al dissidio, Teodorico, come anticamente aveva operato Onorio in un caso simile, citò dinanzi a sè a Ravenna i capi delle due fazioni. Il Re ariano nella pienezza del suo potere sentenziò, che colui il quale era stato eletto il primo con maggior numero di voti dovesse essere riverito quale legittimo Pontefice. Simmaco salì alla cattedra di san Pietro, e tosto che fu ristabilita in Roma la quiete, egli celebrò nel san Pietro il primo sinodo romano addì 1 di Marzo dell’anno 499. Quel Concilio attese principalmente a dare ordinamenti intorno al modo di elezione del Pontefice: ma esso ha speciale importanza per la storia ecclesiastica della città di Roma, perocchè dalle sottoscrizioni dei cherici, preposti ai presbiteri romani, che leggonsi negli atti del Sinodo, si ricavi notizia delle basiliche titolari che allora esistevano in Roma[222].

§ 3.

Basiliche titolari della città di Roma, intorno all’anno 499.

Erano le seguenti chiese:

1. TITULUS PRAXIDAE. — Basilica d’origine antica, edificata sul _Clivus Suburanus_ nelle Esquilie, e dedicata alla sorella di santa Pudenziana.

2. TITULUS VESTINAE. — Questa chiesa oggidì ha nome di san Vitale. Innalzata nella vallata del Quirinale, per incarico che la pia Vestina ne aveva lasciato nel suo testamento, Innocenzo I la ebbe dedicata, fra l’anno 401 ed il 417, a san Vitale ed a Gervasio e a Protasio figli del Santo.

3. TITULUS SANCTAE CAECILIAE. — Questa bella chiesa situata nel Transtevere sarebbe stata eretta, secondo la leggenda, nel terzo secolo dal vescovo Urbano là dove sorgeva la casa della Santa. Nel secolo nono fu riedificata da papa Pasquale.

4. TITULUS PAMMACHII. — È una basilica dei santi Giovanni e Paolo situata nel _Clivus Scauri_ sul monte Celio, dietro al Colosseo, edificata sopra un antico _Vivarium_. Essa compare nel Concilio di Simmaco per la prima volta appellata dal nome di Pammachio che la costruiva e che era probabilmente Senatore romano, marito a quella Paolina che fu sorella di Eustochia, ed al quale Gerolamo scriveva un’epistola a consolarlo della morte della moglie[223]. Egli diede sue ricchezze ai poverelli, e, fattosi monaco, fondò questa chiesa, la quale, ai tempi di Gregorio Magno, ebbe appellazione dai santi Giovanni e Paolo che furono due fratelli romani e dei quali narra la leggenda che trovassero morte fra i martori cui condannavali l’apostata Giuliano.

5. TITULUS SANCTI CLEMENTIS. — È la chiesa d’origine antica che si alza tra il Colosseo ed il Laterano e che già conosciamo.

6. TITULUS JULII. — È la chiesa odierna di santa Maria in Transtevere che portava anche il titolo di san Calisto.

7. TITULUS CHRYSOGONI. — Anche questa basilica si alza nel Transtevere fra le chiese di santa Maria e di santa Cecilia, ed è dedicata ad un Martire romano del tempo di Diocleziano. Chi la edificasse ignoriamo, perocchè se ne faccia cenno per la prima volta nel Concilio di Simmaco.

8. TITULUS PUDENTIS. — Era la basilica di santa Pudenziana eretta sul monte Esquilino, di cui abbiamo già parlato. Fu l’antichissima delle basiliche titolari di Roma, e fu anche appellata di santo Pastore.

9. TITULUS SANCTAE SABINAE. — Le belle ed ampie dimensioni fanno sì che questa sia la maggiore delle chiese erette sul monte Aventino. Eretta nella prima metà del secolo quinto, fu dedicata a Sabina santa romana che fu martoriata ai tempi di Adriano imperatore. Non sappiamo se fosse consecrata da Celestino I oppure da Sisto III. La edificò il prete Pietro d’Illiria, come narra la iscrizione che leggesi nel musaico che sta sopra la porta maggiore[224].

10. TITULUS EQUITII. — È la chiesa mirabile detta _sancti Martini in Montibus_ che sorge sulle antiche Carine in vicinanza delle terme di Trajano. Fu edificata da papa Silvestro sopra un terreno posseduto da un prete Equizio, e fu detto perciò dapprima _Titulus Silvestri_ coll’addiettivo _ad Orphea_, probabilmente a cagione di qualche monumento antico onde avrà avuto nome quel luogo. Narra il Libro Pontificale che fosse riedificata da papa Simmaco nell’anno 500 e che fosse dedicata a san Silvestro ed a san Martino vescovo di Tours, ond’è che nel Concilio dell’anno 499 apparisce ancora sotto titolo di Equizio. Anche oggidì vedonsi alcuni ruderi della chiesa antica là dove sorge la novella[225].

11. TITULUS DAMASI. — Questa basilica dedicata a san Lorenzo ed edificata presso il teatro di Pompeo ci è già nota.

12. TITULUS MATTHAEI. — Era una chiesa situata tra santa Maria Maggiore ed il Laterano, ed aveva nome da un palazzo detto Merulana. Oggidì non esiste più[226].

13. TITULUS AEMILIANAE oppure SANCTAE AEMILIANAE, come è appellata questa chiesa nella biografia di papa Leone III. — Non abbiamo argomento che valga a determinare ove fosse situata.

14. TITULUS EUSEBII. — La piccola chiesa di santo Eusebio s’innalza in prossimità dei così detti Trofei di Mario sul monte Esquilino. Fu dedicata ad onore di un prete romano, il quale, al tempo di Costanzio figlio di Costantino, sofferse il martirio per confessare il simbolo di fede di Atanasio. S’ignora il nome di chi la edificasse.

15. TITULUS TIGRIDAE o TIGRIDIS. — È la chiesa di santo Sisto situata in via Appia nello interno della Città, là dove si crede che fosse l’antica _Piscina publica_. Non si possiede alcun argomento che valga a determinare il tempo in cui fosse edificata, e l’avvenimento che desse origine a quel Titolo. Fu dedicata ad onoranza del vescovo Sisto II, il quale, sotto Decio o sotto Valeriano, fu decollato nella via Appia: suo arcidiacono fu l’illustre san Lorenzo[227].

16. TITULUS CRESCENTIANAE. — Questa basilica dedicata ad una Santa ignota, non esiste più. Il Libro Pontificale, alla biografia di Anastasio I (396-401), parla di una basilica Crescenziana che sorgeva nella seconda Regione, in via Mamertina situata ov’è la odierna Salita di Marforio[228].

17. TITULUS NICOMEDIS. — È conservata ricordanza di una chiesa dedicata a santo Nicomede che esisteva in via Nomentana: ma siccome fra le basiliche che ora descriviamo non havvene alcuna situata fuor delle mura di Roma, questo Titolo deve avere appartenuto ad una chiesa situata in qualche altra parte della Città. Estintosi ben presto, fu da Gregorio Magno attribuito alla chiesa _sanctae Crucis in Hierusalem_[229].

18. TITULUS CYRIACI. — Era la chiesa _sancti Cyriaci in Thermis Diocletiani_, il cui Titolo, quando cadde distrutta, fu da Sisto IV attribuito alla chiesa dei santi Quirico e Giulitta situata presso l’odierno Arco dei Pantani. Dalla dizione aggiunta, _in Thermis_, si pare che l’antica chiesa, la quale era dedicata a san Ciriaco che fu un Romano morto tra i martori al tempo dell’imperatore Diocleziano, fosse costruita presso gli edificî che quell’Imperatore aveva eretti ad uso di bagno. Siccome però nell’anno 466, ai tempi di Sidonio Apollinare, queste terme erano ancora adoperate quali bagni publici, così ci è duopo ammettere che quella chiesa fosse stata costruita sopra una ristretta superficie di terreno tolta alle terme, oppure che fosse edificata in vicinanza di quelle[230]. E poco lontano era un convento di monache[231].

19. TITULUS SANCTAE SUSANNAE. — La chiesa di santa Susanna denotavasi col nome addiettivo _ad duas domos_, ch’erano le case di Gabino padre della Santa e del vescovo Caio zio di lei. La chiesa era stata edificata sul monte Quirinale tra le terme di Diocleziano ed i giardini di Sallustio; ed in quel luogo essa s’erge oggidì ancora, quantunque mutata nella sua forma: ne faceva già menzione santo Ambrogio nell’anno 370. A santa Susanna i Romani tributavano onoranza come ad illustre Martire di loro nazione. Narra la leggenda, ch’ella scendesse della stirpe di Diocleziano: la beltà, la giovinezza, la squisita cultura di lei avevano acceso d’amore il brutale animo di Massimiano. Ma tutti quelli che costui aveva spedito a chiedere la mano di lei, erano stati commossi all’incanto della sua voce, che gli aveva conversi al Cristianesimo. Un angelo del cielo la aveva difesa da tutte le insidie che l’Imperatore aveva teso alla sua onestà; e la statua d’oro del Giove, dinanzi a cui voleva costringerla a sacrificare, fu atterrata al lieve fiato della bocca della bella Susanna. Diocleziano finalmente facevala decapitare, e Serena, moglie di lui, la quale secretamente era adoratrice di Cristo, ne compose la salma in un sarcofago d’argento che fu deposto nelle catacombe di san Calisto.

In vicinanza della santa Susanna era il _Titulus Gaii_ o _Caii_, che sorgeva nelle case del vescovo Cajo: egli sembra però che i due Titoli fossero insieme congiunti[232].

20. TITULUS ROMANI. — Non è facile cosa determinare ove sorgesse questa chiesa ch’era dedicata ad un Martire romano, e che, a cagione anche del nome di lui, essere doveva illustre. Credesi che una basilica dedicata a questo Santo sorgesse fuor di porta Salara, nell’agro Verano, nelle vicinanze di san Lorenzo[233].

21. TITULUS VIZANTII O BYZANTIS. — Siamo nella stessa ignoranza anche circa questo Titolo[234].

22. TITULUS ANASTASIAE. — Alla basilica antica ed illustre di santa Anastasia era aggiunta la dizione _sub Palatio_, perocchè essa fosse edificata sotto il monte Palatino in direzione del Circo massimo. Ignoriamo il nome di chi la erigesse. Anche Anastasia è Santa nazionale dei Romani che aveva grande venerazione nella Città. La leggenda narra ch’ella fosse figlia di santo Crisogono. Ella seguiva il padre ad Aquileia; e, dopo ch’egli fu, ai tempi di Diocleziano, decollato, era cacciata in esilio nell’isola Palmaria, e finalmente moriva in Roma sul rogo[235].

23. TITULUS SANCTORUM APOSTOLORUM. — Siccome la chiesa odierna dedicata agli Apostoli fu edificata nelle terme di Costantino, nell’antica Regione _Via Lata_, soltanto da papa Pelagio I verso l’anno 560, così egli è dubbio se il Titolo di cui è fatto cenno nel Concilio di Simmaco sia da cercarsi là dove esiste oggidì la chiesa degli Apostoli oppure in qualche altro luogo. La narrazione che Costantino edificasse in Roma una chiesa ad onoranza degli Apostoli, è una fola[236].

24. TITULUS FASCIOLAE. — È una chiesa d’origine antica, situata nella via Appia presso il santo Sisto. Dedicata oggidì a due santi eunuchi, a Nereo e ad Achilleo, i quali furono, credesi, discepoli di san Pietro, richiama col suo nome la ricordanza dell’estinta mitologia antica. Non ci è dato di conoscere quale sia il significato del nome _Fasciola_ che era imposto a questo Titolo[237].

25. TITULUS SANCTAE PRISCAE. — Questa chiesa esiste, mutata nella forma dall’antica, sul monte Aventino. Essa era dedicata a santa Priscilla ed a santo Aquila sposo di lei. Se si stia alla leggenda, sarebbe stata edificata nel luogo ove aveva posto stanza san Pietro, e dove l’Apostolo amministrava il battesimo nella fonte del Fauno. Ignoriamo in qual tempo sia stata eretta. I due Santi erano israeliti conversi al Cristianesimo, e, se si stia alla narrazione della leggenda, amici del Principe degli Apostoli il quale gli aveva accolti nella sua casa che fu poi tramutata in chiesa. Eglino apparterrebbero perciò alla schiera dei Santi antichissimi di Roma; nè sarebbero stati martoriati. Posteriormente, l’antico Titolo di santo Aquila e di santa Priscilla fu trasformato in quello di santa Prisca, vergine romana che morì fra i tormenti al tempo di Claudio imperatore.

26. TITULUS SANCTI MARCELLI. — Vuole tradizione che il vescovo Marcello consecrasse questa chiesa situata in via Lata nelle case di una pia donna romana di nome Lucina ai tempi di Massenzio, sotto il quale Imperatore egli stesso morì sotto gli artigli degli animali feroci. Egli è quello stesso Vescovo, a cui è attribuita la erezione di venticinque Titoli in Roma.

27. TITULUS LUCINAE. — La chiesa illustre di santo Lorenzo in Lucina edificata presso l’orologio solare di Augusto ci è già nota. Oltre di lei troviamo nel Concilio di Simmaco ricordanza del Titolo di san Lorenzo in Damaso. Una terza chiesa dedicata a santo Lorenzo era appellata _in Panisperna_ ed anche _ad Formosam_ o _in Formoso_. Oggidì ancora essa s’alza sul monte Viminale. Sembra che questa chiesa sia stata edificata nelle terme di Olimpia, ma s’ignora in qual tempo. Leone X pel primo la eresse a Titolo cardinalizio[238].

28. TITULUS MARCI. — La chiesa dedicata all’evangelista san Marco, situata in via Lata, al di sotto del Campidoglio e in prossimità del circo Flaminio, dev’essere stata edificata dal pontefice Marco intorno l’anno 366. Ne abbiamo già fatto menzione più sopra.

§ 4.

Origine nazionale dei Santi ai quali erano dedicate le chiese titolari. — Ripartizione territoriale di queste chiese. — Titoli esistenti al tempo di Gregorio Magno verso l’anno 594. — Che cosa fossero i Titoli. — I Cardinali. — Le _sette chiese_ di Roma.

Queste erano dunque le ventotto chiese parrocchiali antiche di Roma, verso la fine del secolo quinto. Egli è prezzo dell’opera, affine di formarsi un’idea giusta della estensione del culto religioso di Roma in quel tempo, indugiare alquanto a considerare quali Santi in quelle chiese ricevessero onoranza. E troviamo che dominava l’amore di nazione, imperocchè, se si tolgano alcuni Apostoli, tutti quei Santi fossero uomini e donne nati in Roma, oppure, in alcuni casi, membri della Chiesa romana che di lei bene avevano meritato morendo in Roma della morte dei Martiri. Nè un solo Santo greco in Roma aveva altari. A ciascun Apostolo era dedicata una chiesa parrocchiale: degli Evangelisti i soli Matteo e Marco avevano avuto l’onore di un tempio. Dei Pontefici, il primo cui fosse eretta una chiesa fu Clemente, ed accanto a lui probabilmente ne saranno state erette anche a omaggio di Silvestro e di Marcello: laddove invece le basiliche di Giulio, di Calisto e di Cajo ne portavano i Titoli unicamente perchè da loro erano state edificate. Fra i Preti e i Diaconi, alcuni avevano onoranza speciale, e sopra tutti Lorenzo, Crisogono, Eusebio, Nicomede. Riguardo ai Senatori antichi, primeggia il Titolo di Pudente e di quel Pammachio che fu il primo monaco romano di illustre progenie. Più numerosa era la schiera dei Martiri dei quali più sopra abbiamo conosciuto i nomi ed ai quali, senza che appartenessero ad ordine sacerdotale, erano dedicati Titoli. E grande era il numero delle sante donne di Roma, fra le quali vanno illustri Agnese, Prassede, Sabina, Cecilia, Susanna, Anastasia, Prisca: e dai nomi delle pie matrone Lucina e Vestina s’intitolavano due chiese, quantunque elleno non avessero onore d’altari. Il grande numero di queste sante femmine ci fa accorti dell’amore che le donne di Roma nutrivano all’esaltazione della Chiesa: ed erano esse infatti che, come si ricava da una fugace osservazione di Ammiano, porgevano alle chiese la maggior copia dei donativi.

Quanto poi alla ripartizione territoriale delle chiese, troviamo che il maggior numero di parrocchie, cioè quattro, comprendevansi nel territorio Esquilino ch’era assai esteso e dove aveva stanza il popolo minuto. Ed erano: santa Prassede, santa Pudenziana, san Matteo e sant’Eusebio. Sul monte Viminale, là dove esso si congiunge al Quirinale, erano tre parrocchie: san Ciriaco, santa Susanna e san Vitale. Sulle Carine era il Titolo di sant’Equizio (e già sappiamo che ivi esisteva anche il san Pietro in Vincoli). Sul monte Celio erano san Clemente e san Pammachio. In via Lata: san Marcello e san Marco; al di sotto del Palatino: santa Anastasia; nel campo di Marte: le due chiese di san Lorenzo; in via Appia: il _Titulus Tigridae_ ed il _Titulus Fasciolae_; sul monte Aventino: le due chiese parrocchiali di san Sabino e di santa Prisca; e finalmente nella Regione del Transtevere erano le tre chiese parrocchiali di santa Maria conosciuta ancora quale _Titulus Julii_, di san Crisogono e di santa Cecilia.

Uno Scrittore ecclesiastico dei tempi posteriori volle, come dice egli stesso, restituire quei ventotto Titoli nell’ordine seguito nella serie del Sinodo di Simmaco e nel Libro Pontificale[239]. Ma egli ommise di citare il _Titulus sancti Romani_ ed il _Titulus Byzantis_, ed accolse, a vece di quelli, il Titolo di Cajo e quello di Eudossia Augusta, ossia di san Pietro in Vincoli, quantunque di queste chiese, quali Titoli, non sia fatta menzione nè tra gli Atti del Concilio di Simmaco, nè in quelli di Gregorio Magno[240]. Nel Sinodo romano, che fu celebrato da Gregorio nell’anno 594, decimoterzo di regno dell’imperatore Maurizio, sono sottoscritti i parrochi delle chiese titolari che seguono:

1. San Silvestro, 2. san Vitale, 3. santi Giovanni e Paolo, 4. san Lorenzo, 5. santa Susanna, 6. san Marcello, 7. santi Giulio e Callisto, 8. san Marco, 9. santo Sisto, 10. santa Balbina, 11. santi Nereo ed Achilleo, 12. san Damaso, 13. santa Prisca, 14. santa Cecilia, 15. san Crisogono, 16. santa Prassede, 17. santi Apostoli, 18. santa Sabina, 19. sant’Eusebio, 20. san Pudente, 21. santi Marcellino e Pietro, 22. san Quiriaco, 23. santi quattro Coronati[241].

Agli Atti del terzo Concilio romano celebrato dallo stesso Pontefice apposero la loro sottoscrizione soltanto i Parrochi di san Silvestro, di san Vitale, di san Clemente, di santa Prassede, dei santi Apostoli, di san Lorenzo, dei santi Giovanni e Paolo, di santa Susanna, di santo Marcello, dei santi Giulio e Calisto, di san Marco, di santo Sisto, di santa Balbina, dei santi Nereo ed Achilleo e di san Damaso.