Storia degli Italiani, vol. 15 (di 15)

Part 6

Chapter 63,278 wordsPublic domain

E qui rivelasi l’azione rigeneratrice; diremmo oggi, la lotta del vivere. Perita l’antica sintesi grammaticale, smesse le inflessioni, mal distinti i casi de’ nomi, i tempi de’ verbi, i rapporti che prima erano espressi dai segni grammaticali aboliti si dinotano con parole separate, per evitare la confusione; con preposizioni si supplisce alle desinenze che distinguevano i casi con ausiliarj a quelle che indicavano i tempi de’ verbi; i generi si dinotano cogli articoli, le persone coi pronomi. Di tal passo dal sanscrito nacquero il pali e i diversi dialetti pracriti; dallo zendo il persiano, dal greco classico il moderno, il tedesco odierno dall’antico, l’inglese dall’anglosassone, l’olandese dal frisone ch’è affine al sassone, il danese e svedese da quello scandinavo ch’è conservato in Islanda. Così pure dal latino derivarono le lingue neolatine, e specialmente la nostra.

È della natura umana, che una parola che ricorre frequente, la si scorci per parlare più spiccio; si sostituisca un segno semplice a uno complicato: si confondano le gradazioni, si trascurino le distinzioni delicate; e questo svolgimento delle lingue non è sospeso se non quando scrittori classici fanno legge e prefiggono un canone. Il popolo tende a contrarre, a fognare, giacchè parla per parlare, non per parlar bene; e purchè una parola renda il suo pensiero, poco gli cale l’articolarla con esattezza o trascurarne alcun elemento. _I’ so_ per _io sono; gnor sì_ per _signor sì_; _vello_ per _vedilo_, _Cecco, Bista, Cola, Gino, dugenvenzei_ sono contrazioni usitatissime; la lingua de’ trecconi è una perpetua contrazione; e così la più parte de’ dialetti. L’uso vulgare confonde le desinenze che distinguono i casi e le persone; darà il genere mascolino ad un sostantivo femminile, o il contrario; dirà _voi eri, voi andavi, un poca d’acqua, una libbra e mezzo_; porrà l’indicativo pel soggiuntivo, il passato definito per l’indefinito, e ciò non per solecismo ignorante, come chi parli una lingua non sua, ma con regola istintiva, tal che resta comune a tutto un paese, a tutta una classe. Come dunque lo scomporsi, così il ricomporsi delle lingue tiene all’indole dello spirito umano, essendo naturale il rendere con preposizioni od ausiliarj, vale a dire con una sorta di perifrasi, ciò che le modulazioni grammaticali del nome e dei verbi esprimono o male o non più. Se paragoni le lingue primitive colle loro derivate, trovi dappertutto l’accorciamento delle parole. Inoltre ciascun idioma derivato è assai meno ricco di forme grammaticali che i primitivi; il numero duale, che esisteva nel sanscrito, sparve nel pali e nel pracrito; le declinazioni, sì ben distinte nel sanscrito, si confondono nel pali, ch’è suo figlio diretto, nel quale molte voci dell’ottava seguono la prima; di rado si adopera il passivo; la conjugazione offre appena i tempi indispensabili, e uno solo risponde all’imperfetto, al perfetto o all’aoristo del sanscrito.

Come l’alterazione e lo sfasciamento della lingua si manifestano per effetti quasi simili in tutti gli idiomi della famiglia indo-europea, in quasi tutti vi si oppone lo stesso rimedio. Dove i casi divennero troppo scarsi ai bisogni del pensiero, o troppo raffinati per l’uso comune, l’eguale terminazione si adottò per casi differenti, rimovendo la confusione coll’anteporre preposizioni al sostantivo. Ai modi e tempi semplici dei verbi ne furono surrogati di composti cogli ausiliarj essere, avere, volere, fare, venire, divenire. Nel bengali, derivato dal sanscrito, se ne formano quattro modi; potenziale, ottativo, inceptivo, frequentativo, e molti tempi. Nell’indostani, dialetto più alterato che il bengali per straniere influenze, si adoperano _essere_ e _dimorare_ come ausiliarj, il passivo formasi con raddoppiare il verbo _essere_, e n’è ausiliario il verbo _andare_. All’antica declinazione zenda, che è conforme alla sanscrita, nel persiano moderno in molti casi si supplì colle preposizioni _der, be, ez_; sono composti il passato e il futuro, e la voce passiva formasi col verbo _essere_. Il greco vulgare perdette il passato perfetto; il piuccheperfetto forma mediante il verbo _avere_, e il futuro mediante il _volere_, come in inglese; avanti al soggiuntivo pone il να, come in francese il _que_.

Anche le germaniche sostituirono preposizioni alla terminazione dei differenti casi; tutte si valsero degli ausiliarj _dovere, diventare_ o _volere_ pel futuro, il quale uso degli ausiliarj fu già conosciuto, sebbene non sempre usato da Ulfila, che nel quarto secolo tradusse in gotico la Bibbia. Altrettanto nei dialetti slavi moderni. Nell’antica lingua slavona già si trova il preterito, composto con _iesmi_ (io sono), e due altri tempi formati con ausiliarj. Fra le celtiche, l’irlandese, che conserva i monumenti più vetusti, presenta pure forme grammaticali, mancanti a tutti gli altri dialetti, e vestigia di declinazioni, e specialmente il dativo plurale in _aibh_, analogo al sanscrito _bhyas_, e al latino _abus_. I dialetti bretoni e cornovalesi, più discosti dal tipo primitivo che non il gallese, hanno l’ausiliario _io fo; mi a gura_ in cornovalese, _me a gra_ in bretone. Il gallese esprime il passivo con terminazioni speciali; il bretone non le possiede più, e si vale del verbo _essere_ come le lingue neolatine: il cornico sta di mezzo, conservando le forme passive del gallese, e adoperando il verbo _essere_ come il bretone.

Anche noi nel verbo perdemmo molti tempi, e il gerundio, il supino: nei conservati si soppresse generalmente la consonante finale; gli altri si formarono cogli ausiliarj. Del passivo ci restò solo il participio passato, che serve a formare, coll’_avere_, i tempi dell’attivo, e coll’_essere_ quei del passivo, contenendo però in sè la sola determinazione, mentre tutte le relazioni del soggetto, numero, persona, tempo, modo spettano all’ausiliare. Perduto è affatto il deponente. Il comparativo sparve quasi in italiano, ma già i Latini vi sostituivano il _magis_, come _magis pius_, conservato in altre lingue romanze (_mas dulce_ spagnuolo): e talvolta il _plus_, come _plus lubens_, in Plauto, _plus formosus_ in Nemesiano.

L’analogia degli accidenti alfabetici s’incontra dappertutto. Come _lavo_ fa _lotus_, così _causa_ fa _cosa_; _amavit_ fa _amò_. I dittonghi si contraggono, e come _seibi_ in _sibi_, _jous_ in _jus_, così _audio_ in _odo_. Alcune lettere si ommettono, altre si aggiungono per eufonia, o mutansi secondo l’affinità di organi; talune si traspongono sì, che da _metuo_ viene _timeo_; da _magro_ gramo; da _peramare_ bramare, da _metipsum_ medesimo, fa _verecundia_ vergogna, da _dum interim_ dommentre, poi mentre. La _h_ non fu più aspirata, sicchè divenne superflua; la _j_ cambiossi in _g_; la _x_ in _s_; crebbe l’uso della _z_.

Ognuno vede come facilmente, coi processi indicati, si venisse a fare _ciò_ da _ecce hoc_, _colà_ da _ecce illuc_; _così_ _da æque sic, ac si_, che ne’ dialetti è ancora _acsì_ e _ixì_; _come_ e _como_ da _quo modo_; da _hanc horam_ e _illam horam_ ancora e allora; da _ad ipsum tempus_ adesso; da _tunc_ dunque; da _ab ante_ avanti; da _post_ dopo; da _retro_ dietro; da _per hoc quid_ (allungamento invece di _nam_) l’imperciocchè; _il quale_ da _ille qualis_, come nel neogreco ὁ ὁποῖος: da _ecc’ille_ quello; da _ecc’iste_ cotesto, cotestui, questo; da _veh_ vai e guai, come in _guasto_ mutossi _vasto_, in guado _vado_. Le tre forme di affermazione _sì, oil, oc_ sono dal latino _sic est; illud est; hoc est_[124].

Da per tutto ci salterà all’occhio questo studio, o dirò meglio istinto del raddolcimento, manifestato col troncare, aggiungere, trasporre: nè di più si richiede per ridurre italiane la più parte delle voci latine.

Non sono abbastanza spiegate certe ragioni eufoniche, per cui una lingua predilige un tale accento, una tale cadenza, una tale combinazione di vocali e consonanti. Quando la favella si trasforma per costituirsi in linguaggio, le parole assumono alterazioni successive piccolissime, finchè incontrano una tale combinazione di suoni che resta prevalente, e determina l’indole eufonica d’essa lingua. Così l’italiano finisce le parole o piane o sdrucciole in vocali, il francese in consonanti coll’accento sempre sull’ultima sillaba e colle nasali; lo spagnuolo ha vocali chiare ma strette, mentre il portoghese le ha cupe: nell’inglese sibilano i suoni fra i denti; nel tedesco si conserva l’accento su ciascun componente delle parole e si pronunzia per tono di voce, anzichè per accento prosodico: nelle lingue semitiche abbondano suoni gutturali e fortemente aspirati. Introducendo in quelle lingue parole forestiere, queste s’acconciano al tipo eufonico.

L’alterazione prodotta dall’uso è viepiù sensibile, quanto più la lingua alterata avanza di età, e più risente delle abitudini popolari, cioè è più parlata e meno scritta. Il vecchio latino appare aspro nel rozzo numero saturnino; e tale si conservò in gran parte nello scritto: ma favellando si temperava per sentimento di eufonìa, sin a ledere la grammatica. Quest’alterazione, già operata dal vulgo ne’ bei tempi romani, e talora accettata dagli scrittori[125], io penso tenesse ai prischi idiomi italici, e vorrei dedurne che la nostra lingua non originò dalla conquista germanica. Il latino volgare avea forme più povere e parole differenti dalle classiche. Da una letteratura esotica, tutta artistica, non nata col popolo nè svolta con esso, venne la lingua scritta, senza impedire che, in bocca al popolo, seguisse la legge universale del movimento, a segno che quando quella potè prodursi in iscritto, si trovò ben differente, modificata senza scrupoli filologici.

Ne segnammo le vestigia nelle iscrizioni, massime dei primi Cristiani, fatte da persone vulgari, cioè che scriveano secondo uso, non secondo grammatica; e più la coltura diminuiva, più gli scriventi s’avvicinavano alla pronunzia, piuttostochè all’uso letterario. I Padri greci continuarono a scrivere meglio de’ latini, perchè la loro lingua essendo più naturale cioè conforme alla parlata, non richiedeva molta coltura; mentre la latina, così artefatta, corrompevasi col diminuire degli studj ad essa necessarj. Oltrecchè l’uditorio de’ Greci era di persone civili, mentre quel de’ Latini componeasi spesso di schiavi o liberti o stranieri importati.

I popoli germanici importando molte voci, indirettamente ajutarono la decomposizione del latino, mentre le tradizioni e le abitudini letterarie da cui erane protetta la purezza, si corrompeano, e il negletto linguaggio delle classi incolte, di quei _Casci_, di cui dice Cicerone che la lingua non istudiavasi, prevaleva nell’uso all’accurato della classe forbita. Una lingua non perisce se non colla società che la parla: e qui appunto periva la società colta, e con essa il parlare accurato, e riviveva il popolare. Onde alla lingua latina si surrogarono gli idiomi neolatini in virtù di leggi intrinseche e generali, e non per particolari avvenimenti.

La filologia comparata provò che non fu sempre la lingua più organica, in conseguenza la più bella, che venne ricevuta per nazionale. L’alto tedesco è incontestabilmente inferiore al basso tedesco, eppur divenne lingua letteraria dacchè Lutero lo adoprò a tradurre la Bibbia.

§ 13º

_Influenza de’ Barbari. Periodo di scomposizione._

Le cause di alteramento della lingua letteraria latina crebbero dacchè irruppero i Barbari, e scossero prima, poi annichilarono l’impero romano. È notevole che gli elementi lessicali germanici, divenuti parte dei parlari latini (contano da 300 voci comuni a tutti), s’incontrano egualmente in tutti questi nelle diverse regioni romane. Ciò è indizio che tale immissione è ben più antica dell’ultima invasione, e risale a un tempo quando il latino aveva ancora tanta vitalità, da non poterne venir modificato secondo le varie contrade. E forse si identificava coll’estendersi del latino fuori delle regioni natìe per mezzo delle colonie e degli accampamenti.

Ormai nessuno più crede che i Barbari fossero fiumi di popoli, che affogassero gli indigeni, e portassero non solo devastazione e micidio, ma sovvertimento generale. Fossero anche stati numerosissimi, sarebbe insolito il fenomeno d’un popolo conquistatore, che al conquistato impone la propria lingua. Nelle due Americhe le colonie antiche conservano la favella materna, mentre la conservano anche i prischi abitanti. Che se talvolta quella prevalse, ne fu causa la sua maggior coltura; come nelle colonie eoliche e doriche della Sicilia e della Magna Grecia. Pei Barbari in Italia il caso era l’opposto: una gente rozza sovrapponevasi ad una colta; e se a questa imponeva le leggi sue, doveva ricorrere ad essa fin per iscriverle.

Dov’è però a notare che l’esclusivo patriotismo degli antichi idolatrava la patria favella, repudiando ogni altra. Fra le servitù che Roma imponeva ai vinti, era l’obbligo di parlar latino[126]; Claudio imperatore tolse la cittadinanza ad uno di Lisia, il quale non seppe rispondergli in latino[127]; davanti al Senato contendevasi se avventurare o no un tal vocabolo di greca etimologia, e Tiberio imperatore voleva ricorrere ad una circonlocuzione, piuttosto che dire _monopolio_.

Da ciò alle antiche favelle l’unità, il carattere specifico, non alterato nelle derivazioni e ne’ composti, mentre le moderne sono formate dei frantumi di varie, sicchè in un solo periodo potresti incontrar voci delle origini più disparate[128]: oltrecchè più popolare essendo la letteratura, meno squisita riesce la forma. Così avvenne del latino, introdotto in paesi, la cui gente aveva gli organi abituati ad altri suoni, e lo spirito ad altra sintassi. Se, come pretende Fauriel, la lingua latina fosse stata decomposta dalle indigene di ciascun paese, dovrebb’essere riuscita differentissima, mentre da per tutto appare simile a quella de’ paesi dell’antico Lazio.

La località fu però uno de’ fattori de’ nuovi linguaggi: e per es. nell’Italia dove il latino parlavasi, le parole conservarono l’estensione; nella Gallia si raccorciarono. Ma che a generare le lingue, dette romanze perchè uscite dal romano, principal parte contribuissero i Barbari, è tutt’altro che provato. I Goti dominarono lungo tempo la Spagna, eppure a stento riscontri alcun vocabolo gotico in quell’idioma, che dall’invasione araba confinato tra le montagne delle Asturie, colla vittoria e colla croce ne discese, e s’impossessò di alcuni termini arabi, di alcuni francesi, ma in fondo rimase latino. Venezia non fu invasa da alcun Barbaro, Verona da tutti, e i loro dialetti si somigliano ben più che non il veronese col contiguo bresciano, o questo col bergamasco, o il bergamasco col milanese, separati appena da qualche fiume. E appunto un corso di acque o la cresta d’un monte frapponevasi a due linguaggi diversissimi, quant’è il toscano dal bolognese. Qui che hanno a fare i Barbari? Se l’articolo ci fosse dato dal tedesco, qualche traccia propria ne resterebbe, mentre non ve n’ha alcuno, anche de’ varj dialetti, che non si derivi e spieghi col e pel latino[129].

La lingua è tradizione, che si fa dalle madri, onde ben dicesi materna; nè gli stranieri ci hanno a vedere. Il cambiamento è neologismo, non barbarismo. Fosse anche durato l’impero, la trasformazione sarebbe avvenuta. Spagna, Portogallo, Francia hanno lingua simile all’italiana e come questa derivata dal latino, ma dal latino popolare non dallo scritto. Ora è certo che i dialetti conservaronsi fra i varj popoli, malgrado il latino; e che colà mai non fu parlato il latino proprio. Raynouard sostenne si fosse formata una lingua comune romanza, da cui derivarono le altre. Ma ciò supporrebbe che già fosse comunemente parlato il latino, val a dire che si fosse cambiata la grammatica originale di que’ paesi nel breve tempo della dominazione romana. Provasi che ciò non fu. E ripugnerebbe pure che il latino, mescolandosi colle lingue originarie differenti, producesse una lingua simile in tutte.

§ 14º

_Periodo di formazione dell’italiano nell’età barbara._

In somma la lingua parlata scostavasi più sempre dalla scritta, fino a riuscirne due diverse; anche i Barbari conservavano la favella nazionale, ma per ispiegarsi coi vinti adottavano un gergo fra il tedesco e il latino, bilingui anch’essi. Che se in altri paesi il vinto ingegnavasi di usare la lingua del vincitore come segno di emancipazione, l’Italiano preferiva l’antica come ricordo di gloria; e il vincitore stesso che non avea letteratura, valeasi di quella del vinto. Nè solo i preti e i notaj erano latini, ma in latino furono scritti e l’Editto di Teodorico, e le sue lettere, e le leggi de’ Longobardi, sebbene sia dimostrato che queste non doveano servire se non pei conquistatori. In esse sovente alle parole latine s’aggiunge il sinonimo vulgare[130]: prova evidente dell’esistenza di questo, e che trapela anche dalle poche carte di quell’età. Nel feudalismo, i signori trovandosi diffusi nei castelli, in contatto cogli indigeni anzichè coi loro nazionali, smetteano più sempre il tedesco, e diventava comune anche a loro il vulgar nostro nel parlare, il latino nello scrivere.

Quando gli studj erano così scarsi, difficile dovea riuscire lo scrivere questa lingua, mentre già in un’altra si pensava e parlava; ciascuno v’inseriva gli idiotismi del proprio paese; e, come in idioma non famigliare, vacillavasi per l’ortografia, pei reggimenti, pei costrutti[131]. Laonde ne’ rozzi scrittori di carte e di cronache è a cercare l’origine dell’italiana, o dirò meglio l’inconscio mutarsi dell’antica nella nostra favella, prima che fosse adottata per libri.

Il Codice Longobardo abbonda di modi traenti agli odierni: Rotari, leg. 218. _Vadat sibi ubi voluerit_: riempitivo tutt’italiano, _se ne vada_.

299. _Si quis vitem alienam de_ una _fossa_ scapellaverit. Quest’ultima voce dicesi ancora in Piemonte, come _masca_ per strega: _Striga, quod est masca_. Ivi, 197.

302. Capistrum _de capite caballi_.

303. _Pistorium_ per pastoje, come alla 296 _sogas_ per soghe; alla 306 _pirum aut melum_; alla 345 _caballicare_ per cavalcare; alla 382 _cassinam_ per casa campestre; alla 387 _genuculum_ per ginocchio.

Nelle leggi di Liutprando, alla VI, 68 occorre _scemus_; alla III, 4, _Faciat scire_ per judicem; alla IV, 3, _In manus de parentibus suis, et in præsentia de parentibus suis_; alla V, 3, _matrina aut filiastra_.

Il Canciani trasse dall’archivio di Udine una Legge Romana; e sia, come a lui sembra, dei tempi carolingi, o sia piuttosto un’irrazionale accozzaglia, noi, guardandola solo filologicamente, vi troviamo: Con _mandatis principum_ — _Ipsa uxor_ da _marito suo_ — _Prosequat cujus essere debeat_ — _Si hoc_ scusare _potest_ (lombardismo frequentissimo) — _Ancilla quam in conjugio_ prese — _Ante per suam_ tema (timore). — _De aliorum facultates male_ favellant — _Si illa judiciaria per sua cupiditate_ prendere _presumserit_ — Per fortia _violaverit_ — _De furtivo_ cavallo — _Cujus causa_ minare _voluerit_ — Ad unum de _illos judices_ — Per sua culpa — Ad unum dare _voluerit plusquam_ ad alium — Quod minus precium presisset, _quam ipsa res valebat_.

Nelle formole sulle Leggi Longobarde, dal Canciani stesso riportate al vol. V, pag. 85 delle _Leges Barbarorum_, incontrasi:

_Petre, te appellat Martinus, quod tu_ comprasti _decem modios_ de frumento.

_Tu tenes_ sibi unum _suum bovem_.

_Plus valebat quando tibi dedit_ — _Non est verum_.

_Tu_ minasti _Mariam ad aliam partem_.

_Volo_ tollere _eam ad uxorem_.

_Invenisti_ unum _suum caballum, et_ minasti _ad clausuram_.

_De torto_.

_Tene tuum bovem, et da michi debitum_.

Ora disponiamo, secondo la loro età, alcuni testi.

Anno 715. Il prete Aufrit interrogato, risponde: _Quando veniebat Angelo de Sancto Vito, faciebat ibidem officio; et quod inveniebat a Christianis, totum sibi tollebat_... e termina l’interrogatorio: _Sed postea quam ego presbiter factus sum, semper ego ibidem missa faciebam. Nam in isto anno Deodatus episcopus de Sena... presbiterum suum posuit uno infantulo de annos duodecim_ etc.... (Antiq. ital., VI. pag. 375). Orso prete disse: _Vecinus sum cum istas diocias... Nam episcopus Senenses numquam habuit nulla dominatione... Iste Adeodatus episcopus fecit ibi presbitero uno infantulo, habente annos non plus duodecim, qui nec vespero sapit, nec madodinos facere, nec missa cantare. Nam consobrino ejus coetaneo ecce mecum habeo: videte si possit cognoscere presbiterum esse_. Ib., p. 378.

715. Idio _omnipotens_. Ib., III. 1007.

— _Fortia patemus, et non presumemus_ favellare. Carta senese appresso BRUNETTI, I. 439.

720. _Medietate de casa mea infra civitatem, cum_ gronda _sua libera_. Ant. it., III. 1003.

— _Garibaldus Tosabarba_ riceve a fitto un campo di santa Maria di Cremona, nei documenti del TROYA, n. 441.

723. _Post nostrum decessum, quem_ ivi _ipsi monaci de ea consacrationem eligere ipsum_ aveat ordinatum. BRUNETTI, I. 275.

730. _Et Gagiolo illo prope ipsa curte_, ora _præsepe_. Ib., 518.

— _De uno latere_ corre via publica. Ant. it., III. 1005; bell’idiotismo toscano, ancora vivo; e così al 760, _De suptu_ curre _fossatum, et ab alio latere_ curre _vigna_. BRUNETTI, I. 570; e al 746: _Cui de uno latum_ decorre via publica. _Doc. lucch._, II. 23.

736. _Si eum Taso aut filiis ejus menare volueris, exeas_. BRUNETTI, I. 491.

743. _In via publica, et per ipsam viam ascendente_ in suso. E ivi stesso _gambero, molino, capanna._ Ant. ital., I. 517.

746. Da capo _pedes sexaginta_... di una parte terra... di _alia_ parte... da capo _vinea et_ da _pede_... di presente _solutum_. Carta di Chiusi ap. BRUNETTI, I, 522.

754. _Mezzolombardo_ chiamasi un diacono cremonese nel codice del Troya, n. 683.

762. _Fratellum presbiterum scribere rogavi_: e nella soscrizione: _Fratellus presbiter. Doc. lucch._, LVI.

763. In una carta pisana: _Et si ego non adimpliro ita, in ipsorum sacerdotis_ sia dominio _hæc adimplendo_. Ant. ital., III. 1009.

765. In una lucchese: _Gustare eorum_ dava: _Sua voluntate_ dava. Ib., 745.

766. _Ita decrevimus ut per ipsum monasterium sancti Bartholomei_ fiant _ordinata et disposita_. BRUNETTI, I. 289.

767. _Excepto silva qui_ fue _de ipsa corte... Excepto forte Fosculi, qui_ fue barbano (barba, zio) ejus. _Ant. ital._, V. 748.

770. _Hoc decerno, ut cum ipsis rebus quas vobis concido, vel pos meo decessu reliquero, siatis in monasterio, ut per singulos annos persolvere debeatis pro anima mea in ecclesia Sancti Salvatoris... per quam abueritis, reddatis in ipsa ecclesia vel ad ejus rectores in aureo soledo uno, aut pro auro, aut per circa, vel pro oleo, aut per quem volueritis in ipso Dei templo, pro anima mea reddere debeatis_. BRUNETTI, I. 287.

Frasi italiane da un pessimo latino traspajono negli insegnamenti d’un chimico dello stesso secolo, ove si legge: Cuse _ipsas pelles_, laxa dissicare, batte lamina; _et post illa battuta, per martellum adequatur, tam de latum quam de longum_; scaldato _illo in foco_, batte, _et tene illud cum_ tanalea ferrea; _sed_ tornatur _de intro in foras_; dextende _eum, ibi_ scalda, _pone_ ad battere, sufficienter; _modicum_ laxa stare, _et_ lixa _illud_, ecc. — _Imple carbonibus et decoque, ut superius diximus, josu_ (giuso) _ligna et_ sus _carbones_. — _Et si una longa fuerit vel curta, per martellum adequatur_ (Ant. italicæ, II. 380). Chi negherà che costui parlava italiano?