Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15)
Part 34
[36] E altre volte diceva: «Quando ad un libro si dà l’impronta di satira e di caricatura, l’effetto è vulgare e non durevole. Per esser efficace bisogna saper produrre il bello e il giusto, e non secondare i vulgari. Miro con rispetto le oneste confutazioni, ma anche le oneste mi pajono di poco o niun frutto. Aspettando l’azione del tempo si guadagna lo stesso, e non si perde inutilmente la pace. Di qui a qualche anno Gioberti medesimo arrossirà d’avere ceduto all’impulso de’ falsi amici, di avere pubblicato come pretesi documenti cose che non sono; d’aver macchiato la bella fama ch’ei godeva».
Quelle sopra il Gioberti sono forse le uniche parole acerbe che si lasciasse sfuggire la colomba dello Spielberg. E diceva anche: «Gioberti è uomo d’impeto, ma sincero. Un giorno s’accorgerà del suo torto. Preghiamo per lui e per gli animi così disposti all’ira. Con questa passione si possono fare quadri orribili d’ogni istituto e d’ogni umana società. L’eloquenza arrabbiata non è mai giusta, ed è sempre stimata dai soli intelletti che poco riflettono».
[37] Quantunque ad essi ostilissimo, dice: «L’Austria non ignorava che, fra i discendenti dagli uomini della Lega Lombarda, il neoguelfismo è una specie di virtù cittadina e di passione generosa; poichè trovandosi i Lombardi faccia a faccia col prepotente e col rappresentante del ghibellinismo, si recherebbero a viltà il cedere all’oppressione presente senza la sola protesta che loro sia consentita, quella cioè di resistere intellettualmente, associandosi ai principj che guidarono l’antica loro indipendenza contro Germania. Ciò spiega, parmi, onorevolmente come i più forti ingegni del Lombardo-Veneto inclinino più o meno apertamente alle idee guelfe», pag. 108. Onore al militare leale, che cerca nobili spiegazioni perfino a idee che disapprova. Non è lo stile dei liberalastri; nè egli il conserva quando opinioni, vere o no, ma discusse e ponderate, attribuisce «a monomania di scrittore e cecità di partito», pag. 133. Perchè però non si dica che l’idea repubblicana nacque dopo le barricate, si avverta ch’egli stesso gl’intitolava fin d’allora _neo-guelfo repubblicani_, pag. 394, e dice che «si gettano il monarcato sotto le calcagna». Del resto, tutti sanno quali Lombardi direttamente trattassero tale quistione; onde il concetto dell’anticipato repubblicanismo lombardo egli non potea dedurlo che da un’opera sola, attesa la sua diffusione, cioè la nostra _Storia Universale_.
[38] Leone XII avea stabilito riedificarla, assegnando dalla Camera apostolica cinquantamila scudi annui; trentamila ne diedero i cardinali dimoranti in Roma; gl’impiegati lasciarono parte del loro soldo; i re stranieri contribuirono, sebbene non cattolici; onde dai sudditi pontifizj s’ebbero cencinquantanovemila scudi, seicendiciottomila dall’erario, cenventissettemila dal resto del mondo in quindici anni.
[39] Secondo i conti pubblicati da monsignor Morichini nel 1848, lo Stato Pontifizio nel 1814 incassò meno di tre milioni di scudi, e nel 45 più di dieci; nel 15 spese due milioni trecentomila scudi, e nel 45 dieci milioni seicentomila; fino al 27 si fece sempre avanzo, eccetto il 21; dappoi continuò lo spareggio.
[40] La società detta Ferdinandea a Bologna, di cui fu imputato il Castagnoli nel 1841, diceasi diretta a porre le Legazioni sotto l’Austria.
[41] Di fatti si vantarono per novità, e noi gli avevamo prodotti in tutte le varie ristampe che femmo della _Storia universale_ del Cantù. (_Gli Editori_).
[42] Vedi la nostra _Storia universale_, ediz. 3ª tom. XX, p. 66. Fummo tacciati allora d’avere lodato Gregorio XVI, nè abbastanza esaltato Pio IX. Chiamiamo ad appello quella sentenza dopo trent’anni.
[43] Più tardi il poeta Montanelli si lodò d’aver egli incoato queste stampe clandestine, e per mezzo di esse l’agitazione dell’Italia e del mondo.
[44] BROFFERIO; e lo stesso dice RANALLI, _Le Storie ital_., lib. IV.
[45] Ne’ riti della massoneria è conosciuta la cerimonia del brindisi. A invito del Venerabile si caricano i cannoni e dispongonsi sulla tavola; poi egli dice: «Facciamo un brindisi a persona a noi preziosa; faremo un fuoco, buon fuoco, fuoco il più vivo e sfavillante di tutti i fuochi. Fratelli, la destra alla spada — Alto la spada — Evviva la spada — La spada alla sinistra — La destra alle armi — Alto le armi — Al viso — Fuoco — Ancora fuoco — Basso l’arma — Avanti l’arma — Seguiamoci coll’arma — Giù l’arma»; e l’arma è il bicchiero, e la manovra un bevere. Venivano a mente nei pasti d’allora.
[46] Un Lombardo (Cantù), campatosi dagli sgherri, arrivava a Torino nel maggior fragore del movimento preparativo; ed uno degl’infervorati gli chiedeva — E voi, non avete voi scritto nulla sulla crisi attuale?» Cesare Balbo gli rispose: — Che? non scrive egli la storia universale?»
Pellico la prendea coi guastamestieri, non credea una gran cosa i festeggiamenti popolari e gli schiamazzi, e le magnanime azioni degli eroi, consistenti nello scrivere ingiurie sui muri e spargere calunnie, mentre credeva fosse necessaria la virtù, ben inteso fra le virtù contando il valore in caso di guerra. _Lettere_, 266, 267.
[47] Per devozione alle libertà, alieni dalle società segrete che la legano ad un’obbedienza irragionata, noi fummo in situazione di conoscerle in patria e fuori, nelle prigioni e ne’ trionfi, e di poterne parlare con autorità. Ben ci meravigliammo di non avere, in tante scritture, veduto accennarsi le mene con cui la Russia cercavasi amici nelle persone di denaro, d’intelligenza, di cariche. Venezia principalmente deve ricordarsene.
[48] _Liberalisirend._ Credenziale di Metternich a Radetzky pel conte di Fiquelmont, 22 agosto 1847.
[49] Dubitavasi che le dimostrazioni fossero provocate dall’Austria per aver occasione d’intervenire. Palmerston ad Abercromby ambasciadore a Torino, il 23 marzo 1847 scriveva: _I have to request that you will report how for your information lead you to give credit to certain reports which prevail that those manifestation have been in some places secretly encouraged by Austrian agents, in order that they may furnish a pretext for active interference in the internal affairs of some of the independent States of Italy_. I successivi dispacci tornano spesso a questo senso. Vedasi la raccolta più interessante intorno agli avvenimenti di quegli anni, cioè: _Correspondence respecting the affairs of Italy, presented to the House of lords by comand of her majesty_, 1851.
[50] Dispaccio 18 settembre 1847 del ministro Guizot all’ambasciadore Bourgoing a Torino.
[51] Dispaccio 11 settembre 1847 del ministro Palmerston. Guizot, al 17 settembre, scriveva, la Francia rispetterebbe e farebbe rispettare l’indipendenza degli Stati, e in conseguenza il diritto di regolare essi da sè i proprj affari interni; al buon esito delle riforme importare si facciano d’accordo fra principi e popoli, regolari, progressive; il papa mostrare un profondo sentimento de’ suoi diritti come sovrano, laonde otterrebbe l’appoggio e il rispetto di tutti i Governi europei; e gli esempj di esso e la condotta intelligente de’ suoi sudditi eserciterebbero salutare influenza sui principi e i popoli della restante Italia.
Nelle istruzioni che Palmerston dava a lord Minto il 18 settembre 1847, era che portasse assicurazioni d’amicizia in ogni incontro; spiacergli le minaccie dell’Austria d’occupare una parte degli Stati sardi, caso che il re desse concessioni ad essa spiacevoli, e lo considerava come una violazione de’ diritti internazionali; applaudisce all’esibizione fatta dal re al papa di difenderlo; a Roma secondi le buone intenzioni del pontefice, e prenda per base il _memorandum_ del 1832.
Ma pare che coteste minaccie dell’Austria fossero un sogno, e il conte Solaro della Margherita, allora ministro della Sardegna, le smentisce affatto, nè aver ricevuta alcuna nota relativa all’interna amministrazione del paese (dispaccio 3 settembre). Lo stesso Metternich al 23 settembre scriveva: — Non è da parte dell’Austria che l’indipendenza del re di Sardegna potrebb’essere minacciata. Ben lungi da ciò, contando questo sovrano fra suoi alleati, il Governo imperiale, qualora richiesto, non tarderebbe a porsi accanto alla Gran Bretagna per difenderlo contro ogni esterna aggressione. Unito alla Corte di Roma con vincoli, la cui doppia origine non può che crescerne la solidità, l’imperatore d’Austria crederebbe derogare alla dignità e alla religione sua difendendosi dal sospetto di voler intaccare l’indipendenza d’un sovrano, che alla potenza temporale congiunge l’augusto carattere di capo della Chiesa cattolica, della quale l’imperatore è naturale difensore. Nulla è chiaro e positivo come l’attitudine dell’Austria rimpetto al santo padre; essa non può che fare voti per la prosperità degli Stati della Chiesa, e pel buon esito delle riforme amministrative che sono reclamate dal loro meglio, e che, dalla pace generale in poi, fu spesso la prima a consigliare; mentre in eventi particolari le proprie armi adoprò ad assicurare l’autorità sovrana del papa».
[52] Come avea scritto a Carlalberto appena re, Mazzini volle scrivere a Pio IX, e usava questi termini: — Per opera del tempo, affrettata dai vostri predecessori e dall’alta gerarchia della Chiesa, le credenze sono morte, il cattolicismo si è perduto nel despotismo, il protestantismo si perde nell’anarchia: guardatevi attorno, troverete superstiziosi o ipocriti, non credenti; l’intelletto cammina nel vuoto; i tristi adorano il calcolo, i beni materiali; i buoni invocano e sperano; e nessuno crede».
[53] Apertesi le Camere di Francia nel gennajo del 1848, Montalembert si lagnò che nel discorso del trono non fosse fatta menzione del movimento d’Italia e del papa; questo essersi mirabilmente posto in una via, nella quale avea bisogno d’appoggio; mentre esso e i principi che cominciavano a imitarlo, trovavansi dolorosamente isolati fra un partito di vecchi abusi, e le violenze degli esaltati; qualificarsi già di retrograda la politica di Pio IX all’istante che, protestando contro l’occupazione di Ferrara, compiva i suoi sforzi per la dignità e indipendenza d’Italia; essere tempo che gli uomini del progresso in Italia si separassero da quei del disordine, e il Governo cessasse d’essere nella strada; l’indipendenza temporale del papa essere condizione indispensabile per la regolare esistenza e la sicurezza della Chiesa cattolica nel mondo intero; indipendente dover essere il papa non solo dal giogo straniero, ma dal giogo delle fazioni e delle sommosse; doversi al popolo romano infondere coraggio contro l’Austria, ma insieme contro coloro che vorrebbero speculare su questo movimento italiano e disonorarlo, contro le denunzie de’ proscritti di jeri, che vogliono divenire proscrittori domani; coraggio per mostrare al mondo cosa sia una rivoluzione pura, onesta, insomma cristiana.
Meritano essere letti i discorsi fatti in quell’incontro da Saint-Aulaire, Dupin, Hugo, Cousin, più liberali di quelli pronunziati nell’assemblea repubblicana. Guizot ministro rispondendo, mostrò che il trono era d’accordo nel favorire le libertà italiane, il miglior fondamento delle quali era il papa.
[54] Vedi il n. 34 dell’_Italia_, giornale di Pisa, scritto o ispirato dal Montanelli. «Da lungo tempo erano a Livorno manifesti gl’indizj d’una setta, la quale rinchiusa in una solitudine astiosa e codarda, non seppe intendere la grandezza del presente movimento italiano, la semplicità delle origini, la maestà del progresso, la sicurezza del fine; non comunicare colla nuova vita che si dilatava d’intorno a lei, nè accogliere nel suo cuore il battito di migliaja di cuori, in un punto rinati alle speranze ed all’amore.
«L’inaspettato amicarsi della ragione colla fede, dei principi coi popoli, degli Stati cogli Stati italiani; questo improvviso risorgere d’un popolo oppresso, per lo spontaneo ma necessario ricomporsi delle opinioni, degli interessi, delle forze nel principio dell’unità nazionale; questo magnifico disegno della Provvidenza che si svolge sotto i nostri occhi, l’abisso che divide i primi dagli ultimi mesi del 1846, e l’aura divina che vola su quell’abisso, Pio IX e la lega doganale furono un nulla per lei.
«Non sapendo che le vie della Provvidenza sono assai più di quelle dell’uomo, si ostinò a non riconoscere il nostro risorgimento in un fatto che, sebbene ne avesse i caratteri evidenti, per l’autore, il modo e l’effetto era così diverso da ciò ch’ella aveva fantasticato, predetto, promesso come il solo vero, il solo possibile risorgimento nostro. Indurita dal pregiudizio, credè che l’Italia non sarebbe giunta alla meta per la via segnata da Pio IX, corsa da Leopoldo II, e fatta sicura da Carlalberto; e si dolse con puntiglio superbo che vi giungesse per una via qualunque diversa da quella mostrata da lei, e nella quale ella non fosse duce, mettendo il suo credito e la sua influenza sopra la considerazione del bene comune».
[55] Rubieri, nello _Spettatore_ di Firenze, rivendicò la reputazione di Giovanni da Procida, sopra documenti non nuovi, ma di cui l’Amari non volle trarre tutte le conseguenze. La quistione dura ancora.
[56] Il Gualterio asserisce che l’umiliazione del re nell’affare de’ solfi vi fu gratissima. Noi ci trovammo nel regno in quel tempo, e ci apparve tutt’altro.
[57] La Farina dice che il Comitato napoletano era d’accordo sulla forma che sarebbe gridata in Sicilia: ma quando si fece, trattenne la gioventù dal sollevarsi, lasciò spedire le truppe ecc., e riprova i regnicoli d’essersi perduti in suppliche e applausi, e ne incolpa «coloro che di quei moti aveano assunto la direzione, alcuno de’ quali col tempo chiarironsi traditori, altri inettissimi e che per perfidia o per fiacchezza rovinarono Napoli, Sicilia e Italia tutta»; vol. III, p. 170. Così anche le belle intelligenze possono dalla passione essere tratte alle vulgarità.
[58] Lo attesta l’ammiraglio Napier in lettera a Palmerston del 31 gennajo, nella citata _Correspondance_.
[59] Era la quinta costituzione che si proclamava in mezzo secolo per quel paese: nel 1799 quella della Repubblica Partenopea; nel 1808 quella del re Giuseppe; nel 1815 quella di Murat; nel 1820 quella di Ferdinando.
[60] Al 21 febbrajo, la _Réforme_, unico giornale repubblicano, stampava: «Uomini del popolo, guardatevi domani da ogni temerario abbandono, non presentate al potere l’occasione cercata d’una vittoria sanguinosa».
[61] Ne’ carteggi diplomatici compajono una lettera del console britannico a Milano, che assicura non essere quivi società segrete; e una del Pareto ministro del Piemonte, che assicura esservi potentissime le società secrete.
[62] Il conte Giacomo Melerio. _Ils chantent, ils payeront_, diceva Mazarino a’ suoi tempi.
[63] Nel libro _Palmerston et l’Autriche_ il conte di Fiquelmont descrive quel Congresso colla sicurezza di chi era presente. Egli attribuisce ogni colpa a Cesare Cantù, invocando le vendette su lui, come quello da cui originò il movimento rivoluzionario in quella città, tranquilla fin allora. Fiquelmont stampò quel libro nel 1853; quando il Governo militare poteva facilmente adempiere quel voto di vendetta. Richiamato ai fatti, il Fiquelmont ebbe la lealtà di riconoscere (ma solo in lettera diretta all’offeso) che avea detto il falso, e che il Cantù non era stato (espressione di lui) se non «la sfera che avea segnato l’ora della rivoluzione, siccome a Milano l’arcivescovo». Intanto la parte primaria ch’e’ gli assegna, dà il diritto al Cantù di attestare, che al Congresso di Venezia non ci furono intelligenze settarie di veruna sorta; che nulla v’avea di preparato in quegli applausi o in que’ silenzj; che l’unico accordo preso fu con Manin e Tommaseo per domandare, non la libertà della stampa, ma l’esecuzione delle leggi intorno a questa, violate dall’arbitrio di censori, che nuociono ai Governi più che i leali avversarj.
[64] Il generale Hess, capo dello statomaggiore, il 18 gennajo 1848 da Vienna scriveva al colonnello Wratislaw a Milano: — Se l’imbecillità del governatore e del vicerè e la nullità del loro spirito non fossero da tempo conosciute, ora apparvero in tale evidenza, che bisogna tosto rimoverli, e sostituire un governatore che, d’accordo col feldmaresciallo, ristabilisca l’ordine vigorosamente, e i noti rei di tali scandali mandi ad essere processati a Palmanova. Io non sarò tranquillo finchè non siansi raccolti attorno a Milano venticinquemila uomini, e venticinque mila nelle guernigioni alle spalle, giacchè solo il timore delle bajonette può imporre a costoro». E il 31 al maresciallo Radetzky: — Sedici fortini attorno a Milano, ciascuno con cinquecento uomini, e moltissime feritoje dirette al duomo, deciderebbero in ultimo appello la quistione italiana fra l’Austria e il Piemonte; e questo tornerebbe all’antica, come che simulata, umiltà. Quali le cose sono, credo che la tranquillità non si ripristini senza forti salassi e sciabolate tedesche».
[65] «Qual è la paura dell’Austria? forse che Carlalberto o qualche altro principe italiano impugni il ferro e faccia l’impresa di Lombardia? oibò! ella sa quant’altri e meglio d’altri che tal tentativo non è oggi possibile, e che i concetti di questo genere non possono entrare nè capire nella mente di un principe così savio come il re di Sardegna». GIOBERTI, _Gesuita moderno_, 1847, vol. III, p. 577.
Il Balbo, nelle _Speranze_, rimoveva affatto l’idea d’un attacco. Il Durando, nella _Nazionalità italiana_, posava tutte le combinazioni sue strategiche sovra il supposto della guerra difensiva. Il _Risorgimento_, organo ministeriale, al 18 marzo scriveva: — Chi primo bandirà la guerra in Italia, avrà gettato le sorti del mondo, avrà sconosciuto i santi incrollabili principj che ci assicurano piena, infallibile, vicina vittoria... Sorda è l’Austria alle minaccie come alle blandizie, non si scuote, avvisa il suo tempo e il suo vantaggio con impassibil consiglio. Or di tutti i desiderj suoi il più ardente, il più sicuro si è quello di vedersi da noi assalita. Questo solo potrebbe ravvivarla, ecc.». Nel _Mondo illustrato_, pag. 723, è scritto dal grande panegirista di Gioberti: — Chi grida _Morte all’Austria, Viva il re d’Italia_, è nemico di Pio IX, e quindi scismatico; è nemico di Carlalberto, e quindi ribelle; è nemico della civiltà italiana, e quindi barbaro traditore».
[66] Balbo assicurava l’ambasciadore inglese Abercromby sapere di buona fonte che «se il Governo indugiasse a soccorrere i Lombardi, sovrasterebbe al Piemonte una rivoluzione repubblicana; onde, riconoscendo impossibile reprimere l’entusiasmo delle popolazioni sarde, avea soddisfatto alle domande dei deputati di Milano: Pareto diceagli, per poco che s’indugiasse, Genova sarebbesi sollevata, e scissa dagli Stati regj: a Vienna pure scriveasi dovere temere che le numerose società politiche di Lombardia e la prossimità della Svizzera non facessero proclamare un Governo repubblicano, disastroso alla causa italiana e a Casa di Savoja. _Correspondance_, ecc. Lettera di Abercromby a Palmerston del 23 e 24 marzo: — Il pericolo della monarchia di Sardegna divenne così imminente agli occhi de’ ministri, che furono costretti ad accondiscendere alle domande di ajuto presentate dai capi dell’insurrezione milanese, e appigliarsi a una linea di politica che non avrebbero adottata spontaneamente». «Supposto un principe il più schivo del nome e delle cose di guerra, il più freddo per la causa della nazionalità italiana, certo è, che suo malgrado, ei sarebbe stato trascinato dal torrente dell’opinione pubblica a recare soccorso ai Lombardi, salvo che amasse meglio vedere ribellati i sudditi e Genova repubblicana». CIBRARIO, _Ricordi d’una missione a Carlalberto_.
[67] Il generale Franzini, dopo la sconfitta, diceva in Parlamento d’avere prima della guerra rappresentato in iscritto al re «la poca attitudine sua e degli altri generali, avendo brevissima esperienza, con gradi poco elevati. Il re mi disse che l’Italia doveva far da sè, e che non accettava la proposta d’un maresciallo francese, ch’io proponeva come valente a raddoppiare il valore della sua armata». E più tardi Massimo d’Azeglio diceva ai suoi elettori: «In Italia nulla era preparato negli animi, nei costumi, nelle abitudini militari».
[68] Questo sentimento è da un pezzo in cuore degli Italiani, e la scuola liberale lo professò apertamente dacchè Ciro Menotti, spirando sul patibolo di Modena, ci gridò: — Italiani, non fidatevi a promesse di forestieri». Ma la frase crediamo siasi formolata primamente nell’opuscolo di Giacomo Durando sulla _Nazionalità italiana._ Poi il cardinale Ferretti, visitando la guardia civica di Roma, contento di quella tenuta esclamò: «L’Italia farà da sè».
[69] Presidente Casati: membri Vitaliano Borromeo, Giuseppe Darmi, Pompeo Litta storico, Strigelli, Beretta, Giulini, e Guerrieri per Mantova, Anelli per Lodi, Rezzonico per Como, Turoni per Pavia, Carbonera per Sondrio, Grasselli per Cremona, Moroni per Bergamo.
[70] «Non vedo gran differenza tra le due forme di Governo. Che cos’è un principe costituzionale se non un capo ereditario di repubblica? e un presidente di repubblica, che un principe elettivo?» GIOBERTI, _Lettera del_ 26 _febbr_. 1848.
Molti giornali del Piemonte asserivano essere forte e temuto in Lombardia un partito che voleva _sminuzzare l’Italia in centinaja di repubblichette come nel medioevo_. Per cercare, noi non ne trovammo orma; e gli scrittori non meno che gli atti uffiziali parlavano sempre di repubblica italiana, più o meno estesa. A tacere Venezia, di cui tanto generosi furono i proclami, il popolo di Padova nell’inaugurare il suo Governo provvisorio diceva al 26 marzo: — Il popolo che oggi vi ha costituito, ha un unico voto, l’unione italiana. Bando ai municipalismi. La repubblica delle città d’Italia, qualunque sia per essere la sua estensione, deve intitolarsi italiana. Stringetevi con Venezia e colle altre città italiane che si sono dichiarate o stanno per dichiararsi libere, onde operare con quelle di fraterno consenso. Viva la repubblica italiana!».
[71] «Il grande ingegno... ama il popolo, ma non i suoi favori; aspira al suo bene, non alle lodi; e sta ritirato dalla turba per poterla beneficare». GIOBERTI, _Introduz. alla storia della filosofia_, pag. 219. E a pag. 183: «Il Governo rappresentativo è ottimo in se stesso, attissimo a felicitare una nazione, e si assesta mirabilmente a tutti i progressi civili, purchè non si fondi sulla base assurda e funesta della sovranità popolare».
[72] La più bella esposizione e apologia di quell’intrigo è nei cenni di Antonio Casati su _Milano e i principi di Savoja_. Raccontata la venuta di Gioberti a Milano, e come dall’albergo del Marino si trasferisse a quello della Bella Venezia «che, per la piazza che vi sta davanti, era atto alle ovazioni popolari», dice che «la folla giunse e si accalcò sotto le finestre della locanda: ma questa volta era folla di costituzionali plaudenti all’apostolo della fusione; e quell’occupazione loro della piazza San Fedele, fin allora tenuta in dominio esclusivo (?) dai repubblicani, preconizzava il trionfo del partito moderato».
[73] «Il partito liberale (a Torino) e il ministro dell’interno che vi appartiene, temono che il suffragio universale non metta sotto l’influenza de’ sacerdoti e del partito aristocratico»: preziosa confessione, che troviamo nella lettera 16 maggio dell’incaricato lombardo al Governo provvisorio. E al 26 maggio scriveva, che il ritorno del ministro Ricci da Lombardia coll’annunzio della fusione «ha contribuito a far rinascere quella simpatia in Torino, che era da più di un mese morta, e quasi sepolta per sempre».
[74] _Hujus falsissimæ conjurationis prætextu inimici homines eo spectabant, ut populi contemptum, invidiam, furorem contra quosdam lectissimos quoque viros, virtute, religione præstantes, et ecclesiastica etiam dignitate insignes nefarie commoverent atque excitarent_. Allocuzione 20 aprile 1848.